Postfazione

Per tutti, naturalmente, la poesia (scrivere testi) è essenziale. Anche per Maurizi; ma per lui, in aggiunta “suprema” (non spreco i termini) è salvezza di vita. Gli riordina la vita squassata da tempeste; non solo, ma l’aiuta ad affrontarla (questa vita) davvero. Giorno per giorno. Si sente bene (almeno io sento), leggendola, il respiro talvolta affannoso di chi sta risalendo una china per arrivare a un alto punto d’arrivo, contro cui la strada intrapresa, sospinto dagli eventi, in qualche modo tende un poco a placarsi (rasserenarsi). Ma senza, sia chiaro, risollevarlo dal peso intero delle pene (che lo hanno anche ieri affranto) che sono un contrasto continuo da acquietare con sforzo e che danno sale forte e aspro (amaro) alla sua continua tensione per uscir fuori in ogni modo o in qualche modo dall’incubo di una solitudine entro cui si dibatte e lacera il suo indispensabile bisogno di amore (inteso come rispetto e affetto), bisogno di umana partecipazione, di un colloquio che non sia soltanto caritatevole; quindi di parole dell’anima, non spenti flati che si consumano in un momento.

Subito, infatti, si può dire che Maurizi cala nei suoi versi le vicende di un conturbato dolore.

Eppure, il gruppo di questi versi non rilancia soltanto straziate parole, che chiedono e si dannano, ma una tensione morale che è pioggia benefica anche per il lettore.

Subito a pagina 10, La via è, in riferimento a quanto appena accennato, una poesia notevole, perché intanto esplicita i vari motivi del complesso mondo di memorie, disinganni, frane e faticosi recuperi, di sentimenti e di storie accadute anche di recente a Maurizi proposte, ripeto, non come dolente itinerario privato ma come esperienze di fuoco di un camminatore appassionato dentro ai contrasti della vita, del mondo: “m’illudo che procedere… sia l’unico modo per rivolgersi”. Ma versi prima: “era facile in quel tempo / non smarrirsi, i segni erano precisi”.

Resterei per un momento sopra questa poesia, fra le prime della raccolta. Ho contrassegnato “l’unico modo per rivolgersi” ma il verso secondo (fra il primo e il terzo) indica “il solo mezzo che adesso è accordato”, per dire che su queste pagine si precisa il limite dell’ambito operativo, che non vuole rivolgersi soltanto al lavoro poetico ma al moto dell’esistenza e al modo di districarsi fra i suoi mille vincoli. Districarsi da un viluppo di lacci che producono ferite e sanciscono un’amarezza che non si riflette monocroma e acida nel tabulato dei versi, ma ferisce proprio la carne e l’ordine della vita. Ma Maurizi ha raggiunto, anzi ha recuperato da una sua ebbra fatica una intrepidezza che vale la convinzione di doversi contrapporre e mai più rassegnarsi, o lasciarsi contrastare, imprigionare.

È proprio in questa costanza di vigile lotta non con se stesso soltanto, ma nella duplice veste di essere disposto ad accettare ogni scontro quotidiano come un peso dovuto per mantenere e difendere l’equilibrio prima sfiorato e dopo ormai riconquistato, che trovo il riscontro più convincente nella o della poesia di Maurizi; di testi a mio parere incastrati come manette.

È anche per questo che passato e presente sembrano confluire come due fiumi, provenienti da diversi versanti ma che arrivano a una precipitosa o calma mescolanza, che dà corpo e sostanza al nuovo corso verso il mare. Scrive: “la coscienza non può competere con i grandi sogni”. Volere e non potere, recalcitrare e tendere al possesso integro della propria fantasia (che non va mai mortificata e vilipesa, trascinata per terra) che è la volontà di vivere e di accettare e consumare il passato senza più dolore (senza più le ferite strazianti del dolore). Ciò che una volta, o appena ieri, gli era escluso (impedito anche) o in qualche modo sottratto, è oggetto adesso di libera considerazione, riflessione, gestione (dei sentimenti).

Anche in questo contrasto, in questo passaggio direi gestionale dei propri pensieri (il lucido operare della propria mente) sta la libertà raggiunta dopo un lungo procedere fra i rovi. (La libertà di “essere” non è più un miraggio.) Da prima, quando “le azioni si sommano alle azioni / e danno un totale vuoto”. Vuoto, progressivamente, anche attraverso la lacerazione dell’affanno, colmato.

Anche il ritmo si slarga, si dispone oppure si raduna e si accorpa in forme chiuse, per riconquistare e riutilizzare sonorità quietamente implacabili (oppure sonoramente laceranti). Dato che gli scenari inerenti spesso sono da brivido: “Se la ribellione contro l’arbitrio / si conclude sul letto di contenzione”, oppure: “rinchiuso nel Reparto / dalla porta serrata / ignoro se nell’oggettiva / indifferenza del giardino / ottobre si arrossa / o rosseggia perché il punto / di vista è così sigillato”. Ma ecco lo scatto contrario, in opposizione misteriosa, della forza vitale di corpo e cuore ricuperata, direi restaurata: “ma la bellezza si conserva intatta / …ci insegue nel sonno / al risveglio ci riscatta”. Un mondo di dolori e orrori diversi, che la poesia riordina dal profondo portandolo al fremito della luce; dalla caverna del mondo alla caverna del cuore.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Canti essenziali, di Giovanni Maurizi
  • Editore: Manni
  • Anno di pubblicazione: 2006
Letto 1498 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:09
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