Io muoio e anche questo mi nuoce (Per una riappropriazione di Pasolini)

Il tavolo è sgombro di carte. Per il momento non c’è sopra neanche un libro di Pasolini o di altri su di lui. Soltanto qualche foglio bianco, la solita matita. Voglio dire che nella direzione di una mia privata continuità – e per quel che può valere – cerco di riflettere da solo su alcune cose che di P. mi importano ancora, soprattutto in questo momento. Sforzandomi di dirle e di pensarle non voglio cercare altro, o di più; e non voglio allargare il discorso. Resto sopra con puntigliosa fermezza (nel proposito) al quadrattino risicato che mi sono scelto per oggetto. Il discorso critico sarà giusto e comunque necessario che altri lo allarghino secondo le regole canoniche; io mi limito a dare questa riflessione che è mia, quasi trascritta a voce alta, perché possa servire innanzitutto a me. Ma devo dire, per una certa esattezza non solo temporale, che avevo cominciata a fissarla nei mesi andati, orientandomi fra altre mie paginette divulgate in precedenza. Oggi ho potuto riprenderla per concluderla, aiutandomi col mezzo di qualche appunto particolare, non sistematico; e col sottinteso di tendere a non staccarmi mai da un aggancio continuo e meditato con i fatti, con la realtà che gira, che ho intorno. E questo per capirla, parteciparla in ogni modo, in ogni occasione; non da spettatore risentito, disincantato o magari soltanto inquieto, ma da autista di piazza. Cioè come uno che va in giro per dovere e per lavoro e deve conoscere anche le stradette più nascoste da un luogo all’altro della periferia. Conducendo un veicolo. Quindi è obbligato a mandare a mente molto bene i percorsi. Altrimenti è necessario, è inevitabile che si debba servire di una “pianta” e che ogni tanto si fermi per consultarla, sorpreso da un dubbio.

Collocandomi nel mio posto, di uno che cerca di leggere le pagine ma anche i fatti (come per P. si trattava di vivere attraverso il cinema un’esperienza fisica della realtà, diciamo che anch’io mi propongo di continuare a vivere una esperienza fisica della realtà attraverso le ultime pagine e le ultime vicende di P.), penso che oggi possiamo cominciare a non avere più paura (un timore che può essere solo fastidio o stanchezza della ragione e del sentimento) di dire qualcosa e di essere qualcosa nella realtà. Di cominciare a definirci (e ridefinirci) dentro a una situazione reale stravolgente ma completamente aperta; e di tornare anche ad effettuare delle scelte. Sì, delle scelte. Lo dico in un momento in cui questo proposito sembra il più deteriorato dall’uso e il più improbabile secondo la situazione. Eppure credo a mio modo che sta ritornando un tempo in cui è più necessario definirsi (attingendo al proposito e al progetto di durare) che qualificarsi (riferendosi al potere). Un tempo in cui l’essere torni a corrispondere con un rigore quanto meno approssimato possibile al volere. In cui la convinzione del dover fare qualcosa torni a insinuarsi opposta all’inquietudine straziata dalla convinzione che tutto è già stato fatto e vissuto; o scritto. Perché non sembra rimandabile l’impegno di tornare ad assumersi il peso effettivo delle deformazioni e delle contraddizioni pratiche che sono in atto al fine di collaborare (e ciascuno lo farà come sa e come può) a isolarle ribatterle superarle.

So bene, anche in questo caso, di parlare solo per me, da questo angolo. Perciò mi sento libero, dentro a una tale situazione, di scegliere in generale un linguaggio che mi è comodo e una partecipazione interna al discorso contrassegnata da una angolazione di ricerca conseguente che si può definire morale. Il termine oggi rischia di sembrare, con ironia, ambiguo sfatto desueto; non solo nell’uso della comunicazione di massa ma in quello comune. Per me, credo che siano anche i testi, e soprattutto i testi ultimi, di P. che invitano a farlo.

Ad ogni modo lo assumo nell’accezione che sento ancora valida e di conseguenza utile (con una persistente necessità) di partecipazione alle cose, di scelta di vita ecc. che fanno scegliere e privilegiare alcune strade conclusive e non altre. La mescolanza dei generi mi sembra una manipolazione concordata e perciò, sia pure dentro a un calcolato rigore, artificiale. Questa particolare tensione, così delineata, è diversa dall’impegno (come è congelato dall’iconografia d’archivio dei decenni passati); e nello stesso tempo è più che impegno; perché più drammatica, realisticamente legata a necessità non settoriali ma generali e da tutti condivise, almeno. Mentre l’impegno di allora era illustrato dal sole di una violenza che per lo più restava ancorata soltanto a una speranza – e poteva essere (ed era) ribattuta direttamente.

Queste brevi annotazioni riferite al discorso appena avviato si appoggiano a domande generali che adesso sottopongo, dato che credo possano servire. Alcune possono sembrare addirittura semplicistiche o semplificate. Ma, insieme, si possono trascrivere in questo ordine, anche se con qualche sommarietà: senza estrapolazioni frettolose o troppo drammaticamente sentimentali (per essere critiche nel senso e nel tempo giusti), qual è l’ideologia di P. che noi riusciamo a individuare come alimento e non come simbolo o sintomo da museo? Dove individuiamo l’approdo del suo mondo, della sua speranza non affrancata, della sua acutezza critica e scontrosa e talvolta irritante, del suo amore violento e ingenuo per la vita (un abbandono totale), dei suoi amori terreni; tutto quasi sempre segnato o inquinato da aspri inseguimenti della memoria, del sentimento, della nostalgia?

O ancora: che cosa è oggi, adesso, P. per noi? Che cosa ci resta? Che cosa riceviamo? È solo una scaglia struggente della nostra storia recente annidatasi ormai dentro ai libri di testo e alle antologie o continua a emettere messaggi indispensabili per uomini che sono all’erta? Come lo leggiamo; come possiamo leggerlo, oggi? Voglio dire: come lo usiamo nella pratica quotidiana, mescolandolo alle nostre beghe, ai nostri sussulti, alle idee che sembrano un branco di uccelli alzati in volo da uno spavento improvviso? Al di fuori di una privata tenerezza che non accenna a diminuire, possiamo servircene come strumento di conoscenza oppure è ormai allestita, quindi resa definitiva, la roccaforte della intermediazione critica ufficiale, che dovrebbe consentire di leggerlo vederlo magari sopportarlo, e anche giudicarlo, con una freddezza e una equità solo in apparenza lucide ma al fondo contrassegnate da una severità ironica (quando non si tratta di autentica antipatia)? Sono domande, certo, che meriterebbero una più rigorosa stesura; ma che riescono a tracciare, anche così disposte, la situazione reale e generale di lettura di un autore che è continuamente raccolto a riva come un naufrago e ributtato a mare, come pesce mal pescato, dalla arroganza reticente dei fiocinatori di rane (che coprono ogni atto fingendosi, al contrario, interessati) ma anche dalla arroganza dei nostri sentimenti; che stentano a equilibrarsi, a calmarsi dietro l’urto e l’impatto continuato delle emozioni.

In quel gesto della pesca ributtata in mare, a cui ho fatto cenno, si può vedere senza ombra di dubbio la prevalenza della insoddisfazione generale e della generale impossibilità di vivere, in un modo che sia senza dannazione, il mondo odierno. Comunque, ho solo trascritto alcune domande, accumulandole; non mi spetta di svolgerle e affrontarle. In questa occasione, come solo interesse, vorrei tornare a verificare (non dall’esterno ma con alcune motivazioni suggerite da un rapporto diretto col testo degli ultimi interventi) l’uso che possiamo, anzi dobbiamo continuare a fare di P. Fuori dalle antologie, dai libri di critica e di memoria, dalle tesi di laurea; fuori dalle tavole quadre e tonde, dai festival di cinema, dagli incontri di poesia a cui confluiscono in prevalenza, e in primavera come accade nelle corse ciclistiche, i corridori accasati e i relativi sponsor con la signora in pelliccia. In altre parole: fuori dal mondo delle luci e delle voci ufficiali; ma dentro allo spazio “basso” calpestato da tutti, che è quello, che non consente alcun tipo di falsificazione o di manomissione, dei bisogni quotidiani. Dentro all’inquietudine di questi giorni che si accavallano, siamo direttamente aiutati da P.? Con una presenza, una continuità che resistono e non come un semplice flebile lumicino della coscienza? Vive ancora con noi proprio mentre viviamo, o siamo noi che dobbiamo spendere per lui se vogliamo inseguirlo?

Tracciando questa piccola tabella motivata delle nostre inquietudini penso che – prima di ogni altra cosa – ci dovremmo impegnare (con una costanza non renitente e non episodica) per rendere giusta, da infame che è, la morte di Pasolini. Cosa voglio dire? Che ci dovremmo impegnare per liberarlo dalla sua morte (non quella subita, che c’è e non si può cambiare; ma la sua ombra dura, che si è precipitata sopra di noi, rendendoci un poco colpevoli). Per ridargli una nuova pazienza e ancora verità contro l’ingiustizia calcolata (il vilipendio del cadavere essendo il segno di una uccisione rituale, da sasso in bocca). Liberarlo, perché la sua morte comincia a slittare, per calcolata malizia, sul piano inclinato del piccolo incidente e del sesso tormentato; di una morte declassata, inserita e conclusa in una violenza improvvisa, che motiva – se non giustifica – tutte le possibili induzioni. Della morte che può essere coperta da una causa terribile ma piccola e forse ignobile. Liberarlo da “questa” morte vuol dire riconoscere a questa morte, e riportare dentro a tutta la vicenda, una causa di grande necessità, di grande peso. E dentro a questa causa, generale, potrebbe essere compresa esemplarmente anche la nostra morte, la morte di ciascuno di noi. Nel collegare gli eventi si valutano anche le necessità delle idee, il loro attuale tortuoso (od oscuro) percorso. A una morte di piccole cause concomitanti, come è quella che ci verrebbe (e ci viene) periodicamente descritta, affondando nel reale delle cose e della situazione dovremmo avere l’insistenza (e una certa feroce fermezza) per opporre e contrapporre una morte reale (quale in effetti è stata) contrassegnata da grandi eventi (nel senso delle emozioni conseguenti e dei presagi anticipatori); quindi una morte davvero tragica proprio e anche per questi segnali che ci coinvolgono.

La morte che vogliono “raccontarci” sarebbe una morte che si può anche rifiutare o dimenticare o accettare sia pure lacrimando per convenienza o per stanchezza o per adeguarsi alla polvere ufficiale; mentre la vera morte, questa che indico dentro alla realtà – e che sfugge alla sua conclusione definitiva a cui vorrebbero in tanti collocarla – non si deve neanche piangere ma solo temere, perché ci prende in mezzo e ci costringe a non esaurirci nei sentimenti, essendo una morte che raccoglie la violenza di un tempo (il nostro) ed è feroce non contro uno ma contro tutti.

Proprio ai nostri giorni credo che siamo richiamati con severità a sciogliere il nodo della morte di P., cercando di capirla per appropriarcene. Direi: per definirla, nel senso di concluderla; allo scopo di chiarire noi a noi stessi; dentro a questo mare di contraddizioni e secondo la necessità a cui mi sono riferito.

Siamo all’inizio dell’anno ’82, mentre si sta discutendo – in altri termini – di questa vita e di questa morte, sulla scorta anche di alcuni discorsi e di alcuni interventi a stampa. Per esempio, alcune settimane fa è apparsa una nota di Camon argomentata con acutezza anche se discutibile nelle conclusioni. Ma per lo più si tende ad abbracciare la tesi ufficiale della morte ufficiale (è andato là per motivi suoi ed è stato ucciso dentro a questi motivi).

Niente politica, dunque, né altre invenzioni aggiuntive. La morte di P. svestita di ogni ritualità che non le compete (così hanno deciso e concluso) tenderebbe a riassestarsi sotto il segno esclusivo di un martirio privato, piccola squallida tragica conclusione esistenziale tra il macabro e il vizioso; ricompensata in esclusiva dal pianto di alcuni conoscenti, alcuni amici, alcune maddalene. Questa conclusione comunque da contrastare è stata subito ribattuta, e bisogna darne atto, prima di altri da Laura Betti. Non si tratta allora di una disputa drammatica quanto si vuole ma cavillosa, su una “qualità” di morte, quasi si trattasse di un genere letterario; ma di un discorso continuato sulla condizione di questa morte, che io intendo piuttosto come soluzione finale di una vita.

Comunque si vogliano leggere le cose, anche in questa vicenda, travolti dall’onda immediata dei sentimenti “onesti”, spesso si è dimenticato di valutare dentro a quale contesto sociale (e dentro a quale condizione generale) sono passati, per definirsi esemplarmente, gli ultimi anni di vita che è (è stata) contemporanea alla nostra.

Parecchi, ma non tutti, si sono domandati: Pasolini la cercava, questa morte? La preparava, la voleva, la chiedeva con quella violenza drammatica fatta di reticenze turbate e che sfiorava a volte l’ingenuità più disarmata? Credo che si possa rispondere dopo essere risaliti alla sua presa di coscienza che la “diversità” non era una colpa ma un diritto. Cioè, dopo essere risaliti al momento in cui anche P. (dietro lo stimolo del grande moto esploso alla metà degli anni Sessanta) prima prende atto poi assume, fortificandosi, la convinzione che la propria omosessualità non solo non va tenuta nascosta o comunque coperta ma neanche va giustificata con la solita rabbia incerta o con il linguaggio del sarcasmo e dell’invettiva; ma soprattutto va difesa. Questa difesa prima generale poi personale (quindi privata) dell’omosessualità, esercitata col mezzo di motivazioni e ragioni articolate in vari modi ma sempre partecipate con la tensione della fantasia oltre che dei sentimenti, rappresenta a mio parere l’atto in concreto “vincente” dell’ultimo P. e di sicuro il suo momento più alto, convincente, aperto al futuro. Confermandolo come un indispensabile (e forse unico) provocatore culturale. Sovrastando il ponte degli anni Sessanta, da cui ha ricevuto molte indicazioni stimolanti ed alcune addirittura capitali, il P. corsaro nella caoticità rabbiosa, abbastanza frastagliata e varia (ma anche dinamica e graffiante) dei suoi interventi, si riallaccia al P. friulano, incantato dall’azzurro di un cielo non ancora intorbidito da alcun segnale di peccato; né sconquassato dai venti della tragedia.

Negli scritti di questo primo periodo si legge il trapasso da una innocenza ricevuta come un dono naturale (acque limpide, venti chiari, prati placidi e distesi) a una innocenza incupita dagli anni e dalle vicende – e che viene di nuovo raggiunta e difesa nell’ultimo periodo della vita con una pesantissima fatica, e forse solo come un sogno appena sognato (un fervore), non più come una realtà possibile (una possibile verità). Comunque, come il possibile principio di una nuova libertà (una nuova forma di libertà). Io lo sento, questo. Con una innocenza che adesso è ferita, complicata ma, in ultima istanza, è altrettanto libera; quindi, in modo certamente straziato, di nuovo felice (magari con ferocia e con risentimento). Dentro a questo stato dei sentimenti, che rappresenta ed è un continuo scontro in pectore, mi sembra poco probabile che P. si lasci uccidere o cerchi la morte violenta solo perché travolto da una sola ossessione d’amore. A me sembra più vicino alla verità che si sia lasciato sopraffare da questo sentimento ritrovato, direi riconquistato, di libertà non tanto personale quanto piuttosto culturale.

In un mondo che, come autore, P. non si stancava di descrivere e interrogare così com’era, cioè “ufficialmente” corrotto e sporco all’esterno e inquinato in mille modi e maniere, è vero che egli riesce a sdipanare il filo di una qualche novità o ad agganciarsi al filo di una qualche novità emergente – di cose e di parole. La sua omosessualità non più sopportata ma portata, non più patita ma capita, diventa un’arma accanita non di difesa ma di offesa; non personale ma generale; e non resta più il piccolo incendio doloso, di volta in volta riacceso, dei sentimenti svuotati dalla storia. Non resta una stasi nevrotizzante addolcita da un successo pubblico voluto e anche cercato ma assai poco goduto; o forse anche patito e sopportato, dopotutto. Cercare di orientarsi dentro a queste dure profonde contraddizioni culturali ed esistenziali, credo che possa servire non solo per leggere, quindi per intendere un autore (questo autore), ma per orientare con meno approssimazione noi stessi dentro al nostro tempo; o magari in opposizione.

Subito dopo la morte di P. anch’io parlai di esecuzione; poiché mi pareva e mi pare che questo termine fosse allora e sia ancora oggi più complessivo e meno approssimato di assassinio. Infatti l’assassinio è opera di una sola mano e di una sola rabbia; invece l’esecuzione è pubblica, frequentata, partecipata, veduta, voluta e goduta – per lo più. E poi è rituale; ha suoi segni specifici e colpisce più a fondo; vale a dire che non si accontenta solo della morte. Cerca di aggredire e sopraffare anche la memoria che resta.

Per questo, contro ogni interpretazione diversa via via riciclata, continuo a credere che la morte di P. non si è chiusa e compiuta ma è ancora da soffrire, contornata com’è da persistenti segnali in atto, che obbligano, convincono a non rassegnarci. L’obbligo si riferisce alla necessità, per noi, di continuare a guardare capire interpretare il mondo reale.

La giustizia può sommariamente giudicare; e se fosse vera giustizia potrebbe in conclusione solo condannare. Ma non è solo di una eventuale condanna che possiamo servirci. Dobbiamo invece capire, e continuare a capire, se il tempo che ha tollerato questa morte vuole, fra le altre morti, anche la nostra. Se la vuole ancora.

Penso che se riusciremo a dare una qualche risposta non disattenta a questa domanda potremo fare anche giustizia e rendere giusta cioè esemplare, nel senso di una esemplarità non formale, la morte di P.

Si può fare, cominciando a liberarlo dalla sua stessa morte e riportandolo dentro alla sua scrittura, dentro alle pagine compiute, ricollocandolo nell’universo dei suoi segnali. Impegnandoci così a liberarlo dall’ossessione insistita di un martirio che è vero come violenza perseguita e compiuta ma che lo blocca in una fissità da museo. Mentre è ancora un produttore autorevole e autorizzato per comunicarci segnali necessari. E noi potremo ascoltarlo con impazienza non come un martire brutalizzato dalla violenza pagana (a cui si chiede almeno un atto esemplare) ma come un autore la cui prolungata forza di scrittura provoca e aiuta non solo la nostra fame di lettori ma anche la nostra resistenza nel contrasto di ogni giorno e a tutti i livelli con la realtà.

Rileggendo le sue pagine – quelle dell’inizio ma soprattutto quelle della fine – caviamo sempre spinte determinanti per affrontare i problemi generali. E questo capita quando avviciniamo non un dispensatore di piccoli segni, piccole lacrime, piccoli incubi e piccole vanità, ma un autore.

Mi tornano in mente (e adesso mi fa effetto se riascolto nella memoria la sua voce uniforme, medio bassa, appena sfiorata da un appannamento d’ombra, quasi impolverata, incisa in un 45 giri della RCS) due versi del poemetto La Guinea, là dove è scritto: “La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri, con la più strana indifferenza. / Io muoio e anche questo mi nuoce”. E ne deduco che la vera necessità e la vera fatica non devono essere richieste agli altri per cercare di riequilibrare una giustizia stanca; ma a noi stessi, e di volta in volta, per rimetterci in discussione continua e per tornare a comprometterci utilmente, e fino in fondo, con le responsabilità della nostra vita.

Capire e perciò volere P. non come un reggente o un sacerdote lontano ma come un compagno di strada, ai nostri giorni significa voler fare di nuovo i conti col nostro tempo – per non perderlo e non vederselo sfuggire più avanti (noi attardati dal peso di convenzioni culturali invecchiate). Altri cercano invece di usare P. come strumento e argomento di utensileria letteraria o ideologica (archiviato in una cassetta Black & Decker).

Dalla morte di P. sembra, a volte, che siano passati non pochi anni ma decenni; con il rischio calcolato e tutt’ora in atto (ripeto) di vederlo trasformato in un busto di cera; un classico innocuo, leggibile, disarmato e contrastato. Ma il rischio di vederlo sottratto sotto i nostri occhi alla mischia utile e a una partecipazione “armata” – almeno per i lettori avvertiti e non rassegnati – può essere eluso non stancandoci di cavarne stimoli e problemi (o aggiunte ai nostri problemi); e magari aggredendolo per calarlo in contesti sempre rinnovati. Se impediremo, per convinzione, che scenda dal nostro carro per imboccare invece la strada di lusso che porta difilato al luogo ove attendono le eccellenze e gli addetti ai lavori con i biglietti di viaggio sempre pagati.

Questo ciclo continuo di rinnovazione interna ed esterna P. lo consente. Lo richiede. Senza che dobbiamo a nostra volta sforzare ogni suo contesto strumentalmente, per estrapolazioni interessate. Ma fuori dall’uso che di lui continua a essere fatto in ogni cantone – specialmente dal Potere/Palazzo/Processo che è quello che prevale sul momento, perché ha il vantaggio di essere appoggiato ai canali della comunicazione ufficiale – è nella lettura dei suoi ultimi anni, vissuti e scritti come una ricerca nuova e una nuova scoperta di vita dentro alla disperazione, che dobbiamo riagganciare P.; al fine di un uso corretto e perciò attuale dei suoi segnali. Perché è proprio nella novità insistente e resistente di questi segnali, e dei segni conseguenti, quindi nella sua mai eclissata vitalità, che mi pare consista ancora oggi l’importanza alta di un autore che si è trasferito con tutta la sua struggente ferocia nelle pagine scritte; e che ci appare di volta in volta, sorprendentemente, con venti facce diverse – anche se non è mai mascherato. Incalza o subisce a viso aperto. La sua novità consiste nel sopravanzare la paura della storia pur mantenendo per i fatti appena accaduti una “giusta ed equilibrata nostalgia”.

Se si ritualizza in alto o si semplifica in basso la sua morte, gli è certamente sottratta l’ambiguità piena di un fascino cupo, insistente, stupendamente generoso perché ingenuo (e organico nella sua ansietà), della scrittura. È nei segni che vanno ogni volta decifrati con suggestione (e poi, non una volta per tutte), non nella morte per quanto atroce e compianta, che come lettore attento e prepotente ritrovo dentro a una non spenta energia i messaggi di questo scrittore civile.

Civile lo intendo nel senso che non è vissuto solo per se stesso e la morte non lo ha ancora finito.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: saggi critici
  • Testata: Pier Paolo Pasolini: l’opera e il suo tempo, a cura di Guido Santato
  • Editore: Cleup
  • Anno di pubblicazione: 1983
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