Bucce d’arancia e ossa di bue

Bucce d’arancia e ossa di bue

(il sacchetto di città e il sacchetto di campagna)

 

Prima bozza di scaletta operativa

a cura di Roberto Roversi

 

Periodi temporali dello spettacolo:

 

1. prima che la città si svegli del tutto; quando gli impiegati più zelanti si avviano al lavoro;

2. l’esplosione del giorno e il movimento pieno delle auto, delle persone, delle cose;

3. il calare del giorno di lavoro, verso le ore 17; il fitto della gente, gli atti e il tempo del ritorno; i ritmi diversificati proprio nel muoversi o indugiare ecc.

 

***

 

I titoli di testa li manderei al seguito di questa sequenza:

 

1. Una coppia (anziana o giovane, non importa) dormente in un letto a due piazze si sveglia all’improvviso, accende la luce, mettendosi a sedere e ascoltando il rumore assordante di un mezzo dell’AMIU che, sotto casa, svuota una fila di cassonetti; in una zona molto centrale della città.

È determinante recepire e gestire bene questo frastuono, che poi adagio si affloscia, allontanandosi poco per volta fino a scomparire.

 

***

 

1. Voce di un giornale radio mentre vediamo una cucina illuminata.

Cucina con confort da ambiente medio borghese.

Luce da una lampada centrale.

Una mano maschile rimuove dal tavolo una caffettiera e una tazzina già usata.

Un cucchiaino cade per terra.

La mano lo raccoglie.

Poi la mano apre un sacchetto nuovo porta-rifiuti, di colore nero. Quindi vediamo in un dettaglio ravvicinato, la mano scolare un piatto, nel sacchetto, due bucce d’arancio e parte di un’arancia un po’ guasta; poi, via via, presi da altra parte, un barattolo vuoto di pomidori pelati; un paio di calze da donna; una penna bic ormai esaurita e senza il cappuccio; due vuoti plastificati di acqua minerale; alcuni vasetti di yogurt ormai scaduti; una edizione tascabile dei “Racconti di Dublino” di Joyce, spaccata a metà con violenza, con una dedica ben visibile sull’antiporta: “A Carla, per sempre. Livio”.

Compiuta l’operazione la mano raccoglie il filo plastificato collegato al sacchetto, lo strappa e con questo annoda la cima.

 

 

2. Vediamo il sacchetto nero, sempre stretto dalla stessa mano, uscire dal portone di un condominio del centro, attraversare un braccio di strada e arrivare a un gruppo di cassonetti collocati di fronte.

Alcuni sono traboccanti, altri di difficile apertura. Dopo alcuni tentativi, la mano lo depone, quasi fosse un trofeo, in cima all’ultimo cassonetto.

 

La stessa mano riattraversa la strada, apre lo sportello di una macchina parcheggiata; sale; mette in moto, abbassa il vetro del finestrino; rovescia fuori il portacenere; accende una sigaretta dopo aver strizzato il pacchetto ormai vuoto, che viene scagliato per terra.

 

Mentre l’auto fa manovra per allontanarsi, una donnetta di bassa statura arriva davanti ai cassonetti, cava da un borsone due bottiglie vuote e si sforza di depositarle dentro; ma non ci arriva, non riesce. Allora le butta sopra, quasi con rabbia. Al tonfo corrisponde una debraiata dell’auto che scompare.

 

 

3. Cucinotto di abitazione popolare, in casette a schiera di una qualche periferia lontana, possibilmente collinare.

Primo mattino ancora mezzo scuro; diciamo le ore 6.

Anche qui è in atto un’operazione corrispondente al riempimento – sempre da una mano ruvida e maschile – di un sacchetto di rusco (questa volta non nero ma bianco, e con una vistosa sigla pubblicitaria stampigliata sopra).

Musica da radio accesa.

Vediamo la mano che inzeppa i rifiuti, rovesciandoli da due piatti e un tegame, con una lentezza da dettaglio: scarti di verdure, bucce di patate, torsoli di mele, un osso di bue, una bottiglia di vino plastificata, uno scopino consunto, due fascicoli di riviste (una di queste è “La settimana enigmistica”).

 

La mano – che oltre il sacchetto regge anche un ombrello sbrindellato – esce di casa, sale in auto, si avvia, entra nella strada provinciale.

Poco dopo, sulla destra, vediamo un cassonetto zeppo accanto a un cumulo di pietre e a un vecchio scaldabagno bianco.

L’auto rallenta, quasi si ferma, e la mano getta nel mucchio il sacchetto e l’ombrello.

 

Intanto, quasi a filo dall’altra parte della strada, passa un treno di pendolari. Si vedono molte facce intente a parlare, alcune a leggere, alcune a dormire.

 

L’auto adesso è superata da una corriera piena di giovani, che si allontana veloce.

 

 

L’ora è quella di un cielo incerto e di una luce ancora grigia.

 

 

4. In una strada centrale della città (Via Zamboni, all’altezza della chiesa di Santa Rita) uno spazzino ripulisce con la scopa sotto il portico, di fronte alla chiesa.

È mattino presto, ma già con luce.

Sta per spazzare sopra un cartone che ricopre un uomo che dorme. Questo s’alza in piedi. È un africano.

 

 

5. Poco dopo si vede un foglio cadere da una finestra, adagio.

 

 

6. Dall’altra parte della strada passa la macchina che aspira e bagna lungo i marciapiedi.

Da una delle nicchie della chiesa, in cui dormiva coperto da un panno, s’alza risvegliato dal rumore, un uomo bianco.

Ma è l’africano di prima, con una leggera maschera.

 

 

7. La macchina ispiratrice e lavatrice procede ma, più avanti, deve continuamente spostarsi e interrompersi a causa delle molte auto parcheggiate.

 

Si vedono altre persone che dormono, qua e là, per terra; variamente ricoperte da panni o da cartoni o da giornali.

 

 

8. Passiamo carrellando sotto il portico di via de’ Chiari. Nel suo abbandono silenzioso, e pure con le tracce degli anni, appare pulito da una mano misteriosa. Dal principio alla fine.

 

 

9. Via Santo Stefano, poco traffico in questo momento.

Passa un vecchio che cammina adagio e sbuccia un mandarino conservando la buccia in una mano; poi comincia a mangiare. Quando arriva a un cassonetto, gli butta la buccia sotto.

 

Intorno al cassonetto gira un gatto abbandonato, che fruga.

 

 

10. Intanto, a un semaforo lì vicino, si arresta un camioncino commerciale, da cui proviene il suono di una musichetta. A un tratto lasciano cadere frammenti di una lettera, come neve.

 

FINO A QUESTO PUNTO: 5 MINUTI E MEZZO

 

***

 

11. Un mezzo della nettezza urbana (AMIU) raccoglie fra l’altro il sacchetto nero, in città.

Afferrato e buttato dentro alla trituratrice da un operatore, il sacchetto sembra scomparso per sempre. E invece, come il protagonista, o uno dei due protagonisti di un film, che non può mai morire all’inizio, pur dando l’impressione di seguire il basso destino di tutti i rifiuti, resterà sempre in primo piano, a seconda delle situazioni, fino al termine del racconto. Del nostro racconto (o resoconto).

 

 

12. Strada collinare. Un mezzo dell’AMIU procede lento dietro a un Tir.

Finalmente arriva a un cassonetto circondato da una quantità di rifiuti mal disposti; e in aperta campagna.

Nel prato di fronte, vicino a una casa, due ragazzetti giocano a pallone con un africano (l’uomo della sequenza n. 4).

Il Tir si allontana mentre il mezzo si ferma e comincia a raccogliere il cumulo di rifiuti buttati in giro (anche sedie rotte, un televisore nero senza schermo) e, alla fine, anche il sacchetto bianco.

Intanto, da un viottolo che costeggia la casa, scende una vecchia con un sacchetto in mano che allunga agli operatori.

Il sacchetto è bianco, molto simile al nostro sacchetto, ma con scritte nere.

Viene gettato vicino al nostro sacchetto, così che per un momento, mentre il mezzo si avvia, possono sembrare due sposi in viaggio di nozze.

 

 

13. Lo stesso mezzo adesso discende verso il piano, guidato dall’africano con maschera bianca.

Si arresta vicino alla riva di un fiumicello, dove si trovano molti pacchi e sacchi di rifiuti e scarti parcheggiati alla carlona.

Gli operatori raccolgono e stivano ciò che possono e come possono.

Lì vicino c’è un vecchio che cerca di pescare con una piccola rete.

Il mezzo dell’AMIU, con le due ruote anteriori, sta sopra ad alcuni sacchetti di plastica scompaginati.

 

 

14. Vediamo la gente pendolare salire su un treno di paese e poi scendere dal treno, appena arrivata in città e affrettarsi verso gli autobus.

Dal treno, mentre viaggiava, abbiamo visto quando il sacchetto bianco è stato buttato nel mucchio.

 

 

15. Lunga fila di auto in periferia; procedono appaiate; si arrestano a un semaforo.

Passa con la sirena un’ambulanza.

 

 

16. Sempre prima mattina. Due giovani nomadi partono dall’accampamento, salgono su un autobus poi, dopo alcune fermate, alla porta della città (direi San Vitale) scendono e cominciano a guardare e frugare nei cassonetti. Da uno di questi, un poco appartato, può sollevarsi e uscire fuori un immigrato, che lì dentro dormiva.

Il cassonetto ha parte della copertura mancante.

È l’africano di prima, che si applica la mascherina bianca e segue i due nomadi.

 

 

17. Vediamo adesso l’immigrato con la maschera che cammina adagio, da solo.

Arriva sul cavalcavia della stazione; si ferma a guardare l’arrivo dei treni, la gente che scende, i treni ripartire.

 

 

18. Siamo dentro alla stazione centrale, là dove arrivano i treni dalla provincia.

La gente è appena scesa, esaminiamo l’interno per vedere quanto scarto è stato abbandonato: giornali, bicchieri di cartone, bottigliette, una borsa e altro.

 

Poi seguiamo i viaggiatori pendolari che si sparpagliano nel piazzale, salendo sui vari autobus.

 

In collegamento, seguiamo l’arrivo delle corriere dall’altra stazione.

Viaggiatori sono attesi da amici con la macchina; vari hanno una bicicletta al deposito; altri raggiungono la fermata e salgono sugli autobus.

Uno di questi, che seguiamo, è guidato dall’africano senza maschera.

 

 

19. In alto, vediamo un volo di gabbiani.

Seguendo un mezzo dell’AMIU guidato dall’africano con mascherina bianca, arriviamo a una discarica a cielo aperto.

Il cumulo dei rifiuti da dettagliare.

Gente varia che fruga.

 

Vediamo rovesciare dal camion i rifiuti e, fra questi, i due sacchetti bianchi.

Quello della vecchia viene travolto; il nostro invece resta miracolosamente in piedi e un poco isolato. Come un cane sperduto, in attesa di un padrone. O del padrone.

 

Un vecchio, non molto lontano, ha trovato una chitarra mezzo rotta; cerca di cavarne fuori qualche suono.

 

 

20. È a questo punto che, quasi in contemporanea con questi suoni incerti, scordati, parte una canzone rap, di un gruppetto che è lì nel mezzo accampato come fosse sopra un palcoscenico. Si raduna gente e, dimenticandosi, partecipa allo spettacolo.

C’è anche l’immigrato africano, con la maschera, e i due giovani nomadi già incontrati in precedenza.

Vediamo anche la vecchia dal sacchetto bianco, un po’ decentrata, che ascolta vicino al vecchio che regge in mano la chitarra.

Il nostro sacchetto bianco sta nel mezzo e sembra il re della scena.

 

Poi arriva una ruspa che scompagina tutto. Solo il sacchetto bianco, pur sollevato, riesce a scivolare di lato e a restare in piedi, ancora intatto.

 

 

21. È il tramonto.

Un mezzo dell’AMIU corre verso l’inceneritore. Lo guida l’africano senza maschera. Accanto a lui, al posto del passeggero, il sacchetto nero.

In periferia passano davanti a varie fabbriche, grandi o piccole; e nei piazzali si vedono camion che caricano e scaricano materiale di ogni genere. E con le targhe più diverse.

 

Il mezzo AMIU entra nel grande piazzale dell’inceneritore.

 

 

22. Il piazzale è deserto.

Il mezzo AMIU parcheggia davanti a uno degli sportelloni dell’inceneritore e scarica.

Poi l’africano scende e adesso ha sul viso la mascherina bianca.

Si avvia a piedi per attraversare il piazzale ma proprio in quel momento entrano otto o più mezzi dell’AMIU carichi.

Lì nel mezzo, quasi travolto, l’africano può fingere un rapido ma concentrato mimo di paura-sorpresa, di inquietudine-liberazione; fino a che resta del tutto coperto dai camion che ora procedono appaiati, quasi come soldati.

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: testi per film e documentari
  • Editore: inedito
  • Anno di pubblicazione: anni Ottanta
Letto 739 volte Ultima modifica il Venerdì, 18 Dicembre 2015 10:08
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