La macchia d’inchiostro. Testo per il teatro (1976)

Testo per il teatro, 1976

 

Elenco dei personaggi

 

 

Primo attore

Secondo attore

Uno spettatore

Il cavallo Plith

P.L.

Il ladro

La sciantosa

Due nonni

Una nonna

Nuora moglie

Padre marito

Sei bambini

Il cavallo Raimundino

Il monaco Plamunde

Il diacono Bondìo

Il priore del convento

Venti monaci

Il padrone di Raimundino

Il vecchio eremita

Il conte Clavier

La contessa Hermanilde

Doralice

Grap

Lozano

L’ufficiale francese

Soldati

 

 

 

Premessa al testo

Due attori passeggiano conversando forse dentro a una pista da circo; sembrano cavalli di alta scuola viennese. Per terra c’è polvere e segatura. I movimenti sono calcolati, geometrici; essi formano figure triangolari, esagonali, rapidi e improvvisi trapezi, vanno e vengono, alle volte si arrestano quasi che un domatore con la frusta segni a loro i tempi e le occasioni.

 

 

Primo attore:

Ci avviamo verso un mondo… anzi, direi che ci siamo già dentro… un mondo (pausa)… ah, sì! un mondo molto sporco… Un mondo dove il problema più assillante… sarà non più l’immortalità dell’anima ma la pulizia delle strade e la raccolta del rusco… Un inceneritore che distrugga sul serio i rifiuti varrà dieci Mosè di Michelangelo e lo visiteremo nei giorni di festa col rispetto che si deve alle opere necessarie… anzi, utilissime. Eviteremo così di bighellonare alla domenica e di patire la noia… D’altra parte gli stadi, liberati da quelli che ammattiscono dietro una palla, diventeranno il luogo di riposo delle cose consumate o da consumare, perché è lì che il rusco viene adagiato e cova… Il luogo dei farmaci scaduti, dei contenitori di uova andate a male, delle birre succhiate e strizzate, dei vuoti a rendere, delle ceste di vimini intrecciate per i dolci pasquali… delle auto Fiatte bloccate e impolverate da uno sciopero di benzina, dalla caduta dei cambi o dalla caduta degli dei… E il luogo della sbrodaglia infernale espunta dalle fabbriche che seminano morte… Thanatos a cavallo… Perché ormai si deve continuare a produrre ciò che non serve o serve poco o serve soltanto a pochi, così le scorte non vendute cresceranno in altezza tali e quali i rifiuti… come montagne… Gli oggetti morti o annoiati o in attesa di una mano copriranno la pianura… Questa è l’era dello sperpero programmato e della quarta glaciazione… Che cosa nascerà in seguito o fra poco non lo sappiamo ancora… no, anzi! lo sappiamo bene… Dipenderà da noi… Intanto ci auguriamo che siano le immagini delle cose svuotate e buttate e delle idee marce a scomparire… per liberarci dalla paura… Ma intanto, che impressione se ci guardiamo intorno ad altezza d’uomo!…

 

Secondo attore:

Ostia se hai ragione! Lo schifo è schifo… ma bisogna suonare le campane quando si aspetta il fuoco!… Bisogna dirlo che… nonostante tutto… il mondo riesce sempre a cambiare… (pausa, perplessità, ripensamento delle cose dette, un raschiamento di gola).

 

Primo attore:

Già, cambia… Forse cambia… Sì, cambia… Eh, ho dimenticato quel che volevo dire… Eppure… Ah, ecco! Anche in movimento… cioè, nel corso del cambiamento… bisogna riempire ogni secondo con un segno, uno stecco, un chiodo, un atto, un gesto che non sia dei soliti… Riempire questo circolo e queste tavole con sederi vivi… Nessuna pausa, anche nel dissenso… questo è un modo per essere nuovi… no! è troppo… ecco, diciamo… è un modo per partecipare alla corsa… Anche così si può esprimere uno sdegno giusto e un interesse diretto…

 

Uno spettatore (grida):

Come?… Voce!

 

Primo attore (alzando il timbro):

Si possono riempire i momenti di pausa… che ci sono imposti… imposti… si possono riempire con varie fantasie… Capito?… Ridere se ci impongono di piangere… lavorare se ci impongono i loro ponti settimanali… andare a pesce quando piangono sull’assenteismo… Sbriciolare il pane sui loro sederi!… Insomma, disubbidire ogni volta che ci propongono di ubbidire, con il loro esercito e la santa giustizia… Dobbiamo badare a non commuoverci, perché a fregarci… fino a oggi… è stata l’eccessiva serietà… la poca confidenza… Ogni buco per noi era un abisso… non avevamo il senso delle circostanze e della misura… Eravamo troppo seri, intabarrati… e i topi del potere ci giravano sopra le spalle con gli stivaletti di cuoio… Inoltre, prendendoli sul serio, abbiamo avuto galera e malora…

 

Secondo attore (esaltandosi):

Abbasso il lessico del Fanfani!… la grammatica dello Zaccagnini! Abbasso tutti gli altri musi della bella compagnia!… Abbasso Mameli che ha inventato l’inno e finalmente abbasso Garibaldi, che era un bischero travestito!

 

Primo attore (senza nemmeno guardarlo):

I travestiti sono persone serie, quello invece spesso ciurlava per il manico, su e giù sempre a bombardare e poi si è conficcato con un tuffo in un libro di geografia…

 

Secondo attore:

In un libro di storia!

 

Primo attore:

Navigava… perciò di geografia…

 

Secondo attore:

Bombardava eserciti e paesi, perciò di storia…

 

Primo attore:

Geografia!

 

(A questo punto entra in campo il cavallo Plith che pascola tranquillo, ma sbirciando, erba e guazza).

 

Secondo attore:

Storia!

 

Primo attore:

No! Navigava!

Secondo attore:

Sparava a destra, bombava a sinistra… tutto sconquassava!

 

Primo attore:

Orzava il pappafico…

 

Secondo attore:

Era un fulmine di guerra… una saetta assassina…

 

Primo attore:

Tu invece sei la merda dei Caraibi…

 

Secondo attore:

Tu sei un vin santo pisciato…

 

Primo attore:

Allevatore di pidocchi…

 

Secondo attore:

Francobollo falsificato…

 

Primo attore:

Bischero del Trecento…

 

(I due attori si azzuffano menandosi alla dioboia fino a scomparire rotolando fuor di campo.

Entra di corsa P.L. il quale, come se niente fosse, balza in groppa al cavallo e via che vanno).

 

 

Prima puntata

 

 

I. INCONTRO DI PUGILATO TRA P.L. E IL CAVALLO PLITH AL BIVIO PER MARENGO

L’anno è forse l’anno 1798, campagna aperta, mese di maggio. P.L. ha ventidue anni, è in divisa di tenente d’artiglieria dell’esercito di Napoleone qua in guerra in Italia. Adesso cavalca a briglia sciolta il baio Plith che vola raccogliendo il profumo del mondo col naso. P.L. è felice e canta, ogni tanto spronando il cavallo e ogni tanto battendogli una mano sul collo per accompagnare il canto.

 

P.L.:

Op! corri cavallino / op! vola mio morello / op! guarda il mondo com’è bello / Op! il nostro traguardo è ormai vicino.

 

Plith sbircia il tenente e gli rifà il verso.

 

Plith:

Vola mio morello! poi non distingue un asino da un elefante… Ma chi ce l’ha mandato?… Corri cavallino! Sì! È da stamattina che mi mena… ho la gola secca e avevo appena cominciato a mangiare… Adesso lo disarciono, ‘sto tenente del menga… Vola mio morello! ma vola con le tue gambe, coglione… Ahi! (reagisce a un colpo di sprone)… Cosa vuoi? non corro abbastanza?

 

P.L.:

Non fare storie, poltrone!

 

Plith guarda da entrambe le parti, quasi a cercare un consenso da qualcuno, poi rivolge al cielo gli occhi; sembra rassegnato.

In fondo alla strada appare un bivio, con un grande cartello segnaletico.

Plith:

Grazie a San Firmino fra poco siamo a casa… fra i buoni cannoni… lo scarico a terra e non lo vedo più.

 

Al bivio, il cartello indica a destra la strada per Marengo, dove è in corso una grande battaglia, e a sinistra la strada per Firenze.

Il baio punta deciso a destra mentre P.L. strattona verso sinistra. Plith, sorpreso, frena puntando le zampe anteriori e P.L. con un volo finisce in un fosso. Si rialza ammaccato e impolverato, si palpa le braccia, si spazzola con le mani i calzoni. Il cavallo è sempre lì come un cane in ferma. P.L. lo guarda, si avvicina, gli allunga un calcio in una gamba. Il cavallo ha uno scarto e comincia a imprecare.

 

P.L.:

Bastardo con le vene varicose… ti farò legare alla carretta del rancio o a quella dei cessi vaganti… Sei guercio? Non leggi i cartelli? Non senti la briglia, brutto caprone?

 

Plith:

Cosa ho fatto di male? Quello è il cartello per Marengo… ti portavo difilato dentro alla battaglia.

 

P.L.:

E invece dovevi filare da quella parte, verso Firenze… se te lo comando (lo colpisce con un pugno).

 

Plith:

Ahi! Oh! Ma non sei un soldato di Napoleone? C’è una battaglia, là ti portavo… Non dovevi correrci dentro?

 

P.L.:

Cane di un mondo boia! Mo’ sei tu che decidi? Sei il generale? Il comandante di battaglione? della batteria?… No! Sei un cavallo di merda, capace solo di taroccare.

 

Plith:

Ma la battaglia è là…

 

P.L.:

E tu devi andar di qua.

 

Plith:

Non vuoi andare là?

 

P.L.:

No! vado di qua.

 

Plith:

Là?

 

P.L.:

Qua!

 

No! Sì! Qua! Là! Il tenente e il cavallo cominciano a suonarsele. Si cazzottano come nel West, rotolando sul prato, tutti inzaccherati e immerdati di terra. La zuffa dura a lungo, nessuno dei due prevale. Entrambi hanno il fiato grosso.

 

P.L.: (ansimando)

Finocchietto scapellato.

 

Plith:

Tu, cianfrusone e mignotta.

 

P.L.:

Ronzino con la scabbia.

 

Plith:

Poltrone, cialtrone, fifone, sfigato… aggiungo:

cacasotto.

P.L.:

Fifone?

 

Plith:

Fifone, poltrone, cialtrone… e anche disertore… Boccia persa… La battaglia è là e tu vai di qua… Bel soldato davvero!

 

P.L. riperde il lume della ragione e torna a buttarsi contro il cavallo, che reagisce. Seconda e più violenta scazzottatura. Alla fine cadono a terra, stremati. Restano distesi a lungo, col fiatone. Il sole cala dentro a un grande rosso di sera, poi si stempera in un azzurro moscio moscio, colore di polvere. Il cavallo, respirando a pieni polmoni, rasserenato o rassegnato, si alza.

 

Plith:

Tarsuà, sior tenente. Ritorno in battaglia… e lei con il sedere bagnato vada pure al diavolo… Un soldato! Davvero un buon soldato! Resta pur lì con le tue fragole…

 

P.L.: (mandandolo al diavolo)

Fregole, somaro!… Togliti dai miei stivali, mi hai rotto!

 

Il cavallo trotta via incazzato. P.L. si guarda intorno.

 

P.L.:

E adesso?

 

Si avvicina a un albero, stacca un frutto, lo addenta ma subito sputa con disgusto. Si avvia, dentro la solitudine della campagna.

 

 

II. P.L. È AGGREDITO DA UN LADRO CHE GLI RUBA L’UNIFORME

 

P.L. impolverato, stanco, cerca un rifugio per la notte. A un lato della strada vede un carro di fieno; lo raggiunge, sale sopra e cerca di addormentarsi. Proprio in quel momento appare un’ombra che ha in mano un coltello che luccica.

 

Uomo:

Non muoverti!

 

P.L.: (con la lama premuta contro il petto non può alzarsi)

Ho la spada, solo una spada… ho questi calzoni, non lo vedi?… Per colpa di quel bastardo di un baio…

 

Uomo:

Lì c’hai una tasca gonfia, dove tieni i soldi… svuotala…

 

P.L.:

Sono quattro cose… la pipa, forbicette per i capelli, la matita che mi serve sempre.

 

Uomo:

Ne hai dette quattro, manca la quinta, i soldi… Fòra!

 

P.L. rovescia le tasche e nella mano tesa dell’uomo cascano anche i soldi.

 

Uomo:

Tal vad, eh, melània? Un’altra volta ti batto sulla fronte così ti mischio i pensieri, signor ufficiale… Via giacca e calzoni, che me li piglio.

 

P.L.:

Ma resto in mutande!

 

Uomo:

In mutande, suldè d’un Napuliun? Resti a culo nudo… Presto!

 

P.L.:

Col sedere scoperto no, perdio! (fa l’atto di avventarsi ma prende una botta in testa e ricade disteso, lamentandosi).

 

Uomo:

’Sti calzun?

 

P.L. si sfila la divisa e la butta lontano.

 

Uomo:

I preservativi li puoi tenere, perché il mio uccello sembrerebbe un vescovo e darebbe soggezione alle mie signore… Sta lì fermo e non fare baie…

 

L’uomo si allontana in fretta.

 

P.L.:

Che giornata! Prima un cavallo e poi un ladro… e qua sono a piedi e in mutande.

 

P.L. ha freddo, rabbrividisce, si agita, muove le braccia poi si decide a scendere dal carro; fa ora alcuni esercizi con il corpo poi lancia un urlo tanto per rompere quel silenzio così duro.

È lì imbambolato quando sente il rumore di una carrozza. Si mette in mezzo alla strada e comincia a gesticolare.

 

 

III. AVVENTURA DI P.L. NELLA CARROZZA DA CUI VIENE POI DEFENESTRATO

 

P.L. avvolto in una coperta è dentro a una comoda carrozza che procede di gran carriera. Attenta e sorridente gli siede di fronte una giovane sciantosa tutta in ghingheri rumorosi e stravaganti; soprattutto sovrabbondanti. Nel suo abbigliamento però c’è anche qualcosa di sinistro, di improvvisato – anche se con estro, con furberia. La giovane donna ha occhi di fuoco. P.L. sta concludendo il resoconto dei guai patiti.

 

 

P.L.:

Tutto! Mi ha preso tutto. Mi ha lasciato solo i pre… Mi ha preso tutto di tutto. Ecco. Un cavallo e un ladro di polli… Nudo, mi hanno lasciato nella polvere.

 

Sciantosa:

I guai, mio bel tenente, diventano gioie se rovesciamo il cassetto della giornata e carichiamo la molla del cuore.

 

P.L.: (sorpreso dal linguaggio pesantemente aforistico)

Già! La molla del cuore… Il fatto è che sotto questa coperta non ci ho più i cassetti.

 

Sciantosa: (sogghignando)

Eh, chissà! Beviamo?

 

Da una borsa prende una bottiglia di ottimo brandy e beve a collo, a lungo. Pulisce l’imboccatura con il gomito e allunga la bottiglia a P.L.

 

Sciantosa:

Su, una sorsata.

 

P.L. beve. Passandosi e ripassandosi la bottiglia finiscono per scolarla. Non sono ancora ubriachi ma allegri, di una allegria senza inibizioni di parole, quale è data dall’alcol buono e forte.

 

Sciantosa:

Siete proprio un giovane carino, da piluccare…

 

P.L.:

E voi una parpagnacca sugherosa… uno zalettino… un tocco di tutto rispetto…

 

La ragazza scoppia a ridere. La carrozza ha un sobbalzo violento, molti oggetti cadono in terra, la sciantosa è quasi volata fra le braccia di P.L. Inviperita, si stacca e si sporge dal finestrino cominciando a gridare contro il cocchiere.

 

Sciantosa:

Cazzun del boia, stà attenti nò! Te gà il cul più negher d’quel d’na carampana. Mo’ t’arrangi apena sem a Roma. Balün del lüster, fiol d’na vaca spussolada.

 

Si ricompone e sorride a P.L.

 

Sciantosa:

Che mi scusi, sa! Non sempre è maggio in cielo… qualche volta ci piove.

 

P.L.:

Piove in cielo? Non più sulla terra?… Già!

 

Sciantosa:

La terra è un cielo arrovesciato… e questo cielo è senza mutande… così anche una corda sembra spesso un ragno sul mare.

 

P.L.: (che adesso quasi si diverte)

E i nodi sembrano scherzi della natura.

Sciantosa:

Ci capiamo, ci capiamo, voce della mia chitarra!

 

P.L.:

Ci capiamo al volo, gialappa della laguna (le balza addosso).

 

P.L. si cava in un amen le mutande e resta in maglietta. Stravaccato sopra la sinforosa cerca di baciarla con la lingua protesa, mentre con una mano arraffa sotto la gonna per arrivare alla delizia delle Indie. Intanto ansima, eccitato.

 

P.L.:

Bellona, cicciona, manfrona, saragattona, occhio di panna e chiappe di ventresca… Allunga la mano al mio bernardo che è rosso d’amore…

 

La ragazza sgambetta schifata e sputacchiosa, mentre si dimena. In questi atti perde la gonna e appare, di sotto, in calzoni e stivali. Con un pugno riesce a liberarsi di P.L. e a rialzarsi. Ha la parrucca di traverso e sembra quello che è: un uomo vigoroso con gli occhi di un briccone. Nel tramanare, avendo il fiato di P.L. addosso, si è sciolto il trucco in faccia, sicché ha la maschera allucinata di un folle. P.L. lo guarda sbalordito. L’uomo cerca con furia fra la gonna, trova un pistolone che ficca sotto il naso di P.L., mentre si rimette seduto senza nemmeno assettarsi. Ansima, ma esprime un’ira controllata.

 

Uomo:

Boia d’un suldà d’la ostaria… Te ciavarè to bisnona sott’a la lüna, infoion melegatt, erba spinzosa… Mo’ te sfenestro, te sparo e te squinterno… bruto tafun de Franza.

 

P.L.:

Embè? Perché ti incazzi? Eri così grignolino e in sugo vestito da dama che mi son sbagliato… Con quegli occhietti sembravi da infilare.

Uomo:

Da infilar nel nodo d’ona corda… A Roma c’ho cose da vita o morte, non roba da mercato come te… Capito?… Ti salvo per via del gotto scolato in compagnia. Spussa fora, suldà.

 

Apre lo sportello e scaraventa fuori P.L., il quale resta tramortito in mezzo alla strada.

 

 

IV. P.L. NELLA STESSA NOTTE RICUPERA LA PIPA E L’UNIFORME

 

P.L. rotto e impolverato, quasi nudo, si rialza in mezzo alla strada. Si avvia lamentandosi. Fa trecento metri e intravede un uomo addormentato sotto un albero. Riconosce il ladro che l’ha derubato della divisa. Infatti, lì vicino ha tutta la roba stretta da una corda; sopra c’è la spada. P.L. la raccoglie adagio e appoggia la punta sul petto del dormiente; poi urla.

 

P.L.:

Primo squadrone, caricaaaa!

 

Il ladro fa un balzo ma è ferito dalla punta della spada e si rovescia all’indietro. P.L. gli siede sullo stomaco.

 

P.L.: (con voce cavernosa)

Sono l’anima di un tenente che viene dall’inferno.

 

Ladro:

Grandio mio, son morto!

 

P.L.:

Morto e sepolto… È l’ora prima del giudizio e la quarta della risurrezione di Lazzaro… Avanti giorno sarai giudicato e infognato.

 

Ladro:

Pietà, miocaro… io credo in Gesù…

 

P.L.:

E allora alzati e balla… questa è una notte di streghe…

 

Ladro:

Non posso… ci ho un grosso peso sulla pancia, signore.

 

P.L.:

Fra poco ruttando si alzerà il sole… un sole verde… il sole sarà verde… la terra invece sarà gialla. Lo sai perché?

 

Ladro: (ansimando)

Non lo so, non lo so, non lo so.

 

P.L.: (torna a gridare)

Squadrone, caricaaaa!

 

Ladro:

Aiuto! I fantasmi!

 

P.L.:

Macché fantasmi! Sono i rospi che vanno in amore e si accoppiano con le balene… non senti che piove acqua dolce?

 

Ladro:

Cristosignur, la piova calda?… L’è come piscio di cavallo. La terra è arroventata, il mondo riversato… (urlando) aiuto!

 

P.L.:

Restituisci la roba rubata… Domani non c’è più tempo… Domani non ci sono più i ladri, in quanto i ricchi sono tutti impalati… (grida) Rovescia le tasche davanti e didietro!

 

Il ladro esegue. Escono le monete, le banconote oltre a cianfrusaglia. P.L. balza in piedi.

 

P.L.:

Adesso via di corsa fino al purgatorio (rotea la spada).

 

Il ladro fugge. P.L. apre il pacco, raccoglie l’uniforme, la indossa, si guarda intorno.

 

P.L.:

Che notte, che casino!

 

Si avvia. Poco dopo scorge una luce lontana.

 

 

V. ASTA DEL VINO, DEL PANE E DEL SALAME NELLA CUCINA DI CAMPAGNA MENTRE P.L. SI SFAMA

 

In una grande malmessa cucina di contadini. P.L. a tavola mangia con avidità pane e salame mentre beve vino da un fiasco. In piedi, intorno al tavolo, lo osservano i poveri contadini della famiglia: due nonni, una nonna, due genitori, sei figli di varia età ma ancora bambini.

 

P.L.: (mangia e parla)

Mi ha fregato i vestiti e la borsa, quel boia… però ho ripreso tutto… anche la pipa… È buono ’sto salame!

 

Un nonno:

Al spaza via al magner com la timpesta… Al magna com un lov… In tri bucon magna tott al noster magner d’ona stema.

 

Nuora:

Stè zett… l’è un ofiziel, al pagarà in abundanzia.

 

P.L.: (dopo aver bevuto a lungo dal fiasco)

Buono, buono davvero… Quanto ci sarà per Firenze? Un giorno? Due giorni? Ho lasciato una battaglia, io, perché laggiù c’è Longo che mi aspetta… (rivolto al nonno) vado alla Laurenziana…

 

Padre:

E se dopp magnè tol fora la spada e al…

 

Nonna:

Se dopp invezi ad paghè al s’amaza?

 

Un nonno:

L’ha magnè pra ona stema intira.

 

P.L.:

Sono un grecista… Adesso faccio il soldato perché tutti fanno i soldati, con Napoleone… Ma lo faccio ancora per poco… Conosco il greco antico, il latino. Sono il migliore in Europa… Un testo lo volto e risvolto e riesco ad andarci fino in fondo… Pane?

 

Ha dato l’ultimo morso a una pagnotta e ne chiede ancora.

 

Nuora: (al marito)

Mo’ slonga n’etra tola…

 

Padre marito:

N’etra spezadura? E nueter? L’è la terza!

 

Nuora moglie:

Mo’ slonga ’sta tola, dai! Am sa che incù a fasem furtouna.

 

Padre marito:

Bon! Ma n’se l’è brisa acsè a t’amaz d’bott.

 

Un nonno:

Anca me! A son tott mustizzè par la pavura.

 

Il marito prende dalla madia sgangherata ma imponente un grosso pane e lo mette sulla tavola. P.L. lo annusa.

 

P.L.:

Come odora! Sembra pane di pane… Beh, sul codice c’è una pagina… no, sarà una mezza pagina mai prima conosciuta, tutta da decifrare… Trentadue righe strette strette, fitte fitte, da leggere… da godere… Sarò il primo a sfiorare quel frammento… Un Longo acerbo come una noce… mi mette addosso i brividi. La sua lingua è come quella di un canarino che canta, perché Longo canta anche quando dorme.

 

Nuora:

Adess ien tri pan d’varia spezadura… po’ un salam intir, ona fiasca granda d’vein d’canteina… A direm set franc e mezz.

 

P.L.: (sempre continuando a mangiare, a masticare)

Longo scrive così, togliendo ogni pelo dalle parole… Vi interessa? Volete ascoltare? Mi pare di sì… bene… Lui scrive così: “Era il principio di primavera, sbocciavano risbocciavano tutti i fiori possibili e dai più incredibili profumi… e fiorivano sbocciando anche i fiori impossibili dentro al mare e nei boschi…”.

 

Nonna:

Set franc e mezz? Ti è mata? L’ha magnè com ona faina… Tri franc e mezz sol p’ra l’pan. Tri franc d’vein e po’ a iè al salam intir…

 

Padre marito:

In tott nov franc… Disem dis franc!

 

P.L.: (sta finendo di mangiare. Rallenta il ritmo, mastica adagio mentre è via via rapito dal ritmo delle parole)

“… l’estate ormai calava e cominciava l’autunno… C’era in giro un ronfare di api, gli uccelli fischiavano, gli agnellini sgambavano…”

 

Un nonno:

Disem ben dodes franc!

 

P.L.:

A Firenze neanche mi spoglio e corro al codice, da padre Padule.

 

Nonna:

Dai! Disem tredes franc… l’ha magnè com un ninein.

 

P.L.:

Trentadue righe di un codice… Lì c’è scritto tutto!… È un pezzo di Grecia antica che ritorna… con tutte le vele…

Nonna:

No! Adess disem quendes franc!

 

P.L.:

Una lettura critica, non si può fare di meno e io lo posso fare. Con questo inedito stupirò l’Europa… intera. Ancora una volta sarò il primo.

 

Padremarito:

Tri pan, on salam d’pigra e sumer… po’, dioleder, un fiasc grand d’vein… Ah! a iè l’oil dla lomma, al fug tott intir… Vent franc in tott.

 

Nonna:

Da bon ti matt! L’ha magnè al nost magner d’ona stema… Ona stema intira… Ona stema granda… Par cumprer la fareina a iè da butter vi ona giurneda… al caval l’è da atacher, po’ ander in pais, aspeter, tarucher, der d’la bieda al caval, acsè… Vent franc? Tranta!… E po’ no tranta… Disem trantazenc, cl’am per la zefra bona.

 

P.L.:

Ci perderò un pomeriggio… Devo darci sotto e trascrivere come un matto… Attenzione, certo… massima attenzione. Poi torno in battaglia, ci torno solo per un momento… poi mando tutto a Parigi, da Roach… Conoscete Roach? No? Lui pubblica tutto quello che scrivo… lui pubblica subito il mio Longo… Ancora una volta il mio nome…

 

Nuora:

Quaranta franc… Me a deg quaranta… L’am per la zefra giosta.

 

Nonna:

Bona e giosta…

 

Padre marito:

Me a deg zenquanta…

 

Nuora:

Oh!

 

Nonna:

Oh!

 

Un nonno:

Brev, brev, dioleder! Zenquanta franc l’è al giost par nuetter… Tri pain, on salam d’la par dal culatel, on fiasch d’vein d’vegna… Sè, ien zenquanta franc… Ma po’ a iè al caval, la bieda, la fatiga nostra intira… In tott ien stanta franc… L’ha magnè e magnè…

 

Padre marito:

Stanta franc… Stanta!

 

Nonna:

Sè, sè, ien stanta… stanta franc!

 

P.L.: (ormai sazio e in disarmo)

Orfeo? Euridice? Macchè! Vuoi mettere… ehi, dico a te (rivolgendosi a un nonno)… vuoi mettere la dolcezza di Dafni e la dolcezza di Cloe… vicino a quel fiume… azzurro, azzurro, o verde oppure… (si addormenta sul tavolo).

 

 

VI. P.L. RISCHIA PER LA SECONDA VOLTA D’ESSERE
ACCOPPATO MA ALLA FINE SI ALZA E SCAMPA

 

Alba del giorno seguente; stessa scena. I contadini circondano il tavolo di cucina su cui P.L. dorme con la testa appoggiata.

 

Un nonno:

Me a direv zent franc.

 

Padre marito:

Am pruvarò a dir zent franc.

 

Nonna:

Zent franc l’è al giost.

 

Nuora:

Tri pain, on salam, la fiasca d’vein… Sé! Zent franc l’è al giost.

 

P.L. intanto si sveglia, si guarda intorno, si alza in piedi, si stira.

 

P.L.:

Ah, come ho dormito!… Già, ho dormito… Che ore sono?

 

I contadini, intenti a conteggiare, neppure lo guardano.

 

Nuora:

No, no! Al giost ien zent e zinquanta franc… Zent e zinquanta.

 

P.L.:

Che ore sono? Per favore, l’ora? Non avete un orologio?

 

Un nonno: (finalmente lo guarda e gli risponde)

La campana l’ha sunè, ma’, srà set ur a la meza.

 

P.L.:

Sette ore a mezzogiorno? Allora sono le cinque!

 

Un nonno:

A t’lo dett… ien propri al zenc dla mateina.

 

P.L.:

Mi lavo al pozzo… Ah, vi voglio pagare… Quanto volete?

 

Tutti: (in coro)

Dusant franc!

 

P.L. fa un salto indietro per la sorpresa.

 

P.L.:

Scherzate?… È vero, scherzate?… Quanto pago per il salame?

 

Tutti:

Un salam ed culatel, tri pain grand d’fareina, ona fiasca d’vein d’canteina… Dusant franc.

 

Un nonno: (scatenato)

Dusant e zenquanta franc. T’è capè?… Dusant zenquanta franc, dio arvaia.

 

Nonna:

Tri pain, un salam, ona broca d’vein… L’era al noster magner pra ona stema.

 

Nuora:

E po’ iè al caval d’imbaster, al viaz al pais, un dè intir perse…

 

Un nonno:

Tri pain, on salam ed culatel, ona broca d’vein d’ù lionza… E po’ incù ans pol brisa magner par tott al dè… No! no! Ian tarsant franc.

P.L.: (furibondo, imbesuito)

Tarsant? Trecento? Adesso tarsant e prima dusant? Aho? Tarsant, dusant! Mangio per un anno intero all’albergo Bellevue sul lago di Costanza… Lo conoscete? Conoscete Costanza? (All’improvviso sfodera la spada e la dimena)… Pago con questa, figli di una vaccona del freddo… Taglio nasi e culi, poi mani piedi e zinne e comincio da questi (indica i ragazzini incarogniti), che hanno la patacca sotto il naso… (Urla)… Questa è la pagatrice dell’armata.

 

I contadini scappano nei quattro angoli del camerone, più sorpresi che impauriti, ma si rintanano stringendosi contro il muro.

 

P.L.:

Duecento, trecento, mille, diecimila! Con questa vi pago, canaglia di campagna (dimenando la spada)… e col sangue di questa vecchiaccia riempio la fiasca.

 

Nonna: (inginocchiandosi)

Al sang no! Al me sang no no! perché l’è dla madona!

 

P.L. si avvicina alla nuora.

 

P.L.:

E questa me la fotto… ma puzza, diobono!

 

Padre marito:

Puvratta, no! L’è la medra di sti cinaz…

 

P.L. si rivolge verso l’uomo puntandogli la spada alla gola e costringendolo contro il muro.

 

P.L.:

Quanti sono duecento franchi?

 

Padre marito: (svelto e preciso)

Due volte cento franchi, quattro volte cinquanta, dieci volte venti, venti volte dieci.

 

P.L.:

Ti impicco al noce là fuori…

 

Padre marito:

Sono la metà di quattro, il doppio di uno, un quarto di otto…

 

P.L.:

Un contadino ragioniere, eh? Sei di grana fina! Un maestro di scuola?… Soffi col naso mentre nuoti fra i numeri?… Mi volevi fregare, eh?

 

Padre marito:

L’anneda l’è stè cativa… Cercavo un po’ di guadagno…

Un soldato di Napoleone pieno d’oro… La roba l’era bona e fresca!

 

P.L. ha abbassato la spada, l’uomo tenta di muoversi. P.L. gli rimette la punta contro il petto.

 

P.L.:

Fermo, se no ti cascano i denti.

 

Padre marito: (con disprezzo)

Suldè!

 

Un nonno, cautamente, tenta di aggredire P.L., che si volta di scatto e lo costringe contro il muro, quasi incollato al figlio.

 

P.L.:

I due leoni nel cesso… E mo’ quanto vi pago?

 

Adesso è la nonna che si avvicina alle spalle di P.L.; con una pignatta gli batte un colpo in testa e lo stende. Urlando, tutti corrono intorno a P.L., lo sollevano e lo stendono sul tavolo.

 

 

VII. MENTRE I CONTADINI SPOGLIANO P.L. SONO MESSI IN FUGA DA UN RUMORE DI ZOCCOLI

 

P.L. è disteso sul tavolaccio scuro come un morto a causa della botta. I contadini eccitati lo svestono lentamente, mostrandosi con piccole strida gli oggetti che stringono in mano; sono minuziosi nel cercare, scrupolosi, attenti. Gli rovesciano le tasche, si disputano quel che cade in terra; se lo strappano; si menano; i ragazzini partecipano alla rissa con una ferocia divertita e straordinaria.

Quando P.L. è quasi nudo si sente il rumore di un galoppo che si avvicina. I contadini terrorizzati abbandonano tutto e fuggono fuori sperdendosi nei campi; mentre il rumore si calma e si trasforma in un muoversi tranquillo di cavallo che pascola sul prato antistante.

A questo punto P.L. si riprende; gemendo riesce a mettere i piedi in terra. Con un mestolo attinge acqua da una pentola, si bagna la testa, si riveste a fatica raccogliendo la roba seminata intorno. Quindi esce sull’aia. È un bel mattino di sole. Là nel mezzo, che bruca con serena indifferenza, c’è Raimundino.

 

 

VIII. P.L. INCONTRA IL CAVALLO RAIMUNDINO CHE LO PORTA DIFILATO A FIRENZE

 

P.L.: (avvicinandosi a Raimundino)

Ecco cosa mi servirebbe… Sto cavallone bello… una fuoriserie. Me lo comprerei… lo ruberei… C’è nessuno? (si guarda intorno, poi a voce più alta) C’è nessuno? Oooh, c’è nessuno?

 

Raimundino fa uno scarto, infastidito.

 

Raimundino:

T’am romp gli uracc!

 

P.L.:

Ti compro, ti compro, ti compro!

 

Raimundino:

Vut cumprer a me? A nò voia d’eser cumprà!

 

P.L.:

Pago tutto e subito… non discuto.

 

Raimundino:

San mi fazia di quatrein! Me a son un caval…

 

P.L.:

Ti curerò come un figlio.

 

Raimundino scuote la testa.

 

P.L.:

Come un amico. Come un fratello. Come un padre. Come una farfalla…

 

Raimundino:

Na parpaia? (scuote ancora e riscuote la testa).

 

P.L.:

Ti tengo come la mia bella, ti porto a letto con me…

 

Raimundino: (comincia a interessarsi)

Paia e bieda?

 

P.L.:

Cosa?

 

Raimundino:

Paia, bieda… erba spagna, furag…

 

P.L.:

Fieno?

 

Raimundino:

Tersuà, anca furag… po’ bieda e spagna.

 

P.L.: (allegro)

E Franza e Danimarca… Quel che vuoi… tutto quello che vuoi bel culone, purché mi prendi in groppa…

 

Raimundino:

Am ciam Raimundino… Salta mo’ sò!

 

P.L. sale in groppa al cavallo non sellato e partono al galoppo.

 

 

IX. P.L. E RAIMUNDINO, GALOPPANDO, SONO IN VISTA DI FIRENZE

 

Raimundino:

Là zò… tan vad Firanza… Tra poc ai sem… As cgnoss al campanil.

 

P.L.:

Città grande!… Forza, fuoco al sedere!

 

Raimundino:

Zitè d’merda… Mè a son ned in campagna e arcgnoss l’udur di sgnur… Udur d’moffa… Adess invezi a m’arpos.

 

Raimundino si ferma e si dispone a una piccola sosta.

 

Raimundino:

Salta mo’ zò… dis minud ed requiem.

 

P.L. salta a terra mentre Raimundino si guarda intorno, si sposta un poco e comincia a pascolare. P.L. si avvicina. Raimundino alza la testa e lo guarda.

 

Raimundino:

Te ti un suldè d’Napuleon? Se te ti un suldè parché an ti è brisa in bataia? I suldè ian da eser in bataia…

 

P.L. si mette a sedere su un sasso con un filo d’erba fra i denti.

 

P.L.:

È semplice… non sono un soldato… non come gli altri, almeno… Io sono un erudito e ho qualche merito… o qualche agevolazione… se non altro, me la piglio… posso.

 

Raimundino: (lo guarda senza aver capito)

Boh!

P.L.:

Leggo i codici… I codici antichi… scrivo in cinque lingue,      sono un grecista.

 

Raimundino:

A nal sò… Me a san un caval d’campagna (si rimette a pascolare).

 

P.L. infervorato continua a parlare a ruota libera, ormai lontano con la fantasia.

 

P.L.:

Corro da Longo… Longo il sofista… per la festa delle righe ritrovate… È come trovare… aver trovato… una perla nel deserto… Ho le formiche alle mani, dalla voglia.

 

Raimundino: (che continua a pascolare)

Me a nal sò… an capess…

 

P.L.:

Dentro a trentadue righe, parola per parola, si può bivaccare vicino ai fuochi della fantasia… Voglio vincere la sonnolenza… Mi capisci?

 

Raimundino: (alzando la testa)

Te ti è sbalinè, dimondi… Sa vut? Me a san un caval d’campagna. A cgnoss sol al parfom dla zeda…

 

P.L.:

Fionderò con un arco da competizione dentro al corpo di ogni parola… Sarebbe come se ti chiedessi di esibirti in dressage.

 

Raimundino lo guarda con commiserazione tranquilla.

 

Raimundino:

Aiò magnè, dai monta sò… T’set un suldè matt, mei ariver a Firanza.

All’orizzonte appaiono alcune persone che gesticolano, il cavallo resta a bocca aperta.

 

Raimundino:

L’ariva al mi padron… Dai, gamb in spala e via. Forza, amig!

 

Partono di carriera.

 

 

X. BIBLIOTECA LAURENZIANA, A FIRENZE

 

Il monaco Plamunde passeggia sotto il portico al primo piano della biblioteca insieme al giovane diacono Bondìo. Il luogo è stupendo. Pietre di antica e rara bellezza.

 

Plamunde: (respirando forte col naso)

Primavera, primavera! L’aria scende da Bellosguardo, che è un cassetto di tutti i profumi… Guardate che cielo, che cielo, che cielo.

 

Bondìo:

Il cielo è buono.

 

Plamunde:

È un vaso profondo… Sì, è buono, ragazzo mio. Ma è anche paziente. È anche sacrificale… a parte qualche lecita arrabbiatura… Il nostro cielo si può toccare col dito… È un buon segno, vuol dire che dio ci è vicino.

 

Si sporge dal loggiato perché ha sentito rumore di zoccoli. È P.L. che entra nel cortile su Raimundino, tutti e due inzaccherati. Il monaco resta impietrito.

 

Plamunde:

Ah!

 

Bondìo:

Padre!

 

Plamunde:

Per la Vergine dai trecento dolori! Laggiù, guardate! Laggiù… Do forse i numeri? No? No!… (urlando) Aiuto, aiuto, all’arma, al fuoco, al vem… al vem… (si ingarbuglia, quasi soffoca)… È l’ultima Thule, Franza dilaga… I francesi, i francesi…

Il monaco stramando cava dalla tonaca un pistolone, lo carica con affanno e comincia a sparare verso il cortile; ma P.L. sta già salendo le scale. Raimundino con una sgroppata si defila e si nasconde dietro una colonna.

 

Raimundino:

Guarda mo’! Bella accoglienza e buona chiesa. Mi sa che gnanca incù si magna.

 

Plamunde: (ormai fuori di sé)

Schioppo dell’anno mille accoppa i diavoli dell’inferno! (continua a sparare senza mirare).

 

P.L. arriva nel loggiato, stanco, un poco sorpreso, ma pimpante; mentre da un’altra parte appare il priore che non ha sentito il bordello. Costui è un vecchione malizioso che si finge sordo per non pagare il dazio, ma che cammina svelto.

 

Priore:

Sento odore di campane o è l’odore del fuoco? Chi fa festa in convento? È il giorno della decima?

 

Plamunde: (gli corre incontro e gli salta intorno in preda a una crisi

isterica)

Là, là (indica P.L.)… Sono arrivati i francesi, i maledetti diavoli di Franza… Noi siamo già sotterrati…

 

Priore: (che non ha capito o finge)

Come? Sia dunque lode al Signore.

 

Plamunde: (urlando)

Non mi senti, diocane? Hanno preso Florenza, dilagano a Roma, il rumore dei cavalli copre l’acqua dell’Arno… (si volge a Bondìo) recitiamo in fretta un pater prima di morire.

 

I due monaci si inginocchiano. Vedendoli, anche il priore tenta di inginocchiarsi, ma nel chinarsi casca lungo disteso. I due frati si rialzano e lo soccorrono, mentre il priore s’accorge della presenza di P.L.

 

Priore:

Oh, sì! fratellini, preghiamo… ringraziamolo, il Signore!

 

P.L. fa un passo avanti e gli allunga la spada, in un gesto di amicizia.

 

Plamunde: (fraintendendo l’atto di P.L.)

Madonna bella e nera, sono morto! (mentre cade svenuto, il diacono Bondìo fugge).

 

Il priore che non si è accorto di nulla, o ha finto di non accorgersi, si avvicina a P.L.

 

Priore: (additando Plamunde lungo disteso)

Il buon padre parla con gli spiriti antichi per scacciare le velenose lingue dell’inferno… Silenzio!… Ma voi, bravo giovane, siete venuto già pentito oppure con una qualche domanda?

 

P.L.:

Ricordate il buon Gargantua, monsignore?

 

Priore:

Quel figlio di mignotta… così dolce qualche volta nelle conclusioni?

 

P.L.:

Siete bene informato! Allora ricordate quando parla dell’azzurro… di tutto l’azzurro? L’azzurro, egli dice, significa certamente cielo o cose celesti…

 

Priore: (che ci sente benissimo)

È vero, è vero… sia gloria al Signore!

Plamunde si riprende, apre gli occhi, rivede P.L. con la spada in mano che parla col priore, stravede e pensa che lo stia aggredendo.

 

Plamunde:

Fuggite, priore… Aiuto!… I francesi sono un mare di merda… Sionne, Sionne!

 

P.L.: (allunga una mano e aiuta Plamunde a rialzarsi)

Alzatevi e contate le pecore… Macché Sionne… io sono Paul-Louis Courier e vi voglio baciare (gli schiocca un bacio sull’orecchio).

 

Plamunde: (scartando)

Non sono l’abate, io… e non voglio contare le pecore… tantomeno le vostre… So che mi darete una morte atroce per gli atroci peccati… Su, spicciatevi, la mia anima è di dio…

 

P.L.:

Ma scendete dal pero! Non vedete che siete loffo ma ancora vivo?… Chi vi tocca? neanche con uno stecco? Ditemi piuttosto come devo chiamarvi.

 

Plamunde: (sospettoso e scontroso ma un poco rassicurato)

Se mi volete, fischiate… correrò come un cane.

 

P.L.:

Su, siate buono, padre padrino padrone. La mia pazienza è lunga, ditemi il vostro nome.

 

Plamunde:

Sono il padre Plamunde dei Cappuccini di Venanzio e Nicotera. Padre Plamunde… addetto ai manoscritti di questa biblioteca, che è grande… (con un sogghigno, certo dell’ignoranza di P.L.)… Voglio dire, delle opere scritte a mano e con l’inchiostro, non col vino.

 

Si vedono arrivare, allineati su due file, in una processione propiziatoria – quindi con l’ostentata umiltà e con la malizia abbastanza diabolica del caso – i monaci che compongono l’organico della biblioteca. Sono circa una ventina. Li precede il diacono Bondìo che guarda Plamunde con preoccupazione. Ha in mano un cofanetto in cui c’è la chiave d’onore che apre il portone principale della biblioteca e tutte le porte e porticine collaterali; insomma, che apre ogni pertugio. Davanti a P.L. la fila si arresta e Bondìo avanza di alcuni passi.

 

Bondìo:

A voi, conquistatore di città, gran cane dei Turchi, principe di Danimarca e organo di guerra, offriamo la chiave d’oro. Ogni pertugio è vostro. Amen! (si inginocchia con la cassetta protesa. P.L. afferra la chiave al volo).

 

P.L.:

Apre tutte le porte?

 

Monaci: (in coro)

Le apre proprio tutte.

 

P.L.: (battendo la chiave sulla spalla di Plamunde)

E allora andiamo, vecchio mio! (lo trascina di corsa, tirandolo per una mano).

 

 

XI. LA MACCHIA!

 

P.L. e Plamunde entrano nella stanza dei manoscritti. La stanza è al buio. Plamunde spalanca le finestre che si aprono sui colli fiorentini, quindi si avvicina a uno scaffale vetrato e chiuso a chiave, l’apre e con ogni cura prende un volume, rilegato in pergamena, che depone sul tavolo sotto il naso di P.L.; il quale, sedendo, comincia a sfogliarlo con una tensione nevrotica, quasi sensuale. Ha il fiato grosso. Intanto il padre Plamunde torna a una finestra e guarda estasiato i colli, volgendo la schiena a P.L.

P.L., dopo aver sfogliato il codice con attenzione, l’apre al punto dovuto e si prepara a trascrivere l’inedito. Dispone lì accanto una risma di carta, afferra la penna d’oca e la intinge nell’inchiostro.

 

Plamunde:

Più si guardano questi colli più sembrano miracolosi. In ogni prospettiva trovi una meraviglia. Spingi la vanga in mezzo ai sassi e sbucci un’anfora, alzi l’occhio al soffitto in una stalla e zac! spataccata sotto poca biacca c’è una formella votiva di Luca. In ogni caso, qua intorno friggono Masacci e Giotto coi ceci e i saltimbocca, e nelle soffitte Piero e Magellani si struggono fra raspe e fichi messi a seccare. Quale altra terra ha l’eguale? Inclita Tuscia, Tuscania tellus… benedicta in ogni dita, anche nel risvolto del tuo sedere…

 

A questo punto P.L., dopo avere intinto per la decima volta la penna nell’inchiostro, infervorato e teso, addirittura proteso, nell’atto della ricopiatura e immedesimato nel ritmo e nel segno, facendo un gesto brusco con il braccio, rovescia il calamaio e sulla pagina del codice appare, grande come un uovo di struzzo, enorme come una nuvola nera, una macchia indelebile d’inchiostro.

P.L. la guarda e resta esterrefatto. Depone la penna, contempla la macchia, si mette le mani nei capelli. Cerca la sabbia assorbente ma, per l’orgasmo, benché sia lì vicino, non la trova.

Intanto Plamunde continua il suo sermone esaltato, sempre alla finestra e sempre volgendo le spalle.

 

Plamunde:

Datosi il benessere e la bellezza di queste contrade persino piccioni e gatti cantano in latino. Altri conversano in un volgare rabberciato ma sempre da manuale. Armoniose favelle simili a quelle di Longo redivivo. Non pare anche a voi?

 

Plamunde si volta verso P.L. il quale con uno scatto, richiude il volume spiaccicando inevitabilmente la macchia su due facciate. È terrorizzato; guarda Plamunde con occhi allucinati, trema balbetta si alza e per distrarlo accenna a una danza, batte le mani, suda ma intanto non sa che altro fare; alla fine, travolto dall’emozione, vomita contro il muro.

Adesso è Plamunde che osserva a bocca spalancata; congiunge le mani, balbetta, forse vorrebbe piangere. Segue con gli occhi la riga di vomito che s’allunga sul piancito.

 

Plamunde: (non trovando altre parole)

Embè, embè, embè?

 

P.L. voltandosi sorride disperato all’abate; resta a guardarlo come se aspettasse qualcosa.

 

Plamunde:

Embè, signore?

 

P.L.:

Cosa?

 

Plamunde:

L’atto, quell’atto! La stanza non è un cesso…

 

P.L.:

Che atto?

 

Plamunde:

Di scaricarsi negli angoli di un muro.

P.L.: (fingendo ma secco secco, con convinzione)

Scaricarsi, in un muro…

 

Plamunde:

Contro il muro!

 

P.L.:

Contro?

 

Plamunde:

Certamente. Il muro… un muro. Lì, lì… il corso di un fiume di riporto… una fiumana… un delta… Cos’è quello?

 

P.L.:

Vi prego credere…

 

Plamunde:

Sì, e allora?

 

P.L.:

L’atto non è un atto… È compiuto ma non è un atto… È una cosa… l’ombra di una cosa… Il rigo o la riga del sole che discende… Voi l’avete soltanto sognato, non visto… Questa è la traccia del demonio… ha sfiorato anche me, soffiando dal naso.

 

Plamunde:

Dio di Norvegia e ansa del Kategat! Non so che dire. Io… io vi ho visto vomitare.

 

P.L.:

Non ero io.

 

Plamunde:

Non eravate voi?… e chi, allora?

 

P.L.:

Voi avete vomitato.

 

Plamunde: (sobbalzando)

Io?

 

P.L.:

Non voi voi ma l’ombra vostra, il diavolo.

 

Plamunde:

Il diavolo non piscia… pardon, non vomita… Il diavolo per la verità è un gran signore.

 

P.L.:

Piscia… vomita.

 

Plamunde:

Né piscia né vomita.

 

P.L.:

Non mi fate incazzare! Piscia…

 

Plamunde:

Pace! Non diventate blasfemo, in questo luogo, e cattivo predicatore… Proprio voi che…

 

Parlando si è avvicinato al tavolo, ha posato una mano sul volume chiuso – seguito dallo sguardo esaltato di P.L. Parlando e soprappensiero si è messo a sfogliare i fogli con una delicatezza rituale; e intanto il suo viso si apre a un sorriso, rasserenato. Ma arrivato alle due pergamene contrapposte, anzi, alle due esaltazioni luciferine della macchia, lancia un urlo, il volume gli cade in terra e Plamunde lo guarda, ai suoi piedi, come qualcosa di mostruoso o di corrotto.

 

Plamunde: (gemendo)

No! no! no! Cristo dei miei stivali…No! no! madonna dei sette veli e dalla barba lunga… Orgia di sortilegi, manipolazioni dell’arcangelo corrotto… Non ho bevuto vino… non ho… ieri sera… non devo pentirmi di niente… Un ragno uscito da un trappolone si è messo a pancia in giù fra le carte di pecora del libro! L’avete visto anche voi? Prima non c’era, non c’era… e adesso (si china a osservare)… Cos’è?

 

P.L.: (quasi piangendo)

Sembra sangue di Giuda o merda di capra… Senza colpa di alcuno, sedici buone righe di Longo scancellate… Il testo non ha più senso… Lo giuro, io non c’entro… padre dolcissimo e pio…

 

Plamunde: (si china a raccogliere il volume)

Sedici righe, dite?… Sedici righe soltanto? Invece sono uno sbanderno e tutto il codice è fottuto… Il codice di Longo è spento per sempre, ammuffito… Sembra che ci sia passata la peste e abbia lasciato l’impronta dei piedi… Ho paura… ho paura a sollevarlo.

 

P.L.: (con uno scatto)

E invece tiratelo su, sacripante!

 

Plamunde, afferrato il volume come fosse il cadavere di un appestato, lo depone sul tavolo, lo fissa a occhi spalancati poi scoppia in un pianto mescolato a gemiti alti. Comincia a rendersi conto dell’accaduto.

 

Plamunde:

Il bestiario del Porta non contiene tante facce di porco quante sono le vostre… tutte dipinte a biacca. Possiate smerciare mele marce a Costantinopoli e così essere castrato dall’emiro… Siete un cane sodomita pronto per l’inquisizione…

 

Si agita, comincia a danzare saltando ora su un piede ora sull’altro.

 

Plamunde: (gridando)

Padre priore, frati tutti del convento, armata celeste! Alè, correte, venite! Questo è il nostro ultimo giorno per davvero… L’anticristo ha mandato un sicario vendicatore… La cerniera del cielo si è aperta… siamo nell’ultima tempesta della vita… ruina… disastro…

 

Cava la pistola da sotto la tonaca e, travolto da furia omicida, comincia a sparare all’impazzata.

P.L., che ha lasciata la spada appesa a un chiodo nel muro, non può avvicinarsi né difendersi; si scansa poi spalanca la porta e si butta per le scale.

Intanto sopravvengono alcuni monaci i quali, resisi conto dell’accaduto – accanto al volume spalancato c’è Plamunde immobile, che geme – si buttano all’inseguimento. Riprendendosi, esce anche Plamunde; la stanza resta deserta.

Entra adagio e sorridendo il priore; si avvicina al tavolo, osserva la macchia sul codice, si rende conto del danno e tenta di cancellarlo con un dito insalivato. Vedendo che così non ci riesce, prende sul tavolo un tagliacarte appuntito e con questo si mette a grattare. Lavora con metodo, con pazienza, ma fa un buco nella pergamena. Impaurito, guardandosi intorno, richiude il volume e lo depone dentro un armadio a vetri. Poi chiude le finestre ed esce dalla stanza, che rimane al buio.

 

 

XII. P.L. CON RAIMUNDINO GALOPPA PER LA CAMPAGNA MENTRE SI SENTONO LE ULTIME GRIDA DI PLAMUNDE

 

Plamunde: (che non si vede)

Alzate il muro di Berlino!… È laggiù che scappa… Oh, che tu possa andare in pasto alle foche, affossatore dei nostri tesori… Sparategli nel culo… No! non mirate alla fronte, prendetelo vivo… Vivo lo voglio scannare!

 

Si sentono gli spari sempre più fiochi.

 

Raimundino:

E io che speravo di mangiare e poi di darmi alla bella vita!… Che città è Firanza… non si dorme, non si magna, ti sparano quando arrivi ti sparano quando parti… Si deve sempre scappare… L’era meglio prima.

 

P.L.: (quasi disteso sul collo del cavallo)

Corri cabajo, bel fiorellin del bosco…

 

Raimundino:

Dimmi bene, chiamami col mio nome… Un fiore sre te, suldè che semper scappa.

 

P.L.:

Ma lo dicevo per dire… scusami… Ti pagherò anche gli arretrati con soprapprezzo per il mestiere rischioso… però adesso portami lontano.

 

Barabum barabum, Firenze si allontana. Prati e praterie senza case. Squarci di colli toscani. Passano chilometri e chilometri di strada. Si fa notte, è di nuovo giorno. Barabum barabum, sempre al galoppo.

 

Raimundino: (gioiosamente)

An vad! Mo’ quela l’è la ca’ del mio padron. Son tornato a ca’… oh, che fortuna! Mo’ adess mi fermo, non ho più voglia di correre fra le sciopettate, per giunta… Son da campagna, miga un caval da guera.

 

Si ferma vicino a un casolare da cui esce un uomo anziano. È il padrone. Vedendo Raimundino gli corre incontro piangendo di gioia. Lo abbraccia.

 

Padrone:

Beh, Raimundin, sei proprio tu? Boia d’un cavallo, sei proprio tu, tornato a ca’… Sul serio, Raimundino…

 

Il cavallo è intenerito, si volta verso P.L.

 

Raimundino : (si volta verso P.L.)

Vedi anche tu… qua mica mi sparano… e io qua resto. Ciau, soldat… bona fortuna in guera.

 

Il padrone torna a baciare e abbracciare il cavallo, poi insieme rientrano in casa.

 

P.L.:

‘Sti cavalli… peggio degli uomini!

 

Si avvia a piedi.

 

 

XIII. UN SENTIERO IN UN BOSCO FITTO

 

P.L. cammina adagio; è stanco e canta per farsi compagnia.

 

P.L.:

Bel cielo consolato / cielo azzurro italiano… (poi parlando fra sé) che da qua non si vede né vicino né lontano. Chissà dove mi sono cacciato.

 

Sente rumore di voci, si ferma per ascoltare. Rassicurato si rimette in cammino e arriva dove arde un fuoco con sopra una pentola che bolle. Intorno, un uomo vecchio seduto traffica con la legna per alimentare la fiamma. Più lontano, il cavallo Plith sta radunando qualche rametto. P.L. si ferma dietro a un albero, nessuno si è accorto di lui.

 

Vecchio:

Non è vero… non può essere vero, sei un testone.

 

Plith:

Ascoltatemi voi, invece… Come può che la guerra sia una cosa sporca, come dite, se serve per aggiustare il mondo?… Eh?… Allora?… Se spiana tutte le ingiustizie e dà gloria agli uomini forti?… Eh?… Poi anche ci arricchisce quando ce lo meritiamo. O no?… Anche noi cavalli, che ci danno perfino le medaglie.

 

Vecchio:

Ma va là. Un militarista… un nazionalista. Un bombarolo… dico io! ma che cavallo sei?… Le nazioni sono merda, la pace deve essere perpetua, come sostiene il signor Kant che era mio amico… L’uomo deve vivere in solitudine… o, almeno, come dicevo, in pace. Le altre balle le insegnano al reggimento, e fanno i cavalli cretini. Mo’ accontentati di un po’ di fuoco.

 

Plith:

Sì, il fuoco per scaldare fagioli e per le lenticchie…

Vecchio:

Consolati e accontentati ti dico… la vita di un cavallo è corta.

 

Plith:

Ecco perché voglio vivere bene… La forza ci fa progredire.

 

Vecchio:

Si può far forza anche a dorso di mulo, che è meno di un cavallo. Non è così?… Oppure, perché cavalcare un mulo quando si può cavalcare la luna?

 

Plith: (non capisce, rimugina fra sé)

Beh?

 

Vecchio:

Perché la luna è la luna… cioè, una cosa… o un affare o una sega destinata a sbriciolarsi perfino nella fantasia degli uomini. Ma devi sapere che l’asino ha la pelle dura proprio per difendersi dalle ingiurie… soltanto per quello… Perché è asino ed è soggetto alle ingiurie… Questo l’ha detto Einstein appena ieri.

 

Plith: (che ha ripreso il filo)

Non m’incanti… no, no! un cavallo è meglio di un ciuccio… o di un lombrico. Non ci sono asini al reggimento.

 

Vecchio:

Imparerai, eh! se imparerai… Anche le cose più semplici, che sono non solo difficili da capire ma quelle che durano più a lungo.

 

P.L. entra in scena; il vecchio lo guarda, Plith volta la testa e lo riconosce.

 

Vecchio:

E voi?

Plith:

È quel tenente che legge il greco e scappa da una battaglia.

 

Vecchio:

Tu leggi il greco?

 

P.L.:

Il greco antico, dal principio alla fine, dalla fine al principio e poi rovesciando il foglio.

 

Plith:

Avete conosciuto il campione.

 

Vecchio:

I fagioli sono pronti… anche se Plith si annoia… (a Plith) Dai, vieni a mangiare!

 

I tre seduti intorno al fuoco mangiano in silenzio. Quando hanno finito il vecchio si rivolge a Plith.

 

Vecchio:

Scaldaci un po’ di caffè!

 

Plith: (mentre traffica, borbotta)

Un bell’eremita… mangia come un ludro, si impinza, rutta, parla della pace eterna… anzi, di pace perpetua… poi vuole il caffè.

 

Intanto il vecchio conversa con P.L.

 

Vecchio:

Così, sei scappato da una battaglia?… Bravo, tre volte bravo.

 

P.L.:

Sono scappato… (improvvisamente preoccupato poi decisamente impaurito) Ehi! ve l’ha raccontato quel coglione?

Vecchio:

Con tutti i dettagli.

 

P.L.:

Quel lavandino! Era meglio se gli pigliava un accidente…

 

Plith:

Alle tue avventure non ho aggiunto un’acca… Adesso sta’ buono e beviti il caffè.

 

I tre bevono, il fuoco scoppietta, Plith e il vecchio ogni tanto aggiungono legna. Momento di pace.

 

Vecchio: (a P.L.)

Quando sei arrivato parlavo col signor cavallo delle cose del mondo… di questo mondo. Lui recalcitrava, mentre io dicevo che la pace deve essere perpetua…

 

P.L.:

E l’uomo libero e felice.

 

Vecchio: (esultando)

Questo è un gran parlare! Miracolo! Finalmente!

 

P.L.: (accenna a Plith)

E lui naturalmente brontolava.

 

Vecchio:

Da quando lo conosco, è uno che tiene sempre la coda fra le chiappe.

 

P.L.:

È un gran rompiscatole… da non fidarsi.

 

Plith: (al vecchio)

Sono così?

Vecchio:

No! sei un somarino carino.

 

Plith: (sfottente, canta a mezza voce)

Isifile adorata / Giasone ti ha trombata… (ammiccando verso P.L.)… Solo gli eremiti come ’sto vecchietto e i non tenenti boiaccia sono uomini giusti… Ah, nonno nonnino! se non fossi un ciuccio vorrei essere il tuo nipotino…

 

Vecchio:

(a P.L.): Non tornerai in battaglia?

 

Plith:

Ma se lo cercano perfino con i cani!

 

Vecchio:

Allora resta qua, al sicuro.

 

P.L.:

Se questa carogna di cavallo mi aiuta torno in Francia… Là tutto si aggiusta.

 

Plith:

Io non lascio il vecchio e non mi metto a correre con un boia… con in groppa un disertore.

 

P.L.:

Non ho molto da scegliere, adesso… mi sembra di sentire i cani che cercano. Non mi resta che riprovare con Raimundino, a soldi… Lui e il suo padrone… chissà!

 

Vecchio: (a Plith)

Vedi gli eroi? Vedi le battaglie? Eccolo qua un uomo, che ha solo bisogno per non morire della coda di un cavallo… Su, dagli una mano, cavallo somaro dal cuore buono… Cuore di miele.

Plith: (a P.L.)

Salta in sella!

 

 

XIV. P.L. CONVINCE RAIMUNDINO A PORTARLO DI GRAN CARRIERA A PARIGI

 

È l’ora di un tramonto straordinario. Lontano si sente il rombo di una battaglia in corso. Sull’aia, davanti a una bicocca contadina, ci sono P.L., Plith, il vecchio del bosco, Raimundino e il suo padrone.

 

Raimundino:

Nò! brisa! An voi… E pò duv’ela sta Parisi?

 

Plith: (con un po’ di ironia)

Ma naturalmente è in Franza… è la capitale… L’è grande come il mare…

 

Raimundino:

Cus’è il mare?… In Franza? Duv’ela ’sta Franza?… No! Par un poc ed bieda an ho brisa voia d’galuper nott et dè…

 

P.L.:

Senti, facciamo un contratto… Tripla razione fino a Parigi, otto ore di lavoro al giorno poi stop, riposo settimanale… Anticipo subito cinquanta franchi a te e cinquanta al tuo padrone.

 

Padrone: (sbalordito)

Vaca che zoppa!

 

Raimundino: (solleticato)

Tripla razion d’bieda? d’avena? d’broda calda?

 

P.L.:

Triplo di tutto… e anche musica, se vuoi.

 

Raimundino:

Zinquanta franc anca al mi patron?

 

P.L.:

Promesso e fatto.

 

Raimundino:

Tott i sold dagheli al patron…

 

P.L. conta i soldi sulla mano protesa del padrone, che non smette di guardarlo in faccia, ancora sbalordito.

 

Padrone:

L’è un miracol… un miracol!

 

P.L.: (a Raimundino)

Non ti fidavi?

 

Raimundino:

No! me non ho mai fidossia… No! N’avevo in zoventù.

E parché arè d’averla ades… e d’un suldà?

Sono un cavallo di campagna

un cavallo contadino

la vita tutta l’è stata nera nera con fame e sempre la fame

per tutti i mesi che ha l’anno.

A l’inverno e anca a l’està

in ’sti anni dla carestia

in quelli del colera

negli anni dla inundazion

quando i campi erano coperti di giazzo come una sfoglia.

In campagna si muore in gioventù

e me sono un cavallo di campagna.

In campagna la vita è un accidente che ti scuoia.

Anni quando me e questo con me (indica il padrone)

avem magnè erba secca e radicci mescolati all’urtiga per tutti i

[giorni di fila.

Una bietola bollita la dureva tre dè.

Ho mangiato anche le lumaghe, me, me che sono un cavallo di

[campagna.

Lumaghe ho mangiato.

Perché te, per la tua battaglia,

magni due volte o anche tre volte al dì e nuatri

magniamo tre volte ogni otto dì.

Paris duv’ela? boh! Mo’ vengo a Paris per ben mangiare, ben

[dormire e per cavarmi la voglia

di vedere il mare.

Son un cavallo di campagna di nome Raimundino

e a dirò che son stè a Paris… Ma Parigi duv’ela?

 

Plith:

È in Franza, zuccone!

 

Raimundino:

In Francia? Dirò che sono stato in Francia, in viaggio di nozze… Ma la Franza non sarà Firenze?

 

P.L.:

Non è Firenze!

 

Raimundino:

Bon! Non faccio più di cinquanta chilometri al giorno… A magnerò due o anca tre volte, secondo ho voglia.

 

P.L.:

Bene, bene… anche quattro, anche dieci!

 

Raimundino:

Patron, te saluto… Sei un buon patron… Ti lascio ma poi ritorno… oh se ritorno, patron!

 

Raimundino è commosso, il padrone piange.

 

Padrone:

Sta’ lontano da ogni battaglia, Raimundino… lontano dagli spifferi… bada ai sassi… e ritorna in fretta.

 

Raimundino: (a P.L.)

Dai!

 

P.L. balza in groppa e finalmente partono.

 

 

Seconda puntata

 

 

XV. RAIMUNDINO GALOPPA PORTANDO P.L. VERSO PARIGI E INTANTO PARLA PER VINCERE FATICA E NOSTALGIA

 

Raimundino: (mentre passano prati, boschi, sentieri)

La conoscevo ben io la Matalena. L’era piccola ’sta ragazola, magra com la stoppa. Eppur cantava, cantava, la cantava sempre

anche nel campo o nell’aia.

Con quel vocino filato pareva una zarladora…

Ascolta che odori, soldato.

’Sti odori. Mica di chiesa, no di chiesa; sono odori di campagna…

[che si stende e slega e sverna dopo l’inverno…

Allarè allarè allarè

stasira si mangia per tre. Erano dieci anni che non mangiavo come                                                                            [ mangerò stasera.

Biada buona e liscia.

Biada con odore di biada.

Fieno fieno fieno.

E dormire e correr e dormir e magner e correre via e poi…

Al tempo della Matalena!

Al tempo della Matalena si mangiava quattro volte ogni settimana…

quattro…

e masticare trenta volte coi denti perché

…perché se no in tre bocconi tutto si magnava ed era finito.

Erano tempi di malora

tempi della fatica grossa e d’ona mort sicura.

 

Raimundino si commuove e comincia a piangere.

 

Era nata a Roncrio la Matalena.

La viveva com la parpaia che gira intorno al lume.

Povera Matalena… povera Matalena…

 

P.L.:

Dai, non piangere… Sei un cavallo di campagna bello e forte mica uno stallone di città tutto molle di panna.

 

Raimundino:

L’era una bimba senza carne e ossi. Cantava verso sera la povera Matalena…e anche il sole si rimpiattava.

 

P.L.:

Dai! che dobbiamo galoppare.

 

Raimundino:

E io galoppo, dio senza cera… ma piango. A zig pra la Matalena (per un po’ galoppa in silenzio poi di nuovo esplode) Allarè allarè allarè oggi a me domani a te…

Mi lavava la schiena con la spugna.

Mi lustrava i piedi con la sugna.

E dai e dai e dai…

Quand i passèrun i ross pra la campagna la Matalena la curs a nasconders in tla giazera dla piv e a tols anca me con li.

Ohi ohi diocan diobon si eran cativ i Ross dla guera!

I andeven com al demoni al dè di mort…

i andeven con i mantì avert al vaint dla sira.

Ieran nigar com la giera dal fiom e i sbruseven tott la strè.

I sbruseven al cà e al mond intir.

Ieran umon elt com la columbera

la spada la zigheva e la luseva cumpagna una candila.

Eh, la Matalena l’ho cognosciuta ben, povera Matalena.

Morta giovane giovane giovane… senza amore e senza fiato.

Sola… come un filo di luce…

Cantava cantava.

 

P.L.:

Guarda laggiù, quei lumi… C’è una casa di sicuro. Dai! che ci fermiamo. Ci saranno due miglia.

 

Raimundino:

Saranno almeno dieci chilometri, a occhio nudo… Dieci chilometri, amico… ma andiamo pure, ché stasera dormirò nella paglia.

 

 

XVI. NEL CASTELLO DEL CONTE DI CLAVIER. IN PIEDI, IN UNA SALA P.L. E IL CONTE

 

P.L.:

…grazie ma mi raccomando il cavallo… vuole doppia razione di tutto…

 

Clavier:

Vit! neanche fosse un purosangue… Cos’ha nelle gambe per meritarsi un pasticcio di lepre?

 

P.L.:

Corre a tutta birra… corre e non tarocca… galoppa e canta e mi porta a Parigi… Infine, ci ho un contratto.

 

Clavier:

Con un cavallo?… Contento voi! Ma io, coi miei sessanta galoppatori sopraffini, darei fondo alla dispensa in tre giorni, se li servissi a tavola in questo modo… Mica sono madame!

 

P.L.:

Raimundino mangia e beve sodo.

 

Entra la consorte di Clavier, la contessa Hermanilde, una pazza tranquilla e a tratti raziociniante.

 

Hermanilde: (a voce alta e imperiosa, puntando il dito verso P.L.)

Chi è questo bischero che assomiglia a un moscone? È l’ora delle streghe, marito mio? o è quella dei papatacci? ’Sta cosa d’uomo ha il culo basso… buttatelo fuori… (urla) Fuori!

 

Clavier:

Cara moglie, è un soldato… un buon soldato… Siediti un poco e non rompere… Ecco il tenente Paul-Louis Courier, dell’armata di Napoleone, quella che scorrazza in Italia facendo fuoco e fiamma… Lui è alle bombarde… Ma cavalca da molto e stasera cenerà con noi.

 

Hermanilde: (agitata)

Allora dormirà con Doralice!

 

Clavier:

Ma Doralice si è chiusa in camera da dieci giorni… chi l’ha più vista o sentita… No! Doralice è al sicuro. Il tenente è solo l’ospite per una notte, che passa.

 

Hermanilde: (quasi piangendo)

E che intanto si fotte la figlia di un conte. Ha gli occhi cattivi. Sono gonfi, sbavati sotto. Segno di un inverno senza neve. Fotterà nostra figlia, ci coprirà di vergogna… Sempre i tenenti puntano alle ragazze e zac! suonano la campana a festa… (comincia a girare per la sala parlando fra )… E perché non dovrebbero? Tirano alla fava, sempre soli come un cane, non è vero signore?… L’altro giorno, ad esempio, mentre ero in carrozza…

 

Clavier: (a P.L.)

Non ci badate, è matta. Il calcio di un vitello, in Provenza, in una nostra campagna. Vent’anni fa. Se vede le braghe di un soldato… o quelle di un curato… parte in quarta e non si tiene. Ma non fa male… Se si carica troppo, basta una legnata in testa. Piange quasi sempre… Ma venite, andiamo nel mio studio.

 

Mentre i due uomini si allontanano, Hermanilde si volta e grida.

 

Hermanilde:

Non lasciatemi sola in questo casermone pieno di zanzare… non andate via… Ho paura del sangue e del vino, il castello è coperto d’acqua, nell’acqua ci passa Gumone coperto d’oro… Asciugate l’acqua, lasciatemi vivere, adesso mi metto a cantare per dormire (canta sottovoce).

 

 

XVII. LA FORESTA DEI LIBRI

 

P.L. e Clavier entrano nello studio in legno, soffice e odoroso, tappezzato fino al soffitto di libri dentro a scaffali d’acero. Una quantità indescrivibile di libri rari e preziosi. Su un tavolo in mezzo allo stanzone molte carte accatastate, mappe, stampe. P.L. resta ammutolito a guardare.

 

P.L.:

Un bendidio piovuto dal cielo… Questo è il paradiso in terra, la delizia dei sensi, la foresta di Adamo… Ogni pagina è una foglia, insieme cantano suonano danzano e si lasciano ascoltare…

 

Clavier: (sorpreso)

Vi piacciono i libri?

 

P.L. si scuote e lo guarda; sembra provenire da un altro mondo.

 

P.L.:

Perché ho uno straccio di divisa? So anch’io leggere bene e scrivere bene.

 

Clavier:

Non volevo dire…

 

P.L.:

So leggere e scrivere in greco antico, in greco moderno, in latino, in sanscrito, turco, arabo, persiano, aramaico nonché in lingua italiana francese inglese tedesca. Mi manca lo spagnolo, che sto studiando.

 

Clavier:

Vit! Non siete un soldato ma un cesto stracolmo.

 

P.L.:

Non sono un soldato… ma un erudito fra i primi d’Europa. Basta chiedere in giro… Mia è l’edizione di Origene e Calpurnio, e la prossima sarà quella di Longo Sofista, che ho appena riscontrata e ricopiata a Firenze.

 

Clavier: (comincia ad articolare un suo pensiero o proposito)

Questa è una fortuna!

 

P.L.:

Mi sono congedato troppo in fretta dalla battaglia di Marengo, a causa dei fogli benedetti e devo correre a Parigi per essere perdonato. Se non arrivo in fretta, mi stanno inseguendo coi cani per impipiarmi a un ramo… o sotto un ramo.

 

Clavier:

Straordinario, straordinario. È un vero romanzo.

 

P.L.:

Adesso capite perché Raimundino va servito a pappine e a doppio brodo di gallina… È lui che mi porta.

 

Clavier:

Vi prenderanno?

 

P.L.:

No, se infilo la via giusta e se riesco ad arrivare in tempo… e se voi non parlate.

 

Clavier è agitato in un mondo fantasioso e frenetico di pensieri. Sembra molto lieto. Si guarda intorno, si sfrega le mani e gli occhi, sta partorendo una proposta ufficiale.

 

Clavier:

Tenente baldo e bello, tenente d’oro, scodella di sapere… venite… Vi mostro, solo per gli occhi vostri… vi mostro un carciofino al sugo… e dopo confabuliamo fra noi in lingua turchesca…

per via di mia moglie, che non capisca il cifrario… Venite.

Clavier, attraverso corridoi e stanze, pilota P.L. in una stanzetta con pochi mobili accatastati. Lo fa salire su un cassone, perché speculi attraverso una finestrella interna nella camera di Doralice, la figlia.

 

Clavier:

È mia figlia Doralice. Liscia come persica, avventurosa, ha vent’anni e devo confessare che è balzana come mamma soia… ma matta non è… Mo’ guardatela davanti e didietro.

 

P.L. osserva con crescente interesse.

 

Clavier:

Proprio bella non è… ma il corpo! Fra poco lo vedrete… (poiché P.L. fa un gesto di sorpresa e sta per ritrarsi)… No! vi prego… La cosa ha un logico svolgimento e voi avrete l’ultima parola… fidatevi di me… anch’io ho letto Longo e conosco Platone… Osservatela… bene…

 

P.L.:

Si spoglia, vuole coricarsi… Ecco! Via la camicia, il reggiseno, sottoveste, slip, giarrettiere, collant, mettimpiega, bigodini e sofort è bell’è nuda come mamma l’ha fatta… Pare una gallina da brodo, se posso dirlo.

 

Clavier:

A parte il viso, d’accordo… il resto non è da buttar via. Direi che è di prima scelta… È come una sorbola di Vignola.

 

P.L.:

Confesso che è commestibile… Veh, come si stira! Dorme sempre nuda?

 

Clavier:

Ve l’ho detto. È balzana e sente il tempo, proprio come i conigli.

 

P.L.:

Allora io mi butto?

 

Clavier:

No! aspettate che ci sia il sole alto. Di notte non si può fare e così di prescia… Pensate per un momento al futuro e non solo al pertugio di Venere… Andiamo di là, a decidere.

 

P.L. si allontana dalla finestrella di malavoglia.

 

P.L.:

Stava distesa come la beata Sofonisba…

 

Clavier e P.L. tornano nello studio.

 

Clavier:

Per completare la nostra ispezione… posso dire così?… vi mostro alcune sciccherie da sciacquarvi la gola.

 

Cerca un tomo in folio, tutto rilegato in solida pergamena, lo depone fingendo molta cura sul tavolo e lo apre al frontespizio.

 

Clavier:

Voilà! Ecco il primo tornado.

 

P.L. quasi si accascia con un oh! di stupefazione. Si getta sul frontespizio e quasi lo bacia, succhia riga per riga, lo accarezza, lo odora, lo stringe, lo palpa, lo bacia. Comincia a sfogliarlo come se Paganini archettasse sul suo cembalo, o guancia a guancia col benedetto violino, vale a dire come se illuminasse con una interna divorante passione il suo venalissimo violino-salame.

Intanto Clavier traffica negli scaffali, prende un secondo volume in 4°, rilegatura in pelle con impressioni a secco sui piatti, e lo depone aperto sopra il precedente.

 

Clavier:

E questo è il ciclone Clementina… posso dirlo?… Viene dai latifondi della Florida e odora ancora di folaghe…

 

P.L. ha un sussulto.

 

P.L.:

Diobono, questa è la mecca!… Cristo salterino, mi sento male!… Gira tutto!… Ma è un esemplare unico!… Il De situ orbis di Pomponio Mela del 1478!

 

Clavier:

Ciuffato il secolo scorso dal mio bisnonno Torpedone, che era un raccoglitore maniaco… Sì, fu rubato ai cappuccini del monte Formica vicino a Bologna… Lui raccontava che scappò per quindici miglia con questo librone sotto il braccio, mentre due monaci lo inseguivano con la vanga… Diceva che questo libro era bagnato dal suo sudore.

 

P.L. non ascolta e non vede altro che le righe benedette. Odore di inchiostro e di miele s’alza dalle pagine con un ruggito da leone, oppure come da un prato quando la sulla rosseggia perché è il tempo delle api, là verso i calanchi. Che bordate di esaltati sentimenti!… e che aratura di idee peregrine! P.L. sembra seduto su un monte ventoso, oppure come Empedocle sul bordo di un vulcano che frigge. Legge legge legge mentre Clavier continua a parlare.

 

Clavier:

Ho visto giusto… i libri li gustate come la grappa i cani del San Bernardo… L’avevo capito… Allora la mia proposta è spiccia, prendetevi mia figlia davanti a un curato e vi regalo la torre, nonché tutti i libri dal principio alla fine qua giacenti… Svuoto la botte e mia figlia è vostra… Un mare di carta antica stampata vi porterà fino in cielo, senza bisogno di Parigi.

 

P.L. col naso su una pagina non vede altro e non sente; non risponde. Clavier lo scuote su una spalla.

 

Clavier:

Avete sentito la mia proposta?… Cosa vi offro?… Muri, torre, libri… insomma tutto l’armamentario… Ascoltate? Ehi, volete sposarla?

 

Clavier torna a scuotere P.L. che alza finalmente la testa.

 

P.L.:

Eh? Cosa avete detto?

 

Clavier:

Accettate?

 

P.L.:

Beh?

 

Clavier:

Ve l’ho appena proposto, diobono… Sposate Doralice la mia bambina… in cambio di terra castello libri… Tutti i libri… là, dal principio alla fine.

 

P.L. ha un sobbalzo di gioia.

 

 

XVIII. LA PRIMA NOTTE DI P.L. E DORALICE

 

Doralice e P.L. sono a letto nella grande camera ovattata ceduta da Clavier, con luce di candele e fuoco nel camino, benché sia giugno. Il letto è ampio, Doralice languida è in attesa. P.L. a torso nudo con calzoni e stivali è disteso con un librone sul petto e legge con attenzione.

 

Doralice: (tripillante)

Son già le undici…

 

P.L. immerso nella lettura non sente e non vede.

 

Doralice:

Paul-Louis, cicciolino di montagna, mi senti? Guardati, sembri un matto… Sei un uomo, Paul-Louis? Luigino, metti via quel librone, dai, lo leggi domani… Hai tanto tempo… Ascoltami, questa è la nostra prima notte, non è mica un festival di quartiere… Son qua che aspetto… Luigi?… Paul-Louis?… Signor tenente?… (salta in piedi sul letto) Ma guardami, dunque! Non son mica una gallina in batteria!

 

P.L. la guarda con un sorriso angelico.

 

P.L.:

Sei un puro filetto… appena ho finito mi butto.

 

Doralice:

Ma quando? (cerca di provocarlo).

 

P.L.:

Questo testo è difficile.

 

Doralice:

Non è possibile! I soldati non ne lasciano scappare una ed ecco… lui dorme con gli stivali e fa l’amore al buio con le pergamene.

P.L. non risponde, di nuovo preso. Doralice si ributta sul letto inferocita.

 

 

XIX. LA BIBLIOTECA, IL FUOCO, UN COLPO DI CANNONE

 

P.L. intabarrato in un vestito di campagna è seduto, anzi è annegato fra i libri. Ne ha venti aperti sul tavolo e due pile intorno.

 

P.L.: (fra sé)

No! non è Strabone… non può essere lui… Lui non usa il suffisso in im… Avevo ragione, guarda! Un anacoluto dimidiato al mezzo da una sestina alternata! Già nel terzo secolo! Eh! questa è una anomalia che va annotata e citata… Non è un caso che si ripete…

 

Ogni tanto si sente, lontano, un colpo di cannone. Entra Doralice vestita di rosso, pimpante e provocante.

 

Doralice:

Luigino, sei pronto? Finalmente?… Ho voglia, vieni!

 

P.L. è intento a trascrivere, con ghigni luciferini di soddisfazione.

 

Doralice:

Hai sentito, pelandrone?… Ti prego! Ci sono anch’io… ehi! Mi sento come un pioppo strusciato dal vento. Da sei notti non vieni a letto… Aho! (quasi urlando) mi senti?… Devo fare una tombola e regalarla a chi vince? Sei un marito o no?

 

P.L.:

Hai ragione… Ecco, ecco… un minuto e ho finito. Ho ricostruito questo passo… È come scalzare col coltello la polpa di un albero lasciando intatto il tronco… O come buttarsi a mare… Bisogna nuotare… Tutto è riconsegnato alla vita, lo capisci?… Senti (legge): “Se tu tacerai, del tuo amore parlerà un vento leggero; ma del tuo dolore sarà la montagna con la sua ombra a disegnare il peso e il colore”… Ti piace?

 

Doralice:

Me ne sbatto della montagna, del legno e dei fiori… Stanotte mentre leggi ti taglio l’arnese così ci fai un segnalibro.

 

P.L.: (si alza, stirandosi)

Hai mille ragioni! Andiam a ballar la polka… ma questi lavori…

 

Doralice si butta sul sofà con un sorriso di soddisfazione.

 

P.L.:

Il mio violino è pronto.

 

Doralice:

E allora suona, suona.

 

P.L. sopra Doralice sbuffa ma fa cilecca.

 

Doralice:

E mo’? Mi debbo accontentare di radicchi?… Dico, sei matto?

 

P.L.: (smontando dal cavallo)

La voglia c’è… e grande… Ma i pensieri tirano giù, trascinano via… Mica riesci a far l’amore con un suffisso in im ficcato in testa.

 

Doralice si rialza e si ricompone.

 

Doralice:

Questa è l’ultima volta che la vedi… Se ti vien la voglia, strizzati messere fra le pagine di un libro… Ciao (si allontana).

 

P.L. ancora sdraiato sul bordo del divano è già in corsa dietro i pensieri. Guarda il soffitto.

 

P.L.:

Sì, è possibile… se lo riferiamo a proposizioni parossitone decrescenti, presupponendo…

 

 

Terza puntata

 

 

XX. PARCO DEL CASTELLO DI CLAVIER, TRE GIORNI DOPO, IN UNA MATTINA PIENA DI SOLE

 

Doralice esce di corsa da un portone e si ferma nel mezzo del parco. Aspetta di calmarsi quindi accende una sigaretta. Dopo varie tirate la butta e con due dita in bocca emette un lungo fischio e resta in attesa. Passano alcuni minuti; da una macchia esce Grap, un giovane sui vent’anni, aitante, figlio del fattore. Si avvicina a Doralice che gli si butta tra le braccia. Singhiozzi, sussulti, carezze sui capelli, parole mormorate.

 

Doralice: (alzando la testa e guardandolo fisso)

Uccidilo!

 

Grap:

Chi?

 

Doralice:

Uccidilo… uccidilo!

 

Grap:

Chi? Il tenente?… Se l’hai sposato da tre giorni!

 

Doralice:

Tu lo devi fare, lo devi fare… hai capito?

 

Grap:

Perché?

 

Doralice:

Perché voglio… perché te lo dico.

Grap:

Non è come ammazzare un gatto… o la volpe. Non è facile ammazzare un uomo… Io non ho mai ammazzato… Non voglio, e poi so che non ci riesco.

 

Doralice:

Dammi una sigaretta… (la prende e l’accende)… Tre giorni e tre notti sempre vestito, perfino con gli stivali a letto… Quando ci ha provato, con me, era intabarrato come in guerra… Credevo… no, no! non è possibile sopportarlo

invece è possibile… più rapido… ammazzarlo.

Tu hai un fucile, lo schioppo, un arnese… Nessuno ti ascolta e ti vede. Dopo lo nascondiamo sotto un albero, laggiù, sotto quel pioppo. Così scompare e amen… Ti pigli il suo cavallo e pigli anche me… Allora?

 

Grap:

Lo farei… Cioè, voglio dire, per te lo farei. Ma per lui non posso. A sangue freddo non mi sento… E poi, è una colpa dormire con gli stivali?

 

Doralice:

Puzza.

 

Grap:

Anch’io, se è per questo.

 

Doralice:

Ma tu ti spogli nudo quando… Dai, prendi una pietra. Una pietra basta.

 

Grap:

No!

 

Doralice si mette a piangere.

Doralice:

Voi uomini non capite niente. Non sapete quant’è facile fare una cosa quando si vuole… quando si deve farla sul serio… L’uccido io, domani, col veleno dei topi.

 

Appare, molto agitato, il conte Clavier.

 

Clavier:

Fumi sempre, bastarda?… E questo, perché è qui? Va’ a lavorare, cialtrone… (Grap non si muove)… Il tuo tenente mi fa impazzire… Lo cerco, non lo trovo. In giro non c’è. Chiamo Lozano e neanche lui arriva. Chiedo e mi rispondono che Lozano, quella carogna… beh! io lo frego appena posso, quello… adesso è anima e corpo al servizio del signor ufficiale… E l’ufficiale? Con i libri che gli servono si è trasferito nella colombara… Capito? Il tuo tenente è finito fra i piccioni!

 

Doralice:

Doveva finire invece in un letamaio con i suoi libroni, che il fuoco li bruci.

 

Clavier:

Questo posto è diventato un casino… Non c’è più ordine… Tua madre è matta ma dovevo darle retta e buttarlo fuori, questo tenente dal culo basso… Il suo cavallo, poi, è un cavallone di merda e dà i numeri… vuole quello che vuole… La scuderia è un mercato… Ha aizzato gli altri cavalli con cento paroline. Altro che cavallo di campagna! Gestite il vostro corpo, gli dice. La vostra groppa. Le vostre zampe. Non più di venti chilometri al giorno, festa al sabato e doppia razione di biada. Il nostro fienile è quasi al secco. Vogliono sbobba calda ogni sera… Quando piove, hanno detto, non si lavora, come i soldati del papa… Cavalli! Sono soltanto cavalli e hai capito che roba? Colpa di Raimundino…

 

Doralice:

Dovete provvedere…

 

Clavier:

Lo so anch’io, dopo che ho sbagliato… Cavallo e tenente devono scomparire.

 

Doralice: (insistente)

Uccideteli!

 

Clavier:

Mezza Francia lo saprebbe dopo un’ora… No! è meglio usare…

 

Grap:

L’astuzia!

 

Clavier:

Basta… ecco!… Basta un bigliettino all’armata per avvertire… noi siamo bravi francesi… che un disertore è qui. Insieme al suo cavallo… Stop!

 

Doralice:

Fatelo subito!

 

Clavier:

Ci va lui (indica Grap)… con un biglietto. Vieni!

 

 

XXI. P.L. NELLA TORRE COLOMBAIA

 

P.L. è nella saletta circolare, a pianterreno, della torre colombaia, che sorge in un angolo del parco. Le cinque finestre sono spalancate. Nell’interno, una branda, alcune sedie, un lungo tavolo coperto di libri. Libri anche per terra e su alcuni scaffali improvvisati con assi e pietre. Con P.L. c’è il vecchio maggiordomo del conte, di nome Lozano, volontariamente trasferitosi al suo servizio perché suggestionato dalle parole, dai modi garbati e soprattutto dai libri – che finalmente parlano, dice lui, mentre prima, attaccati alle pareti, sembravano soltanto uccellacci di malaugurio.

P.L. in camicia, calzoni militari e stivali, seduto al tavolo, è immerso sopra un tomo. Lozano, arrampicato su una scaletta traballante, sta sollevando con difficoltà un volume da uno scaffale.

 

P.L.:

Attento con le dita.

 

Lozano:

Sì, padrone.

 

P.L.:

Bada che non cada. Le punte si sbrecciano se battono per terra.

 

Lozano:

Sì, padrone.

 

P.L. sta trascrivendo, Lozano discende e porta il volume sul tavolo, lo sfoglia con una curiosità ingenua ma vivissima, autentica.

 

Lozano: (accarezzando il foglio con una mano)

Bello, bello! È bello!

 

P.L. non risponde.

 

Lozano:

Scienza è uguale a valore… Quanta scienza qua dentro… Dentro c’è il mondo intero… la nostra vita… la nostra morte… la sorte di tutti.

 

A una finestra appare il muso di Raimundino.

 

Raimundino:

Tarsuà, tenente patron.

 

P.L.: (alzando la testa, con un sorriso)

Cosa c’è?

 

Raimundino:

C’è niente. Solo un gatto in cantina.

 

P.L.:

Sarebbe a dire?

 

Raimundino:

Scompiglio in stalla… un cavallo è scomparso, gli altri cavalli del conte si beccano e scalciano mentre parlo… e adesso c’è odore di bruciato.

 

P.L.:

Sta’ buono, Raimundino… mangia, bevi e non darmi grane.

 

Raimundino:

Non mi muovo. Parlo, parlo soltanto. Ma è vero che le parole saltano (ha un momento di imbarazzo)… Ti volevo dire a te, patron, che non lo so bene però me lo sento… ecco, mi pare che ti tramano alla schiena.

 

P.L.:

E chi? Doralice? Il conte?

Lozano:

No! ha ragione lui… È il conte, è Clavier.

 

PL.:

E cosa cerca?

 

Lozano:

Prima, quasi niente e adesso vuole tutto. Raimundino gli ha messo le pulci in tasca e in testa… È per via del cavallo…

 

P.L. si alza, va a lavarsi le mani in un catino, si spazzola le braghe, si ravvia i capelli. Davanti a uno specchio si pettina. In quel momento si sente il galoppo di parecchi cavalli, voci di soldati, quella di Clavier che risponde a domande, e la voce di Doralice intramezzata da gridolini di gioia isterica.

 

Raimundino:

Cristo e paglia! Sono già qua. Monta in groppa, che scappiamo… Non ci prendono, se fili.

 

Lozano:

Salta, padrone. Laggiù fra gli alberi c’è un sentiero… Ancora non ti vedono… scappa!

 

Sembra che P.L. neppure li ascolti. Indossa con cura, molto adagio, la giubba; prende il cinturone con la spada e se lo stringe al fianco. La porta si spalanca. Entra un ufficiale mentre alle quattro finestre appaiono, insieme, Plith, Clavier, Doralice, Hermanilde.

 

Ufficiale:

Paul-Louis Courier, del Terzo di linea, vi arresto come disertore di fronte al nemico. E con disonore. Ho anche l’ordine di fucilarvi sul posto. Consegnatemi la sciabola.

 

P.L., fermo in mezzo alla saletta, ha un atteggiamento sereno e fiero. All’improvviso esprime una forte carica umana e un senso di responsabilità profondo e sincero. In realtà non si era mai nascosto; anzi, aveva sempre valutato ciò che faceva e le possibili conclusioni. Ora aspetta. Non si rassegna ancora, vuol giuocare le ultime carte. Però P.L. lo sa che in quel luogo e in quel momento l’unica conclusione non può essere che la morte.

 

Raimundino:

Patron d’un suldè, monta in groppa… sei in tempo, ancora… Hai un minuto… Filiamo come il vento. Ti porto in cima al mondo!

 

Plith:

Ormai ha le pistole scariche… Dove vuoi che vada?

 

Raimundino: (sempre a P.L.)

Sei un soldato di guerra però non vuoi morire vicino al tuo cannone. Vuoi andare e tornare, essere libero di fare e di disfare, pensare e dormire… Allora scappiamo!

 

Plith:

In guerra si deve far la guerra. Un soldato deve stare fra i soldati, pronto alla tromba… e deve correre davanti e sparare.

 

Raimundino:

Alla guerra non bisogna andare… mai farla… perché porta il fuoco e la fame.

 

Plith:

Tu non leggi e non scrivi, sei un cabajo di campagna, un cavallo somaro. Tiri solo l’aratro… Non sai cosa vuol dire portare in groppa un tenente, soldato di Napoleone!

 

Raimundino:

Ho portato mille pesi, sicuro! Ma anche uomini morti in guerra io li ho portati… Morti in una battaglia… Porto in groppa tutti, se hanno bisogno della mia groppa e delle mie gambe… Porto in groppa anche te, che stai lì storto e sguercio.

 

Un momento di silenzio. Si sentono lontani colpi di cannone.

 

Plith:

Sei un povero cavallo scemo… Io quello non lo porto in groppa… Non è più carne buona!

 

Raimundino:

Io invece lo porto lontano, senza chiedere e domandare. Navigo come il vento. Strappo le bandiere… Salta in groppa, tenente! Un uomo è un uomo…

 

Plith:

Vedi? Non ce la fa neanche a scappare.

 

Raimundino:

Salta!

 

Lozano:

Padrone, hai ancora una carta. Buttala giù e corri.

 

Plith:

Ma guardatelo!

 

Clavier:

Ha cambiato faccia… ha cambiato faccia!

 

Doralice:

Non sembra più lui. Però è lui. Mi fa paura.

 

Si sente il galoppo di altri cavalli in arrivo. È una pattuglia di soldati che balzano a terra e aspettano ordini.

 

Clavier:

Il cerchio è chiuso.

 

Doralice:

Non scappa più!

 

Plith:

L’uomolibro è fregato… Viva!

 

Raimundino:

Ma perché, patron d’un suldè?

 

P.L. sembra scuotersi e si guarda intorno. Fa un cenno con la mano e comincia a parlare. Si capisce però che vuol rivolgersi soltanto a Raimundino.

 

P.L.:

Te lo dico io, bel cavallone culone

te lo dico io perché non scappo.

Non mi piace scappare, mi piace invece andare.

Prima ero scappato ma non scappavo

perché il mio lavoro era più importante d’una bataj che si consuma

[in un giorno

e perché potevo convincere tutti che questo era giusto. Il mio

[scappare.

Ho solo sbagliato il modo.

Oppure ho sbagliato il tempo.

Tu l’hai capito, cavallone bello e saggio.

Hai capito tutto

e te lo dico: hai capito bene.

Per questo sei venuto a Firenze

sei venuto in Francia

sei venuto qua e là per il mondo

a correre correre correre. Tu sì che ci sei venuto.

Ma quello lì (accenna a Plith) l’hanno fatto sergente

perché ha un cervello da sergente

cuore da sergente

fantasia da sergente. Vale a dire un cuore senza domande.

È solo e soltanto guerra bim! bum! bam! Guerra, bombe, cannoni.

Tutta guerra, anche nel sole!

Tu invece mi portavi…

 

Raimundino:

E ti porto anche adesso, se vuoi. Lontano ti porto, via da questo inferno… lontano…

 

P.L.:

Lontano. Ma anche vicino. Non ha importanza. O poca importanza. I libri restano, l’uomo è un’ombra… Prendi questa busta, portala a Parigi, dentro c’è Longo centellinato come un fiore. Io sono l’ape d’oro. Non un’ombra è lasciata al caso. Tutto è ordinato come per una sfilata militare, con trombe e fanfara… Op! Capito? Io sono contento… addirittura felice. Adesso so tutto. Posso tutto. Corro e volo. Volo via. Addio Raimundino… Per morire sembra che io scelga il modo peggiore, ma la verità è che non si muore mai… mai.

 

P.L. corre verso una finestra e balza in groppa a Plith, che fa uno scarto sbalordito. L’ufficiale impugna la spada, accorre e la affonda nel petto di P.L.

 

Clavier:

Adesso, chi lo seppellisce?

 

Ufficiale:

Voi… ma non ci badate, pagherà l’intendenza militare.

 

Clavier:

Quando?

 

Ufficiale:

Appena vi presentate.

Clavier:

Dove?

 

Ufficiale:

Seppellitelo senza commenti, il resto seguirà. Seppellitelo a testa in giù, che non abbia a scappare di nuovo. Per noi è morto male, ma chissà! Come quelli che vanno alla guerra e non la vogliono fare. La guerra è guerra, questo è il punto… Non siete d’accordo?… La guerra non si nasconde, è lì davanti che parla e chiede… è lì che aspetta… Questo, invece, con tutti i suoi libri…

 

Senza terminare il discorso l’ufficiale esce. Voci all’esterno, concitazione, galoppo di cavalli che si allontanano. Via dalla finestra anche Clavier, anche Doralice e Hermanilde, anche Plith che ha in groppa il corpo senza vita di P.L. Restano Raimundino e in un angolo, affranto, Lozano.

 

Lozano:

Un uomo arriva… ed è subito accoppato.

 

Raimundino:

Questi sono i tempi.

 

Lozano:

Sono marci, se questi sono i tempi!

 

Raimundino:

È vero ma… Io da quando son nato

ho sempre veduto uccidere la gente

come si uccidono le mosche.

Allora perché un uomo è diverso dall’altro?

Il tenente voleva vivere perché era pieno di scienza

ma loro avevano stabilito che ha da morire.

Perché?

Nessuno lo sa e così va il mondo.

Eppure io lo so e per me il mondo è un poco cambiato.

Non è partito mentre poteva

non ha usato la mia groppa quando l’ho chiesto…

Ha scelto quella di un nemico.

Se voleva poteva… poteva, sì!

Il sole è caldo quando uno muore.Lui adesso così voleva, senza rassegnazione, perché aveva finito tutto… il suo grande lavoro.

Anche lui muore

come finiscono tutte le cose dentro la stessa giornata.

 

Lozano:

Non è difficile da capire… e tu hai ben ragione.

 

Raimundino:

Beh! Torno dal mio vecchio patron.

 

Lozano:

E io qua resto… dentro alla solita vita senza più speranza.

 

Raimundino scompare. Lozano s’alza, chiude una per una le cinque finestre, esce. La sala della colombaia resta al buio. E la commedia finisce.

 

 

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Letto 3015 volte Ultima modifica il Giovedì, 23 Maggio 2013 09:38
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