Vieni vieni Duemila e uno

A pensarci bene, che cos’è un anno? È una fetta di tempo. Una buccia d’arancia, uno spicco di mela (odi pera se vi conviene meglio), una fetta gelata di cocomero. E un secolo, cos’è? Una fetta più grande di torta ricciolina, da poter mangiare a morsi. Un anno dunque è breve, passa via presto; un secolo è un poco più lungo, ma non troppo. È fatto di cento anni. Si fa presto a contare e lui fa presto a passare. Con questo di buono, odi particolare, che quando è passato non ritorna. Si può solo ricordarlo e l’uno e l’altro conservarli ben ripiegati nella memoria.

Il ’99 mica mi piaceva tanto, devo confessarlo, e neanche l’intero secolo scorso dal principio alla fine. Un secolo maledetto di guerre e guerre, che avevano seminato al posto dei fiori mine e mine in tutto il mondo, sicché i bambini non potevano correre sui prati, lungo i fiumi, per la paura di saltare in aria. Un pericolo subdolo e vile. E nelle città non potevano respirare l’aria sempre nera di fumo. Tanto che anch’io dicevo: appena arriva il Duemila ci salto dentro e via che vado, come su un battello a vapore sul grande fiume Danubio pieno di pesci. Avevo preparato la valigia e mi sentivo leggero, intenzionato a far mille cose nei riguardi di questo tempo nuovo e giovane in arrivo.

E poi. Poi quando è arrivato io, preso da un orgasmo di paura, me la sono data a gambe. Mi hanno riacchiappato dicendo: ehi, devi restare qua con gli altri, magari a fare un po’ di festa, perché non puoi scappare via dal tempo, e questo è il tuo tempo. Vedrai che bellezza. Mi sembrava vero, fra suoni canti e un gran vociare di giovani esaltati… Era una porta aperta sul vuoto, con un risucchio come di un treno che passa veloce e apre l’aria sotto un nuovo cielo. Tutti battevano le mani e sembravano felici. Il Duemila. Davanti, mille anni nuovi tutti da vedere e da godere, o anche un secolo nuovo da correrci sopra a piedi nudi.

Ma ecco, non era passato neanche un minuto, che tutto è tornato come prima, al vecchio modo, come un uccello accovacciato sul ramo di sempre. Le mine esplodevano, le guerre correvano, i fumi nell’aria facevano il bagno e le auto ferme nelle strade ansimavano come leoni in attesa. Era questo il nuovo o questo era, semplicemente, ancora il vecchio? Ero io che non intendevo il nuovo linguaggio? Cos’era cominciato? Cos’era finito? Cos’era cambiato?

Passa un giorno, e televisione e giornali cominciano a dire che forse il calcolo era sbagliato, che il Duemila non era che l’ultimo anno del vecchio secolo e non il nuovo del secolo nuovo. Tutto deve cominciare sul serio fra dodici mesi. Adesso siamo ancora antichi. E voi, bischeracci, smettete di fare gazzarra e andate a dormire. Spegnete le luci. Questo dicevano.

Così ho fatto due passi indietro, ho chiuso la porta di casa, mi sono messo in poltrona con un libro in mano. Leggere fa bene e ho tempo fino a dicembre. Non mi preoccupo più, perché mi sono accorto che il tempo si accorcia e si allunga come un elastico, secondo come noi lo tiriamo e usiamo. Il tempo sembra trascinarci e non è vero; siamo noi che possiamo imbrigliarlo e guidarlo come si guida un ciuccio, se cominciamo fin da giovani a non sciuparlo, dimenticarlo, buttarlo via come un foglio o come una matita che scivola sotto il tavolo.

Lo aspetto questo Duemila e uno, per vedere se davvero sarà un tempo di giochi e d’amore.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Testata: Agenda Smemoranda
  • Anno di pubblicazione: 2001
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