Nelle case dei poeti la polvere non sporca

Avevo 22 anni e studiavo a Bologna. Erano i giorni di Natale quando mi chiamò Gian Mario Fazzini e mi chiese di vederci. Ci incontrammo, non ricordo con precisione che giorno fosse, nella sua libreria, allora in Via Ferrari a Campobasso. Un gioiello più che una libreria, un piccolo Tempio costruito da lui con grande attenzione ai particolari, per venerare la parola. Chiacchierammo della vita, come spesso capita di fare con Gian Mario: lui è uno di quelli che le parole si soffiano, escono fuori dalla bocca come sussurri e diventano magicamente una bella esperienza.

Mi porse un manoscritto, le sue parole, quelle in poesia, e cominciò a raccontarmi una storia. La storia di un’amicizia, di un laccio fatto di corda, sottile ma resistente, a legare lui e Roberto Roversi, uno dei più grandi poeti e intellettuali italiani. Si conobbero quando Gian Mario studiava a Bologna e da allora, come due neuroni specchio, non avevano mai smesso di scambiarsi pensieri e riflessioni da condividere, poesia, affetto e racconti di vita. Lettere, così come si faceva un tempo, con la calligrafia sul foglio e il francobollo sulla busta.

Ricordo quel pomeriggio in compagnia di Gian Mario come se lo stessi rivivendo ora mentre scrivo.

Ero seduto, mi guardavo intorno e ovunque c’erano libri, nuovi e antichi, usati, vissuti, scritti, strappati dal tempo, consumati dalla luce, libri mangiati e libri ancora da mangiare, quelli da portarti a letto e farci l’amore, quelli da tenere come compagni di viaggio, quelli che ti viene voglia di leggerli sulla cima di una montagna, stando seduto sul ramo di un albero o con i piedi sporchi di sabbia bagnata dalle onde che arrivano appena a sfiorarti. Libri che a guardarli pensi siano impolverati ma nelle case dei poeti la polvere non sporca. Libri da venerare, tutti. Gian Mario era seduto di fronte a me, ovviamente padrone, fiero e consapevole della sacralità del luogo e, per questa ragione, comodo nel suo ambiente naturale. Concluse il racconto chiedendomi di fare da ambasciatore occasionale per quella corrispondenza con Roversi. Pensai al postino di Neruda poi mi sentii imbarazzato e fragile e quella mia iniziale emozione si trasformò subito in uno stadio di alta pressione scatenando dentro di me vento e tempesta: il peso di una importante assunzione  di responsabilità. Ora riproiettando nella mia mente le immagini di me, nei giorni successivi a quell’incontro, mi rendo conto di aver custodito quel manoscritto come fosse un preziosissimo tesoro, fino alla consegna. Accettai di poggiare le mani su quella corda e seguirla fino a destinazione, come spesso si fa lungo un tracciato di montagna, fino alla cima.

A Bologna, in quel periodo, abitavo a Via D’Azeglio, la stessa strada su cui passeggiava e viveva Lucio Dalla, lui nella parte “bassa”, nel tratto che va da Piazza Maggiore a Via Farini, io alla fine della strada, praticamente sulle mura di Porta San Mamolo. Roberto Roversi abitava, manco a farlo apposta, in Via dei Poeti, non lontano da casa mia. Ci separava Via delle Tovaglie, tirava vento quel giorno e svolazzavano, appese alle finestre, colorate.

Arrivai davanti al portone, in legno, enorme, da farci passare una macchina. Su una delle due ante era stata ricavata, praticamente intagliata, un’altra porticina per facilitare l’ingresso a piedi. Il nome sul citofono in ottone, Roversi c’era scritto. Suonai una sola volta, brevemente. Mi aspettavano e mi diedero subito il tiro (così si dice da quelle parti), spinsi la porticina. C’era un cortile dietro il grande portone e subito mi arrivò, dalla parte dell’orecchio di sinistra, il battere di passi che scendevano lentamente lungo le scale. Passi leggeri, pensai. Restai immobile, con il manoscritto ben stretto tra le mani. Mi raggiunse una donna, la sua voce come il suo corpo, leggera, elegante e gentile, fui subito a mio agio. Mi presentai e capii che non sarebbe stato neanche necessario farlo perché anche lei, come aveva fatto Gian Mario durante il nostro incontro, cominciò a raccontarmi di quella corda che li annodava in quel legame di affetti. Empatia! Pensai. “Vieni, saliamo, mio marito ti aspetta!” mi disse facendomi strada lungo le scale. La tempesta divenne cielo sereno e il vento si fece portanza trascinandomi come fa sulle barche a vela, leggero anche io.

Mi accolse con un sorriso e una stretta di mano che fu un abbraccio. Gli consegnai il manoscritto e fui felice di essere riuscito a portare a termine il mio compito. Mi chiese di Gian Mario e mi raccomandò di portargli un suo abbraccio. Roversi era un uomo sereno, uno che non ha bisogno di raccontare se stesso e così volle trascorrere quel tempo a parlare di me. Mi chiese se ero stato accolto bene nella sua città, ci teneva che fosse così. Io amo quella città! La barba lunga ma disegnata con precisione sul viso, bianca di saggezza, come i suoi capelli. Mi guardai intorno, così come mi era capitato di fare nella libreria di Gian Mario, ovunque pile di libri, in qualsiasi stanza, in qualsiasi angolo. Libri messi uno sopra l’altro come torri da superare per proseguire verso altre stanze, libri che ti indicano la strada. Pensai fossero pronti per un trasloco ma quello era il “modo” in quella casa. Bevemmo un tè, la mia tazza era stata poggiata su una edizione de Il ponte sulla Drina di Ivo Andric, parlammo della vita. Libri da venerare e polvere che non sporca. Nella casa dei poeti la polvere non sporca.

Da quel giorno pulisco con attenzione la mia piccola libreria, la polvere a casa mia sporca ma lo faccio sempre con piacere perché questo gesto mi avvicina, ogni volta, a una parte di me a cui voglio particolarmente bene, quella molto vicina al cuore. Ogni volta che tolgo via quella polvere e prendo in mano quei libri penso a Gian Mario, a Roversi e a quella corda lunga centinaia di chilometri, così li ringrazio entrambi per una esperienza che porterò per sempre con me.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Mario Cecere
  • Tipologia di testo: testimonianza
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