L’ultimo eroe

Non è molto che l’ultimo eroe è passato anche da Bologna; non più di sette otto mesi fa. In un mattino di mezzo settembre, lo ricordo bene. Bisogna sapere che sono vecchio e mi stanco facilmente. Leggevo quindi il giornale seduto al riparo di un grande albero pieno di foglie, nel centro della città; proprio sotto le due torri, la Garisenda e l’Asinelli. Leggevo adagio, senza gli occhiali – per fortuna riesco a leggere ancora senza gli occhiali – e lì davanti avevo anche un bel prato pieno d’erba e sopra due calabroni indugiavano; quando ho sentito un galoppo, un vero galoppo da eroe, tanto che i due calabroni sono volati via sbattendo le ali. Neanche il tempo di alzare la testa, che mi è sfilata davanti l’ombra di un cavallo bianco, a collo teso e con gli occhi di ghiaccio. In groppa, un guerriero chiuso in una armatura che sbrilluccicava d’oro e d’argento, la lancia in pugno, piume sul cimiero e voce forte che urlava: “Adesso ti prendo, sei morto”. Che emozione! Era un gran bell’eroe; e perfino a me che in modestia stavo leggendo la cronaca di un delitto di paese, sotto un albero vicino a casa mia, all’ombra di due torri antiche, è venuta addosso la nostalgia di correre un’ultima avventura – fra prati e montagne, voci di venti, dietro il carro del sole. Ho messo in tasca il giornale mentre intorno mi giravano auto, bus, moto di ogni colore seminanti tiepidissimi fumi; e ho cominciato a considerare – a parte le mille obiezioni – che dopotutto è bello essere un eroe, perché all’eroe non si spezza mai la spada, non si rompe mai il manico (la spada non è una scopa), non si azzoppa mai il cavallo – anche se deve correre su e giù di gran carriera, senza un momento di requie, senza un lamento, e buttando fumo e fuoco dalle narici. Inoltre, il cavallone dell’eroe, benché abbia in groppa un armamentario di ferraglie d’ogni genere fra bulloni, borchie, stringhe, scudo, visiera, pennacchio, mazza ferrata eccetera, va famoso per la sua pazienza, non sacramenta mai, anzi vola leggero sui prati e sembra una farfalla. Addirittura, come in Ariosto, muovendosi nel cielo. Facevo poi pensieri più profondi, chiedendomi se gli eroi (uomini e cavalli) sono sopra gli altri uomini o dentro agli altri uomini. Un incubo costante o un sogno ricorrente. Da buttare dalla finestra o da non perdere e quindi inseguire perfino lungo i muri. Ma in fondo, alle domande non mi importava molto rispondere; perché l’hanno fatto o sono sul punto di farlo quelli che già sanno dicono pensano tutto, formulando bolle di parole. Potevo solo annotarmi, con la dovuta cautela, che in questi giorni fatti di nebbia polvere e cieli bassi come i culi degli italiani, altro non vediamo che fiumi di macchine a rappresentare la nostra attuale felicità; mentre i cavalli superstiti, coi peli ritti per la paura, rintanati in bicocche/stalle, si mescolalo al fieno per mimetizzarsi e non farsi scoprire. E allora? Allora quell’uomo a cavallo che insegue il suo futuro con dedizione, lungo i muri di una città, e non vuole mai uccidere anche se lo dice e semmai soccorre vecchiette e verginelle, ed è destinato a una morte giovane e generosa, in fondo non è altro che la semplice rappresentazione sul vetro di una nostra costanti aspirazione che cancelli la nostra vergogna. Quella, cioè, di renderci utili agli altri più di quanto possiamo, e con qualche risultato che duri. L’eroe veramente eroe ha la mano sull’elsa ma non sfodera mai la spada. E se mai è costretto al duello, mentre smaneggia parla ammonisce esorta; non sgarrando mai dalle regole. Soprattutto è portatore di grandi o forti emozioni, come quelle del dolore e della pietà… Il pianto di Achille su Patroclo… L’eroe dunque è un uomo che può fare questo, e sa fare questo, senza vergogna. Appoggiando lo scudo sulla sabbia, vicino alle onde del mare.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Testata: Agenda Smemoranda
  • Anno di pubblicazione: 1990
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