Un poeta racconta Bologna

Una nuova proposta di itinerario didattico. Con Roberto Roversi alla scoperta di una città oltre le immagini convenzionali, minacciata dal tempo e ricco di contraddizioni.

 

Conoscere una città è un po’ come conoscere la gente. È comprensione che si modifica, si rivede, cresce o si impoverisce, secondo cosa rivela l’esperienza. Alle immagini che prendono forma distinta dei monumenti caratteristici si aggiungono talvolta quelle incerte delle nostre sensazioni. Sensazioni di una città “intima”, come di un segreto di una persona, sensazioni che poeti e artisti hanno tradotto in un immenso vitale repertorio di immagini, sentimenti, concetti. Dalla passione estrema e astiosa di Dante per Firenze alla struggente malinconia dell’esistere nelle descrizioni recanatesi di Leopardi; dalle immagini mitiche di Foscolo per Zacinto a quelle familiari e profonde della Trieste di Saba, a quelle intrise di esistenziale inquietudine delle milanesi Case della Vetra di Giovanni Raboni. E poi le città dei cantautori: la Genova dei provinciali, “con quella faccia un po’ cosi”, nelle parole di Paolo Conte, e “porto di guerra senza nessun soldato”, in quelle di Ivano Fossati.

Proponiamo di visitare una città alla ricerca dei suoi sensi profondi, oltre le immagini convenzionali. Suggeriamo allo scopo di “provvedersi” di un “opportuno” accompagnatore, artista o uomo di cultura particolarmente legato alla storia di una città, e di interrogarlo in itinere. O, se ciò non fosse possibile, di interrogare quanto egli ha offerto per la comprensione della sua città. Per esemplificare la nostra proposta abbiamo scelto Bologna e la privilegiata compagnia di Roberto Roversi, poeta e bolognese, sempre e da sempre.

Incontro Roversi nella sua libreria antiquaria “Palmaverde”, fatalmente sita in via Dei poeti, nella parte più antica e suggestiva di Bologna, decisamente il “suo” ambiente. Tra le pile irregolari e variopinte dei libri, lo scrittore si muove con regolarità quasi geometrica, con quella asciuttezza fisica che si abbina alla sobrietà del suo parlare, senza scatti e senza ripensamenti. Tradisce quella signorilità che lo ha visto protagonista senza spettacolo della cultura moderna, una autorevolezza che si accorda, straordinariamente, ad una voglia di ascoltare. Azzardo perciò subito la richiesta più ovvia e più difficile: un’idea di Bologna, attraverso quei luoghi comuni che la vogliono opulenta, grassa, dotta, generosa.

Direi che Bologna è una città profondamente drammatica, molto diversa appunto da quella che è la sua immagine pubblica. Ricca, godereccia e sapiente viene detta. È sicuramente ricca, ma in una maniera irregolare e un po’ smodata, anche. Godereccia, in modo abbastanza perfido, e non più nel modo aperto, un po’ sbracato, ma sostanzialmente corretto che poteva avere al tempo della sua cultura contadina, quando la città era collegata direttamente con la sua campagna e della campagna assumeva e succhiava proprio gli umori fertili della cultura. Sapiente e dotta, penso ancora di sì, anche se la sua Università non ha più il grande prestigio che ha avuto nel passato, quando Bologna era un punto di riferimento altissimo, uno dei pochi alti riferimenti culturali in Europa. Soprattutto drammatica è Bologna, a mio parere, per le sue vistose, ripetute, inesauribili contraddizioni. È una città che si dibatte in modo forsennato nella sua storicità, nel suo rapporto col luogo. Una città che non vuole abbattere più nulla, ma deve fare ugualmente i conti col presente. Io sostengo che sono contraddizioni che prima o dopo esploderanno, in quanto non si potranno assolutamente contemperare le due anime, e una di queste dovrà vincere. Allora bisognerà scegliere tra la città museo e la città del duemila. La città museo dovrà scartare tanti benefici e tante necessità per ridursi ad essere tutelatrice dei propri monumenti. La città del duemila dovrà ridurre rispettosamente il proprio fardello di monumenti, aprendo degli spazi alle urgenze moderne”.

 

Ricordo a Roversi alcune sue poesie, dove si concentra il dramma di una città, in immagini che connotano un senso di minaccia, come “Torri divorate”, come “Ombre (…) divorano torri”. Il poeta smorza subito un sorriso un po’ amaro, quasi si schernisce, ma poi accetta di parlarne brevemente.

Sicuramente queste sono immagini di una città minacciata. Torri ‘divorate’ anzitutto dalla storia, divorate dalla fame di spazio, dalla fame di novità, dalla speculazione. Solamente nel centro di Bologna attorno alle due torri ce ne erano altre quattro, che furono abbattute alla fine dell’Ottocento. Città tutta divorata da tutto questo: il tempo, la non cultura, la non partecipazione dei cittadini che è pericolosissima quanto l’arroganza dei potenti”.

 

Sposto un po’ l’argomento, esprimo la mia impressione che pure entro i conflitti della città esista ancora un suo carattere forte, distintivo, un volto particolare che le proviene dalla sua particolare vicenda. Roversi intende subito la complessità dell’argomento, ma ha solo bisogno di una piccola pausa. Poi si addentra con semplicità nei meandri del passato/presente.

La città è stata nei secoli scorsi seconda città dello stato della Chiesa. Era piena di ordini religiosi, di conventi, di chiese naturalmente. Questi ordini religiosi, questi conventi erano proprietari di numerosissimi palazzi, e dunque la città storica era condizionata da questo rapporto vincolante, perciò era sostanzialmente una città un po’ bigotta, un po’ conservatrice, con una economia di sfruttamento da parte delle famiglie nobili, ed anche di sfruttamento meno violento, ma comunque anche determinante, da parte dei ceti medio borghesi della campagna intorno. Questa sorta di cautela, di conservatorismo finanziano, mi sembra che persistano tuttora nell’economia e nel capitalismo di questi anni, che non mi sembra sia un capitalismo aggressivo, capitalismo di rischio, capitalismo che tenta, ma capitalismo di riflusso, che si muove dopo avere un po’ sperimentato le esperienze fatte da altri. Ecco, una sorta di capitalismo molto ‘cauteloso’. E mi sembra questa la condizione determinante della città anche in questo momento, una sorta di cautela culturale prima di operare magari generosamente nelle operazioni di sviluppo sia economico che culturale. Bologna è condizionata da una situazione geografica molto importante, perché è immersa in un luogo di passaggio obbligato. Nei secoli passati l’Europa colta che per qualche ragione, di ricerca, di viaggio, di studio di interesse, o ragione economica, tendeva ad arrivare a Roma, o tendeva ad arrivare a Napoli, altro riferimento altissimo della cultura, doveva passare inevitabilmente per Bologna. Quindi Bologna era molto informata culturalmente delle novità europee, anche prima, per esemplo, di Milano ed anche prima di Roma. Era perciò un contenitore di grosse novità, che però restavano quasi sempre depositate a livello dell’informazione, in attesa che altrove, a Roma o a Napoli o in Europa, queste novità venissero sperimentate ed approvate. Dopodiché la città se ne riappropriava e le elaborava e le applicava utilmente.

Cultura, sostanzialmente, di ‘ironica cautela’, io direi, perché anche l’ironia è una componente abbastanza profonda del carattere reale della città. Tra i personaggi storici il cardinale Lambertini, diventato papa col nome di Benedetto XIV, ha interpretato in modo molto profondo il carattere dei Bolognesi: la ‘bonomia’, come viene detto, quella tensione amabile ed interessata ed attenta verso gli altri, compensata dall’ironia. Questa “correzione”, attraverso l’ironia, dei sentimenti, che sono sempre determinanti, è una costante, una caratteristica del carattere bolognese”.

 

Parliamo col poeta di come questa generosità operosa e travagliata della città sia espressa nei suoi versi. Bologna vi appareuna città di continui eventi: “La città (…)freme fermenta si dispera sprona si adopera(…) / Inseguita e umiliata / affila armi prima della vita nova (…)”.

Bologna appare certamente nella mia poesia una città di eventi, una città dove accadono parecchie cose perché essa è appunto una città di passaggio, una città che accoglie molto, che smista molto, e sicuramente accadono cose, accadono molte cose. La città ha un occhio molto inquieto, ma percepisce le esigenze dell’uomo. Una città con cui si deve anche ‘combattere’, ma che aiuta a combattere, che partecipa nel combattere, che non dimentica che essa è un luogo per l’uomo, e non per i traffici, un luogo in cui l’uomo deve incontrarsi, in cui il proprio vivere si esprime e acquista senso, e non un luogo in cui si deve lottare per prevalere sugli altri”.

 

Chiedo a questo punto al poeta di proporci i “suoi” luoghi bolognesi.La sua risposta, è semplice: piazza Maggioreanzitutto, e i cinque“raggi” che dalle “duetorri” si dirigono verso le porte medievali: le vie Zamboni, san Vitale, Maggiore, santo Stefano, Castiglione; le chiese di San Domenico e di San Francesco, con le loro “tombe dei glossatori”; la “goldoniana” via Saragozza, con la sua porta; la Certosa.

I monumenti di Bologna non sono numerosi, e non sono aggressivi nella loro singolarità. Secondo me, più che nei singoli monumenti, la città va vista nella sua interezza girandola, e soprattutto girandola un po’ prima dell’estate, quando la luce del sole è molto forte, senza che sia opprimente, quando il sole e l’aria fanno uscire dalla pietra proprio il colore vivo della città. Le pietre di Bologna sono fatte con un impasto rossiccio che il tempo ha sbiancato ma che il sole riesce a fare di nuovo risorgere: una città fortemente illuminata di una colorazione veramente struggente per l’occhio. Via Castiglione, per esempio, tutta articolata e snodata da sembrare disegnata con una sola linea sul foglio da un pittore modernissimo, è una strada che propone questo tipo di visualità profondamente colorata.

In inverno, quando l’aria è grigia, la città si appiattisce. Io amo, come si può amare il luogo dove si sta, anche se in modo conflittuale, e proporrei alle persone che me lo chiedono questa Bologna in quel tempo per guardarla conquegli occhi.

La chiesa ‘eroica’ di Bologna è San Petronio. La definisco eroica per avere essa assistito a tutte le vicende spettacolari e determinati della vita politica bolognese. Mentre la chiesa si erigeva si formava il comune di Bologna, come entità operativa reale e consapevole. Davanti a San Petronio sono avvenute tante manifestazioni e tante celebrazioni importantissime della storia bolognese. In piazza Maggiore, fino alla metà del Settecento, avvenivano delle grandi celebrazioni, carnevalesche che trasformavano la piazza intera in straordinari luoghi spettacolari. Addirittura si facevano ‘battaglie navali’, e la piazza veniva allagata, era uno straordinario luogo di divertimento, avvenivano tauromachie.

Via Saragozza è una strada in leggero snodo, meno violento di quanto sia, ad esempio, quello di via Castiglione. È l’insieme di tante piccole casette, variamente colorate, e dunque ha questa sua amabilità, rispetto ad altre strade che sono caratterizzate da palazzi e da case signorili ampie, alto borghesi. Ha un che, non dico di popolare, ma di minuto, da campiello goldoniano. Alla fine c’è porta Saragozza, la sola porta ancora ‘viva’. È collegata con i lunghissimi portici che si inerpicano sui colli e arrivano fino a San Luca. Quando una volta all’anno la madonna di San Luca, una madonna nera, viene portata in processione giù a Bologna, alla porta Saragozza si ferma e viene data la benedizione e poi la madonna entra in città, sempre in corteo. Quando esce si ferma di nuovo alla porta Saragozza e risale. Dunque la porta Saragozza rimane un punto di riferimento della tradizione, e forse anche per questo è stata mantenuta più intatta, rispetto alle altre porte”.

 

Il gotico venne introdotto a Bologna dagli ordini mendicanti (domenicani e francescani), si espresse nelle modernissime chiese di san Domenico e di san Francesco, in opposizione allo stile romanico appoggiato dal clero secolare. Chiedo a Roversi il suo pensiero sulla collaborazione-rivalità tra domenicani e francescani.

San Domenico è anche un luogo di cultura. I domenicani fanno conferenze, invitano personaggi di alto livello a dibattere problemi e problematiche anche d’avanguardia. I francescani fanno anche questo, ma in modo meno pubblico ed ufficiale. I domenicani sono più legati alla storia di Bologna, i francescani meno, anche se rimane quel famoso episodio della predica di San Francesco a piazza Maggiore, in cui quasi egli si svestì. Il santo venne a Bologna, capitò in un giorno di mercato e la città era piena oltre che di contraenti e di contadini anche di molti professori e studenti dell’Università che si erano radunati. San Francesco cominciò a predicare nell’indifferenza generale, ed anzi addirittura frastornato dagli sberleffi dei bambini. Ma continuò imperterrito a parlare, e con la forza della parola ma anche di una partecipazione totale dei gesti e del corpo (era l’intuizione medioevale dei modi comunicativi del ‘duemila’) cominciò poco per volta a conquistare l’attenzione, in modo tale che alla fine tutta la piazza lo stava ad ascoltare”.

 

Fuori porta San Isaia sorge la Certosa, l’antico monastero dei certosini, fondato nel secolo XIV e convertito poi nel 1801 in cimitero della città. Comprende parecchi suggestivi chiostri e la chiesa di San Girolamo, del Trecento ma arricchita di dipinti seicenteschi. Roversi ne parla brevemente, quasi in un religioso rispetto.

La Certosa di Bologna è una straordinaria Certosa. Anche questo è un luogo da visitare preferibilmente in quella particolare connotazione temporale, colla luce, col sole, perché la pietra bianca, di quel biancore leggermente attenuato dal tempo, torna a splendere direi quietamente, in modo veramente affascinante. Ed è una visita che aiuta anche alla riflessione, secondo me. Perciò la Certosa di Bologna, anche se collocata fuori porta, è un luogo che non è fuori della città, ma è dentro la città, le appartiene e la partecipa. Nella Certosa c’è il modernissimo Monumento ai partigiani di Piero Bottoni, straordinario e suggestivo”.

 

Arriviamo all’epilogo della conversazione. A Roversi piace concludere ritornando alla storia di Bologna, a quella più recente, aprendo infine con moderazione alla sua speranza di futuro per la sua città. Ma in realtà, da buon bolognese, “corregge” nella discrezione il suo sentimento, che è quello del più commosso augurio.

“Negli anni Sessanta la città ha vissuto un momento di grande fermento culturale proprio a livello della amministrazione comunale. La giunta cittadina, amministrando, contemporaneamente faceva i conti con la situazione culturale del momento e cercando di risolvere i problemi del momento anticipava anche certe soluzioni del futuro. Poi è seguito negli anni Settanta ed Ottanta un periodo di ridimensionamento e di assestamento: la città si è normalizzata dentro la drammaticità contraddittoria della situazione generale. Bologna era diventata una città ben amministrata, ma senza straordinarie novità intuitive. Era un po’ omologata nei problemi e nelle contraddizioni alla genericità delle altre città. Pativa di meno, però, perché aveva alle spalle una serie di sistemazioni ben organiche fatte negli passati.

Adesso la città si sta scuotendo, in un certo modo, anche se non sento grosse novità. Mi sembra però che si senta un fiato diverso che comincia a respirare un po’ forte…”.

 

 

 

Scuolainsieme: trimestrale di cultura e informazione scolastica, anno I, n. 3, marzo 1995.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Corrado Peligra
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Scuolainsieme: trimestrale di cultura e informazione scolastica
  • Anno di pubblicazione: anno I, n. 3, marzo 1995
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