Dall’armadietto dei piccoli monologhi per voce maschile recitante

C’è il diavolo?

 

Ma si può essere così matti?… Se c’è il diavolo? questo m’ha chiesto mia moglie stamattina, che c’era appena il sole… Mo dimmi sù, sai se il diavolo c’è davvero? mi ha chiesto. Eravamo ancora a letto datosi che l’ora era antelucana e l’alba sembrava lontana e io ci avrei fatto sopra ancora una bella dormitina… perché non sono poi tanto giovane adesso e dormire un poco mi piacerebbe dopo che ho fatto la guerra e la guerra non faceva dormire. Così mia moglie mi chiede del diavolo e io non capivo la sua domanda. Ripetere, le ho detto, io mica capisco a quest’ora del giorno. A quest’ora della notte, ha risposto lei. E io: Signora, se è notte ebbene notte sia e allora parliamo di questo diavolo mentre è ancora notte. Wiligelmo, ha detto mia moglie, mi sono sognata il diavolo adesso e ti chiedo se è un sogno vero o fasullo, se devo ridere o piangere. Ma va là, ho risposto, dormi mia bella dormi e lascia che il diavolo vada in campagna… Non è una cosa vera, non è una cosa seria questo diavolo che entra nel sogno delle spose nottetempo… Che sia un diavolo guardone? Fai sempre lo scemo, ha detto mia moglie… la mia signora si chiama Gisa ma il suo nome vero sarebbe Adalgisa, però datosi che è troppo lungo così in casa la mia signora la chiamiamo Gisa ma fuori la chiamano signora Adalgisa, perché fuori casa il nome deve essere detto tutto intero per rispetto… così la mia signora mi dice che faccio lo scemo, che quando lei parla io mi diverto a sfotterla, che era meglio se sposava Matteo che adesso ha fatto fortuna e che alla domenica la portava a mangiare gli agnolotti nell’osteria lungo il Savena che non c’è più ma lui era un signore e tu cioè io sei uno che ti dimentichi sempre anche l’anniversario del nostro matrimonio e la prima notte di nozze hai pisciato nel vaso senza neanche un po’ di sentimento… La mia signora comincia a piangere e dice fra i singulti cosa si vive se si vive senza cuore, il cuore è tutto e tu più che mangiare bere e fare quella cosa non pensi ad altro e io sono molto infelice ed è perciò che sogno i diavoli… Questa notte sono stata con un diavolo e tu mi devi dire una volta per tutte… devi darmi almeno una volta una risposta interessante e con un po’ di intelligenza… devi dirmi insomma se il diavolo c’è o non c’è, se bisogna crederci almeno un poco a questo diavolo… Al diavolo non ci credo no, io non ci credo… nessuno ci crede al diavolo… Ma mia moglie mi dice che il papa polacco al diavolo ci crede… Al diavolo con la coda, le chiedo?… Certo, al diavolo con la coda… Se lo dice il papa… la cosa mi preoccupa… un papa non può scherzare col diavolo… Lui sa le cose del cielo e della terra e un diavolo è una cosa della terra profonda e non si spreca in dettagli… un diavolo se c’è fa cose grosse…

Così rispondo a mia moglie: Gisa, guarda l’alba verde come copre il cielo… sembra fieno di paglia… ma bada che se il diavolo c’è deve fare cose grosse… Faceva cose grosse questo tuo diavolo nel sogno?… Mia moglie con la testa fa sì e comincia di nuovo a frignare… La coperta andava su e giù sollevata dal petto che ha due tette mica male devo dirlo, perché per dire le cose come sono mia moglie ha due mondi che sembrano la testa di due neonati… Così friggeva e piangeva, la mia signora… Cosa faceva, le chiedo? e intanto accendo una sigaretta perché mi sentivo di fumare e l’ebbrezza del sonno era tutta scomparsa… Doveva pur fare qualcosa sto’ diavolo, se ti viene da piangere, le dico… Lei risponde; faceva cose che mi vergogno a dichiarare e che faceva il sonno tutto vergognoso… Di che vergogna parli, Gisa bella? le chiedo io… Parlo di questa unica vergogna del diavolo che non faceva cose belle in sto’ mio sogno… Ti vergogni per questo? le chiedo. Per le cose del diavolo? chiede lei. Sì, rispondo. E lei: non mi vergogno per le cose del diavolo, ma per il senso di vergogna che queste cose facevano… Non capisco, dico… Fa’ conto, risponde lei e si alza a sedere sul letto, di vedere non un albero grande ma l’ombra grande dell’albero. L’albero rinfresca e la sua ombra grande ti porta lontano e ti mette paura… Quando la mia signora parla difficile è segno che bisogna stare attenti a che aria tira… È capace che ti frega e ti fa passare per scemo… A me, poi, gode a incastrarmi… perché così fa il confronto con Amadeo… no, con Matteo, che è quello che la portava a mangiare i tortelli sul fiume nel momento della gioventù… Così le rispondo duro duro: Non rompere col tuo diavolo. È già mattina e il diavolo se ne è ito. Ne parleremo se vuoi la prossima notte… La prossima notte, se il diavolo si ripresenta, dice lei, io mi faccio la pipì nel letto per la paura… Ma se il diavolo non c’è, di che cosa avrai mai paura… Sai nel letto, ci sono io vicino… Oh, in quanto a te, dice lei, è come se il diavolo fosse solo a tormentarmi, perché te la russi che sembri un bue quando fa molto caldo… Ma il fatto è, insisto io, che il diavolo non c’è e se non c’è il diavolo neanche c’è ragione per la sua paura… Ma chi ti ha detto che il diavolo non c’è, replica lei… O almeno che non c’è questo diavolo mio che mi entra nel sonno con tutte le corna e col suo ghigno?… Lo dicono i dotti, lo dicono i sapienti, azzardo io: lo dice anche il giornale che il diavolo è stato per sempre sconfitto e se ne è andato lontano dagli uomini dentro all’ombelico della terra… Ma là in fondo cosa ci sta a fare? chiede mia moglie. Là in fondo, tutto solo, fischia e mette i marroni arrosto… Non ci credo, dice lei, tu mi pigli in giro e adesso sono sicura che il diavolo c’è proprio, che salta fuori alla notte e si butta dentro al mio sogno… Io alla notte non voglio più sognare, anzi non voglio più dormire perché se no ci entra il diavolo e dentro al sogno fa cose vergognose… Ma quali cose vergognose? chiedo io… Le cose vergognose non si dicono e neanche si vedono, sicché quando il diavolo nel sonno me le fa io chiudo gli occhi, lei risponde.

Chiedo a voi cosa devo fare… Ma voglio un consiglio svelto e preciso prima di notte… perché ho già impressione all’idea di andare a letto stasera con una matta che si sogna il diavolo e vede il diavolo e ha paura del diavolo… Ma almeno, sul serio: il diavolo c’è davvero o non c’è? bisogna essere sicuri? tranquilli? Parlate, ditemi qualcosa, accidenti a lui… accidenti a voi… È un bel mistero.

 

Il futuro

 

Vi voglio parlare del futuro non come di un uovo sodo ma come di un uovo di pasqua… Capisco che la frase sembra involuta e ve la chiarisco subito… Perché è scritto anche in un libro. Chi ha le idee chiare chiarisce le frasi scure in quattro e quattr’otto… E poi anche in casa moglie e figli, e anche gli amici, dicono che dico cose profonde e oscure che nessuno capisce mentre potrei anzi dovrei dire cose meno profonde ma chiare che tutti possano capire… Ma le cose profonde, dico io, sono profonde appunto perché pochi possano intendere datosi che se tutti potessero intendere allora vorrebbe dire che le cose oscure sono così poco profonde da non essere più oscure e tutti potrebbero alzare le spalle dicendo: ma cosa ci fa perdere tempo questo con cose tanto chiare che non riescono nemmeno a essere oscure, figuriamoci poi profonde!

…Ma ripiglio il mio discorso dal principio, all’esempio dell’uovo sodo e dell’uovo di pasqua riferito al futuro… cioè al nostro futuro… e parto con questa premessa che poi non è una premessa ma è una domanda… si intende una domanda così detta retorica, che io faccio a me stesso per le ragioni di svolgere il discorso e tale domanda è la seguente: ma il futuro cos’è?… Anzi, meglio: cos’è il futuro? e la domanda è disposta per parlare del futuro in generale prima di scendere nel particolare di questo futuro… Prima di tutto occorre precisare bene che il futuro è il futuro e che non c’è nessun futuro che non sia futuro… Così che la prima considerazione da accantonare come un dato reale è che non c’è nessun futuro che sia passato… oppure, se si dà un futuro che sia passato questo è un passato e non più un futuro… Così resta la certezza che il futuro è tutto un futuro intero e che niente può entrarci dentro a sfrugugliarlo… Allora la domanda conseguente è questa: se il futuro è il futuro e non il passato, questo futuro com’è? questo futuro cos’è?… Vi apparirà chiaro a tutti voi che ascoltate che la domanda, come diciamo, è piena di arzigogoli e fregature… Bisogna risponderci dentro molto precisi e colpirla al cuore, se no si fa la figura dell’asino… Allora rispondo che il futuro è la cosa che non si è ancora risolta… cioè, per un esempio, il futuro è l’uovo di gallina fresco che deve diventare sodo ma ancora sodo non è.

Qualcuno potrebbe replicare anzi chiedermi oppure domandarmi ma che cosa è questa menata dell’uovo di pasqua che lei ha messo come enunciazione del suo dire iniziale?… cosa c’entra, mi scusi, l’uovo sodo e l’uovo di cioccolata col futuro? siamo a teatro?… e poi il futuro è una cosa seria, si preannuncia assai tremendo e noi non possiamo star qui in piazza a scherzarci addosso… Non siamo bambini ma uomini posati e col futuro abbiamo uno scontro diretto… Mi scusi, qualcuno potrebbe ancora continuare, ma lei è una persona molto poco seria e anche se siamo dentro a un divertimento di monologo ci sono cose da non toccare e allora la saluto e me ne vado… La lascio lì col suo futuro sodo o dolce… Ma guarda un po’ che gente…

E va beh! replico, pazienza. Avete ragione tutti… Vi amo tutti. Vi benedico. Vi bacio in bocca come fanno i russi. O sull’orecchio, come fanno i francesi che sono più peccaminosi. O sul naso, come gli esquimesi che hanno soltanto freddo. Ma lasciatemi un po’ continuare… È mai possibile che in questo paese non si riesca a concludere un discorso perché ti interrompono con mille pernacchi?… Lasciatemi finire, sacchi di merda, e poi decidete in merito, se vi sembra che non dica cose intelligenti o cose nuove.

Beh! perché lei grida?… Venga pure avanti, parli, parli, non è impedito da nessuno… Cosa? parli più adagio. Ma che dialetto parla, lei? È romagnolo? non la capisco… Ah, è bolognese, viene da lontano. Bene, parli adagio, misuri le parole, vediamo se riusciamo a capirci. Sono semplicemente un coglione?… A Bologna il futuro è già tutto pinto e dipinto e noi stiamo perdendo tempo dietro a falsi programmi?… Ma cosa vuol sapere, si tolga dai piedi, vada a vangare… I bolognesi! Da dove vengono? Son gente di città o di pianura, mangiano carne o pesce? Boh! Il futuro?… Quasi gli mollo un cazzotto a sto’ bolognese… Cerca rogne? A chi vuole insegnare? E poi in un giorno di festa, dove tutti se ne stanno tranquilli dentro a grandi discorsi sulla vita e sul futuro… Perché queste cose sono serie e noi non regaliamo vento… Se qua si fa qualcosa questo qualcosa è subito preciso concreto difficile. Dunque lei non rompa e mi lasci continuare… Il futuro, dicevo, il futuro. Che cosa è il futuro? Non ricordo se ero io che lo dovevo spiegare a voi o se io vi proponevo una domanda a cui voi dovete rispondere… Ecco, io risponderei che il futuro e l’ombra dell’albero grande… no, l’ho già detto… che il futuro, ah, sì, questo era la cima del mio discorso… che il futuro non è dolce e fragile come un uovo di pasqua ma è necessario e duro, anzi meglio, è compatto come un uovo sodo, vale a dire come un uovo cotto lungamente sulla fiamma. Vale a dire che il futuro è qualcosa che si deve lentamente preparare ma che si deve anche attendere con attenzione e parsimonia nell’ordine dei minuti che scorrono via.

Così a questo punto io non so più cosa dire in proposito di questo futuro se non che dato e concluso che è un uovo sodo, detto futuro non va poi mangiato col sale e bevuto col vino. Ma va conservato con grande cura e con premura osservato… Può anche darsi che dentro a questo futuro ci stiamo anche noi… oppure che il futuro lo guardiamo di lontano… mentre gli altri lo navigano come pesci rossi… E forse sarebbe la cosa migliore di guardare svolgersi il futuro sotto i nostri occhi come una corsa all’autodromo o alla televisione… goderla senza parteciparvi, senza correre i rischi… guardare il futuro che arriva e noi seduti in poltrona, i piedi su una sedia, la boccia fresca del vino accanto, e anche il bicchiere, poi guardare guardare guardare la fatica degli altri dentro alla nostra noia annoiata. O alla nostra noia tranquilla come quella delle mosche… Decidete un po’ voi cosa è il meglio… io ormai mi sono impelagato, non ci capisco più niente… Sì, forse ha ragione quel signore che grida: è senz’altro meglio il passato… Ma non è vero, non ci credo non ci credo non ci credo, che tutto il passato sia meglio di tutto il futuro. Quel buco nero che ancora deve riempirsi mi dà un brivido che è una meraviglia. Un brivido che è voglia, non è paura… Un brivido caldo… caldo… Buonasera.

 

Sulla pensione di invalidità e vecchiaia (INPS) ai poeti

 

Io non sono certo uno che vuol togliere il pane dalla bocca alla gente. Tantomeno a questi poeti, che neanche li conosco. Perché non sono cattivo. Soltanto cerco di stare al sodo, ecco tutto; e di badare alle cose mie, se è possibile. Ma questa mattina ho letto sul giornale che la Camera dei Deputati ieri ha votato una legge che concede ai poeti, uno per uno, e purché abbiano la qualifica di poeti, una pensione di invalidità e vecchiaia di tre milioni al mese, esentasse. Avete capito bene: tre milioni e niente tasse. Ogni ventisette del mese. E due stipendi a natale.

Beh! dico, a parte che in questo momento… eh, lo sappiamo, ma poi, sì, è vero, in ogni momento… una pensione di questo peso mi sembra eccessiva… insomma, mi sembra fuori luogo… una cosa che ti fa incazzare, che poi ci vengono a dire che bisogna limare di qua e di là e che la classe lavoratrice deve stringere i calzoni e non stare a regnare tanto e poi loro… Ma lasciamo perdere… Perché, badate, dire con la voce tre milioni è dire niente… tre milioni… è niente. Con la voce. Ma se pensate a quanti poeti ci sono in Italia, a quante persone ha la categoria dei poeti, allora si suda freddo e comincia a girare la lesta… Son più di due milioni questi poeti… Anzi, per dire meglio, insomma più esatto, sono due milioni e diciassette, come scrive il giornale… Provate a moltiplicare due milioni e diciassette per tre milioni e sentirete il botto che ogni mese vien fuori… Avete fatto il conto?… Cosa? Eh, è proprio la somma giusta… Ma poi, tanto per dire, e dato che la pensione è da re, facciamo una domanda: come sono reclutati e schedati e rubricali questi poeti? Chi è che stabilisce tu sei poeta, anche tu sei poeta, tu no, sei un bischero passa via e va a lavorare? Chi è che lo dice?… Ho chiesto in giro, mi sono documentato sul problema… mi hanno dato anche uno stampato… Ma non son venuto qua per dar aria alla bocca. Ho le cifre. Aspettate, cavo il foglietto dalla tasca… Dove l’ho messo? Qua no… qua no… sta’ a vedere che mi è scappato fuori quando ho preso il fazzoletto per… Sta’ buono, è qua, per fortuna… Ecco. Sono i professori dell’università quelli che decidono e questo almeno mi sembra giusto. Se non le sanno loro, queste cose!… Professori dell’università di Torino, Padova, Ferrara, Camerino e Messina… Invece non mi sembra giusto… non mi sembra molto giusto il modo di dare il giudizio… perché loro decidono solo sulle cose stampate. Fogli scritti a mano o robaccia ciclostilata, niente… E invece chi queste poesie non le vuole stampare? Chi le dice solo a voce? o le canta con la chitarra o le zufola? Questi, come stanno le cose adesso, restano fuori dalle scatole, i tre milioni li cuccano gli altri… Perché gli altri, basta che non siano cani soltanto capaci di abbaiare, qualche giudizio di questo e di quello se lo pigliano e allora entrano a testa bassa nella lista… E quando uno ha il tesserino e il benestare per il bonifico mensile, può cavarsi le scarpe, mettersi in pantofole davanti alla tivù e aspettare l’inverno… Tre milioni! La vecchiaia è assicurata… può tirare un sospiro di sollievo… accarezzare i nipotini… Però, a pensarci bene, tre milioni sono troppi… Una esagerazione… Forse che Andreotti è un poeta?… Un poeta, oltre che pittore, e Fanfani?… Un milione al mese bastava… Con un milione al mese si vive… e si potevano accontentare tante più persone… magari dando un milione al mese anche ai giovinastri che ciclostilano… Ma non c’è più niente da fare, la legge è passata, hanno già rilasciato 77442 tessere definitive… Il primo a ricever tessera, attestato e contante è stato il signor… pardon, l’artista Adelmo Buonafonte Silvestris, che abita a Scardonecchia in provincia di Avellino… Non lo conosco ma lo ripeto, io non sono intendente dei giornali di poesia… sarà magari bravo ma non lo conosco… Lui intanto è già passato alla cassa… Cosa farete d’ora in avanti? gli hanno chiesto. Vivrò di rendita, ha risposto e intanto mostrava la copertina del suo libro intitolato “Come può pensare uno che basti chiamare”… Non mi pare giusto… A voi pare giusto?… Due milioni e diciassette poeti… è la città di Milano compreso Sesto San Giovanni e la Bovisa… O è la città di Roma, se togli via il Vaticano ma con Fiumicino nel conto… Come se Roma e Milano scrivessero scrivessero scrivessero… cantassero dalla mattina alla sera… Un mare di parole dietro i muri pronte a scattar fuori appena una finestra si apre. Come l’acqua del fiume. Un’alluvione. Un terremoto. Un maremoto. Una slavina. La fine del mondo. Parole e carta, carta e parole… via le case, gli alberi, le pietre, perché su tutto cadono le parole… Come se la città intera fosse sepolta dalle foglie. Un cumulo… Parole e carta… (si allontana)… parole che salgono, parole che scendono… la carta come la schiuma delle lavapiatti quando si rovescia nel mare… e intanto questi signori ricevono tre milioni al mese… Ma torno a chiedermi, chi sono i poeti? Come sono fatti?… Sono belli?… E gli uomini, non hanno bisogno di chiedere?… Mica li conosco, i poeti… No, sì, una volta ne ho visto uno che veniva dai viali… Camminava come un pollo… Ha attraversato col verde… Tre milioni al mese… Per parlare con le rime… Amore, cuore, figlio, sbadiglio… Bah!

 

Temporali. Trimestrale di narrazioni, n. 2, dicembre 1989.

           

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: racconti
  • Testata: Temporali. Trimestrale di narrazioni
  • Editore: Editoriale Mongolfiera
  • Anno di pubblicazione: n. 2, dicembre 1989
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