Nota a “Il pensiero della gioia” di Andrea Temporelli

“La voce e il tempo” a me pare un testo centrale, per intendere e riflettere; direi, anzi, il centrale. Rigorosamente denso, cioè riflessivo ma anche affabile, retto sulle punte delle dita e lavorato con estrema affidabilità. Il risultato, a mio parere, è eccellente; e accoglie, assemblandoli, i due aspetti, direi i due momenti di questo autore che ha già una buona sapienza di scrittura; e vale a dire, la riflessione della testa e la riflessione, spesso acuta, degli occhi; non, e per sua fortuna considerando i contesti, la riflessione del cuore. La testa, dico io, per i pensieri che si smuovono avvinti ma senza precipitazione; gli occhi, perché sia il riverbero (come un soffio) continuo di un movimento rapido dello sguardo, a cercare gli oggetti, le cose, direi il palpito di polvere che indugia sugli oggetti, sulle cose – inseguito da quella voce dal suono familiare, che da ore / lo seguiva. Le cose, gli oggetti, sembrano essere sul punto di spogliarsi (come a dire, svelarsi) con gesti calmi e perfetti; quindi con un moto che non suscita offesa ma, al contrario, predispone a una indagine, a una visitazione sempre più accurata e quindi, in conclusione, emozionante. Ecco, anche il dato dell’emozione soprassiede al nuoto (al volgersi) di questi testi, molto accentrati (ripeto) e via via sempre più articolati nell’intreccio, a cui ho già accennato, di situazioni d’esistenza contrapposte – e che sono lucidamente indicate (direi, catturate e fissate) in due versi esemplari della “favola” e che mi risultano, al fine di intendere, molto determinanti: “mentre una mano spoglia la distanza / fra la gioia e il dolore, senza fretta”. Anche quel “senza fretta” è un esplicito (se non sbaglio) invito al lettore per una concreta e diretta individuazione critica. L’attenzione che non si placa mai; che non tende a