Dura da migliaia di anni: è passata indenne tra guerra e distruzione e perdite di civiltà

La poesia è una meraviglia e insieme un sacrificio, ma soprattutto è una sorpresa continua perché sempre si rinnova.

 

Roberto Roversi è nato a Bologna nel 1923 è uno dei maggiori poeti italiani del ʼ900, ha fondato la rivista Officina con Pierpaolo Pasolini e Francesco Leonetti. Autore versatile, ha scritto numerosi testi di canzoni per Lucio Dalla e per gli Stadio, quali Nuvolari, Anidride solforosa, Chiedi chi erano i Beatles.

 

Lei è scrittore, poeta, autore di canzoni, e di testi teatrali. Una vena artistica così fertile e versatile è frutto di una cultura approfondita o piuttosto l’effetto di un talento innato?

«È frutto di un progressivo apprezzamento della capacità e della qualità della scrittura per comunicare. Mi riesce più facile scrivere che parlare, perché scrivendo mi sento più a diretto contatto con le parole. Ciascuna parola è un’entità perfetta da riempire di significati di volta in volta diversi e, quando scrivo, la scelta di un termine piuttosto che di un altro è più meditata e di conseguenza la comunicazione è più appropriata».

 

Quali sono le sue principali fonti di ispirazione?

«La realtà».

 

Gran parte della sua produzione letteraria ha la forma del poema, che sembra trasmettere al meglio la totalità delle immagini e delle impressioni che vuole comunicare. Nel panorama di oggi, crede ancora che la poesia riesca a comunicare un messaggio o la ritiene piuttosto un esercizio letterario fine a se stesso?

«La poesia dura da migliaia di anni e, come forma di comunicazione, è passata indenne tra guerre di istruzione e perdite di civiltà. Penso quindi che tutt’ora possieda la carica potenziale di comunicazione che sempre ha avuto. Naturalmente in questi nostri anni, durante i quali si sono mescolate forme di comunicazioni varie – tecnologie e mediatiche – la poesia sembra un poco dispersa ma, secondo il mio parere, essa si muove sempre come un pesce rosso dentro l’acqua del mondo. Va tutelata, difesa, conservata, perseguita e amata, dimenticata e ripresa; è una meraviglia e insieme un sacrificio, ma soprattutto è una sorpresa continua, perché sempre si rinnova. Tutti scrivono in questi anni ed è bellissimo: c’è la quantità di informazioni, di fogli che volano, di scritture che si cercano nell’aria attraverso la poesia. Sono quindi certo che anche oggi la poesia approderà a qualche cosa di buono: da questi fogli stanno uscendo una costruzione che ridarà ordine ai valori che sembrano perduti, ma non lo sono».

 

In un suo scritto apparso sul Manifesto del 6 giugno 1981, dal titolo Pasolini nella memoria, scrive: “Siamo ai Giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato; fra lo splendore giallo s’alza un profumo contatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là. Noi tre (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che ‘dobbiamo fare’. Il nome già proposto è Eredi. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo fuori dal mondo”. Crede che oggi la cultura sia animata da ideali così?

«Nel ’41 eravamo ragazzi di liceo, andavamo al Galvani, Pasolini era un anno più grande di Leonetti e di m. Eravamo giovani, molto più inesperti del mondo di quanto lo siano i giovani adesso; siamo rimasti sorpresi da quella notizia, ma non particolarmente turbati (ci siamo turbati in seguito prendendo atto delle cose che stavano accadendo) e siamo andati avanti a parlare. Allora la letteratura e la poesia ci sembravano determinanti per la nostra vita. Credevamo molto nei nostri progetti, anche nell’incertezza di quegli anni. Sono convinto che tutti i giovani, anche quelli di oggi, abbiano questa intensità di sentimenti e di curiosità rispetto alla vita, proprio come noi allora. Cambia la qualità delle domande che si pongono, i riferimenti e le culture che hanno dietro alle spalle, ma la meraviglia di fronte alla vita, le preoccupazioni e le difficoltà sono quasi le stesse. I giovani di adesso li sento non come nipoti o pronipoti, ma come fratelli: oggi come allora hanno poche certezze e deboli speranze, ma riescono a trovare in sé stessi la forza di lottare per ciò in cui credono».

 

Dopo la pubblicazione per Einaudi di Dopo Campoformio si è costantemente rifiutato di pubblicare le sue opere presso grandi editori, limitando la sua produzione a fogli fotocopiati di cui si è occupato direttamente. Una scelta ideale dettata dalla legazione di qualsivoglia forma di potere oppure il tentativo di intraprendere un percorso culturale nuovo e del tutto indipendente?

«Negli anni ’60, nelle frange un po’ estremiste della sinistra giovanile, stavano emergendo alcune problematiche relative alla comunicazione e più precisamene alla libertà di stampa, che mi avevano particolarmente coinvolto. Il problema della comunicazione, della scrittura e della distribuzione era per me in quel tempo impellente. Cominciai ad interessarmi attivamente a questo problema e lo legai ad un altro che mi sembrava altrettanto urgente e che veniva disatteso in ordine alle discussioni che si facevano: la comunicazione viene gestita da chi ha il potere. Maturai progressivamente la convinzione che quest’ultimo aspetto fosse indissolubilmente legato a un altro, per lo più ignorato o sottovalutato anche dagli addetti ai lavori: la distribuzione della comunicazione. Non basta avere il possesso della propria comunicazione ma bisogna anche saperne gestire la distribuzione. Decisi quindi di uscire dal mono editoriale – non per polemica, anzi, avevo pubblicato da Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Rizzoli – ma per dare un segnale chiaro e approfondire una questione che per me era determinante. Quando scrivi una poesia non puoi solo essere in balia delle tue idee o dei tuoi sentimenti, ma devi anche riflettere sul mondo in cui diffonderai il testo che stai scrivendo. Solo sottraendosi a questi vincoli, la poesia oggi può cercare di diventare – naturalmente a mio parere – ciò per cui vale la pena di cercare il mondo e la realtà. Quindi disattesi la proposta di Calvino di pubblicare Le Descrizioni in Atto Einaudi e le pubblicai ciclostilate».

 

Ha sempre condotto una vita appartata, lontana dai mass media e dalle istituzioni, ma non solitaria. Crede che per comunicar più efficacemente e liberamente le proprie idee sia preferibile un atteggiamento da osservatore più che da attore? Il poeta in particolare necessita di questa riservatezza?

«Sono sempre stato dietro le cose e occupato nei dettagli delle giornate fin sopra i capelli, non mi sono mai sottratto a nulla di concreto, faccio solo ciò in cui credo e con tutto me stesso evitando di disperdermi, di seguire vanitosi percorsi».

 

Leggendo qualche articolo della rivista Rendiconti, uno dei pochi tentativi attuati di affrontare la riflessione politica e sociale attraverso la scrittura e la comunicazione, appare evidente che lei consideri la cultura non come uno strumento “al servizio di”, ma come un modo di costituire una politica e una realtà. Crede che sia possibile, anche alla luce dei meccanismi che reggono oggi il mercato editoriale, che la comunicazione politica possa assumere questo ruolo?

«Indipendentemente dalla scrittura, dalle persone, dalle cose, credo che un uomo non si possa alzare la mattina se non con il proposito di rifare il mondo: io mi alzo per rifare il mondo, totalmente, e pertanto il mio impegno deve essere totalizzante e assoluto. Questa tensione tuttavia – che deve anche essere la molla di qualsiasi tipo di comunicazione – va corretta da due elementi fondamentali per l’integrità mentale: l’oblio e l’ironia. L’oblio perché consente di scaricare in parte tutte le quantità di informazioni che giornalmente si debbono inglobare, impedendo così di esserne travolto, e ironia perché modifica e corregge in modo rigoroso, vigoroso e realistico tutte le tensioni sentimentali e operativa. L’uomo deve attrezzarsi e affrontare coraggiosamente il mondo, con tutti i cambiamenti che provoca lui stesso, altrimenti viene travolto dall’indifferenza, dalla nevrastenia, dalla depressione e dal suicidio. Il mio non è un ottimismo generico, ma una concreta interpretazione dell’unico modo in cui, secondo me, possiamo disporci di fronte alla vita».

 

Le parole, come le usa nel testo poetico sono spesso cupe e dimesse. Una scelta artistica o uno stato d’animo?

«Ho riflettuto molto su questa domanda. Pensavo di usare le parole in modo diversificato, ma credo che il lettore interpreti meglio dell’autore. L’autore propone un testo pensando che emergano determinati contenuti, poi accade che il lettore ne accolga degli altri. Considero le parole “una per una”, come un’ape che succhiando da un fiore si riempie di miele. Nei miei scritti ogni parola cerca di avere in sé, con rigorosa fatica, una sua pienezza, un suo splendore. Il leggero abbassamento di tono nell’insieme del discorso è vero ed è cercato – soprattutto nei testi teatrali che ho composto – perché sono un brechtiano convinto. Cerco sempre di abbassare l’etica perché non oltrepassi certi limiti e diventi troppo retoricamente esplosiva. Ma la mia tensione è sempre quella di dare alle parole il massimo del loro potenziale comunicativo emozionale, usando sempre il meno di pennellate aggiuntive. Nel Medioevo c’è stato un gran fiorire del canzoniere d’amore, ma quello che ha resistito nei secoli ed è arrivato fino a noi è il Canzoniere di Petrarca. Perché? Sebbene tutti nascano da un’argomentazione comune, i sentimenti rivelati da Petrarca sono stati espressi con una scrittura che ha elevato il tono della comunicazione rendendola duratura: l’aggettivazione, la sonorità del verso, la concatenazione dei vocaboli hanno elevato il testo, e le singole parole, verso le nuvole, cioè verso l’alto, senza pensare con cura alla durata della poesia – a mio parere – cercare sempre di catturare le “parole api”, che non sempre devono essere necessariamente, le parole con le ali più splendide, d’oro».

 

 

OrdineGiornalisti Emilia-Romagna: rivista trimestraled’informazione e di dibattito, anno XXIII, n. 75, settembre 2009

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Annalisa Bellocchi Severi
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Ordine Giornalisti Emilia-Romagna: rivista trimestrale d’informazione e di dibattito
  • Anno di pubblicazione: anno XXIII, n. 75, settembre 2009
Letto 396 volte