Soliloquio per Elena. Novella di Roberto Colombo

Il testo è stato pubblicato con lo pseudonimo di Roberto Colombo.

(Colombo era il cognome della madre di Roberto Roversi).

 

Oh, passa e va, passa e va! Così per sempre. Ore e ore, quando vi sia il sole. La calura dell’estate in campagna… Ah, ecco, un ricordo. Il cane bianco che alla notte andava a caccia di lepri sotto la luna. Si vedevano le ombre sui prati – ombre ritte e silenziose, in ascolto, e l’erba era come un fiume d’argento. Sembravano angeli in attesa, angeli piccoli, senza forma, labili.

Oh, passa e va, per sempre, il fumo, quando ghiotto e in silenzio entra nella scia del sole. È così fresca la stanza e immobile! Tutti gli oggetti riposano e attendono: solo rimane il raggio luminoso e il fumo che passa e va e gira e prende strane forme: circolari, quadrati, arabeschi sottili. È divertente guardare, osservare e assopirsi.

E reclinava la testa nel sonno. Chiudeva gli occhi. Un cerchio rosso che lentamente si disfaceva, allargandosi, poi si ricomponeva ed era verde, ora, con un contorno violetto. Bello, ma bisognava stringer troppo gli occhi per mantenere quell’immagine, e li riaperse: sfinito e felice.

Lungo lo stradone immaginava il sole picchiare violentemente tra i sassi, le siepi e gli alberi, senza pietà, e nel cielo quel vuoto vasto che lo sgomentava. Era un dolore camminare: ma per alcuni era un dovere. E ripensò allora come il giro dei suoi pensieri fosse inutile e sciocco: un mormorio vuoto, nel seccume del cervello. Si sentiva bruciare: provò a gridare ma non aveva voce. Allora sorrise e lentamente gli ritornò la calma: si ricompose. Come una ragazza che si alzi da un prato e dolcemente scrolli il vestito. Un bianco vestito, un dolcissimo visetto, sulla malizia verde del prato.

Così era Elena: e il ricordo gli diede un senso fresco di speranza. Come se ricominciasse a vivere. Si rimetteva in sesto: poiché quel nome lo riportava non al tempo passato, ma era vita sua, d’oggi: e, lo sentiva, di sempre. Per tutti gli anni che gli rimanevano da vivere: per quelli ancora non sarebbe morto. Tutto taceva, in quel momento: un uomo, adagio, saliva le scale. Ah, no! ecco l’orologio, lento, con colpi cupi, uno, due. Fuori il sole, il gran sole, eterno.

Pensava ad Elena. La lasciava alla mattina, verso mezzogiorno, ed essa se ne partiva per quella stradetta che lui ricordava così bene: tre case bianche, una con le imposte verdi, le altre rosse. Sempre chiuse. Una via piena di cani e di pietre: non gli piaceva, a volte l’odiava, ma lì abitava Elena e ogni mattina si incontravano quando le donne andavano al mercato con le ceste o le borse, donne vestite di nero o di scuro, volti stanchi o solo annoiati. Gli uomini comperavano il giornale, prima di andare al lavoro: così da anni, da secoli, senza più speranza o desiderio. Lui aspettava sotto il portico, all’ombra, e lei veniva, tanto bionda e quieta, diversa, con quel volto che anche di lontano si intravvedeva nuovo, suo. Ripensava a questi incontri. Ogni giorno, da mesi: quanti? provò a contare. Ah certo! Cinque. Un mucchio di ore, non sciupate e nemmeno gettate, ma con un loro significato, profondo, necessario.

Ebbe desiderio di alzarsi, ma si lasciò subito ricadere: le molle del divano diedero un suono lento e basso, come se soffrissero. Provò a toccarsi le ossa: era magro.

Con Elena se ne andava su di un prato: molta terra e poca erba: erba ancora bagnata nelle primissime ore del mattino: si sdraiavano e leggevano. Di Giotto o Masaccio, la cappella Brancacci, l’altra degli Scrovegni, o la favola incantevole della vita dell’Angelico. San Francesco che predica agli uccelli: un cielo violentemente azzurro e le bestiole annegate tra i diversi colori della terra e del cielo. Lui cercava di spiegare il dipinto come sapeva: diceva ciò che vedeva in un modo calmo e compiuto. Elena reclinava il capo sulla sua spalla e guardava i colori: assentiva o accarezzava il foglio come se volesse provare il senso dolce di prendere tra le mani un  po’ di cielo o di terra. Se si muoveva, i capelli dondolavano adagio sulle spalle, sul tenero collo. All’intorno tutto era così bello che non poteva esserci male, sulla terra, in quel momento. Se lei si voltava, lentamente lui sfiorava con un bacio leggero la guancia, morbida come una foglia, ed era tutto.

Oppure si stendevano al sole. Lei chiudeva gli occhi e parlava: pareva che le parole le uscissero dall’anima, poiché non muoveva le labbra. Se volgeva un po’ la testa lui poteva vedere il suo corpo dolcemente accasciato, con le forme tenere e leggerissime, senza provocazione, come una buona cosa sbocciata e castissima. Tutt’al più le prendeva una mano e rimanevano fermi, col viso al sole, come due fanciulli presso la riva del mare. Il sole camminava nel cielo e il sangue correva nelle vene come negli animali giovani. Lui la paragonava ad una agnella. La sua pelle era soffice come la lana.

Parlava di sua madre, della sorella lontana che un tempo la pettinava, sotto il sole, mentre lei si assopiva. Se si avvicinava un poco, lei si voltava e lo guardava sorridendo. Vedeva allora il suo profilo, puro e delicato come quello della campagna, verso sera.

Ricordava e gli pareva di sognare. L’orologio suonava di nuovo: uno, due, tre, quattro: oh, anche il raggio si era allontanato e affievolito: sembrava che tutto fosse più diffuso. Gli oggetti della stanza si erano rischiarati e parevano svegli: alzò un poco il capo e guardò un’acquaforte alla parete, e nella strada che scendeva, incisa tra dolcissimi campi, gli parve che un uomo si muovesse. Era una mosca.

Una gamba gli doleva, era stato troppo sdraiato. Un pomeriggio sciupato, e gli sembrava che la sua coscienza lo rimproverasse. E invece anche lui così d’un tratto, si trovò desto e fresco. Una voce chiamava, una bambina nel giardino inseguiva un’anitra, l’anitra starnazzava aprendo le ali bianche come quelle degli angeli: egli si immaginava questo, poiché così accadeva a lui, quand’era ragazzo. Si alzò, e nel metter i piedi a terra sentì un benessere violento scivolargli per tutto il corpo. Lontano, un uomo picchiava contro un muro. Fece alcuni passi, adagio, come un bambino e si sentì contento. Allora spalancò le finestre e guardò la campagna, il cielo, e la strada: e tutto, in quell’ora, era bello e necessario. Ogni cosa al suo posto, come sempre, senza affanno. Contento anche della sua miseria. Respirò lentamente e si sentì vivere così gioiosamente che avrebbe voluto cantare. Era, se non benessere, una pacifica indolenza con un fondo di malinconia dolce, come estenuata, ma senza rimpianti: quando il corpo, com’è naturale, non conta che per il bene che ci dona.

Cadono le foglie e indugiano nell’aria, sottilmente, con una grazia assorta: e il corpo è leggero così. Sono momenti mistici, e il peso è un non senso, le forme sfuggono, tutto è bianco, senza colore: o meglio, grigio. Cenere e polvere. La cenere della buona legna secca nei camini freschi, larghi, come bocche spalancate di qualche gnomo o fantasma conosciuto…

Ah, certo, ecco. Il cane bianco che rincorreva le lepri, sotto la luna, era morto: un pomeriggio fu trovato accanto ad una siepe, dopo parecchi giorni che era scomparso. Ed Elena? Oh quella che per lui è terra e cielo e ogni cosa bella e buona – ebbene Elena la trovò la mattina dopo.

 

 

 

Rinascita della Domenica, anno I, n. 14, 21 aprile 1946.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Testata: Rinascita della Domenica
  • Anno di pubblicazione: anno I, n. 14, 21 aprile 1946
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