I giovani di Vidiciatico

1. Mi fisso su un punto che è generale; anzi, è generazionale. Riferendomi sia a una frase di Ricci, inserita alla fine dell’introduzione, che voglio trascrivere: Credo che per noi, intendendo chi visse ancora giovane l’esperienza del fascismo dall’interno senza occasioni di confronto politico, la strada dell’errore fosse tutta da percorrere, affinché la conquista di una identità reale dovesse poi risultare approdo sicuro”; sia a un brano cavato dal volume “Il sangue d’Europa” di Giaime Pintor, a pagina 133 (“Commento a un soldato tedesco”, articolo pubblicato sulla rivista “Primato” nel febbraio del 1941): Dietro gli schemi universali offerti dalla propaganda, la gioventù d’Europa cerca dalle due parti una ragione e uno scopo alla guerra che si combatte. E non può trovarli nelle statistiche e nei discorsi, nei dati dell’economia e della storia diplomatica, perché in realtà questo suo lavoro si traduce in una ricerca interiore, nella ricerca delle proprie possibilità e dei propri mezzi, della propria misura personale di fronte alla guerra. Opera di puro egoismo come sono le opere migliori della giovinezza, questa ha un valore politico immediato: di indice sulle future esperienze. Perché, quando la generazione di cui si discorre sarà arrivata a governare, il senso dell’avventura ora attraversata dominerà le sue decisioni. Su una parola, “generazione”, si innesta la polemica. D’altra parte, nel merito delle singole questioni di questo volume entrerà anche Scalia col suo scritto; così gli lascio carta bianca. A me, dei problemi toccati e poi discussi, interessa raccoglierne alcuni specifici e con riferimenti diretti; per quanto questi riferimenti valgono. Perché oggi possiamo guardare a un passato che ci introduce all’ultimo momento di quel fascismo (1940-1943) con una disposizione critica senza umori appassiti; attiva non solo nei sentimenti ma nella mente; decisa e calma nello stesso tempo; la quale può servire a farci comprendere non solo qualcosa di più di noi stessi ma ad andare al fondo delle questioni residue (spesso anche personali, come in questo caso) senza sgomitare, senza impennate, senza il qualunquismo liquidatorio che ha sempre buona e pronta cittadinanza dalle nostre parti e che per me si condensa nella frase largitaci da un giuggiolone sciocchino, anni addietro, quando scrisse furbescamente che nel periodo dei fascisti sarebbe bastato arrivare in bicicletta fino a Chiasso per essere bene informati, bene infervorati, bene defascistizzati. Il punto generazionale può essere invece affrontato partendo da una esplicita e soltanto in apparenza ovvia considerazione preliminare: che la nostra generazione (1920-1924) ha patito e dovuto sopportare nel periodo della sua prima formazione culturale tutte le possibili omissioni; non tanto la violenza di una educazione autoritaria ma la scaltra ubiquità di una calcolata reticenza, le vaste sacche di silenzi che, questo è il punto, non si potevano né circoscrivere né tantomeno riconoscere ma che producevano disagio (una insoddisfazione lacrimosa, senza identificazione, che scavava dentro a ciascuno intaccandolo solo esistenzialmente). Di disagio parla anche Ricci, interrogandosi: da che cosa nasceva dunque il nostro disagio, che era un fatto reale e come si pensava di superarlo? Oppure si può rimandare a una affermazione di N.S. Onori, storico acuto e attento del periodo, indicata anche in nota al presente volume: Senza saperlo questi giovani cercavano la libertà. Dunque: per questi giovani (per la maggior parte di questi giovani) non si può parlare di antifascismo ma di insoddisfazione nei riguardi del fascismo inteso come potere delle istituzioni; e per Pasolini, in questo periodo che è così definito, anticiperei una constatazione: come per molti altri, magari soltanto meno acuti, la sua è una opposizione letteraria alle istituzioni letterarie del fascismo; un’opposizione all’ermetismo che era un codice ermetico del potere, dopotutto (anche se pareva esacerbarlo contestandolo, ma con innocui segni elitari). Del potere, ho detto, non del fascismo. Perché un antifascismo esplicito e concreto dentro alla cultura, e tale che ne manomettesse gli archetipi e ne squilibrasse le volte maestre non c’era; tanto è vero che a nessuno di noi arrivava nulla (dico, a nessuno dei giovani, in generale). Certamente: si coglievano in giro i borbottii maldestri, angustiati con ironia, provinciali, e quasi sempre legati a schemi e a riferimenti letterari. A meno che non si voglia continuare a recepire come antifascismo; anzi, a definire antifascismo l’irritazione esistenziale che accompagna ogni volta lo svolgersi del tempo e il cambio delle generazioni. Scrive Pasolini, in una pagina anche qui riportata: Come non siamo fascisti, se senza mutare il senso della parola possiamo chiamarci italiani, così non vogliamo chiamarci, genericamente, né moderni né tradizionalisti. E al N° VIII di “Una disperata vitalità”, pagina 467 de “Le poesie” nell’edizione Garzanti del 1975: Venni al mondo / dell’Analogica. Operai / in quel campo, da apprendista. / Poi ci fu la Resistenza. / E io / lottai con le armi della poesia.

2. Generazione sciagurata; cresciuta cioè fra sciagure e cento contraddizioni; mortificata ossessivamente nel suo bisogno “naturale” di verità e di identificazione dentro a una cupa magniloquenza; sempre intenta a cercare e ricercare un monotono e spesso doloroso moralismo da cui era assente, perché non ancora conosciuta né sperimentata, la chiaroveggente ironia – che, se non ancora chiaroveggente, tuttavia si insinua fra le righe di alcuni scritti di Pintor, più anziano di due o tre anni (e a questo proposito potrebbe servire un riscontro e un raffronto dei due scritti, uno dello stesso Pintor l’altro di Pasolini, sull’incontro degli scrittori europei a Weimar nell’ottobre del ’42).

In una lettera di alcuni anni dopo a Serra, Pasolini scriveva: Da che cultura provenivamo? Mi si drizzano i capelli in testa a pensarci… L’informazione era un miscuglio di atroci dati retorici: il nulla… Lo sforzo che abbiamo dovuto fare noi per uscire da quel nulla, da quella condizione mostruosa, sembra, ora, quasi miracoloso. La sola forma di resistenza possibile all’accettazione globale di una realtà chiusa era dunque l’arte, la letteratura. Ma non come vita, secondo la mistica secca degli ermetici, a cui bastava difendersi con questa torva soddisfazione; ma come l’unico riferimento in atto, reperibile, identificabile e da utilizzare per rovesciarvi dentro e provarvi la discussione e l’insoddisfazione. Anche sul Setaccio, come si può vedere, e come lo indica con esattezza Ricci, i discorsi artistico-letterari sono preminenti. Si fanno analisi di testi, si discute sull’arte; ma la componente più fonda è una suggestione dolorosamente decadente che si accompagna a una certa tensione religiosa; anche il mondo popolare di Pasolini è subito definito se non ancora rifinito nella sua persistente difesa di valori tradizionali “buoni”, “antichi”. Dunque riconoscibili e confortanti. Da qui la conseguenza di una continua presenza morale, di una sollecitazione e di una ricarica morale; come se soltanto in quel mondo fosse e si adagiasse la parte “giusta” della vita, il modello unico che si oppone e ci oppone alla morte e all’angoscia di ogni possibile distruzione: la notte / ricordi?, ne era tutta piena nel fresco / vuoto, nelle strade percorse da frotte / di braccianti vestiti a festa, / di ragazzi venuti in bicicletta / dai borghi vicini: e la mesta, / quotidiana, cristiana, piazzetta / ne fiottava come in una sagra./ E in un’altra occasione Pasolini dirà: ero perduto come in una sconfinata intimità che faceva del Friuli ecc.

Ma se questa generazione era sciagurata; se era dentro a tutte le sciagure del suo tempo, era anche incolpevole, perché non le conosceva, non le produceva, non le partecipava; le subiva invece con una pazienza animalesca che era tragica; spesso o quasi sempre di queste era un oggetto ignaro; e quando poteva capirle, circoscriverle, in qualche modo interpretarle, allora, solo allora le risentiva come offesa (un’offesa) e reagiva con l’arma che aveva disponibile: l’arma del risentimento esistenziale e del “discorso” morale. La morale non come clausura o come una possibile armatura (secondo la teoresi degli ermetici) ma come arma in qualche modo di attacco, di percezione diretta, di trivellazione della realtà delle cose e degli atti pubblici e privati. Solo alla fine, in un momento orribile, quando questi giovani furono definitivamente coinvolti e travolti (non divenendo mai protagonisti) e poterono oggettivare la realtà vedendola come l’altra faccia di sé; allora e solo allora la reazione morale, trasferita direttamente sulla scelta delle cose da fare, diventò reazione politica; diventò un atto politico; e non giudicò più – perché non poteva e non si poteva più giudicare – ma scelse. Questo, è appena il caso di ripeterlo, accade sempre nei periodi storici di angoscia, quando finalmente la necessità di scegliere sulle cose consente, e costringe, di stravolgere le idee conservate o acquisite e di cambiare la pelle con una triplice fatica: fisica mentale sentimentale. Soltanto a operazione compiuta si può sperare di progredire e partecipare, e si può vigilare su sé. A questo proposito voglio ancora una volta ricordare le parole di Pintor, citato, a pagina 134: Ma i tempi sono ora rivolti ad altre considerazioni, e si misura con altri metri il valore delle esperienze, se occorre affrontare inattese risoluzioni e valutarne per una nostra storia la portata improvvisa. Così, senza attendere i rimorsi di un’altra età e gli scrupoli della cauta riflessione, altri prevengono le requisitorie future e chiudono ogni esitazione con un breve atto di forza, Allo stesso modo sono sorti quei procedimenti giuridici che hanno distrutto un’antica Europa e travolto con sé l’autorità delle consuetudini.

3. Una generazione che ha dovuto patire tutte le possibili omissioni e quindi una generazione non fortunata. Le omissioni erano nelle scelte che il sistema politico sembrava proporre e in realtà imponeva; nella metodologia generale e generalizzata che distorceva le cose; non erano soltanto nell’ambito di un’autarchia culturale in atto; quindi subita e non persecutoria. Non è stata fortunata perché, nata agli albori del fascismo, quando però il fascismo era già un potere autentico, quindi violento; anzi, quando era già il potere; fu educata nell’ambito strettissimo di istituzioni che non lasciavano margine a nessuna fantasia critica, alla fantasia individuale (a meno che non preesistessero particolari situazioni familiari di antifascismo militante) mentre sollecitavano di continuo la fantasia retorica, proponendo il grandioso come “empito” delle idee. A questo proposito sono abbastanza esemplari le sei paginette di Pintor, rifiutate dalla rivista Primato e dedicate al convegno degli scrittori europei a Weimar: Lo scenario cambiò di colpo come nell’epilogo di un dramma barocco: il tono dimesso e democratico delle sedute in albergo cedette al più rigido stile totalitario e i signori che erano stati accanto a noi in comune abito grigio si coprirono a un tratto di aquile e di nastrini. La grande sala della Weimarhalle era pavesata di bandiere: il rosso e l’oro dei generali splendevano nelle prime file tra le giacche nere degli scrittori europei. Un’orchestra si era disposta immobile intorno all’arengario e lampi di magnesio diffondevano brividi dalle gallerie in alto. “Soldaten un Fahnen, hoch!” gridò il più elevato dei gerarchi presenti ed entrò Goebbels col suo passo strascicato e un seguito di personaggi in uniforme. Quindi la sala si ricompose lentamente mentre l’orchestra suonava musiche militari.

Il fascismo programmaticamente allevava questi polli perché fossero ruspanti e di conseguenza tranquilli; cercava di stimolare il loro consenso attraverso o servendosi di tutte le possibili manomissioni; quindi si proponeva il fine ultimo di educarli a questo consenso; o per questo consenso. Obiettivamente, d’altra parte, non percepivamo reazioni contrarie esplicite che potessero e sapessero scuoterci da questo progressivo invelenimento, ottuso ma da sembrare a un dato momento definitivo. A meno di non mitizzare, sempre in generale, come una reazione esplicita quel borbottio simile al ronfare di un cane vicino al fuoco, a cui ho fatto un cenno all’inizio. Questo fascismo immediato, continuo e “diretto” non è stato conosciuto fino in fondo se non da quelli che biologicamente l’hanno consumato o ricevuto in dotazione giorno per giorno; dentro alla pentola di tutte le reticenze, delle omissioni di cui ho parlato e senza che le contraddizioni venissero “esposte” e indicate in modo da essere recepite con una qualche approssimazione, ma almeno chiara e consumabile. Il giuggiolone a cui ho fatto un cenno non ha invece contato quanti siano stati gli inutili viaggi oltre frontiera, per varie strade, senza mai recepire dissensi espliciti, domande imbarazzanti o comunque stimoli diversi per reagire o per riflettere. Perché noi eravamo pischelli scipiti. Ma il Cattaneo a Lugano non c’era più; e non c’era più lì vicino la Tipografia di Capolago e su e giù per l’Europa trovavamo soltanto turisti contenti o plaudenti. L’Europa molle e abbastanza oscena si strisciava ansimando sulla pelle di questi ragazzi destinati al macello. A me pare che quel periodo sia stato fino ad ora raccontato con segni di realismo spicciolo, frettoloso e polemico, e credo che ci sia ancora molto da rileggere e da riflettere per approfondire la verità dei fatti.

La pedagogia che il fascismo inteso come esercizio repressivo di un potere (ufficialmente e genericamente acclamato) riservava a questa generazione di poveranime e di ometti dolcissimi in divisa che stavano crescendo, era scrupolosamente calcolata e affatto approssimativa; e di questa, omissioni, reticenze, parcellizzazione dei dati erano la base. In realtà si insegnava tutto di niente; o capovolgendo il lemma: era insegnato niente di tutto.

4. Angariati da questi vuoti che nessuno di noi riusciva a riempire, l’inquietudine “generica”, un poco opprimente e, alla fine, esclusivamente letteraria diventava il centro su cui si attestava l’estro dei migliori. Si finiva per incanalare ogni blocco contestativo, ogni sollevazione critica, verso il letto rassicurante della letteratura (si intende pure la letteratura come fiume o come amica – amante); tanto è vero che l’ermetismo come letteratura e non il fascismo come politica, o come istituzione, era oggetto del dibattito, cuore delle ire esplicite e dei ripetuti disdegni.

Questo è un dato da estrapolare toccando tali problemi. Così mi sembra che le storie recenti e nostrane, poco riguardose di questi dettagli che invece dovrebbero essere importanti, divaghino su aspetti e momenti più spettacolari e dissacranti ma spesso meno legati alla realtà; concludendo (nel momento di uno scisma atroce che stava accadendo e travolgeva l’Europa) a descrivere una generazione subito pronta, subito chiara, subito decisa, subito intraprendente al modo giusto e richiesto dai fatti, subito chiaroveggente, subito allestita a scegliere il campo e l’ora. È un decorativismo storicistico che la sinistra ha un poco contribuito a tinteggiare.

5. I giovani di Vidiciatico sono i giovani che nel ’42-’43 hanno diciotto anni; magari diciannove o venti ma non più o meno (Giaime Pintor, nato nel ’19 appare subito più maturo, più aperto, più preciso; e più all’erta). Sono studenti universitari al primo o al secondo anno, di poco pelo, di una borghesia piccola e discreta, soprattutto tranquilla; studenti che frequentano la facoltà di lettere, di legge, di economia – commercio. Forse c’è qualche ingegnere. Niente medicina.

Vidiciatico è sulla montagna bolognese verso Pistoia, oltre la Porretta; un luogo di villeggiatura appartato. Aria buona, un fiume che scorre, i boschi. A Vidiciatico, per circa un mese, all’estate, si passava il campo premilitare della milizia universitaria; lì andavano gli studenti che di diritto avevano ottenuto il rinvio di un anno alla chiamata alle armi. Era un campo come tanti ma alla buona, molto casa e chiesa; si bivaccava sotto tende in un declivio alberato, si facevano marce non debilitanti, si sparacchiava con alcune mitragliatrici e fucili modello 91 verso l’argine opposto di quel fiume; ma tutta la faccenda era tranquillamente inconcludente; direi anzi che era sconclusionata. La guerra sembrava ed era lontana. È lì che Pasolini si trovava nell’estate del ’42, mi pare; è lì che ci troveremo noi nell’estate del ’43, in quel giorno del 25 luglio. A ribadire il peso e il segno della nostra gracilità ideologica in quel momento ho questo ricordo, chiuso dentro a innocui dettagli.

Non sapevamo nulla di ciò che bolliva. Il fascismo era tutt’uno, per noi, con l’Italia che si toccava con la mano; ci era soltanto indifferente o fastidioso perché quel fascismo eravamo noi, o noi eravamo dentro di lui. L’inquietudine era soltanto una nostra inquietudine; la rabbia era una nostra rabbia esistenziale, perciò privata. A metà di quel giorno fu chiamata l’adunata mentre prima eravamo stati lasciati, in pace, a bighellonare vicino alle tende; così schierati in modo approssimativo arrivò il nanetto un poco iracondo e un poco paterno che ci comandava (era il seniore della milizia) seguito da alcuni di noi che portavano un tavolo, pile di camicie grigioverdi e una scatola con dentro le stellette dell’esercito. “Infilate queste, toglietevi quelle” disse il seniore indicando le nuove camicie e i nostri petti con la camicia nera; allora ci accorgemmo che lui era lindo e pinto nel nuovo travestimento da ufficiale di artiglieria. E anche noi fummo artiglieri. Così, mentre ci cambiavamo ridacchiando imparammo che il fascismo era caduto. Bejor, fra noi, che aveva un padre antifascista e allevatore di bachi da seta nonché a suo tempo molto amico di Dino Campana, si rallegrò con una convinzione sicura e ci passò un poco di allegria. Ma la nostra curiosità era se saremmo tornati subito a Bologna. Il giorno dopo ci imbarcammo sul trenino di montagna mentre la gente che ci vedeva passare applaudiva scambiandoci per soldati veri. Fu la prima vergogna “politica” della mia vita. Un semplice cambio di camicia, ridacchiando. Questa esemplificazione indica almeno un quadro vero (in quella circostanza), anche se sbiadito, dentro al quale le nostre vicende personali andavano frantumandosi. Noi non eravamo i protagonisti. Dopo, certamente, cominciammo a cercare di far quagliare le cose; ma con una fatica che non durò un giorno. Questa generazione di Vidiciatico si sparpaglierà ai quattro venti e non si ritroverà più. Ciascuno maturerà la sua storia che lo porterà a farsi pietra; o a farsi uomo; o alla morte.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: saggi critici
  • Testata: Pier Paolo Pasolini e il “Il Setaccio” (1942-1943), a cura di Mario Ricci
  • Editore: Cappelli
  • Anno di pubblicazione: 1977
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