Archivio Roversi. La miniera di colori del poeta senza fine

A Giorgio Bassani piacquero subito, i versi dell’esordiente. “Una lieta sorpresa”, gli scrisse: in quell’aprile del ’49 l’Italia aveva una gran sete di liete sorprese. Si offrì di pubblicarli in Botteghe Oscure, la rivista che dirigeva da un anno. Ma prima, con garbo e leggerissima ironia, lo scrittore ferrarese chiese un piccolo favore all’esordiente: “Mi dica qualcosa di lei, io non so chi lei sia, se giovane o anziano, maschio o femmina…”. Sì, nella foga della creazione, nella fretta della condivisione, il ragazzo si era firmato solo “Roversi”. O forse voleva solo dire che il poeta esiste solo nelle sue parole scritte.

Perché, non è così? Roberto Roversi è qui, in persona, in carta e ossa verrebbe da dire, la sua presenza è palpabile nel crocchiare di carte ingiallite, nel frusciare dei faldoni che mal le contengono. Il poeta libraio sbuca da ogni foglio, palpita nelle correzioni a doppia mandata (prima matita nera, poi biro rossa), nella selva delle frecce tracciate a biro che spostano un capoverso, che ricompongono un ragionamento, segnaletica della circolazione del pensiero, road map delle idee, colpo di fischietto che trasforma ogni testo in un viaggio.

L’archivio dei manoscritti di Roberto Roversi intimidisce perfino Antonio Bagnoli, suo nipote, intraprendente editore della bolognese Pendragon, che lo ebbe dalle sue stesse mani, ma poco alla volta, a rate, fino a quando, un anno fa, il poeta libraio ha lasciato questo mondo. Antonio sposta pacchi di carteggi le cui intestazioni impressionano: Calvino, Vittorini, Pasolini, Sciascia, Fortini, Sereni… “È un abisso di cui non trovi mai il fondo”, dice. “Gli somiglia. Roberto per me era un frattale: un disegno complicato e affascinante, che se cerchi di scrutarlo da vicino si trasforma in altri disegni nuovi e complicati e affascinanti”. Il Roversi segreto è emozionante per questo. Dalla versatilità con cui passa dalla canzone al teatro, dal poema civile all’autobiografia immaginaria, ecco che esce la prima sorpresa: un album ad anelli col titolo Illibro con le figure, datato 1979; dentro, in buste di plasticona, un’esplosione di colori, collage di titoli di giornale, disegni contornati di minute parole in corsivo, a metà fra calligrammi di Mallarmé e poesia visiva, uno strabiliante, sconosciuto Roversi artista visuale, con tempere pennelli e forbici in mano.

Muovi un faldone, e una cartolina cade da una carpetta. Una foto in bianco e nero di bovini su un prato. Vacche sacre, il timbro è del Kerala. Giri e leggi: “Affettuosi saluti, Alberto, Elsa, Pier Paolo”. Dall’odore dell’India, Pasolini, Moravia e Morante pensavano a lui. In tanti, in quegli anni, pensavano a lui, il solitario e stanziale libraio di Bologna che l’amico d’infanzia Pier Paolo aveva battezzato “il monaco pazzo” fin dai tempi del liceo Galvani. L’amanuense dalla scrittura instancabile, lontano dalla fama delle cronache letterarie, è stato il confidente di una quantità impensabile di confessioni, scambi, richieste di consigli, sfoghi, firmati da scrittori molto più di lui sotto i fari della celebrità culturale. Snodo segreto, eminenza grigia di una stagione letteraria, pivot non esibizionista di una corrente intera della storia culturale italiana: altro che un “poeta riservato e isolato”, come sostiene ancora la vulgata giornalistica che non sopportava, “Appartato e schivo un corno!”, sbottò in un’intervista, “come tanti della mia generazione, ho sempre vissuto a forza otto, almeno”.

Ed ecco le prove. Inedite. Nel 1953 Leonardo Sciascia è quasi timido nel presentarsi: “l’amico Pasolini mi ha tanto parlato di lei”. Ha letto quel romanzo d’esordio, autopubblicato, spietato e formidabile sul brigantaggio, Ai tempi di re Gioacchino, e vuole recensirlo su Galleria, rivista che “a pubblicarla in Sicilia, lei potrà capire quanto ci costi”. Ma poi sarà Vittorini a farsi avanti e a soffiare il testo al siciliano, per pubblicarlo nella mondadoriana “Medusa degli italiani” col titolo Caccia all’uomo.

Roversi all’incrocio di svolte storiche della scena culturale italiana: nel ’63, amareggiato per l’ennesimo sfratto della sua libreria antiquaria Palmaverde, prende carta e penna e propone all’editore Feltrinelli di comprargliela, e l’imminente creatore di un impero di librerie è costretto a svelargli i suoi piani: “La sua offerta mi lusinga se non fosse che, purtroppo, è tutt’altro il tipo di libreria che sarebbe mia intenzione aprire […] in un luogo di forte passaggio, che dedichi molto spazio al libro tascabile…”. Ecco ancora un Pasolini accorato, deluso, che si rifugia nelle braccia del vecchio amico, siamo al tramonto dell’esperienza di Officina, agosto 1959, la rivista fondata da Pasolini, Leonetti e Roversi è appena passata all’editore Bompiani ma l’incanto s’è rotto, c’è stata una tesa riunione di redazione, “il triste incontro di Parma”, e Pasolini si sfoga, “Il nostro errore è stato portare nella redazione gente senza forza, senza coraggio, senza idee chiare, l’ho sempre detto che a redigere Officina dovevamo restare noi tre soli”, annuncia “io non mi arrendo”, ma Roversi ha già deciso: Officina è finita.

E ancora, Roversi corteggiato, lusingato: da Parigi, nel marzo ’70, Italo Calvino gli scrive una lettera intensa dove, lette le sue Descrizioni in atto, si mette in paragone e opposizione all’amico, non senza una punta di reverenza: “tu che hai deciso di parlare il tuo rovello e io di tacerlo, tu di inglobare tutti i nomi della crosta del nominabile in un discorso continuo e io di accettare la sconfitta della parola, almeno della mia”, ma alla fine non riesce a dimenticarsi di essere anche un curatore einaudiano: “non posso non comunicare ai colleghi executives torinesi ‘ho un Roversi pronto per andare in composizione’…”. Errore. Non ci andrà, in composizione. Quando Calvino cerca inutilmente di convincerlo, già da un decennio Roversi è un poeta senza editori. Un poeta “da ciclostile e non da rotativa”. Per scelta. Politica, poetica, esistenziale.

Avrebbe compiuto 90 anni, alla fine del gennaio scorso, quando Bagnoli, assieme ad alcuni amici, ha voluto appunto “riavviare il ciclostile”, in un modo che forse lui non avrebbe pensato, ma che non gli sarebbe dispiaciuto: un archivio online aperto, in crescita continua, pieno di cassetti, e ovviamente di frecce. Per ora raccoglie solo testi pubblicati, ma è intenzione di Bagnoli farne il grande album anche degli inediti, via via che si riuscirà a identificarli e trascriverli.

Ma cos’è un inedito? Con Roversi, il significato di questa parola non è più ovvio. Il suo rifiuto di pubblicare con i grandi editori risale al ’63. Data non casuale: altrove esplodono le neoavanguardie, prende la scena il Gruppo ’63 che Roversi guarda con sospetto, subodorando una sofisticata “mossa del cavallo” dell’industria culturale. E allora, Roversi esce dal gioco. Da quel momento, è deciso, stamperà solo a sue spese, fogli volanti, edizioni limitate, formati diversi, da consegnare a mano, o affidare alla sapienza dei postini, poche decine di copie, una rete di scrittura sotterranea che lo lega alle anime affini.

Ma quel che conta è che non c’è più soluzione di continuità, nell’officina dell’uomo di Officina, fra manoscritto, stampato, ciclostilato, edito, inedito, il lavoro di scrittura e di riscrittura è incessante, la perfezione dell’opera non esiste, quel che è stato impresso a inchiostro torna sotto la penna rossa, le versioni dello stesso testo si affiancano, si sovrappongono, si inseguono: il suo “monumentale” L’Italia sepolta sotto la neve riappare in tre, quattro avatar uno diverso dall’altro. Ecco, copertina rigida blu, il quaderno dei manoscritti delle canzoni donate a Lucio Dalla: ma quasi nessun testo corrisponde a quello che Dalla canterà davvero. Anidride solforosa, sorpresa, s’intitolava Ibm, molti testi sono rimasti inutilizzati, mai musicati, per l’amarezza di un Roversi che finirà per scrivere, per non pubblicarlo mai, un amaro, deluso anche se affettuoso congedo dal suo amico cantautore. Altre canzoni sembrano invece aver cambiato tono e carattere, per esempio la Pavana per i Beatles diventerà Chiedi chi erano i Beatles quando la canteranno gli Stadio: ce ne sono almeno tre versioni originali, ma i versi son diversi, più aspri, si parla di Mussolini, di Hitler, dei Lager… Non era un uomo facile da avere come collaboratore, Roversi. Non aveva fatto pace col suo tempo.

La grande sfida del “monaco pazzo” al secolo che detestava, il Novecento della modernità feroce e dell’omologazione al potere, non sta solo nella rabbia civile dei suoi poemi. Il suo archivio segreto ora lo svela: il dono di Roversi al Novecento sta nella sua sovversiva idea della letteratura come opera incessante, aperta, pubblica, eclettica, gratuita e mai definitiva, mai “chiusa in tipografia”, vivente come l’uomo.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Michele Smargiassi
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: la Repubblica
  • Anno di pubblicazione: 22 settembre 2013
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