Unterdenlinden

Testo per il teatro [1965]


 

Elenco dei personaggi

 

Adolfo

Bormann

Giovane

Ragazza

Padre e Madre (del Giovane)

Segretaria

Signor Tifling

Invalido

Moglie dell’Invalido

Giornalista

Herold Smith

Vogel

 

Un Cameriere

Ospiti

Esaminatori

Un Medico

I cinque Americani della commissione

Tre ragazze

Un Arrestato

Primo e Secondo Assistente

Un Ministro

Autorità e Dirigenti (partecipanti al Congresso)

Funzionari della fabbrica

Alcuni Attori (che recitano il brano di Eschilo)

La Signora

Persone

Gli Spettatori (del night, scena II; della scena XX)

Soldati, Operai, Inservienti

Il Sosia di Adolfo

 

 

 

I

 

Adolfo e Bormann in una camera, nella notte fra il 7 e l’8 maggio 1965.

 

 

Adolfo:

Bene, suona mezzanotte e noi brindiamo. (Si alza in piedi).

Bormann:

Un sorso di cherry?

Adolfo:

No, latte e camomilla.

Bormann:

Merda tre volte! questi giorni che non passavano mai, mai passavano, e questi ozi forzati. Tutto, qua dentro; tutto è fottuto qua dentro.

[5]     Adolfo:

Ozio forzato? piuttosto un momento d’attesa. Che cosa è cambiato intorno? Lo dica, Bormann, poveretto, su lo dica. Da quel che sappiamo…

Bormann:

(pronto) Niente. Niente è cambiato. Niente. Ci aspettano. Chi è in alto resta in alto e tutto il resto…

Adolfo:

Esatto. (Sorseggia dalla tazza).

Bormann:

Andrò al cinema, per una volta; poi a una grande bevuta di birra. Libera, con i piedi sotto la tavola.

Adolfo:

Per prima cosa bisogna prendere sole; scientificamente badi, aria buona, un’aria pulita. È un fatto che il nostro colorito è pallido, è troppo pallido per uomini come noi, in questo momento. Bisogna provvedere. (Davanti allo specchio) E via questi baffi (esegue) e un altro vestito intanto (esegue). Pronti, così. Non è passato molto tempo, dobbiamo accontentare molte speranze, soddisfare the people. (Sorride).

[10]   Bormann:

(immobile in un atteggiamento di ambigua ammirazione)

Possiamo andare?

Adolfo:

Spegnere le luci.

 

 

II

 

La Ragazza balla in calzamaglia nera; un cono di luce la segue.

Ballo cerebrale, freddo, allegorico, atmosfera da night-club sofisticato. Intorno si sente gente che guarda seduta bevendo; fumo.

Musica e ballo per due minuti, alla fine applausi, una luce la insegue esaltante dopo gli inchini mentre si allontana dietro le quinte.

 

 

III

 

Nel camerino della Ragazza. Mentre si toglie la calzamaglia bussano, si ripara dietro un paravento, entra un Giovane, venticinque anni assai attraente.

 

Ragazza:

Sei tu?

 

Il Giovane non risponde. Annuisce, accende una sigaretta, siede. C’è una certa dolcezza nel suo comportamento, qualcosa di lusinghiero, di non corroso, di simpatico. La Ragazza riappare tutta morbida con un leggero berretto in testa di nylon, sempre svestita, gli siede sui ginocchi, fanno all’amore mentre la luce scompare.

Riaccende. Lui è seduto e fuma, lei è in piedi davanti allo specchio vestita e pronta per uscire. Si ravvia i capelli.

 

Ragazza:

Se vuoi verrò ma mi annoio.

Giovane:

Stasera c’è anche un oggetto misterioso. Forse sarà meglio delle altre volte. Meno deprimente.

Ragazza:

Oggetto misterioso?

[5]     Giovane:

Il vecchio dice che ci sarà un uomo importante e che ci sarà da divertirsi. Dice che non ce l’aspettiamo.

Ragazza:

Perché poi?

Giovane:

Mah. È mio padre che invita; questa è un’occasione unica secondo lui. Un pranzetto di gala, con la coda finale della conversazione. Sai come vanno a finire.

Ragazza:

E tua madre in nero quella jettatrice.

Giovane:

Saremo tutti in nero, le candele sul tavolo, anche tu con qualche merletto. Se ci scocciamo andremo in camera mia, in pace.

 

La Ragazza gli manda un bacio con la mano, esce. Il Giovane s’alza e la segue. Si spengono le luci.

 

 

IV

 

Nella sala da pranzo siedono otto persone. Adolfo, Bormann, il Giovane, la Ragazza, il Padre e la Madre del Giovane, due Ospiti uomo e donna che non parlano. Di questi l’età è sui trenta. Sul tavolo le candele; pranzo ben condotto, abbastanza raffinato.

 

Bormann:

Questa luce mi acceca. (Dà un pugno su una candela e sconquassa tutto).

Il Padre fa un cenno al Cameriere e questo accende la luce grande, affrettandosi a portare via i tre candelieri.

 

Adolfo:

Voglio del vino. (Non è un ordine ma è perentorio. Egli appare adesso come un vecchio non flaccido, con qualcosa di strano, non di misterioso). Caramelle! (Portano una scatola di caramelle).

Madre:

Il suo latte.

Adolfo:

Lo bevo. (Tracanna in un fiato, fa una smorfia).

 

Tutti mangiano in silenzio. Bormann rutta e accende un sigaro.

 

[5]     Padre:

Liberarsi fa bene, anche se le convenienze alle volte ci trattengono.

Bormann:

Merda alle convenienze; bisognerebbe cibarsi di erbe. Erbe essiccate. Erbe ce ne sono dappertutto e si digeriscono bene.

Adolfo:

Taccia, Bormann, faccia di porco. (Bormann spegne il sigaro e riacquista un atteggiamento composto. Alla Ragazza) Dicono che lei balla, vorrei vederla.

Ragazza:

(con indifferenza) Venga al night-club una di queste sere. Là è il posto per vedermi quando ballo per tutti.

Adolfo:

(balza in piedi) Adesso.

 

Si accendono luci rosse, entrano due Soldati armati, afferrano la Ragazza e la trascinano verso destra. Suona una musica, la Ragazza balla e ballando si spoglia lentamente. La scena ritorna normale; i seduti a tavola, alla fine del pranzo, sorseggiano il caffè.

[10]   Adolfo:

È stata brava. Bravissima. Leggera e fotografica. Sì, mi scusi (le afferra una mano), lei fotografava le note, ne dava una trascrizione visiva, traduceva le note in parole, in fatti, in operazioni dello spirito. Solo una razza temprata dalla storia può risolvere in modo così brillante queste emozioni della coscienza. Lei mi induceva ad esaltarmi.

Padre:

Vuol portarsela a letto?

Giovane:

(secco) No!

 

Bormann ride.

 

Adolfo:

Vedremo in un’altra occasione.

 

Si alzano e siedono sui divani. Passano i liquori. Bormann è addormentato.

I due Ospiti si baciano, isolandosi.

 

Padre:

Ogni cosa qua dentro è rifatta, con la guerra tutto era andato distrutto. Ci cresceva l’erba.

[15]   Adolfo:

Lei che faceva?

Padre:

Servivo il mio paese alla guerra; anche prima e dopo l’ho servito.

Adolfo:

(con un ghigno) Nessuno lo serviva, tutti invece tradivano e berciavano. Anche voi ammassavate rubando. Fucilarti era meglio.

Padre:

È vero, anch’io rubavo come gli altri, ammassavo come gli altri. La mia scodella era pulita quando mangiavo. Perdono.

Adolfo:

Vede? Ma è acqua passata. Adesso c’è del nuovo da fare. Tutti ne sentono bisogno.

[20]   Padre:

È vero, è vero.

Madre:

Come dice bene.

Adolfo:

Aspettate e vedrete.

Padre:

Aspettiamo e vedremo.

 

Il Giovane e la Ragazza si alzano e vanno in un’altra camera.

 

Adolfo:

Questa casa mi piace, è severa, mi piace molto, è confortevole. La prenderò, non posso aspettare.

[25]   Padre:

(spaventato) Come?

Adolfo:

Così. (Luci rosse, entrano i Soldati, afferrano tutti, li trascinano via. Restano Bormann e Adolfo e, altrove, i due Giovani. Poi rientrano i Soldati). Via questo tavolo, qua le poltrone, portate lo scrittoio. (Eseguono. Adolfo siede allo scrittoio. A Bormann) Mi mandi la segretaria.

Bormann:

Non abbiamo segretaria, almeno ora; se vuole servo io.

Adolfo:

È vero. Provvederemo subito; lei se ne vada. (Si spengono le luci).

 

 

V

 

Stessa scena. Adolfo è seduto al tavolo. Entra Bormann.

 

Adolfo:

Ha fatto?

Bormann:

Ho fatto.

Adolfo:

Dica dunque, in fretta.

Bormann:

L’agenzia Tifling con sede a Strasburgo è la più solida e organizzata, quella che ha maggior credito, più rinomanza.

[5]     Adolfo:

Non andrò fin là.

Bormann:

Non occorre, ci avevo pensato. Ha una succursale anche qui da noi. Questa è l’agenzia che si interessa a procurare incarichi o cariche importanti. Ecco le due possibilità in questo preciso momento: ad Helsinki per una fabbrica di birra oppure ad Amburgo per una grande ditta che inscatola ed esporta il pesce. (Adolfo balza in piedi, è abbastanza furente). Non c’è altro, mi creda. È così. Lei non vuole avere a che fare con americani. Cercherebbero il direttore a Parigi della Forson Company, cuscinetti a sfera.Adolfo:

Lasci stare. Che cosa chiedono per Amburgo?

Bormann:

Non c’è un limite d’età, lo stipendio è alto, piena autonomia direzionale, tre giorni d’esame.

Adolfo:

Test?

[10]   Bormann:

Esattamente, e altre cose ancora. Ma se crede potremmo corrompere la commissione o impadronirci subito della fabbrica.

Adolfo:

Dopo, dopo. Adesso prepariamoci a divertirci e a sciogliere questi indovinelli. Scioglilingua cretini, ci vuol ben altro. Ma per un momento mi propongo di seguire le regole, tranquillamente. Mi lasci fare.

Le luci si fanno soffuse. Entra la Ragazza in camicia da notte, balla (con musica). Adolfo prima seduto poi in piedi la segue con interesse controllato. Si riaccendono le luci.

 

Adolfo:

Brava, molto brava, mi creda. Con quanta grazia, con che forza. Lei mi convince del suo talento oltre che della sua bellezza. (Le bacia la mano, la Ragazza esce. Attraversa la stanza ed esce anche il Giovane, tranquillamente).

 

 

VI

 

Agenzia Tifling & Tifling, sede locale. Stanza della Segretaria, funzionalissima; suonano le nove. Entra Adolfo accompagnato da Bormann.

 

Segretaria:

Il Signor Adolfo?

Adolfo:

Esatto.

Segretaria:

In orario perfetto. Questo è un ottimo inizio, ne son certa.

Bormann:

Può ben dirlo; ma la smetta.

[5]     Segretaria:

Avverto il signor Tifling. Il signor Tifling in persona dirigerà l’esame. È l’incarico più alto che assegneremo quest’anno.

Adolfo:

Cretina. (Fa un cenno, entrano due Soldati, afferrano la Segretaria, la trascinano via).

Entra il Signor Tifling alto e grosso, con occhiali, o piccolo e magro, senza occhiali eccetera.

 

Signor Tifling:

Signor Adolfo, si accomodi.

 

Entrano nella stanza d’esame. Tavolo a ferro di cavallo. Da una parte seduti quattro Esaminatori, dall’altra, tutto solo, Adolfo. Calamai, risme di carta, alcuni strumenti di tortura.

 

Primo esaminatore:

(Allungando un foglio ad Adolfo) Riempia il seguente questionario, risponda sì o no alle domande. Non balli sulle punte. Tempo un minuto.

 

Adolfo esegue.

 

Secondo esaminatore:

(idem) Adesso per compiacenza esamini questo foglio, risponda sì o no come prima, tempo mezzo minuto.

 

Adolfo esegue.

 

[10]   Terzo esaminatore:

(idem) E ora compia analoga operazione su questo. Tempo dieci secondi.

 

Adolfo esegue. Gli Esaminatori leggono i tre questionari, si consultano, approvano, ammiccano.

 

Signor Tifling:

L’analogia delle risposte è evidente, sia pure sollecitate in diverse condizioni di tensione motrice. Risulta una solida freddezza, padronanza di sé, decisione nelle convinzioni. Lei è stato soldato? in quale arma e reparto? in quale fronte di guerra?

Adolfo balza in piedi. Vorrebbe rispondere. Entra Bormann e sull’uscio fa cenno di tacere. Bormann esce, Adolfo siede.

 

Adolfo:

Soldato semplice, poi caporale nella prima guerra. Ferito e decorato. Poi morto per la Germania.

 

Gli altri si guardano e sorridono con benevolenza.

 

Signor Tifling:

Notiamo che ha spirito, signor Adolfo, e una bella baldanza. Attitudine giovanile contemperata con la saggezza che conta. Un’ambizione che nasce dall’esperienza, perciò più utile ai fini di un’attività aziendale di quella esagitata e abbastanza torpida dei più giovani, che rischia sempre di corrompersi. Lei è sposato?

Adolfo:

Ah, no, ho tendenze di vario genere, mi piace spazieggiare. Mi tengo libero per tutto e non rendo conto del mio sesso ai rompiballe. Vado a letto con chi voglio.

[15]   Signor Tifling:

È una piccola contrarietà che si può superare. Si preferirebbe che il presidente fosse sposato. Con una donna. Oh, con una donna per i parties annuali. Sono avvenimenti importanti a cui la società affida e intende affidare come in passato molto del proprio prestigio pubblico. Possibilità di relazionare e di convincere le signore.

Adolfo:

Ci ho Bormann con me, è abile. Lui può adempiere questo. Sfogliare le margherite fra le sottane. Alle volte ha un carattere femminile che incanta. Con tutti i suoi fiori, e la mattana per le erbe. Lo può adempiere bene, e per le orge è un maestro.

Signor Tifling:

Risoluzione confacente. Lei è pieno di risorse.

Adolfo:

Questo è niente, aspettate. (Fa un cenno).

 

Entra la Segretaria che balla al suono di una musichetta e via via accarezza tutti i presenti eccetto Adolfo. Via via ognuno la tocca. Scompare.

 

Signor Tifling:

Come dicevo lei è pieno di risorse. Imprevedibile e ardito. Il modo da lei proposto è confacente. E ora passiamo all’esame vero e proprio. Dalle risposte date ai tre questionari risulta che lei, con giusta misura, è razzista e odia i colorati, è ateo e detesta in egual misura comunisti e cattolici, e infine ritiene una terza guerra generale la pulizia del mondo, l’olio sulla pece, il trionfo definitivo del nostro popolo. (Adolfo annuisce, gli altri battono le mani). Adesso dica, esaminando in un minuto questo bilancio, se crede di riuscire a incrementare le vendite, in quale misura e in quanto tempo.

[20]   Adolfo:

(legge, poi butta i fogli per terra e s’alza. Arringa). Metteremo una stazione trasmittente nel Mare del Nord di fronte ad Amburgo, a cinque piedi sotto il pelo dell’acqua; notte e giorno suoneremo musica di Wagner. Wagner è grande (si esalta); se trascina i fulmini nel ghiaccio può bene sciogliere l’orecchio al sordo e radunare perciò i poveri pesci in attesa. Li incanta con la sua forza, li intorpidisce con un’arte magica. Li vellica riempiendoli di paure; li seduce, convincendoli. Utilizzando quei suoni si condurrebbero i pesci, per passaggi obbligati, entro enormi cisterne, come branchi di vacche al macello; e dalle cisterne direttamente alle camere a gas. È il mezzo migliore, più efficiente e redditizio per cucinare i pesci. Macché reti. Non più uccisi e squartati. Addormentati nel sonno; carpiti nell’indifferenza. Via le macchine e le mani dell’uomo per l’opera della distruzione. Il pesce resterebbe intatto e con l’aria rosata di chi riposa sperando, e si prepara a svegliarsi. Un’eterna freschezza suonerebbe nel suo occhietto vispo, ben aperto e pronto per la mensa. Poi grandi cartelli sulle strade. Così: “Dal Mare del Nord diretto al vostro piatto”. Oppure, con l’immagine della triglia nel vassoio: “Vi aspetto sognando”. O: “Uccisa con dolcezza vi nutro con ebbrezza”. In un anno il fatturato è quadruplicato. (Applausi).

Signor Tifling:

Bene, bene. Ma per questo c’è l’ufficio pubblicità che le toglierà la briga. Sono dettagli; importanti ma dettagli. Ora ascolti, Signor Adolfo, e risponda a questa domanda puramente speculativa: si dia il caso che la Danimarca per eccedenza di produzione in casa propria si disponga piuttosto a esportare, naturalmente in concorrenza con noi, che ad acquistare da noi ai soliti prezzi. Che fare?

Adolfo:

(fa un cenno, entra un Soldato con un foglio. Adolfo lo firma e lo allunga al Signor Tifling. Poi risponde). È semplice, occorre un ultimatum. Rinculo sui vecchi accordi o si bombarda la capitale. Tanto è vicina. (Tutti gridano “urrah!” e buttano i cappelli in aria. Poi si ricompongono).

Signor Tifling:

E in caso, anche se eventualità impossibile, di scarsezza d’aringhe nel Mare del Nord?

Adolfo:

Bombardamento a tappeto della superficie marina, suddivisa in scacchiere; pesca per esplosione. È la mia proposta. In questo caso, poiché il pesce naturalmente sarà sbrindellato, inizieremo una campagna di stampa preventiva in favore della pasta di pesce, crema di pesce, brodo di pesce, polvere di pesce, colla di pesce; insomma il pesce in ogni salsa, purché mimetizzato e distorto, invisibile a occhio nudo, irresponsabile e clandestino: mimetico. Grideremo questo invito: Vi evitiamo anche la fatica di masticare.

[25]   Signor Tifling:

È ora di pranzo. Riprenderemo nel pomeriggio.

 

 

VII

 

Ristorante elegante. Entrano Adolfo, Tifling, e gli Altri. C’è la Segretaria che canta al microfono. Siedono. Tutti tacciono e si accende un televisore. Giornale radio; i russi (Leonov) nello spazio, Voce dello Speaker: “Dalla fantascienza alla realtà, la nuova sensazionale impresa spaziale sovietica. A passeggio per il cielo. Mosca, 18… Alle due di questa mattina per la prima volta nella storia il tenente colonnello sovietico Alesciei Leonov vestito di uno speciale scafandro ermetico ha abbandonato la nave spaziale Voskhod II che lo aveva…”.

 

Adolfo fa un cenno, entrano due Soldati, raffiche di mitra contro il televisore che si spegne e tace. Tutti mangiano, la Segretaria canta un arrangiamento moderno di [una] vecchia canzone degli anni Quaranta.

 

Signor Tifling:

Questi russi scocciano.

Adolfo:

Ascoltate cosa dico dei russi. I nostri antichi li osteggiavano, nemici come sono della nostra civiltà. Un miscuglio di razze. Zingari, ucraini, ebrei, tartari. Eh, sterminarli. Una bella retata e via. Guerra in oriente. Nutriremo i nostri soldati di pesce congelato. Dalle pianure…

 

Entra un Invalido a chiedere carità, di buona presenza, malinconico, sui quarant’anni. Suona una chitarra con decoro e canta.

 

Invalido:

Mortificato dalla mia gamba mozza

se vi dicessi che ho fame

ve ne freghereste.

Se vi dicessi che

l’occhio l’ho perso ai dadi

ve ne freghereste con ragione.

Ma la terza fregatura

e questa da parte mia

vi offro mia moglie

che è molto giovane e soda

e sa muovere la coda

cinquanta marchi per ora

facciamo duecento per una notte intera.

Datemi la soddisfazione

di dire che questa merce vi conviene.

 

Accenna con la mano e entra la Moglie dell’Invalido, bella, giovane, non truccata. Si capisce che partecipa a tutto questo con una naturale indifferenza, con un cinismo che alla fine riesce amabile. Ci mette un certo gusto dello spirito.

 

Una voce:

Vogliamo vedere le gambe. (Lei solleva la sottana).

[5]     Un’altra voce:

E ora vediamo le tette. (Lei si appresta a slacciarsi la camicetta).

Bormann:

(salta in piedi e l’afferra) Questa donna è per me. (Guarda Adolfo) Se Adolfo permette. (Adolfo approva senza guardare). E adesso a letto.(Si avvia; poi alla Moglie dell’Invalido) Aspetta. (Si volta, fa un cenno, entrano due Soldati, afferrano l’Invalido, lo trascinano fuori, un urlo e un tonfo nell’acqua).

Adolfo:

Non si sopportano questi mutilati.

Signor Tifling:

È dimostrato che sono poco produttivi anche a livello subalterno. Traboccano di turbe psichiche, di inibizioni mescolate a sconce sollecitazioni anarcoidi, quando non siano rivoluzionarie addirittura. Noi li consigliamo solo per il Sudamerica; là non c’è pericolo di sbagliare. Il caldo li distrugge dopo dieci mesi.

Un’altra voce:

Laggiù, in quella America, dovrebbe esserci Hassen.

[10]   Adolfo:

Stassen? Stassen vuol dire, il ginecologo?

Signor Tifling:

È lui. L’abbiamo assegnato a un’organizzazione industriale paupertaria del Centroamerica. Stipendio favoloso, un centomila all’anno. Per lui è un lavoro di tutto riposo, senza difficoltà, con tre interventi al giorno su individui sani…

 

Entra precipitosa la Moglie dell’Invalido seguita da Bormann che sorride.

 

Moglie dell’Invalido:

(indicando Bormann) Ha ucciso mio marito, il povero storpio, il guercio. Poverino. La canaglia l’ha fatto buttare in acqua. A pancia in giù nell’acqua, afferrato dai suoi giannizzeri. Perché l’hai fatto?

Bormann:

È presto detto, viveva lamentandosi. O dandola a bere, con quella sua tristezza. E tutti gli organi che gli mancavano. Pendagli da forca. Questi individui danno noia e quando capita ce ne liberiamo come le mosche. E poi! se ti ingravido nascerà un uomo più forte. (La Moglie dell’Invalido siede a un tavolo e beve).

 

Tutti mangiano, tranne Adolfo.

 

Signor Tifling:

Lei non beve?

[15]   Adolfo:

Non bevo.

Signor Tifling:

E non fuma?

Adolfo:

Non fumo.

Signor Tifling:

(indicando Bormann) E quello?

Adolfo:

Le sue cose le fa nelle camere oscure. È abbastanza misterioso.

[20]   Signor Tifling:

(ripigliando il discorso lasciato a mezzo)… ragazzi sani a cui toglie o mani o gambe, o una gamba e una mano. Fabbrica i giovani lacrimosi per la questua, le creature fatte apposta per intenerire il sesso alle zitelle, l’arpicordo alle matrone, per incenerire strade e cantoni con l’esempio della disgrazia articolata, con la febbre che uccide, con la lacrima che graffia. Ognuno di questi prodotti, così conciati, rende un trentamila all’anno, nelle stagioni buone e secondo l’abilità di ognuno; ma mai meno di venti; sennò è scartato e fatto fuori come inutile. Non si tollerano passivi. Il fatto è che una volta nascevano spontaneamente più gobbi e storpi o rattrappiti congeniti o poveri deficienti; adesso le diete caloriche, e il cavalcare gagliardo dei padri sulla pancia delle madri, dopo tanta astinenza, rendono i neonati sani, ben formati, allergici ai malanni. Allora bisogna provvedere. Quelli che avrebbero la fortuna di averli, reduci soprattutto, sono troppo vecchi per commuovere, figuriamoci.

Adolfo:

(semplicemente) È giusto. (E come ricordando) Il vecchio Stassen! in Sudamerica! (Scuote il capo, compiaciuto).

 

 

VIII

 

Di nuovo nella sala d’esame.

 

Signor Tifling:

Ci scusi, Signor Adolfo, ma è necessario adesso che ci intrattenga con un discorso. Argomento a sua scelta e comecché stravagante. Dobbiamo a questo punto valutare: a) il suo charme oratorio, la presa sul pubblico e la presa per il bavero; b) l’efficacia peregrina e tuttavia determinante delle argomentazioni; starei per dire che dovremo essere trascinati dall’entusiasmo, del che non dubito; c) la sua capacità di sintesi, la gradevolezza e la varia intensità del suo timbro vocale. Specie sui registri distesi. Lei parla alla gente che ascolta. Può incominciare.

Adolfo:

Per maggior concretezza e per più osannante frastuono incomincio così: È grande errore credere che basti il possesso del potere per procedere a una organizzazione determinata.

Anche qui, più della forma esterna, facile a crearsi meccanicamente, importa lo spirito che riempie la forma. Le istituzioni del movimento debbono essere trasferite nello stato, ma lo stato non può trarre bruscamente dal nulla gli ordinamenti relativi.

Farà apparire solido e ben fondato il tempo nuovo, e non come un’epoca solida soltanto in apparenza. In generale è più facile intraprendere una fondazione in un terreno nuovo, vergine, che in un terreno vecchio dove esiste una fondazione analoga.

In una località dove non si trova ancora un’azienda d’un determinato genere è conveniente fondarne una nuova. Ognuno fa quello che può: allora noi versammo il nostro sangue, oggi costoro fanno andare il becco. Il fabbro sta ancora presso l’incudine, il contadino cammina dietro l’aratro, il dotto siede nel suo gabinetto di lavoro, tutti devoti al loro dovere. Merda a chi non ricorda questo e non canta con me: Si trascurò tutto e non si fece nulla. (È molto composto, solo verso la fine è leggermente eccitato).

Signor Tifling:

(lo interrompe con un gesto) Mi scusi, Signor Adolfo, ma è certo che basta. Il suo quoziente è dieci, cioè il massimo consentito. Rallegramenti.

Gli Altri:

Veramente sorprendente, eccitante, superbo, travalicante, enorme, poderoso. Un campione dell’oratoria improvvisata e della lucida argomentazione filosofica.

[5]     Signor Tifling:

Solidità di pensiero, questa è la verità. E ora ultima fase, breve, del programma. Si spogli.

Entra un Medico. Adolfo resta in maglietta e mutande. Lo misurano, altezza, circonferenza, peso, pressione, lo tastano, lo auscultano.

 

Medico:

(conclude affermando) È sano come un pesce.

 

Mentre il Medico sta per andarsene entra Bormann con due Soldati, lo afferrano e lo pugnalano. Il Medico cade morto in un angolo.

 

Bormann:

(al Signor Tifling, con un sorriso) Ha visto Adolfo in mutande.

 

Si spengono le luci. Si riaccendono le luci. Adolfo è nello studio del Signor Tifling, solo con lui.

 

Signor Tifling:

Per concludere, lei è insediato. Con questi risultati non ho dubbio ad affermare che il posto attribuitole per quanto importantissimo è ben piccola cosa per una personalità come la sua, con un quoziente di capacità dirigenziale uguale a 17,89, mai raggiunto da alcuno e superiore di 8 decimi alla tabella di Rupp. Desidero dirle, Signor Adolfo, che l’avremo presente, ben vivo nei nostri schedari, se si presenterà un’occasione ancora più degna di questa e ancora più alta di questa per celebrare e apprezzare le sue qualità.

Adolfo:

Il posto è assicurato?

[10]   Signor Tifling:

Ma certamente, certamente. Questo è il contratto, questo è un anticipo per le spese, il contratto d’affitto per la casa, la chiave dell’auto, una borsa di cuoio augurale, per i documenti. Buon lavoro e buon viaggio.

Adolfo:

Allora tutto è finito. Scompaia questo posto che mi ha visto in mutande.

Entrano Soldati, radunano i mobili, abbattono il Signor Tifling e bruciano tutto. Notte di San Bartolomeo delle masserizie e delle scartoffie dell’ufficio. Adolfo guarda fuori dalla finestra.

 

 

IX

 

Ufficio del presidente nella fabbrica di pesce di Amburgo.

 

Funzionario:

(ad Adolfo) Lei ha ordinato di fucilare i quindici operai addetti allo sbrinamento dei tonni siciliani. La sentenza è stata eseguita subito. Chi provvederà a questo lavoro d’ora innanzi? E come intende sostituirli?

Adolfo:

Con lei e con una macchina. La macchina è in arrivo e lei è subito declassato, retrocesso, cartellinato come operaio non qualificato. Stipendio 15 marchi al mese. I tonni siciliani non rendono più, anche se è necessario comperarli e lavorarli per non disgustare gli italiani, che lei sa quanto siano suscettibili e imprevedibili; questo popolo di rompiballe. Ma le spese di manutenzione di questo odiosissimo pesce, grossolano e insipido, devono essere ridotte. Ho detto.

Funzionario:

Capisco e mi inchino. Ma ho moglie e tre figli.

Adolfo:

Accetti questo consiglio, si liberi della moglie e dei figli. Una morte non violenta, dolce, soporifera. Dopo le basterà.

[5]     Funzionario:

(sembra perplesso, ma poi) Farò così; forse è giusto. Permesso? (Si allontana).

Adolfo:

(preme un bottone, entra Bormann) Come vicepresidente, da me assunto, lei ha un grande potere (fa un gesto con la mano) e possibilità di decidere. Non c’è dubbio. Le chiedo solo riservatezza. L’alleggerimento forzoso delle unità lavorative sovrabbondanti è stato compiuto, mi creda, in modo balordo. Troppa pubblicità. Un fatto rumoroso, un casino. Come sparare i fucili in piazza, sotto il naso di tutti; fra gli alberi del parco. Non creiamo altri problemi all’azienda, che ne ha tanti, fino a che non li avrò sbrogliati io, tutti. Ma intanto… La prego di accettare questo come rimprovero.

Bormann:

Tre volte merda. Tutto era andato liscio, l’ammazzamento fatto con pistole silenziose, non un lamento. Esecuzione da manuale; un piccolo capo d’opera. Ma la moglie di uno di costoro, che non era andato a casa per la cena, è venuta a cercarlo; ha fatto un inferno urlando. Non sono più tedeschi questi. Certo era ebrea. L’ho buttata fuori a calci, e così si è saputo.

Adolfo:

Già, adesso gridano pure, e pretendono. Prenda nota che la prossima volta, quando occorrerà, faremo fuori l’intero nucleo familiare. Sarà tolto ogni equivoco e soprattutto ogni ragione per i rumori inutili. I piagnistei mi rompono le scatole.

Bormann:

Sarà fatto. (Esce).

 

 

X

 

Entra la Segretaria, la stessa del Signor Tifling che ora serve Adolfo.

 

Segretaria:

È arrivata la commissione americana. Può riceverla?

Adolfo:

Per quando era fissato l’appuntamento?

Segretaria:

Le dieci.

Adolfo:

Adesso che ore sono?

[5]     Segretaria:

Le dieci. Le dieci in punto. Le dieci esatte.

Adolfo:

(balzando in piedi e gridando) E la faccia passare, la introduca, che entrino allora, bavarese idiota.

 

La Segretaria esce.

 

Adolfo:

(inveendo) Bastarda, troia. Anche cretina. Pfui.

 

Entra la commissione. Cinque Americani eguali, trent’anni, funzionari.

 

Adolfo:

(seduto) Signori, benvenuti. Ci rallegriamo che la nostra fabbrica vi interessi, come organismo produttivo e per la sua struttura amministrativa e d’altra parte saremmo sorpresi che non vi interessasse. Per questo i nostri bravi operai esultano, e tutti lavoriamo con più lena. La fiacca è bandita dal forte suolo tedesco. Strimpellano i martelli, s’alza un gran volo di seghe. L’aria odora, come sentite, di un ordinato fervore. D’altra parte questo vostro interesse, miei cortesi signori, è una sferzata sulla groppa della nostra superbia e nello stesso tempo raddrizza gli ottusi, se ci sono, sveglia chi dorme e infine dà la carica ai figli di brutta donna, per lo più marxisti, che badano solo alla fine del mese e a rovesciare il governo. Voi stessi, voi stessi con il vostro naso vedrete come abbiamo risolto questo; cioè tutte le contrarietà che provengono, in una fabbrica a ritmo intensivo, dal carattere umano. Dovrei dire dall’egoismo dell’uomo. Noi tendiamo a rendere tutto automatico, tutto ordinato, nel lurido abitacolo dei corpi. Tutto dico: braccia, culi, cervelli. Abolizione completa dei gabinetti, qua dentro; non si piscia né si evacua. No, signori, perdio. Aboliremo col tempo addirittura l’operaio, questa figura malsana e sudorifera, archetipo di ogni scalogna. Tutte macchine, dopo. Lustre, lucide, che suonano; ubbidienti, taciturne, pronte al servizio. Basta con la carne umana, costosa, malferma, incerta, titubante; così scarsamente produttiva. Automazione vuol dire per noi automazione totale (scandisce) to-ta-le. In questo modo, fra sei mesi, un anno, il prezzo dei nostri conservati: sardine di Franco, tonno mafioso e aringhe di Norvegia, sarà tre volte più basso; venderemo al prezzo della scatola di latta e dell’olio di semi. E voi sarete fottuti. Se non vi dispiace. Fumate? (Fa un cenno ed entrano tre Soldati con cinque sigari già accesi, e senza complimenti li depositano nella bocca di ognuno).

Primo americano:

Sì, l’ora nuova è almeno molto severa.

[10]   Adolfo:

Cosa dice lei?

Primo americano:

Oui, l’heure nouvelle est au moins très sévère. Una frasetta di Rimbaud.

Adolfo:

Non conosco; ma fiuto un poeta. Bene che vada i poeti portano iella. Ne abbiamo per l’appunto uno all’ufficio pubblicità. Un cretino. Ecco cosa è stato capace di scrivere per il lancio di dodici tonnellate di sardine sott’olio, ripulite di resche, ammorbidite prima dall’aceto di Magonza, con un lavoro graduato che ha preso settimane di prove: “Si consiglia alle bambine / di mangiare le sardine”. E per la mostra del mare a Liverpool, dove presentammo il nostro piatto forte: “Al sano e all’ammalato / salmone marinato”.

Secondo americano:

Formidabile.

Adolfo:

Assolutamente ignobile. Ci occorre il tono di un proclama di Federico II per illustrare un prodotto tedesco.

 

Si odono voci, fuori, nei cortili; gente che inveisce con foga piuttosto che con disperazione.

[15]   Terzo americano:

Chi sono?

Adolfo:

Nulla, nulla. Trascurabile. Rissa di militari.

Secondo americano:

Rissa di militari?

Adolfo:

Nessuna sorpresa. Puntelliamo severamente l’ordine delle cose e del paesaggio, noi; e puniamo il disordine che si esprime dalla cloaca delle contraddizioni. Eh eh! Ogni angolo è dunque presidiato, ogni pertugio esaminato, ogni atto controllato. Là dove c’è ordine, assoluto, c’è compiutezza di operazioni e benessere per tutti. Là risiede il sovrano decoro tedesco.

Primo americano:

Lo tutelate coi soldati?

[20]   Adolfo:

E con chi? Non capisco la sua meraviglia. Ebbene? Costano poco, sono fedeli, dolcemente ottusi, astratti, non parlano. Hanno una tranquilla intransigenza animale, fornicano con moderazione, annuiscono a ogni ordine, per quanto idiota, non hanno problemi non avendo coscienza, si contentano di nulla; muoiono perfino volentieri, se riesce loro di non vivere. Una parola li muove. (Schiocca le dita).

 

Si odono voci di donne, generiche ma eccitate.

 

Secondo americano:

Sono voci di donne.

Adolfo:

Sono voci di donne? Niente paura. Ed ora il vostro assaggio.(Fa un cenno, entrano tre Ragazze con cinque piatti. Degustazione di pesce, salmone affumicato, pasta di aringhe eccetera. I cinque Americani prima odorano poi mangiano).

 

Si spengono le luci. Si riaccendono le luci. Entrano Adolfo e gli Americani, dopo aver visitato lo stabilimento.

 

Adolfo:

No, no. I nuovi mercati vanno conquistati o allargati non con l’economia ma con le armi. (I cinque annuiscono). Non si può perdere tempo, e nemmeno si può perdere il denaro, per persuadere la gente – the people – ma bisogna costringerla. Rapidamente. Adesso non è più come alcuni anni fa; adesso bisogna risparmiare. Una scarica di fucile per quanto vecchiotta, è più efficace, è più rapida dico – questo sì, più economica – di una campagna pubblicitaria. Meno incerta soprattutto. Sono le spese di rappresentanza che incidono sul prodotto finito.

 

Entra la Segretaria mentre le luci si attenuano e gli Americani si appartano.

 

Segretaria:

Signor Adolfo… Scusi! Signor Presidente, di là c’è un signore che dice…

[25]   Adolfo:

Che entri.

 

Entra il Padre del Giovane.

 

Padre:

Ora che lei è qui, così ben disposto, non le occorre più la mia casa. Si potrebbe… Sì, potendo, chiederei di riaverla, di riprenderla, magari di ricomprarla. Ci ho qualche ricordo là dentro, e non mi manca il contante.

Adolfo:

La casa non mi serve, lei se la riprenda. Via. (Gli butta le chiavi).

 

Il Padre si inchina, profondamente compiaciuto e con un sorriso.

 

 

XI

 

Scena in casa del Padre – come da scena IV –, che siede in sala con gli Americani.

 

Padre:

La sua fabbrica di pesce in scatola è un esempio per tutti di organizzazione moderna, di spontanea autodisciplina. Un esempio per tutti, che desideriamo imitare. Che dobbiamo imitare, se ci proponiamo di crescere e di prosperare. L’intransigenza, un’intransigenza economica al servizio della programmazione; questa è la sua idea, una grande idea direi; una scoperta dell’era moderna. Quel cervello. Non adattarsi oppure subire i ricatti della concorrenza, le leggi del mercato. E poi? Ogni ostacolo si può spezzare, si può rompere al nodo giusto.

Primo americano:

Ci ha parlato di progetti grandiosi e ci ha illustrato utili idee.

Padre:

Non ha vincoli del cuore, la sua mente è vulcanica; ne cola una lava che brucia. Fa paura tant’è densa e compatta. Bisogna temerlo. O meglio, bisogna imitarlo. Adolfo combatte contro il tempo, e se vogliamo progredire a noi conviene seguirlo.

Primo americano:

Lo standard igienico è esemplare, laggiù; e l’ordine, l’ordine direi è matematico. Ci pare d’aver capito che il vostro paese è proteso, con coscienza delle necessità, a primeggiare.

[5]     Padre:

E si comincia dai pesci. (Ridono).

Primo americano:

Sì, magari dai pesci in scatola.

Padre:

Dopo aver goduto quel gioiello la mia fabbrica potrà sembrarvi una baracca. Ammetto l’insufficienza nel rapporto e temo il paragone; ma come tutti noi mi illudo che con quel pungolo nel didietro si riesca presto a migliorare. Tuttavia… anch’io la mostro con un po’ di superbia. I nostri apparecchi per saldare a freddo i sacchetti di polietilene sono perfetti, almeno per il giudizio di tanti.

 

Entrano il Giovane e la Ragazza.

 

Padre:

(continuando) Ma prima a pranzo. Permettetemi di presentarvi mio figlio e la fidanzata. Sono prossimi alle nozze.

 

Gli Americani si congratulano, qualche parola; si affiocano le luci.

 

 

XII

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo è steso per terra su un tappeto, con la Segretaria. La Segretaria è appoggiata a un gomito, le vesti sono leggermente scomposte. Adolfo, di traverso, appoggia la testa sulla sua pancia. Si vede che è momentaneamente ricreato da quel calore. Sembra che abbia un filo d’erba fra i denti. Allegorico svaccamento sentimentale. Pensa, forse ricorda, accenna a una battuta di Wagner muovendo il dito. La Segretaria lo osserva e lo sopporta impassibile. A un tratto, su tutta la parete di fronte appare la fotografia del bunker distrutto a Berlino, lo sconquasso della Cancelleria.

 

Adolfo:

Forse le peso addosso? Mi scuso ma mi piace. Ha un ventre che mi lascia vivere e che ascolta i miei pensieri. Un cubicolo di autentiche delizie. Anche se sono vecchio. Un vecchio? Non è tempo d’amore per me, o di indugiare sulla pancia delle donne; non ho fatto neppure un po’ di quel che vorrei fare e mi sento di fare; governare questa palla dopo averla ridotta in poltiglia e subito inscatolata. Presto, presto.

Segretaria:

Ma chi la mangerebbe poi? Il mondo non mangia il mondo.

Adolfo:

Eh, no, pancia di velluto, il mondo mangia il mondo, ma sì che lo mangia e noi lo mangeremo. Noi che non siamo una parte del mondo, ma fuori siamo e sopra, attenti e col martello in mano. Basta soltanto ribattere qualche chiodo al momento opportuno. Quand’ero ragazzo, bah! (fa un cenno di fastidio)… quand’ero già un uomo; ma sì, insomma, un anno di questi ultimi settanta, andavo all’aria a dipingere. In un campo. C’era sempre il volo delle oche. Bianche. Le stronze andavano da collina a collina in bocca al cacciatore. Ero anche ferito mi pare. C’era stata una guerra; sì, mi pare. Finito il quadro mi stendevo in terra e dormivo. Volevo dire che la sua pancia è come quella terra; lo stesso odore di fermentazione, di lontano sfacelo. Inebriante e putrido. C’è il rombo dell’ala della morte dentro la sua pancia come sotto quella terra; eppure c’è anche qualcosa di buono, di giovane. È stato per poco; dico la mia voglia di pittura. Dopo il sole mi ha sempre fatto paura, il detestabile emblema della vita, la fottutissima lampada del cielo. Le camere nude e magari scure; quelle sì eccitano e conservano. Preservano, tutelano. Un tavolo, una seggiola, qualche campanello per ordinare. Adesso basta il telefono. C’è stato un vuoto a un certo punto. Un vuoto. Bisogna guadagnare il tempo perduto. (Si alza). Via subito questa pancia e questo sedere rotondo. Sciocchezze, romanticismo, donne. Presto. (Un cenno, entrano i Soldati e trascinano via la Segretaria. Adolfo si riassetta con cura. Scompare la fotografia dalla parete).

 

Entra Bormann.

 

Bormann:

Sono arrivate le nuove macchine, gli operai le stanno montando. Vuole un cioccolatino? (Offre una scatola. Adolfo ne afferra uno, lo scarta, lo annusa, lo butta).

[5]     Adolfo:

Niente cioccolata. Lei baderà a tutto, anche al collaudo delle scatole per il pesce. Dobbiamo progredire in fretta, mio caro Bormann, e lei è fregato da quel suo inguaribile romanticismo. Si svegli.

Bormann:

Mancheranno operai, almeno un centinaio, nel reparto lavaggio e ripulitura.

Adolfo:

È il più puzzolente.

Bormann:

Proporrei di ingaggiare degli italiani. Costano poco.

Adolfo:

La prego di provvedere in questo senso. Ma niente chitarre, è un ordine. Nonostante tutto lei è un buon diavolo, Bormann.

[10]   Bormann:

Tre volte merda. Grazie. (Esce).

Adolfo:

Quell’uomo è fetente e va sorvegliato. Oh, se lo sorveglio, con il suo collo sempre rivolto all’indietro a considerare. Chitarre e tarantella e una morte feroce.

 

Entra la Segretaria.

 

Adolfo:

(alla Segretaria) Paraffina, olio lubrificante, gomma arabica, colla di coniglio. (Come se contasse o ripetesse l’elenco di qualcosa che manca). Ordini anche diecimila mitragliere da venti… (si corregge con stizza) per favore corregga subito, cancelli; diecimila barili di birra per la mensa aziendale, un corvo per lo zoo di Dachau, omaggio della fabbrica, tre alberi di ciliegio per il giardino della villa di Bormann, regalo mio personale.

 

Entra il Padre con la Ragazza.

Padre:

Lo dica lei, consigli, spieghi, che è così bravo a spiegare, persuadere, a convincere. Questa vaccherella non vuol più sposare il mio Richard. E siccome lui l’ama, o meglio stravede… Dovevano andare in Jugoslavia in viaggio, biglietti comprati, pronta la camera sul mare. Mah, non vuol partire, non vuole più partire, non vuole sposarlo. Amen.

Ragazza:

Voglio andare a letto con Adolfo.

 

Adolfo si inchina compiaciuto.

 

[15]   Padre:

Con la dovuta discrezione si può fare questo e quello. Io non mi oppongo. (Poi rivolto ad Adolfo) Americani entusiasti. Vittoria d’astuzia non di dolcezza. Li ha martellati nel cervello non li ha certo massaggiati nel cuore. Intimoriti. Soprattutto li ha sbalorditi la fermezza del timoniere. C’è un applauso generale in giro, per lei.

Adolfo:

Conservi l’ossequio per tempi migliori. Per i tempi propizi. L’aspetto. Intanto mi dia la Ragazza. (L’afferra per la mano e si allontana. Si spengono le luci).

 

 

XIII

 

Adolfo e la Ragazza seduti in poltrona, sulla parete la grande fotografia del bunker eccetera (come sopra), un cane è accucciato accanto. Ascoltano musica poi Adolfo quasi gridando.

 

Adolfo:

La questione sociale è sterco. Grossolanità morale e spirituale del popolo miserabile. Occorre il senso della nazionalità. La dottrina ebraica del marxismo ripudia il principio aristocratico della natura e al posto dell’eterno privilegio della forza e dell’energia mette la massa del numero e il suo peso morto. Ma è compito nostro, oh sì, portare il nostro popolo a quella mentalità politica che gli farà riconoscere come la sua meta futura non consista nel rinnovare la spedizione di Alessandro, impressionante e inebriante, ma nell’alacre lavoro dell’aratro tedesco, al quale la spada deve dare il terreno.

Ragazza:

L’aratro tedesco.

Adolfo:

Che affonda nel mare.

Ragazza:

Che va da sponda a sponda.

[5]     Adolfo:

E si lascia accarezzare. (La Ragazza si alza e balla un poco. Entra Bormann). Ma caro Bormann, chiuda la porta.

Bormann:

Un tizio, certamente anarchico e irresponsabile, che si aggirava, è stato arrestato.

 

Adolfo fa un cenno. Entrano due Soldati con l’Arrestato. È un giovanotto spaurito, che un poco si riprende vedendo la Ragazza.

 

Adolfo:

Tu sarai fucilato.

Arrestato:

Ma ho una mamma vecchia e io sono giovane giovane. Prendevo aria, fischiando. Giravo un poco e fischiavo così (fischia una canzonetta).

Adolfo:

Nella fabbrica il fischio è proibito. È sabotaggio, non lo sai? È irresponsabile pazzia. Il fischio incrina la carne del pesce decomponendone le interne latebre, edulcorando la densità delle fibre; colpisce e ferisce la carne nel fondo, la lacera e impigrisce, predisponendola a una non motivata e dannosa puzza che offende. Il fischio è batteriologicamente corrotto. Germina guai. Mentre il pesce disteso e supino, dolcemente addormentato e pronto per l’uso è senza difesa e non si può allontanare, non può sfuggirci e si lascia accarezzare.

[10]   Arrestato:

Scusate la mia ignoranza.

Adolfo:

Martoriando di proposito il pesce ti sei formato un gran brutto destino.

Arrestato:

(guardando la fotografia del bunker) Quella è Berlino distrutta. C’è anche nella storia a dispense.

Adolfo:

E questo è un uomo distrutto. (Fa un cenno e i Soldati trascinano via l’Arrestato. Poi alla Ragazza) Non si può vivere senza usare la pazienza, e con un po’ di violenza. Misurata e intelligente. Ogni atto deve avere la sua conclusione. E poi con questi! (Rivolgendosi a Bormann) Una camomilla.

 

Bormann esce e rientra eseguendo. Si spengono le luci.

 

 

XIV

 

La scena è questa: una stanza grigia, disordinata, con apparecchi e alambicchi, un gabinetto d’analisi. Nel centro una grande vasca d’acqua gelida, entro cui ibernare la Ragazza. Sul bordo della vasca siederanno ad osservare le varie fasi dell’esperimento i due Assistenti eccetera. La Ragazza è manifestamente la Segretaria.

 

Segretaria:

(entrando trasportata da due Soldati) Ohé, ohé non voglio.

Primo assistente:

Sta’ buona, via, sacrificati per l’azienda. Fallo per Adolfo. Se sopravvivi avrai la gratifica.

Segretaria:

Nell’acqua gelata no! Ah, mondo cane, nell’acqua fredda no, mi piglio l’otite, una polmonite, qualcosa di cronico. La bronchite certamente. Ci ho la disposizione a questo genere di malanni.

Primo assistente:

Per una innaffiatina e uno stravacco nel gelo! Nemmeno ci sei dentro che è finito.

[5]     Segretaria:

E voi, maledetti, non sapete neppure quello che fate. Che cosa volete? Dove sono i vostri calcoli?

Secondo assistente:

Oh bella! non li abbiamo e siamo proprio qui per prepararli, sulla tua pelle. Che merito ci sarebbe per te, altrimenti? E perché ti toccherebbe la gratifica allora?

Segretaria:

Ma se crepo, dentro a tutto questo gelo?

Primo assistente:

È il rischio, che c’è. Non tutto riesce col buco, neppure nella scienza, anzi soprattutto nella scienza. Abbi pazienza e buttati, chiudi gli occhi e pensa di fare un bel bagno nel latte di asina. Intanto ti vediamo nuda, ti accarezziamo le cosce e pensiamo a lavorare. (La Segretaria si calma).

Secondo assistente:

Così, brava. Cos’era quel pollaio? Se ti sente Adolfo! Lui che vuole silenzio e ordine e discrezione. Morire in piedi e con delicatezza, dice. Eh, dice bene! (Intanto strofina un po’ d’alcol sul braccio della Segretaria) Ai suoi ordini siamo, ai suoi ordini staremo. (Le fa una puntura). Così, adagio, ora ti stendi, ti sciacqui, riposi (la Segretaria si immerge) e intanto noi cantiamo.

[10]   Primo assistente:

Guarda, è cianotica.

Secondo assistente:

Brachicardia accentuata. Proviamo la pressione.

Primo assistente:

La minima è a cinquanta, massima a ottanta. Tende a decrescere.

Secondo assistente:

Circolazione?

Primo assistente:

Lenta. I capillari intasati.

[15]   Segretaria:

(scuotendosi, per un momento) Aiuto!

Primo assistente:

Tipiche chiazze da congelamento sul ventre; reazione indiscriminata del subconscio, sensazione di instabilità.

Secondo assistente:

Resisterà?

Primo assistente:

Deve. Ma non lo so ancora. I rilievi sono interessanti. Temperatura dell’acqua?

Secondo assistente:

Trenta sotto.

[20]   Primo assistente:

Sono già sette minuti. Portiamola a zero gradi, intanto. Diamole un po’ di riposo, un momento di respiro.

Secondo assistente:

Si scuote?

Primo assistente:

Eh, no, resta lì ammosciata, quasi esterrefatta. Si lascia trasportare. Otteniamo soltanto un riequilibrio organico; ma resta lo stato di sopore.

Secondo assistente:

Ma allora, se non resiste a trenta sotto?

Primo assistente:

Resiste, resiste. Deve resistere. Se c’è, come è dimostrato in teoria, una particolare identità biologica, vuoi nella circolazione sanguigna vuoi nelle reazioni tipiche, fra le aringhe e le donne – diciamo meglio, fra le aringhe e un certo tipo di donne, quale è questa – perfino nel modo di elaborare il seme; tanto più questa identità deve trovare conferma al lume di queste condizioni d’ambiente.

[25]   Secondo assistente:

Ma noi vogliamo altro.

Primo assistente:

Certo, noi chiediamo altro. Desideriamo, e cerchiamo, altre prove, verifiche più maligne. Lo so. Se questa identità è provata, inseriamo il corpo femminile in certe condizioni ambientali e climatiche e studiamone le reazioni. Le aringhe sono aringhe e non possono parlare; non gemono e non fischiano; non si dimenano e non imprecano ad Adolfo. La donna è donna e sa il diavolo quante sconcezze potrà raccontare. Guardala lì, guarda che bel corpo sprecato.

Secondo assistente:

La temperatura è zero, pressione arteriosa a cinquanta, venosa a settanta, respirazione affannosa e intermittente, le macchie sul ventre tendono a decolorarsi.

Primo assistente:

Un’aringa. Se fosse un’aringa vera e propria questo sarebbe il momento di aprirla e squartarla. Esaminarne le interiora, ogni stato degli organi, controllare il colore e il calore del sangue. Assaporarlo con un dito.

Secondo assistente:

Adolfo ha detto di impegnarla a una temperatura di quaranta sotto. O regge o scoppia ha detto. Ma non dovremo squartarla, adesso?

[30]   Primo assistente:

No! Ma abbiamo già stabilito che è sui venticinque-ventotto gradi sotto il punto critico: il sangue si ritira all’estremità del corpo, quasi risucchiato da una calamita, lasciando la carne vuota e trasparente. Direi un colore vetroso. Questo importava ad Adolfo. Non si può andare oltre, non si può scendere più in basso. Aringhe o donne, questo è il punto da non oltrepassare.

Secondo assistente:

Stabilito questo è chiuso l’esperimento?

Primo assistente:

Per il momento, o per oggi almeno. Faremo un bel rapportino per Adolfo.

Secondo assistente:

Svegliamo la Ragazza?

Primo assistente:

Sì, caviamola fuori e poi andremo a bere una birra.

[35]   Secondo assistente:

Porto la temperatura dell’acqua a venti sopra. Guarda che si colora. Dondola adagio e respira. Ehi, tu (le dà uno schiaffo); ehi, svegliati bellezza, che ti offro la birra.

Primo assistente:

Be’, a lei darei piuttosto un latte caldo.

Secondo assistente:

Ti offro un latte bollente o una cioccolata o il tè se lo vuoi e poi andiamo assieme da Adolfo, che ci stringe la mano e a te dà i quattrini.

Primo assistente:

Adesso ha un respiro affannoso. Certo è un collasso circolatorio. Presto una puntura endovena.

Secondo assistente:

Non serve più. Eccola lì che è morta. E addio la nostra birra.

[40]   Primo assistente:

Avverti l’ufficio. Intanto togli l’acqua. Forse aveva qualche malanno antico, postumi d’infanzia, un difetto al cuore. L’uomo è complicato, imprevedibile, fragile. Ci fosse stata una aringa, sarebbe ancora qua sotto gli occhi a dimenarsi, gialla e ormai condannata.

Secondo assistente:

Ma abbiamo saputo ciò che volevamo.

Primo assistente:

Andiamo. Oggi pago io.

 

Entra Adolfo.

 

Adolfo:

E allora? che si fa? Dormite? Sveglia! Riposate? Bighellonate? E quella, dorme?

Primo assistente:

È morta.

[45]   Adolfo:

Be’, almeno ha compiuto il suo dovere! Ha sacrificato la vita per la ditta; come dire: una vita per la patria. Una martire, un’eroina – indispensabile a quest’epoca di ricercatori. Per merito suo ne sappiamo di più sulle aringhe. Citiamola sul giornale, celebriamola pubblicamente. Bormann, Bormann! (Arriva Bormann) Avete sentito?

Bormann:

Tutto ascoltato e già inteso. Sarà fatto.

Adolfo:

E voi, fannulloni, alla vostra relazione. Ora parto per un congresso ma quando torno eccola lì voglio vederla sul mio tavolo. Badate bene. (Esce).

 

 

XV

 

Sala del Congresso. Raduno Nazionale dei Dirigenti d’Azienda. Autorità, un Ministro, un Presidente eccetera.

 

Un’Autorità:

(continuando il suo discorso) …tolto questo aspetto particolare, da questo particolare punto di vista va intesa la socialità del termalismo; più fanghi per le membra acciaccate dei nostri bravi operai, e più zolfo per le narici dei nostri instancabili impiegati. Il sottosuolo della nazione al servizio dei suoi figli valorosi. Finalmente una equa distribuzione dei beni della natura. Ho finito.

 

Applausi, compiacimenti reciproci, inchini. Si alzano, si siedono, si incontrano eccetera.

 

Presidente:

Zitti, zitti. Adesso parla il signor Ministro.

Adolfo:

(a voce alta) Me ne impipo.

Ministro:

(sorpreso) Che cosa ha detto?

[5]     Adolfo:

Così, quel che ha capito, con quelle sue orecchie. Che me ne impipo, me ne sbatto; in una parola non ascolto.

Ministro:

Ma allora, perché mai è venuto, se avversa così duramente, e in una forma a parer mio abbastanza volgare, l’atteggiamento del governo?

Adolfo:

Sono venuto per parlare a questa gente radunata, per approfittare dell’occasione. Tutti i capi d’azienda a congresso! Che colpo! Sono venuto per farmi ascoltare, per ripetere le mie parole che colpiscono dritto al cuore; per convincere e per concludere insomma. Per contare gli amici, per sottoscrivere patti con gli avversari. Non sono venuto per ascoltare le lagne della democrazia, il vostro belato di pecora né tantomeno le vostre fanfaronate. Offrite felicità e bagni di vapore a un popolo infelice e diviso.

Ministro:

Per carità, pazienza, mi ascolti un poco. Lei è intemperante e intempestivo; e mi pare esaltato.

Adolfo:

Se mi provoca, io l’acciacco subito con un pugno.

[10]   Ministro:

Ah, capisco. Mitomania della violenza, regressione al passato, Germania anno zero. Un bel nazi sotto il naso. Ma non si vergogna? Noi adesso navighiamo in pieno mare, e col beneplacito universale. Non le nascondo che ci accompagna anche un bel po’ di ammirazione. Da fuorivia, dico. Ci amano, ci desiderano. Non più barricate, né colpi alla nuca, non più imboscate dalle caverne. Ma la birra tedesca a rivoli, a barili; e le matite tedesche; e la mona tedesca, se mi permette l’amabile impertinenza. A chi non piace la ciccia? (Poi rivolto a tutti) E voi ascoltate, pubblico eminente, coraggiosi pionieri di una rinascita spaventosa. Ecco là (su uno schermo sono proiettate scene della distruzione tedesca), cosa eravamo, il punto più basso della parabola, lo scioglimento dei nodi. Chi avrebbe osato sperare? Era tutta neve sui morti!

Adolfo:

C’era chi lo diceva, se ricordate.

Ministro:

Ed ecco qua (scene del miracolo odierno, con musica allegra) la crescita prorompente, l’inno alla vita, la saga germanica. Un nuovo rinascimento e la festa del sole. Signori, in un secolo, il nostro terzo prodigio.

Adolfo:

Né il primo né l’ultimo. Aspettate il quarto.

Ministro:

Che vuol dire?

[15]   Adolfo:

Questo, o non capisce? che chi rischia le prende; e più rischia più le prende. Solo chi dorme ingrassa, a pancia all’aria e con il bischero ammosciato.

Ministro:

Eh, voi mi sembrate uno di quelli che chiamano i topi con il flauto. Ci riuscite? Un sognatore alla rovescia, un povero matto. Ma siamo terzi nel mondo, dopo russi e Usa. Adesso i russi passeggiano per lo spazio e gli americani li inseguono con il fiato grosso; fanno gli scalini a due a due, fino a farsi scoppiare il cuore. Ma domani, eh? che cosa capiterà domani? quando noi entreremo in campo con tutta la birra in corpo. Per la quarta olimpiade?

Adolfo:

Con la vostra faccia ci vorranno cent’anni. In quanto a correre, con la vostra pancia! Abbasso la democrazia, il passo da lumaca, le vostre fanfaronate.

Tutti:

Abbasso, abbasso.

Adolfo:

Evviva chi corre in cima, la frusta nella schiena, la nuda verità.

[20]   Ministro:

Che nuda verità del cavolo? I conti sono conti, perbacco. Io sto facendo cifre.

Adolfo:

E noi spernacchiamo. Come vedete mi seguono. Bisogna esaltarli non addormentarli. Promettere non constatare. Suggestionare le fantasie non tranquillizzarle con la statistica. Sono come fanciulli che sognano. Bisogna portarli lontano, non ribaltarli nel letto con quattro cifre in croce. Altro che statistica. Se ne fregano. Sotto i denti, a voi, i vostri crediti e la bilancia dei pagamenti! Se contassero i quattrini! A noi la nazione più grande, più forte, più ardente, più fremente, più frenetica, più giovane, più ordinata, più orgogliosa. Noi la faremo come potremo. Tutti insieme, marciando per le strade, a bandiere spiegate. Una marea che cresce, un evviva spontaneo, una forza che non si arresta.

Tutti:

Urrah! urrah!

Ministro:

Dio mio, come parlate bene. Non siete matto, bisogna riconoscerlo. E io mi sento vinto. Non trovo parole per ribattere, ma il mio cuore esulta.

Adolfo:

Ebbene, caro amico! è segno che siete d’accordo, che applaudite con tenerezza, che siete in fondo duro e deciso nei propositi tedeschi; meritate un abbraccio. Presto tra le mie braccia.

 

Si abbracciano, sventolio di bandiere, qualche lacrima di gioia, applausi, applausi.

 

 

XVI

 

Adolfo con un Giornalista in fabbrica.

 

Giornalista:

Si dice anche che lei sia un uomo fortunato e che ieri un giovane sia stato fucilato. È stato pubblicato anche sul mio giornale.

Adolfo:

Un ladro di pere colto sul fatto; un sabotatore con la miccia in mano.

Giornalista:

Rubava il pesce?

Adolfo:

Sabotava il pesce. Magari per ignoranza, forse per romanticismo di giovane.

[5]     Giornalista:

Difetti riprovevoli.

Adolfo:

Non lo so; a me danno fastidio. In quest’epoca di grandi idee e di più vasti progetti chi fischia crepa. (Il Giornalista fa un gesto d’ammirazione). Come forza lavoro il poveraccio è sempre più declassato. Non se ne rende conto nella sua enorme ignoranza ma ora è appena tollerato. Non conta più; i suoi sentimenti sono un peso che nessuna azienda può sopportare. Non entrano nel bilancio. Il corpo dell’uomo, come strumento di lavoro, come fonte d’energia, è incrinato, indebolito; è invecchiato. Pfui! questa cloaca che ammorba, questo ripugnante grasso che intenerisce, questo viscido ammennicolo. Come sopportare tutto questo? Diciamo che la nostra epoca, in una situazione d’emergenza, ha bisogno, e con una certa fretta, di livellare e liquidare. Abbiamo bisogno di una pulizia della razza. E come provvediamo a ciò? È semplice. Fornendoli di carne di pesce guasta. È così labile lo stomaco di costoro. Mangiano, vomitano e dopo un po’ crepano. Noi non dobbiamo rispondere che di un eccesso di cura, o di sollecitudine alimentare. Li trattiamo bene dopotutto e costoro non reggono all’opulenza. Muoiono perché sono guasti, in disuso. E tutto è fatto. Ce ne liberiamo semplicemente.

Giornalista:

Magnifico. E profondamente umano.

Adolfo:

Profondamente nostro, dica. Il nostro popolo, una volta ripulito e messo a nuovo, è grande ed è destinato al futuro. Errori di calcolo lo hanno infastidito e magari danneggiato in passato. Ebbene, non si ripeteranno. Anche se ciò è accaduto perché si è fidato di autentici traditori. Ma adesso! Dinamismo, questo è il motto; leggerezza urbana e singola competenza; olocausto scientifico e dedizione della mente. Una terribile dolcezza sarà forse il segno della nuova era, e nessuna cosa inutile sarà detta. Si eviterà in tal modo il dolore della curiosità. Ne deduca che giornali, libri, tipografi e altre cose del genere si renderanno perfettamente inutili. Anzi, saranno considerate come nocive. Scompariranno, dovranno scomparire. Ha scritto? Voglio che il titolo di questa intervista sia: Pensieri di un saggio sul corso del proprio tempo.

Giornalista:

(alzandosi) Sarà fatto. (Esce).

 

Entra Bormann.

 

[10]   Adolfo:

Bormann, faccia di porco, chiuda presto quell’uscio. Mi fa male l’aria smossa, mi fa male l’aria smossa, mi fanno male gli spifferi. Potrei intendere questo come una forma di attentato indiretto, di lento avvelenamento ad hoc e comportarmi in conseguenza.

Bormann:

Ho solo aperto una porta, dovevo pur passare. Di là c’è un certo Tifling, forse quello…

Adolfo:

(siede allo scrittoio) Che entri.

 

Entra Smith un giovinotto elegante, autorevole, efficiente, all’inglese. Esce Bormann.

 

Smith:

Herold Smith della sede d’Amburgo dell’agenzia Tifling, che lei ebbe modo di ricompensare con una prestazione superba. I miei complimenti, signore. Le chiedo un colloquio.

Adolfo:

Accordato, se siede per terra. (Gli fa cenno di sedere).

[15]   Smith:

(sedendo per terra) La nostra sede di Frankfurt bruciò una sera, tutta intera, con carte e calamai, e dentro c’era il nostro caro signor Tifling. Bruciò anch’esso. Prima che ciò accadesse, prima dell’ignobile disastro o dell’attentato sedizioso – un atto di sabotaggio, la vendetta di un maniaco o pura fatalità – il signor Tifling ci aveva trasmesso la scheda a lei riferita. Ci lusingammo, e ci lusinghiamo ancora, d’avere catturato un campione, adatto a prestazioni straordinarie, a risultati fuor dal comune. Ebbene (un uscio è socchiuso e appare Bormann che origlia) la nostra agenzia che come lei sa è la più importante d’Europa; bè! è inutile dirlo, lei lo sa, lei è al corrente; si fa per dire; lei sa già tutto; ebbene, noi abbiamo ricevuto un’importante richiesta, una richiesta che non esito a definire storica; per soddisfare la quale si richiede un uomo che possa competere a questo livello e assestarsi, per così dire, come un’aquila. Lei, lei è il nostro uomo. Si cerca un capo di governo, un capo per questo governo, trascinatore di folle, un abile amministratore, salace narratore di storielle, autorevole, autodidatta, affabile, cortese, umano, casalingo, prestante, dolce coi ragazzi e tenero coi vecchi, di facile commozione, di lunga e proverbiale pazienza; che sappia intenerire le zitelle e dar colpi di maglio sulla crapa dei veterani, che si sentano ribollire alle orecchie il sangue delle battaglie. Che sia sano e adulto, dopotutto. Ma insieme un feroce mastino, perfido, senza il sentimento della tenerezza, senza cortesia. Un grande attore. E di lingua tedesca. Tre giorni di esame sui test psicologici, mezza giornata per esami orali di cultura generale e per recitazione drammatica. Se accetta lei è il nostro prescelto.

Adolfo:

Accetto subito.

Smith:

Benissimo, benissimo, mi congratulo. Per la chiarezza delle nostre relazioni, e per non perdere l’affare, sappia che abbiamo un’altra domanda, per questo posto specifico, non sollecitata certamente da noi ma inviata a noi per posta. C’è dunque un secondo concorrente, di nome (cerca in tasca, cava un foglio) Bormann, un fuoriuscito, patriottardo. Ma stia certo che non conta.

Adolfo:

La faccia di porco conterà ancor meno nei giorni seguenti. Egli è spacciato e sotterrato.

Smith:

Cosa dice?

[20]   Adolfo:

Non dico proprio nulla. Penso fra me e decido. Penso fra me e preparo. Penso fra me e vinco. Ho bisogno della maretta per calmarmi. (Fa un cenno, entrano i Soldati, improvvisano un piccolo palcoscenico su cui alcuni Attori recitano in tunica questi versi di Eschilo con le luci su loro).

Attori:

Ormai il mare scompare sotto un groviglio

di frantumi di navi e di cadaveri e le rive

e gli scogli sono pieni di morti.

Le navi che restavano della flotta barbara fuggono,

a forza di remi, e intanto i greci sui naufraghi come

tonni e pesci

stretti dalle reti, li colpiscono coi remi,

li assaltano con i rottami del naufragio,

gli spaccano il cranio. Grida, gemiti di dolore

riempivano l’oceano

riempivano l’oceano

riempivano l’oceano.

 

Gli Attori rapidamente si allontanano. Smith applaude.

 

Adolfo:

(prima fischia, poi) Queste tragedie sono troppo vere. L’arte è favola della realtà, significa la grandezza della patria, rappresenta la sua ascesa, ne esprime la forza. Heil! È amore; è un’ammonizione; lo sparo di un fucile, è morte, è il massacro. È la grande foresta tedesca. Io inscatolo il tonno per la patria e intanto ne ascolto le occulte tristezze. Salo le aringhe e mi preparo. Io lusingo il loro sogno perverso. Eh, Bormann mi vuol massacrare, far lo sgambetto, trombare. Lei caro Bormann… (Si spengono le luci).

 

 

XVII

 

Adolfo e Bormann seduti.

 

Adolfo:

Lei, caro Bormann, abbia un po’ di pazienza, ma deve intendere che non deve. È afasico per le idee e vive solo in funzione del sottoscritto. Come le è venuta questa idea da galletto? Non è certo un’idea da uomo quale lei è. Si riduca alla ragione, caro Bormann. Lei è un cretino, semplicemente; buono per i mezzi impieghi. Un raccattapalle dei grandi; un leccapiedi. Un cornuto, coglione. Con quella faccia da sabotatore schizofrenico! Che cosa vuole? Il potere? Via, via povero vecchio Bormann, con la sua eterna nostalgia dei fiori anche in mezzo alle aringhe. Un uomo bucolico, un poveraccio, uno stronzo. Lontano da me, naturalmente. Con me vicino, a me sottoposto, con me a cavallo; ebbene, lei appare miracolosamente audace e imprevedibile, signorile, dinoccolato, austero, duttile, sottile; con qualche tocco di originale. Per sé lei è soltanto un contadino che si commuove.

Bormann:

Anche se ha ragione… ma insomma, io…

Adolfo:

Ho ragione. Vada via, vada via, Bormann. No, aspetti, un momento. Ancora un momento. Si sieda, caro Bormann, si calmi. Ecco, così, si rilassi. Un momento di silenzio. Lei ha bisogno di tutte le energie. Questo maledetto party si deve fare e lei preparerà tutte le cose a puntino. Con quelle manine e quel cervellino. Suvvia, Bormann, ci dia dentro una volta tanto, invece di pensare sempre a quella cosa e a innaffiare i fiori. È possibile. Posso sperare? Mio buon Bormann, faccia di porco, che oggi assomiglia proprio a un agnellino, un agnellino bastonato.Bormann:

Lei dice bene. Heil! Con quella voce e la sua presenza. Appare e tutti tacciono; magari applaudono. Io appaio e mi spernacchiano. Perché? Che ho fatto di male? Non merito anch’io un po’ di rispetto? Un piccolo osanna? Eh, ma li obbligherò a questo, oppure farò fuori tutta la canea. Popolo maledetto, paese fetente. Non capiscono i loro uomini e tanto meno li amano. Aspettano seduti sul cesso che la storia si muova.

[5]     Adolfo:

(con pazienza) Ma la storia si muove sempre, e siamo noi che a calci la facciamo rotolare. Non dica sciocchezze, Bormann, e mi prepari un bello spettacolo per questa sera. Bibite fresche e musica per tutti.

Bormann:

Il ballo delle aringhe.

Adolfo:

L’idea è graziosa.

Bormann:

L’idea è grandiosa e improvvisa. Oh che bella! Ne sono orgoglioso ed esulto. Lo spettacolo è fatto. (Esce).Adolfo:

(lo segue con lo sguardo) Per carità; farlo fuori subito, subito. Un bisonte. Pericoloso dopo tutto. Capace di far malanni, di mettere i bastoni fra le ruote, di farci saltare tutti in aria, per idiozia. E l’idiozia è un male non curabile. Una canaglia idiota è incontrollabile. Fedele? ma neppure quello. Una carogna. Via, via. Questi uomini non danno un perché alle cose ma subiscono e fregano.

 

 

 

 

XVIII

 

Il party. Gente elegante e allegra. Un’orchestra in fondo alla scena suona. Si beve, si balla. Man mano che l’azione procede la scena si trasformerà (ma non cambiando disposizione né di luogo né di persone): la luce si farà livida e dura, la gente intristirà orribilmente nel suo riso, nel parlare svagato, che si farà più contratto, e i vestiti di tutti, via via, si decomporranno finendo sbrindellati e informi. Sembrerà alla fine uno stanzone di lager. Così, sulla carne viva.

Ma adesso la scena è animata. Dopo un poco entra Adolfo. Applausi, inchini eccetera.

 

Adolfo:

Vi ringrazio. Ringrazio tutti. Le gentili signore, i signori e le amabili puttane che hanno accompagnato i miei cari amici. Una fiera d’eleganza e uno sperpero di denaro, per il gran ballo delle aringhe. Che posso dirvi? Ah, divertitevi e ricordatevi che la carne piuttosto saporita del pesce, che noi inscatoliamo, toglie le rughe vecchie, evita le nuove e depura l’adipe, rendendo agili e giovani. Il discorso vale per tutti. Su, su ballate. (Si getta nella danza. Fra i presenti ci sono molti personaggi delle scene precedenti).

Bormann:

(alla Moglie dell’Invalido) Balliamo. (L’afferra e balla).

Giovane:

(alla Ragazza) Balliamo.

Padre:

(alla Madre) Proviamoci. (E si getta).

 

Così tutti gli altri, per un poco. Poi Adolfo si siede, anfanando.

 

[5]     Una signora:

(ad Adolfo) E così, grazie a voi, caro Adolfo, anche quest’anno la festa è magnifica. Carica di ingredienti, come una torta. Una volta si moriva di noia. Voi rendete attraente e unico, direi indispensabile, tutto ciò che toccate. Siete un dominatore delle situazioni. Così dicono in giro, anche.

Adolfo:

Siete una cara gallina, con questa vocetta. Vostro marito chi è?

Signora:

Là, quello corpulento, con la faccia rossa allegra. Un buontempone a cui piace spendere; e divertirsi, naturalmente.

Adolfo:

Ma quello è Diepp. Non era?…

Signora:

Sì, sì. È molto cambiato? Una volta era duro, e ciò lo rendeva bello. Mi piaceva, forse, perché era soprattutto feroce, senza pietà. Lo adoravo con un certo timore, adoravo la sua cattiveria che sapeva aspettare, ma che era senza debolezza. Mi pareva un dio. Adesso!…

[10]   Adolfo:

Ditelo! Adesso è un mucchio di lardo che s’avvia a morire. È una decomposizione ambulante. Questo volete dire? Che puzza di guasto?

Signora:

Forse. Forse è questo.

Adolfo:

Coraggio. Se crepa, presto come sembra e nonostante quella faccia, vi prenderete un nuovo amico con meno trippa addosso.

 

Si presenta Bormann.

 

Bormann:

(alla Signora) Posso? (L’afferra e ballano).

Adolfo:

(fra sé) Magari quella se lo pigliasse. Sì, potrebbe scegliere lui. Bella cosa. Allora letto e fiori, fiori e letto; o un letto fra i fiori. E un soldato di Adolfo da sparargli nel petto. Ma io la scampo e lui ci casca.

[15]   Bormann:

(ballando con la Signora) Eh, un corno! Vent’anni sono lunghi da passare. Al buio e con Adolfo accanto. Bel divertimento! se li immagina? Nemmeno un goccio di birra, per non puzzare. È così sofistico il viennese. Adesso però alla sua faccia mi spasso, e bene; al diavolo le sue aringhe. Lo so che mi odia perché non mi do da fare, come vorrebbe, e non lo servo di camomilla. È finito il tempo delle ciliege, il tempo delle vacche grasse. Ora si farà la sua camomilla da solo, il signore. Eh, sì. Basta chiamare Bormann; non più suo servo e non più suo amico. È una grandissima carogna, ma mi fa paura. Una cosa di cui mi vergogno. Ma di voi non ho paura; piantiamo tutto e andiamocene.

Signora:

C’è mio marito, là.

Bormann:

Il grassone? Non può quasi muoversi, è sbronzo fra l’altro; tutto arzillo. Prima che ci scopra è già giorno.

Signora:

Io vengo, ma badi che spara; e spara bene, non sbaglia.Bormann:

E io meglio di lui, in ogni direzione. (Escono).

[20]   Adolfo:

(a Vogel) Il silenzio è glaciale. Sente questo silenzio, Vogel?

Vogel:

Per la verità sento un gran casino di suoni e strisciare di piedi e gente in fregola; (si guarda attorno) vedo bere e mangiare e vedo dimenare le code. C’è odore di zolfo e non silenzio.

Adolfo:

(con rabbia) Zitto, cretino. (Poi di nuovo, tranquillamente) C’è un segno, un richiamo, sicuramente un segno, c’è un richiamo di vendetta. Il silenzio è glaciale perché è il mio silenzio. Macché gente che si dimena! macché capoccia in fregola! Ascolti questo silenzio che canta, o che bombarda. Allunghi l’orecchio.

Vogel:

Allungo l’orecchio, ma non sento.

Adolfo:

Imbecille, inetto. Sedetemi vicino e ascoltate.

[25]   Vogel:

Sento la musica. Voi che parlate. Quella donna che ride; le altre che aspettano d’essere caricate; qualche marito contento e molti mariti in furore. Vedo una notte di gran baldoria, con voi, signore silenzioso, che osservate, lubrificate; e vedo un risultato di molto prestigio per le vostre tasche. Ah!… sento anche il rumore di un treno.Adolfo:

Questa volta è perfetto. Descrizione saporosa. Siete un commediante, Vogel. Ma tutta questa gente. Non sai se vezzeggiarli o bersagliarli; se sono stracci o sono uomini. Questo è un pentolone di tutte le passioni, dove si scoprono gli altarini. Chi è vacca è vacca, anche se appare signora, per un momento; e il barone ladro appare per quel furfante che è, anche se ha il suo garofano all’occhiello. Tutta gente utile, molto utile. Sono le apparenze che fottono, inducono in tentazione e sballano tutti i calcoli. Perciò, attenzione. Col suo monocolo, se non ci badi, uno ti turba, ti mette in soggezione, o bene che vada ti induce alla confidenza. Un bicchiere, un arrivederci, la mano sulla spalla, e lo trovi a letto con tua figlia o con tua moglie. Si fa per dire. La confidenza! Altro che. Cazzotti sul muso ci vogliono e calci nelle palle; gliela do io la confidenza. Un marsh e via. Tutt’al più, per tenerseli buoni, questo mucchio di bastardi, e per tutti gli altri, una crociera all’estate, all’isola di Elsinore, a spese dello stato.

Vogel:

Dite bene voi. Ma chi lavora cantando? Lavorare in letizia? Ma in questo modo, e scusatemi l’ardire, riesce soltanto una gran rottura di scatole. Altro che crociera.

 

Adolfo:

(isterico) Non quando è lo stato che lo chiede. L’ordine. La sacra famiglia. Se spari, ti ubbidiscono.

Vogel:

Ah, già. Ohé! Ma i colpi fan male.

[30]   Adolfo:

Proprio questo. C’è misura e misura. Qualche volta puoi anche promettere, offrire il garofano; senza poi mantenere, si intende. E con la mano al grilletto. Bisogna andare per le spicce. Sono le troppe parole che incoglioniscono i popoli. Se parli li addormenti e finiscono per credere che chi li governa è un cretino. Non c’è nulla come l’illusione della libertà a trascinare l’uomo agli eccessi. È allora che non sa dominarsi, perché non ha più la speranza che nasce dalla paura. È indifeso, disarmato, e vuoto di fronte alla libertà qual è. Una gran noia. Una lunga giornata noiosa. Soprattutto senza compagni. C’è bisogno del padre sovrano.

 

Si avvicinano il Giovane e la Ragazza.

 

Adolfo:

La bella danzatrice.

Giovane:

E il vecchio puttaniere.

Adolfo:

Moderate i termini, giovanotto, e non pestatemi la coda. Io parlo alla donna e voi toglietevi di mezzo.

Giovane:

Voi dovete imparare a comportarvi e soprattutto a parlare. E a scegliere l’erba dal mazzo.

[35]   Adolfo:

Ma con questa, anche se vi dispiace, vado non soltanto a spasso.

Giovane:

Ancora per poco, ve l’assicuro. Con tutti i vostri balli non meravigliatevi se ci sarà chi vi pesta due legnate sul cranio. Vi credete potente. Vedremo poi. Ma c’è chi non tollera il sopruso, nonostante la donna sia donna.

 

Adolfo fa un cenno alla Ragazza e insieme, in un vortice, ballano.

Adolfo:

(al Giovane, ritornando con la Ragazza per mano) C’era una volta un re – che aveva un bel figliuol – un figlio triste d’animo – che per nessun sentiva amor. La favola vale, tale e quale, per questa conclusione: che col sentimento si vince ogni barriera; o, come dite voi, le difficoltà. È così? Ma l’errore della vostra età, badate a me, è di credere che col ragionamento, e poi soprattutto con la franchezza, si possa spiegare ogni cosa. E che le difficoltà siano vinte.Giovane:

Vinte un corno. Ma però messe al muro, con le braccia alzate. Eccole lì a sopportare le nostre conclusioni.

Adolfo:

Ma via! mi parete solo in un mondo che ha altro da fare. Siete un idiota. Un giovane idiota. Come sono tutti i giovani, che sono idioti. Nessuna cretineria più grande che la forza della giovinezza, il prorompere dell’età, il sale della terra. Ardimento, fantasia, intemperanza. Ah, ah, ah. (Fa un cenno, entrano i Soldati. La scena si trasforma decisamente in un interno di baracca; ballano, conversano, si appartano ma con questa nuova tristezza addosso. Una tragica verità. Un ritorno sull’onda). Intemperanza, ardimento, il sale della terra, fantasia. Muoiono come mosche, si sbudellano per una cicca (indicando gli invitati), crepano per una semplice influenza e amoreggiano come i cani. Non servono neppure più i soldati. Li tiene sotto, scrupolosi e teneri, la paura. Equilibrio delle volte, regola del vantaggio. Da un anno all’altro la solfa non cambia. Io pesco le aringhe per il momento e pescherò la Germania domani; ma altri pescheranno altrove perché il giuoco delle reti è inebriante, in Asia o in America; perché la vostra faccia, mio bel ragazzo cornuto, ora innamorato sfortunato, è quella che chiama le disgrazie. È la solita faccia di Adamo, pronta alle lacrime, pellegrina di tempesta, segnata di dolore, ma che basta un giorno a ridurla a ridere di nuovo, magari con un pizzicotto sul naso. È una faccia che chiama gli schiaffi e le disgrazie. Cosa volete farci? Siete merda. Avete un giorno nella vita in cui correte a rotta di collo, poi vi adattate all’impiego, ai soldi del babbo, e non c’è gioia più grande per voi che applaudire chi rischia veramente; che cercare il vostro eroe. E questa è la conclusione: aringhe o no, mio bel somaro, ne avete uno davanti che presto o tardi, scocciato, vi darà due bei calcetti nell’osso sacro. E che per intanto vi fotte la ragazza. Col vostro permesso. (Si allontana).

[40]   Bormann:

(arrivando) Tutto bene?

Giovane:

Vi pigliasse un accidente.

Bormann:

Cattivo umore che induce a cattiva educazione. Parole da camera a gas.

Giovane:

(sorpreso) Che?

Bormann:

Oh, no, è un giochetto… (Battendo le mani). Ma c’è aria da funerale…

 

L’orchestra tralascia il ballabile e inizia una marcia militare, che tutti accompagnano cantando sottovoce, come infervorati e distesi in un sorriso di ritrovata beatitudine.

 

 

XIX

 

Bormann con la Moglie dell’Invalido, per una strada della città.

 

Moglie dell’Invalido:

Non pensi che a questo.

Bormann:

Mi piace e tu mi piaci. Oggi mi piaci.

Moglie dell’Invalido:

Anche ieri e l’altro ieri. Va’ al diavolo.

Bormann:

Con te sulla coda ritta.

[5]     Moglie dell’Invalido:

Sei un porco e puzzi.

Bormann:

Odorava meglio il tuo storpio di prima, eh?

Moglie dell’Invalido:

(improvvisamente calma) Odorava almeno di pulito. Anche al mattino, stretto a me, con la sua malinconia che si risvegliava, odorava. Era pulito e fresco. E con la sua rabbia. Puzzava magari degli anni passati in trincea, negli scoli, per nulla. Ma per lo più odorava così, come il vento. Oh, eccolo lì che canta.

 

A un angolo appare l’Invalido che canta e suona.

 

Invalido:

Se c’è un giorno dell’anno

in cui non c’è maledizione

è quando scuoti la lana

distesa sul bancone.

Succede una volta tanto.

Quando ti voglio e tu non resisti

allora c’è il gelsomino

che fiorisce in un vaso dentro ai tuoi occhi.

I giapponesi hanno la pelle gialla,

gli africani hanno la pelle scura,

(così dicono almeno)

tu amore che pelle hai?

Hai la pelle del cane

che puzza sotto la pioggia?

O quella della talpa che dorme

senza pensare a domani?

Che giorno lungo è oggi! (Si allontana, scompare).

Bormann:

Ti spicci? Perché ti sei fermata?

[10]   Moglie dell’Invalido:

Non ne ho voglia.

Bormann:

Me ne sbatto. Vieni.

Moglie dell’Invalido:

Ascoltavo un uomo cantare.

Bormann:

Nessuno cantava in questa strada nera. Sei una scema e mi scocci. Andiamo. Per fortuna hai delle belle gambe. E io sto diventando importante. Potrei anche farti un regalo, presto, se tu non smergolassi tanto.

Moglie dell’Invalido:

Povero muso di porco. (Canta) Se c’è un giorno dell’anno in cui non c’è maledizione… (poi, fra sé) Che male, ahi. Che paura. Pensare non basta, volere non basta; non basta non volere. Ci vuole un po’ di forza, una volta tanto; la maledetta forza. Ci vuole l’inganno. (A voce alta) Verrò con te sul bancone ma prima lascia che ti accoppi col mio coltello… (e mentre Bormann ride l’ammazza). Tu piglia e ascolta. (È soddisfatta).

 

Entrano i Soldati e l’arrestano.

 

 

XX

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo è seduto, solo. Fotografia del bunker in piena luce sulla parete di fondo.

 

Adolfo:

Il povero Bormann, Bormann, il porco, è morto. Come doveva morire. Bene. La dolcezza di questa sera dentro a queste mura. Il grigio, il silenzio dei muri, tutto è composto. (Rivolto agli Spettatori) Sì, tutto è ordinato e tranquillo. Come deve essere. Non si muove una foglia. Lasciatevi convincere. Perché restare lì svaccati in una sera come questa? Qualcuno magari ha sonno e si addormenta. Ronfa, dimenticato dalla vita. Il tempo non richiede questo ozio dei sentimenti. Su, su, sveglia, allè; lasciateci alle nostre azioni e voi correte alle vostre, meschine, ridotte, incerte, ma che ci serviranno. Se c’è un medico, questo medico corra all’ospedale; l’avvocato studi il suo processo invece di bighellonare fumando la sigaretta; ogni donna corra nel letto dell’uomo prima che sia riempito da un’altra. Il mondo è imprevedibile e ha bisogno di fermentare. Bandita la pudicizia. Noi invece restiamo qua con le nostre aringhe ma ancora per poco. C’è una grande corrente nel Mare del Nord in questi giorni e branchi enormi affluiscono. Prosperità, salute. Tuttavia abbiamo gravi pensieri. Dobbiamo coprire enormi vuoti, guadagnare anni perduti leccando la polvere, ritornare sul filo della fortuna, per significare ancora la forza e una oscura minaccia, un pericolo imminente, un’autentica catastrofe. Il mondo si domina con la paura, come sempre; l’uomo non ammira il violino e la donna ama il violento; a questo l’uno lo serve e l’altra gli si accoppia. Volete adesso una prova? O mi ubbidite sgombrando in fretta e tornate ai vostri lavori, o io, forte dell’autorità conquistata a destra e a sinistra per forza d’aringhe, vi darò una meritata lezione; a calci nel sedere, per il momento. (Fa un cenno, entrano Soldati che si schierano imbracciando gli schioppi di fronte al pubblico). Eh, eh, tacete? Ecco l’ultima masticatura di antiche paure. (Alcuni Spettatori si alzano ed escono). Bravi, bravi; quelli vanno, pazienti, ubbidienti; cittadini onesti. Quelli sono l’osso della nazione. Ricordarli. Essi hanno capito che un nuovo destino, risollevatosi dalla cenere, si annuncia. E ora ascoltatemi, voi col sedere di piombo attaccato alle sedie. Accadrà presto che vicende prevedibili, comunque, mi portino sulla cima. Vi ordino di tremare. Libererò gli spiriti del male dalle ampolle oliate in cui sono custoditi. Un solo terrore sconvolgerà il mondo e griderà in una sola lingua. Ci comporteremo con voi come con le sardine. Inscatolare l’uomo, massacrarlo; ne faremo una bella pasta bianca da chiudere dentro la latta. Non ci saranno più sperperi né cadaveri nei boschi. Riempiremo il mare col seme fecondo dell’uomo; ingrasseremo le aringhe per il mercato straniero e io stringerò il lucido marco tedesco nel mio pugno.

Uno spettatore:

(dalla platea) Pazzo, impostore, carogna. Autentica cloaca.

Adolfo:

(ai Soldati) Quell’uomo laggiù, magro, sui quarant’anni, faccia da rivoluzione.

 

Un Soldato si avvicina, afferra lo Spettatore, lo trascina un poco e l’abbatte.

 

Spettatori:

Oh! (Mentre i Soldati trascinano via l’uomo morto).

[5]     Adolfo:

Tutto è facile, per chi può e deve comandare. È un destino. Voi avete l’obbligo di ubbidire. Siete la spazzatura della storia. (Si spengono le luci).

 

 

XXI

 

Una strada. Passano alcune persone.

 

Prima persona:

Un accidente ad Adolfo e alle sue aringhe. Ha impestato il paese, non solo di puzza. È un bastardo, col suo modo di ammazzare di qua e di là.

Seconda persona:

(canta) Chi semina il piombo – raccoglierà radicchi.

Prima persona:

Sì, aspetta! Tu mangerai insalata.

Terza persona:

Dovremmo accopparlo, o lui ci farà fuori tutti.

[5]     Seconda persona:

State certi che succederà, e sarà uno di noi a farlo, come al solito. Si fotta le sue aringhe.

 

Entra il Giovane.

 

Giovane:

Sapete dirmi dove posso trovare Adolfo?

Prima persona:

(sputando per terra) Apri una chiavica e vedrai la sua faccia.

Giovane:

Il fatto è che devo trovarlo.

Quarta persona:

Non cercare lontano. Odora la strada, segui il puzzo del pesce; più forte sarà, più vicino ti troverai.

[10]   Giovane:

Addio.

 

 

XXII

 

Nell’agenzia Tifling. Il gruppetto degli Esaminatori applaude Adolfo che ha appena finito di parlare.

 

Primo esaminatore:

Perfetto. Non c’è ordine se non c’è ordine sovrapposto.

Adolfo:

La sovrapposizione è decrescente. Non c’è ordine che non sia stabilito su una forza che lo vuole; che vuole quest’ordine. (Urla) Noi proponiamo l’ordine prefabbricato; lo adattiamo alla misure delle cose, alla singola topografia. L’ordine non deve servire l’uomo ma soltanto lo stato.

Secondo esaminatore:

Bravo.

Adolfo:

È terribile dover pensare che quest’ordine debba servire alla carne debole dell’uomo. Una notte di Londra o Berlino sostituisce le perdite di una battaglia. Perché ci dovremmo impietosire per l’uomo? L’uomo significa niente. È un paio di corna sulla fronte e un bischero sulla pancia.

[5]     Terzo esaminatore:

Bravissimo (applaude).

Adolfo:

Vi dico che i tempi sono maturi per un’azione senza errori. A pensare al passato! Com’eravamo incerti, maldisposti. Dico maldisposti per le circostanze. Deboli i mezzi, deboli le apparecchiature; e gli uomini poi, che mucchio di coglioni. Avevano tutti un cuore. E che lacrime sulla spalla della mamma. Respiravano con la bocca. Si entusiasmavano. No, signori! Questa è l’epoca dei mostri. Alla violenza romantica, che era paura bella e buona, ai suoi luridi conati, come ventate che salivano dalle paludi, noi sostituiamo una violenza fredda, razionale, disadorna – e senza errore. Una violenza algebrica, programmata. Non contiamo più gli uomini morti, come non contiamo più le aringhe. Si badi solo al peso; al peso specifico, al peso come imballo.

Primo esaminatore:

Che alte parole.

Smith:

(dell’agenzia Tifling) Concludiamo approvando con rispetto. Il risultato finale conferma che lei è: sicuro di sé; di bella presenza; di buone maniere; energico; pieno di iniziativa; divertente; allegro; piacevole; ben curato; popolare; socievole; sensibile ai problemi altrui; ordinato; ambizioso; attento; prudente; ponderato; distinto; discreto; preciso; sistematico; e che fa rigare dritto. Le annuncio felicitandomi che può considerarsi il nuovo capo di questo paese. Mando un telegramma. Eccellenza, un felice periodo si apre, ne sono sicuro, per la nostra nazione laboriosa.

Adolfo:

So come andare a curare le sue vecchie ferite. Intanto voi salutate, riverite e toglietevi dalle scatole.

 

 

XXIII

 

Ufficio di Adolfo in fabbrica. Adolfo ha di nuovo i baffetti. È seduto al tavolo, controlla i documenti, metodico. Entra un Funzionario della fabbrica.

 

Adolfo:

Queste pratiche sono urgenti. Evaderle in giornata, prima che io passi le consegne e lasci la città. Marsch! (Il Funzionario esce. Poi, parlando fra sé, infine sempre più forte) Fino alla fine del mondo; fino alla fine del mondo; fino alla fine del mondo. (Imposta la voce, si guarda le mani. Intanto entrano tre Dirigenti a cui Adolfo deve passare le consegne). Fino alla fine del mondo le aringhe resteranno aringhe. Voi assumete una carica importante, un terribile impegno. Il paese vi guarda, perché mi sostituite. Considerate il vostro lavoro come un dovere verso la nazione. Non siate timidi, incerti; osate sempre. Il coraggio è irripetibile. Io vi seguirò da lontano. Adesso addio. (Si odono voci e grida, rumori, da di fuori). Che c’è ancora?

Primo dirigente:

Sciopero generale… (È incerto).

Adolfo:

Ebbene?

Secondo dirigente:

Scioperano contro di voi. Si rifiutano di pulire le aringhe, di salarle. Sono contro la vostra nomina. E hanno imbrattato i cessi.

[5]     Adolfo:

(accostandosi a una finestra) Sciocchezze. (Legge: l’aringa numero uno alla forca). Avranno pane per i loro denti. Marmaglia anarchica e feccia comunista. Merda di vacca. (I Dirigenti si allontanano).

 

Entra la Ragazza.

 

Ragazza:

Tu parti.

Adolfo:

Io parto e tu parti. Io parto e tu verrai con me. Ho posta da sbrigare, il letto da scaldare e le stanze nuove da riempire. Tu accenderai il fuoco. Tu e il cane. (Intanto entrano gli Operai coi cartelli, si schierano contro il muro). Il mio ordine è un ordine. Segretaria e amante.

 

Entra il Giovane, eccitato.

 

Giovane:

Adolfo, sei lì.

Adolfo:

Chi canta per amor e chi per rabbia.

[10]   Giovane:

(alla Ragazza) Tu esci e aspetta. (La Ragazza esce).

Adolfo:

Che bel divertimento. Io in alto e voi quaggiù a rodervi. Non potete capire. Voi, voi salerete le aringhe, per l’eternità; e questo giovanotto ha un raffreddore d’amore, che si guarisce con qualche sberla. Un cuore a pezzi. Cose troppo vecchie per interessare. Volete sapere come andrà a finire? Finirete tutti in una rete: quelli perché non lavorano come dovrebbero e questo giovane per insubordinazione al primo ministro. È urgente ricollocare al giusto posto il concetto di autorità. Il caos è finito. L’orribile casino dei giorni scorsi. Basta col periodo d’oro dei calci nel didietro; useremo le pallottole. Ed ecco chi chiuderà il bordello. Il sottoscritto. Comanderemo un po’ di fuoco su queste teste matte e voi non potrete farci nulla, se non subire in silenzio. Si annunciano brutti anni per le canaglie che tramano.

Giovane:

Adolfo, io semplicemente ti ammazzerò. Ti odio tutto intero. Non ti ucciderò semplicemente per amore.

Primo operaio:

Lasciamoglielo fare. Assistiamo in silenzio, sperando che tutto accada come vogliamo.Adolfo:

E perché non per invidia, per impotenza, per debolezza? Ma io, caro mio, non ho paura e tu sei morto. (Fa un gesto. Poi si allontana per un istante e rientra).

 

Entrano anche i Soldati che si schierano con gli Operai.

 

[15]   Adolfo:

E voi? Ahi, ahi, ahi. Tu allora mi sorprendi nel momento di maggior debolezza. Sei astuto, non lo credevo. Senza più l’autorità vecchia e senza ancora la nuova autorità che opprime. Sono un esercito in marcia, con le tende levate. Vediamo, trattiamo fra noi. Dammi un momento di tregua. Ti cedo la ragazza, te la rendo se vuoi.

Giovane:

Non basta, non basta più. (Spara e lo uccide).Primo operaio:

E adesso? è risolto qualcosa?

Secondo operaio:

No, se ritorniamo alle aringhe.

Terzo operaio:

È vero, andiamocene.

 

Si illumina la parete di fondo con la solita fotografia del bunker eccetera. Entrano alcuni Inservienti per trascinare fuori il corpo di Adolfo.

Mentre tutti sfollano entra Adolfo.

 

[20]   Adolfo:

Fermi tutti, quello è un sosia. Allè, sbalordite? Vi bruciano le budella? Vi pigliano i crampi allo stomaco? È la paura. È la paura del sottoscritto. Ben vi sta. Vi ho buggerato. Lo sapevo, lo sapevo. Ma come! Gridavate abbasso l’aringa, di qua e di là; e fischi, e poi sporcare i cessi. Sono i primi segni del disordine che viene, i primi segni di una rivoluzione. Forse non dovevo stare in guardia? Ma chi conosce, fra di voi, l’arte del pagliaccio, un’arte sottile, difficile – che mentre ride fa piangere? che sospira e fa ridere? la dote dell’ubiquità, il piacere dell’intrico? Chi di voi sa prevedere e collocare, collocare ogni atto al posto giusto, al momento giusto? Chi giuoca sull’anticipo, chi si spreme le meningi nelle veglie notturne? Vi abbandonate alla vostra voglia di vivere e vorreste fare i furbi! Guardatevi! sorpresi, rincoglioniti. Lì, come poveri stracci. Vi ho in mano. Tutti insieme, una massa di povera vecchia carne. Vi sfilacciate, inermi, desolati. Ebbene? Ebbene! la vecchia storia ricomincia. A calci nel sedere vi incolonno e vi spingo e vi trascino al foro, al luogo delle rimembranze, a rispettare la patria. C’è un morto per terra. Piangetelo, seppellitelo. C’è un vivo di fronte a voi, più vivo che mai; applauditelo. Ma tutti insieme mi fate schifo. Sempre i soliti siete, mi par di ricordare. All’erta! non sentite il suono delle nuove trombe?

Padre:

(entrando con la Ragazza) Urrah! bravo! è salvo, l’ha scampata. Adolfo è vivo. Finalmente! La storia, la vecchia storia ricomincia.

 

 

 

 

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Letto 2689 volte Ultima modifica il Venerdì, 22 Marzo 2013 13:54