Cinquemila eravamo verso la vita

Intanto, con rude franchezza, nonc’è che da prendere atto, come viene ribadito in ogni occasione su quotidiani e riviste, che la classe operaia come grande forza organizzata di lavoro e come straordinaria presenza sociale, si è disfatta e le residue isole operative si sono frammentate negli affaticati e complessi rivoli della società contemporanea; società, anche da noi in Italia, delle poderose macchine che producono, della gente forsennata che consuma (o dovrebbe consumare) e della grande solitudine individuale.

Senza intendere di entrare, non avendo alcun merito, in un ambito specifico, anche solo emotivamente molto complesso, mi limito ad appuntare con attenzione solo ciò che ho visto e vedo, ho sentito e sento ho letto e leggo.

Negli anni Sessanta, meglio, alla fine degli anni Sessanta, entrarono (ho visto entrare) nel campo del lavoro e della lotta sindacale i giovani operai, i figli della generazione degli anni 40, dura, drammatica, inesausta; insanguinata, anche. Lottarono i figli come i padri. Ho visto negli anni Ottanta i nipoti, più irascibili inquieti e tormentati da una acida assillante preoccupazione che era spesso personale intimo spavento, perché lo specchio del futuro si incupiva e intristiva, spaccato a martellate dal cambiamento vertiginoso e implacabile del mondo.

Fu il periodo che con drammatica continuità ci fece leggere sui giornali le notizie dei suicidi di anziani e giovani operai travolti, ripeto, dall’incertezza cupa del proprio futuro, del proprio destino.

In una società che andava sempre più disperdendosi e incattivendosi al seguito di una avidità smisurata e indifferente.

Le fabbriche chiudevano, si trasferivano, si trasformavano di nome e di fatto e se perduravano sui luoghi si ricomponevano strizzandosi come abiti bagnati, riducendo gli operai all’osso sopraffatti dalle macchine, dispersi (persi) nei saloni pieni di suoni alieni e vuoti di voci.

Quella classe, quell’operaio, quelle generazioni sono scomparse dalla società e sono ormai con drammatico impatto nella storia; ficcate nella storia. E quelli fra loro che nel corso degli anni, e poi negli ultimi anni, ne hanno cantato le lotte esaltanti e la faticosissima sconfitta, io li considero come gli antichi autori delle canzoni di gesta, delle saghe medievali, che esaltavano e raccontavano epici sentimenti e battaglie grandiose di vita e di morte. Di tali esempi, hanno sempre l’empito trascinante.

È anche vero che nella storia troppo impreziosita della nostra letteratura non è assegnato alcun posto a quanti con coraggio si sono sforzati di sollevare la faccia dalla polvere; e quindi quelli che senza paura e con ostinata continuità hanno parlato e cantato occorre andare a cercarli. Oggi, nella ristampa, questa La vacca di ferro di Franco Gigarini, con una documentata prefazione esplicativa.

Si legge con un forte coinvolgimento dei ricordi e dei sentimenti per gli agganci immediati con un tempo furibondo complesso amaro ma, dopottutto, disposto anche a giocarsi in pieno le ultime speranze.

Un tempo in cui, anche se le occasioni di fondo erano terremotate, per tanti era ancora giusto, quindi inevitabile, continuare a restare nell’impegno della lotta e partecipare.

Perché in questi testi di Cigarini (come nelle antiche canzoni di gesta o nelle recenti, dei nuovi poeti) c’è la rabbia vera, c’è vero dolore, c’è la fatica che ferisce continua e inesorabile, talvolta c’è la maledizione più cupa e disperata ma mai la rinuncia totale (ripeto) dalla lotta e il bisogno di non potere rinunciare al proprio passato.

Le Reggiane, ad esempio, inferno e cielo per fuochi di speranza e per scontri durissimi.

Le macchine ferme, le ciminiere di gelo, la donne immobili dinanzi alla fabbrica, colonne di operai irrompere nelle vie e le vie farsi canto, grido, acciaio, fiume rosso di bandiere e di popolo a braccio. Fabbrica, fabbrica mia, agita nell’azzurro del cielo le tue mani nere, cinquemila eravamo e più che fratelli, cinquemila e negli occhi più di mille colate e un mattino trovammo sangue per terra

Quando

quando andavo in filanda

ero ancora bambina per tutta la vita ho sognata una casa

io

io ero ancora un fanciullo quando misi la mia piccola gelida mano nella sua ampia d’acciaio tutta una vita piegata sul forno là in quell’inferno d’acciaio e ho dato corsa ai treni, e ho dato mulini al grano, e braccia prodigiose alla terra, e ali lucenti al cielo, e ville e poderi e perle e oro e chiese e salotti e donne ho dato loro col mio sudore. Cinquemila cinquemila eravamo verso la vita”.

Finiscono le pagine, finisce il poema.

Che tempi sono stati quelli e che lotte! Uomini che ogni giorno conoscevano il dolore della fatica ma ogni giorno cercavano di sollevare oltre le spalle il peso tremendo della vita, della propria storia. Le pagine appena sfiorate, ma poi lette e rilette tutte intere, ne danno testimonianza. E lì restano, per insegnare, per ricordare, per svegliare dal sonno perfido dell’oblio.

Vecchio: Ascolti?

Giovane: Ascolto.

Vecchio: Vieni vicino.

Giovane: Sono vicino”.

Per ascoltare per raccontare per ascoltare per raccontare per…

 

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Stefano Cerè e Sofia Gardi)

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: La vacca di ferro. Poema delle “Reggiane”, di Franco Cigarini
  • Editore: Diabasis
  • Anno di pubblicazione: 2007
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