Trafficare in libri per la vita intera: Roberto Roversi, il poeta libraio

Università del Salento, Facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea magistrale in lettere moderne.

Tesi di laurea in Letteratura italiana contemporanea.

Trafficare in libri per la vita intera: Roberto Roversi, il poeta libraio.

Relatore: Prof. Fabio Moliterni.

Correlatore: Prof. Antonio Lucio Giannone

Laureanda: Mara Miccoli.

 

 

 

 

 

I libri corrono ansimando

si appoggiano ai muri con la mano sul cuore

nelle sale che l’autunno inquieta.

Dicono ahi povero

amico

hai trafficato in libri per la vita intera

senza scriverne uno

come un vecchio che vede figli di altri per i prati correndo

nelle domeniche d’estate.

Parlano i libri

essi avara mercede

sopravvissuta al massacro delle anime.

Preannunciano con il soffio dei fogli nuove parole.

Un libro corre la rondine l’insegue

con un riverbero che sanguina

nel riverbero vaga fibrillando la sua ombra impazzita.

Le pagine fuggono e seminano oscure orme

un antico cifrario per uomini ormai indifferenti

si perde sul prato e

oh amate macerie il libro declama nel giuoco nel crollo

di questi piccoli segni che andranno oggi perduti.

 

(R. ROVERSI, L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Pieve di Cento, 2010, testo 235).

 

 

INDICE

 

 

INTRODUZIONE

 

 

CAPITOLO 1. Roberto Roversi poeta libraio

 

 

1.l La vita, le opere

 

1.2 La libreria antiquaria Palmaverde

 

1.3 Il catalogo della Palmaverde

 

1.4 La casa editrice Palmaverde

 

 

CAPITOLO 2. Il lavoro intellettuale: riviste e fogli volanti

 

 

2.1 Tra ermetismo e neorealismo: la sperimentazione di «Officina»

 

2.2 Un lavoro extraletterario: «Rendiconti»

 

2.3 La Cooperativa Culturale Dispacci e le riviste degli anni ottanta

 

2.4 Ultime testimonianze

 

 

APPENDICE (Interviste a Salvatore Jemma, Maurizio Maldini, Matteo Marchesini, Mattia Fontanella, Alessandro Bergonzoni e Stefano Benni)

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

***

 

 

INTRODUZIONE

 

 

“Trafficare in libri per la vita intera” è un lavoro di tesi che incentra la sua analisi sulla figura dello scrittore bolognese Roberto Roversi (1923-2012), poeta civile ed eclettico autore di romanzi, opere teatrali, canzoni d’autore e interventi saggistici.

Un aspetto preciso dell’universo del poeta che si vuole indagare è la professione che l’ha visto impegnato per tutta la vita, con dedizione e costanza: Roversi è stato libraio antiquario dal 1948 al 2007. La sua libreria, l’antiquaria “Palmaverde”, sorta nel cuore della città di Bologna, è stata per più di mezzo secolo ambiente di discussione letteraria e riflessione politica, fucina culturale e spazio di incontro per poeti, scrittori e musicisti. Al suo interno sono nate esperienze culturali importanti (si pensi a «Officina», rivista gestita insieme a Pier Paolo Pasolini) e si è assistito alla creazione di una vera e propria attività editoriale con le pubblicazioni dell’Editrice Palmaverde.

Frequentata da intellettuali di varia estrazione e artisti provenienti da ogni settore, la libreria di Roversi è stata un centro propulsore di poesia e cultura letteraria. Il lavoro di compravendita di libri, antichi e moderni, è stato un punto di riferimento per molti studiosi grazie ai cataloghi spediti e conosciuti in tutto il mondo. Un grande bibliofilo e cliente di questa bottega è stato lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, il cui carteggio con il poeta libraio documenta in maniera molto dettagliata questa attività. Scriveva Sciascia all’amico Roversi, in una lettera datata al gennaio 1965: «mi basta l’odore di un vecchio libro per mettere proustiano movimento alle ore di Bologna»; e ancora: «la città si riduce alla tua compagnia, alla tua libreria».

In Roversi la professione del libraio non viene mai disgiunta da un amore incondizionato per il “libro” in quanto tale, l’oggetto di un culto totalizzante e instancabile: il poeta accudisce e restaura antichi libri feriti e malconci, riportandone alla luce il vecchio splendore. Convinto dell’inutilità della loro clausura nelle biblioteche, crede che la funzione educatrice di un’opera letteraria possa perpetuarsi solo attraverso un’incessante circolazione.

Brevemente si passano in rassegna struttura e organizzazione interna dell’elaborato.

Nel primo capitolo (Roberto Roversi poeta libraio) ci si sofferma sulla figura del poeta, sulla storia della Libreria Antiquaria Palmaverde e sulla sua funzione culturale. Roversi, alla stregua di uno dei personaggi dei suoi poemi, da grande bibliofilo riempie la sua casa e la sua vita di libri, tanto da affermare in un’intervista: «Quando sposai Elena, il nostro letto nuziale praticamente si reggeva sui libri». E in effetti per oltre sessant’anni nessuna parete attorno a lui ha lasciato intravedere il bianco delle mura, ma solo il dorso di vecchi volumi.

Se è vero che in ognuna delle sue raccolte poetiche aleggia lo spirito di questa passione smodata, una più delle altre si fa portatrice della bibliofilia roversiana: Libri e contro il tarlo inimico, «un libro dedicato agli amanti dei libri». Nella silloge sono raccolti gli scritti composti durante le pause dal lavoro in libreria, spesso dedicati ai libri viaggiatori.

Nel primo paragrafo si compie un rapido excursus sulla vita del poeta: la formazione, i primi scritti, gli eventi significativi per la vicenda biografica (§ 1.1 La vita, le opere). Ci si sofferma poi sulle tre opere poetiche che costituiscono i tre momenti topici nella carriera dello scrittore, Dopo Campoformio, edita per la prima volta nel 1962 da Feltrinelli, Le Descrizioni in atto, ciclostilate dall’autore in proprio nel 1969, e L’Italia sepolta sotto la neve, testamento spirituale del poeta edito nel 2010 per un piccolo editore di Pieve di Cento, paese d’origine della famiglia Roversi.

La seconda parte del capitolo è incentrata sulla libreria antiquaria, sulla sua storia e le sue attività (§ 1.2 La libreria antiquaria Palmaverde). Aperta in società con Otello Masetti, libraio di professione, poi gestita per tutta la vita con la compagna Elena Marcone, la Palmaverde di Roversi ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni di scrittori in cerca di un rifugio in cui dialogare ed essere ascoltati. Centinaia di giovani, negli anni, hanno bussato alla porta della libreria chiedendo e ricevendo l’ascolto che il poeta mai negava. Nelle sue stanze (a Bologna prima in via Rizzoli, poi in via Castiglione e in fine in via de’ Poeti, nomen omen) si sono susseguiti letterati e artisti di vario genere, musicisti, attori, cantautori, ma soprattutto per anni la Palmaverde è stata un crocevia di persone accomunate dalla passione per la scrittura. Ad attirare verso la libreria il non-protagonismo roversiano, quella ritirata dai riflettori e dalla cultura ufficiale propria della figura dello scrittore, non da intendere come isolamento alieno dal mondo, ma come il punto privilegiato di un’osservazione del reale.

Questa prima parte del lavoro è stata realizzata grazie a una serie di interviste svoltesi nella città di Bologna tra il maggio e il settembre 2015. Si sono intervistati i frequentatori più assidui della libreria, compagni del lavoro intellettuale del poeta fino agli ultimi anni.

Nel terzo paragrafo (§ 1.3 Il catalogo della Palmaverde) si esegue una ricostruzione del commercio librario antiquario per corrispondenza, svolto attraverso cataloghi di vendita redatti con meticolosità e puntualità, da Roversi e sua moglie Elena. Per documentare questa attività si ricorre spesso allo scambio epistolare tra Leonardo Sciascia e Roberto Roversi, pubblicato dall’Editrice Pendragon nel 2015. In fine, per avere un’idea più precisa della competenza professionale di Roversi, si analizzano alcuni cataloghi di vendita della Palmaverde risalenti agli anni 1950 e 1951, appartenuti a un collezionista privato.

L’ultimo paragrafo è dedicato all’attività editoriale delle Edizioni Palmaverde (§ 1.4 La Casa Editrice Palmaverde), che dagli anni ’50 in poi ha visto la pubblicazione di oltre 70 opere e numerose riviste.

Il secondo capitolo (Il lavoro intellettuale: riviste e fogli volanti) è dedicato alle riviste curate da Roberto Roversi, nate all’interno della libreria Palmaverde o legate in qualche maniera alla sua storia. In diversi anni, lo scrittore ha intrattenuto rapporti con un numero altissimo di realtà giornalistiche, come redattore, saggista o collaboratore. Si contano interventi su «il manifesto», «l’Unità», «Nuovi Argomenti», una grande disseminazione su periodici di ogni genere e ogni provenienza geografica: «io scrivo ovunque e come un matto», amava dire Roversi di sé. Non per questo si trattò di mera prolificità compositiva, ma di un’azione di impegno etico e sociale che apriva collegamenti culturali con molteplici realtà.

Questo excursus partirà con l’analisi di «Officina» (§ 2.1 Tra ermetismo e neorealismo: la sperimentazione di «Officina»), rivista nata nel 1955 che annovera tra i suoi redattori intellettuali del calibro di Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini e Francesco Leonetti. L’attività del periodico si inserisce nel dibattito culturale, di matrice post-bellica, che vede contrapposti i due fronti letterari dell’ermetismo e del neorealismo.

Rivista che prosegue idealmente l’attività di «Officina» è «Rendiconti» (§ 2.2 Un lavoro extraletterario:«Rendiconti»), la cui redazione è curata dal solo Roversi tra il 1961 e il 1977 (ci sarà poi una seconda serie negli anni ’90). Il nuovo periodico apre le porte alle più recenti metodologie di indagine e affronta nuove direzioni problematiche, allargando il raggio di interesse anche a tematiche extraletterarie.

Un completo cambio di rotta, sul versante del lavoro roversiano, lo si registra con le riviste sorte negli anni ’80 (§ 2.3 La Cooperativa Culturale Dispacci e le riviste degli anni Ottanta). I periodici appartenenti a questi anni si configurano come fogli militanti di poesia, autoprodotti e autogestiti: venuta meno la figura dell’editore, si ricorre a una modalità clandestina di distribuzione. Su uno dei fogli nati in questa temperie, “La tartana degli influssi”, leggiamo: «C’è molto materiale sotterraneo e confuso, c’è molto materiale sconosciuto. Facciamo che si possa far conoscere e girare con continuità e disinteresse». La poesia sotterranea di Bologna lancia un grido che viene recepito forte e chiaro dallo scrittore bolognese: la Palmaverde diviene il punto in cui confluiscono forze giovani e intellettuali in formazione. A questo periodo risale la creazione di una cooperativa culturale nominata «Dispacci», fondata da Roberto Roversi e altri scrittori per dotare le nuove istanze poetiche di un organo gestionale. Il lavoro di promozione culturale della cooperativa si traduce nell’organizzazione di eventi pubblici dedicati alla diffusione della poesia e nella redazione di un gran numero di fanzine e fogli volanti.

Dalle esperienze degli anni Ottanta si passerà, per concludere, alle riviste sorte a Bologna tra gli anni Novanta e il Duemila, che vedono la partecipazione ancora lucida e sempre attiva dell’ultraottantenne Roberto Roversi (§ 2.4 Ultime testimonianze).

Quest’ultima analisi è stata realizzata mediante la consultazione diretta di periodici datati tra il 1977 e il 2011, spesso poco indagati o quasi del tutto sconosciuti. Tutto il materiale è ricevuto in gentile concessione dai collaboratori roversiani intervistati a Bologna, ai quali è dedicata l’appendice conclusiva di questo lavoro (Appendice – Interviste a Salvatore Jemma, Maurizio Maldini, Matteo Marchesini, Mattia Fontanella, Alessandro Bergonzoni, Stefano Benni).

 

***

 

CAPITOLO 1

 

 

Roberto Roversi poeta libraio

 

 

È esistito per molti anni, nel cuore di Bologna, un posto pieno di libri tanto eloquenti da sembrare animati. Un posto per conversare e imparare, per ascoltare ed essere ascoltati, per proporre e farsi coinvolgere. È esistita per quasi sessant’anni una libreria speciale, un libraio generoso e gentile. Il luogo in questione è la libreria Palmaverde, a dirigerlo il poeta bolognese Roberto Roversi.

Nata nel 1948 per iniziativa di Roversi e di sua moglie Elena, la libreria è stata luogo di accoglienza e di scambio, di incontro e di riflessione sociale, luogo di produzione editoriale e distribuzione culturale. La libreria antiquaria Palmaverde è stata spazio di ritrovo per poeti, scrittori e musicisti delle più diverse generazioni. E l’attività poetica dell’autore non è divisibile da questa ininterrotta opera di promozione artistica, tanto più che, non esistendo, a suo dire, un vero e proprio «mestiere di scrittore», quando accadeva che qualcuno gli si rivolgesse chiamandolo “signor poeta”, quasi a sottolinearne la collocazione sociale e professionale, Roversi amava correggerlo: più giusto l’appellativo “signor libraio”. E chiunque abbia intrecciato il proprio cammino con quello del “poeta libraio” lo ricorda e lo racconta perlopiù allo stesso modo, ritirato tra le mura della Palmaverde, incorniciato da alte pile di libri, pronto ad offrire un apporto critico alle faccende del mondo, con occhio distaccato ma sempre lucido e lungimirante.

Se è nota la consuetudine roversiana a rifuggire cultura ufficiale e appuntamenti mondani (si pensi al successo mediatico che invece travolgeva il sodale e collega Pier Paolo Pasolini negli stessi anni), sorpassato appare oggi il mito della clausura dello scrittore1, che per decenni ne ha fatto un poeta “comunale”, rintanato nella sua libreria e fuori dal mondo. In realtà, a ben vedere, il suo si è dimostrato negli anni un osservatorio privilegiato dal quale ispezionare la realtà per farla propria, tanto che «a volte pareva di essere più al centro delle cose lì, che non altrove»2. Fondamentale per la caratterizzazione del suo personaggio, nonché per la formazione del suo pensiero poetico e ideologico, è stata la scelta di svolgere un’attività che gli permettesse di vivere in maniera autonoma, slegato dalle dipendenze di un padrone.

 

Infine, un lavoro iniziato per caso cominciò a interessarmi, a prender forma, a mostrarsi vitale e libero… Mi piacque improvvisamente ed eccomi qui. Adesso mi permette di vivere con quel povero decoro che mi è essenziale, e d’essere libero; di rigirare le mie carte senza che un muso di cane mi fissi con occhio risentito e mi allunghi la paga, con un sospiro, alla fine di ogni mese3.

 

Una scelta che gli consentì di fare qualcosa di proprio e di nuovo, di trascorrere un’esistenza a contatto con l’oggetto di culto, «l’oggetto certo, come tramite di un pensiero, di una emozione, di una riflessione, di un godimento intellettuale mai, ripeto mai, fine a sé stesso; non un godimento puramente estetico, ma un furore, e il libro usato, sentito, conservato, costruito come un’arma per combattere»4. La Palmaverde gli consentì di vivere una vita tra i libri.

E non fu mero interesse erudito, Roversi venerava il libro in quanto prodotto speciale dotato di fascino e vita propria; il legame tra il libraio e l’oggetto del suo mestiere appariva pressoché indissolubile. Oggi conosciamo poesie composte in occasione del commiato al libro venduto: «Libro forte e gentile che parti,/ addio, sul dorso dei delfini/ arriverai a un porto di giovani uomini/ e donne che/ tregua non daranno per sete di sapere./ Ma sarai sfogliato con dolcezza cortese/ al lume di candele nelle sere/ d’inverno. Che è vicino.»5. Le vendite della Palmaverde avvenivano quasi sempre per corrispondenza, il libraio impacchettava con cura certosina i volumi e li spediva ai nuovi proprietari. La dedizione verso il libro era manifesta anche in questa fase del lavoro, i pacchi confezionati risultavano sempre precisi e impeccabili6.

Sarebbe comunque sbagliato intendere questa predilezione per l’“oggetto-libro” come un semplice interesse per il contenitore a scapito del contenuto. La valorizzazione della parola scritta è sempre stata uno dei cardini attorno al quale si è mosso l’impegno roversiano, che lo ha portato a prendere le distanze dall’amato «oggetto feticcio», vittima di un ormai deleterio e sconsiderato utilizzo da parte dell’industria editoriale italiana. L’attività dello scrittore verrà infatti caratterizzata a partire dagli anni ’70 da un gesto estremo: l’allontanamento dalle vie della comunicazione ufficiale e la scelta di intraprendere un percorso solitario all’interno del panorama letterario del tempo.

A partire dalla pubblicazione dei poemetti delle Descrizioni in atto, lo scrittore allenterà gli abitudinari legami con le case editrici e inizierà a pubblicare in proprio. Certo non si trattò di un atto studiato con l’intento di infastidire i grandi distributori di cultura dell’epoca, ma piuttosto di un tentativo di dar voce a un problema fortemente sentito ed estremamente presente in quegli anni: il problema della gestione della comunicazione e, conseguentemente, quello della distribuzione delle opere d’autore. Roversi riesce in questo modo a impossessarsi del proprio contenuto e svincolarsi da quello che appare in maniera crescente uno sterile recipiente imposto dall’industria editoriale. Così si libera la parola: non diffusa in ordinati volumi, rilegati e ben impaginati, ma stampata su fogli volanti, ciclostilati, tenuti insieme da sistemi pratici e artigianali.

L’ultima edizione che il poeta accetta di curare, già malato e provato dai segni del tempo, è la raccolta Libri e contro il tarlo inimico, uscita postuma nell’ottobre 2012, un libro dedicato ai libri. Se l’ultima fatica della poetica roversiana si risolverà nella pubblicazione dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve, effettivo testamento spirituale e summa dell’intero percorso poetico dell’autore, questo libretto, dalle più modeste dimensioni, parrebbe il suo congedo dall’attività professionale di libraio.

 

Caro libro, quanto ti voglio bene, mi fai compagnia da ottant’anni e non mi hai mai deluso.

Benedetto dagli Dei. Il tuo fervore e la tua presenza sono un sollievo per tutti i mali, anche per quelli del corpo.

Qua ti testimonio la mia riconoscenza e la mia totale fiducia, e voglio ancora una volta abbracciarti, caro libro adorato. Non questo o quello, ma tutti i libri del mondo, offerti dietro splendide vetrine illuminate, oppure nascosti o raccolti nel cauto silenzio delle biblioteche austere […]7.

 

Libri e contro il tarlo inimico è un regalo al lettore, l’omaggio che Roversi riserva a chiunque sappia emozionarsi al fruscio delle pagine scritte o all’odore dell’inchiostro fresco, perché leggere un libro «è ancora una miracolosa operazione che ci riempie di meraviglia»8.

 

Pur assistendo negli ultimi anni alla distruzione crescente dell’oggetto cartaceo a favore di una comunicazione digitalizzata, l’autore difende a pugni stretti la sua idea: il libro non è morto, è piuttosto simile al pugile messo a tappeto su un ring e pronto a rialzarsi.

 

Il libro rosso di sangue respira forte

il libro dice sono ferito a morte

ma non voglio morire

una città mi aspetta

perché vuole ascoltare la mia voce

nelle biblioteche severe o nelle strade d’asfalto.

Ho fretta di correre là, di parlare,

qua inchiodato a terra non voglio restare.

Aiutami – dice il libro – aiutami

e ti racconterò una storia mai ascoltata

con parole d’oro

che durano una giornata.

O una vita9.

 

In questa raccolta, «messa insieme con pazienza per decenni», il libro è l’unico protagonista: libri animati, libri che parlano, libri che ardono, libri dimenticati, libri calpestati, libri divorati dal tarlo inimico. Il libro è l’amico di una vita, rendergli omaggio è operazione dovuta.

 

I libri nella notte d’inverno accendono i fuochi

lasciano cadere parole sulle morbide carte

e polvere sulle mani degli antichi copisti

che hanno gli occhi bagnati d’oro.

Le sale buie delle antiche biblioteche

mai sfiorate dal sole e

intorno al fuoco del bivacco

i libri i libri parlano

mentre dentro a un sacco il topo è condannato.

Per lui che non ha memoria il suono dei tamburi

rimbalza contro i muri

promette tempi duri10.

 

Si diceva sopra di alcune poesie composte in occasione della spedizione di uno o più volumi ai rispettivi acquirenti. La separazione dai testi di una libreria è un momento inevitabile nella carriera di un libraio, ma in Roversi questa fase comportava sempre un sentimento di sofferenza e malumore11. Così, per ovviare a questi stati di malinconia, il poeta scriveva poche righe su un pezzo di carta e le inseriva tra le prime pagine del libro che si apprestava a partire, sperando di renderne meno difficile il cammino. Ogni volume svanito lasciava privo di completezza il mosaico unico e irripetibile che era la libreria Palmaverde, un mosaico composto da libri vaganti, incastonati come tasselli tra scaffali e scale.

In Libri e contro il tarlo inimico la scrittura roversiana risente del precedente poetare, la metrica appare irregolare e la sintassi spezzata, l’anafora si fa pressante e ossessiva (libri strappati, libri bruciati, libri albini, libri per bambini). L’ambientazione delle poesie si dipana tra i luoghi surreali della fantasia e il chiuso di case, cantine e librerie. Spesso i libri vengono accostati al fuoco, protagonisti di roghi o vittime di caminetti scoppiettanti, quasi a riconoscerne un implacabile destino per mezzo della catarsi ignea: «tutti i libri sono scritti per essere distrutti dal fuoco»12.

«Il lascito di questo libro sui libri, con le poesie sul tarlo distruttore (che mi appare come un rodente metafora sul destino del libro), quelle di viatico per i volumi viaggiatori o, ancora, su certi volumi in cerca di vendetta che, improvvisamente, crollano da uno scaffale, tutto questo si rivela come una concentrazione di molti dei problemi che riguardano lo scambio emozionale, affettivo e culturale che l’intero secolo scorso ha definito, sviluppato e poi triturato. Questo è un libro sul libro che ci sta abbandonando e, secondo lo stile che è sempre stato proprio di R.R., fornisce al problema un punto privilegiato di osservazione, di ammirazione e, direi, anche di commozione»13.

Il culto per il libro trova in Roversi un’altra particolare modalità di espressione. Intervistato, spesso il poeta si trovava a indugiare nella descrizione della polvere depositata sul dorso dei libri, il cui odore provocava nel suo animo reazioni epifaniche: «Si guarda le mani. La polvere sulle mani. Sui polpastrelli delle dita. Un velo leggero, un bianco sospiro impallidito, una cipria che sembra soffiata da un angelo»14. Si tratta certamente di un particolare noto all’antiquario e a pochi altri, della sorpresa offerta dal primo contatto con un libro antico, di un dettaglio marginale e forse opinabile.

 

Ma come, possono dirmi adesso, con una guerra appena terminata, le macerie ancora fra i piedi e tutto ciò che girava per il mondo, annusavi solo la polvere e ti esaltavi? Non avevi altro da fare, altri interessi? Rispondo che è giusto e che avevo anche altro da fare, avevo dieci altri interessi di corpo e di testa, però quel particolare così poco significante in generale ma legato a un principio di lavoro quieto e semplice, serviva più di una corda di canapa a legarmi di nuovo alla quotidianità. Il rumore dell’orologio, una porta che sbatte, un libro che cade per terra. La corda di canapa che trattiene la barca al molo. E allora anche la polvere, come il fiore di loto per Ulisse e compagni15.

 

Il libraio può, e deve, stupirsi ed essere rapito da dettagli impercettibili appartenenti al rapporto esclusivo e privilegiato con l’oggetto della sua fatica.

È facile, ed è anche bello, immaginare come un libraio scelga la sua professione in virtù di una spiccata predilezione alla lettura o di una smodata passione per il libro, e che questa inclinazione dell’animo sorga in giovane età. Così fu senza dubbio per Roversi: «un progetto di una vita pratica fra i libri l’avevo sempre in testa, dato che ho cominciato a frequentare i luoghi del culto molto presto, prestissimo»16. Negli anni della prima adolescenza, ma non sui banchi di scuola, vanno rinvenute le tracce del suo approdo all’«avventura della letteratura». Le prime letture il giovane le compì sui testi presenti nella biblioteca di famiglia e la prima in assoluto, come egli stesso racconta, in giovanissima età su un testo di poesia francese, I fiori del male di Charles Baudelaire.

 

Un giorno, dunque, ho scoperto anch’io un libro dentro a un armadio, in uno degli agosti infuocati della pianura padana, in una vecchia villa, in un silenzio rotto dalle cicale, con i grandi pioppi immobili, e ho cominciato a leggere vedendo una piccola formica che risaliva lungo il dorso la pagina. Leggi perché sei solo, perché c’è l’afa che fa dormire i vecchi, perché così ti annoi e per il sole non hai voglia di correre nel parco. Continuai a leggere con una certa costanza anche in seguito, tornato in città, senza più tante sorprese dai cassetti. […] Sempre sono stato affascinato dalla lettura… ogni foglio a stampa è un mistero, un miracolo… Non c’era nulla di personale contemplazione, nulla che mi disponesse anche per un solo attimo protagonista; ma sempre, e subito, fin d’allora, una richiesta d’aiuto17.

 

Non semplice piacere per la lettura, ma passione totalizzante e miracolo. Un fascino, questo, che lo porterà quasi immediatamente su un versante nuovo ma ad esso strettamente legato: l’approccio alla scrittura.

 

Infine, ed è anche questo un trapasso naturale, scrivi qualcosa. E io ho scritto qualcosa. Metti insieme parole con la tua scrittura, che non siano riservate alla scuola. Ma, almeno nel mio caso, era… la scrittura era una specie di arpione per agganciarmi al testo del vero autore che avevo sotto gli occhi e mi affascinava…18

 

Dopo la lettura dei Fiori del male, Roversi si volse ad altre due letture importanti, “pietre miliari del suo edificio”, i Colloqui con Eckermann e le canzoni di Tommaso Campanella; la lettura di Goethe19 lo condusse alla scoperta di un altro autore di lingua tedesca, Hölderlin, nello specifico Hölderlin che cantava Diotima. Bisogna aggiungere a questo punto che Roversi apprese la lingua tedesca come seconda lingua, probabilmente spronato dall’ambiente e dal fervore culturale entro cui compì le sue prime esperienze di critica letteraria. A quel tempo infatti, parliamo dei primi anni ’40, l’autore collaborava con alcune riviste, «Il Setaccio» e «Architrave», che pubblicavano traduzioni dal tedesco e interventi su Goethe, Hölderlin e Schiller. La predilezione per questi autori portò il giovane Roversi a leggere e ad appassionarsi alle opere di Rilke e Carossa prima ancora che a quelle dei maestri italiani Leopardi e Ungaretti. Ed ancora un tedesco sarà protagonista del suo lavoro conclusivo per il corso di studi in Filosofia: Roversi si laurea nel 1946 con una tesi su Nietzsche dal titolo Le origini dell’irrazionalismo di Nietzsche studiate nelle opere giovanili20.

Tommaso Campanella, invece, è «il frate letto sotto le bombe» durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, quando Roversi e la sua famiglia si trovano rinchiusi in piccole abitazioni per sfuggire ai bombardamenti alleati. La lettura del filosofo calabrese, mentre il mondo va in rovina, si rivela un’esperienza illuminante e pervasiva, uno stimolo alla resistenza e alla volontà di rivalsa. Il «frate macigno, frate tremendo»21, illuminerà tutto il percorso poetico roversiano rimanendo un punto fermo del suo pensiero ideologico. È a lui che Roberto Roversi consacrò il primo volumetto di poesie, intitolato Rime, edito nel 1943 con la dedica a “Th. C., vir qui omnia legerat / omnia meminerat / prevalidi ingenii / sed indomabilis”, dedica che verrà ripresa, con una formula abbreviata, in gran parte delle sue opere successive.

A questo periodo risale anche la scoperta dei classici greci e latini letti nelle traduzioni di Salvatore Quasimodo: l’epica di Omero, le poesie di Saffo e Catullo non vengono apprese nelle aule del liceo Galvani, ma conosciute e amate in una nuova veste, intrisa del gusto elegante e frammentario degli ermetici.

Se non è sbagliato rintracciare, come farà Zagarrio, nella scrittura del giovane Roversi influenze liricheggianti derivate dalla lezione più severa e intransigente dei classici22, gli autori italiani che più condizionarono la formazione dello scrittore furono gli espressionisti vociani, Dino Campana e Clemente Rebora, le poesie del contemporaneo Saba e la lettura di Thovez.

Come si è accennato, spesso dalla passione per la lettura sgorga l’istinto alla scrittura, due elementi affini che intrecciano il loro corso. Con la naturalezza con cui un apprendista segue e imita le movenze del proprio maestro, Roversi compose i suoi primi scritti, perlopiù omaggi agli autori amati e scritti modellati sul loro esempio.

 

La prima poesia in qualche modo conclusa, e in ogni caso ricopiata a penna, la posso collocare nel ’39 o nel ’40… insomma, quando la Germania invase la Polonia. Si intitolava “Cavalleria polacca” e non ho dimenticato il primo verso, perché girò in casa con soddisfazione di mio padre: “Cavalleria polacca alla carica. Getta tutto l’ardore…”23.

 

La prima composizione poetica, il cui argomento fu evidentemente suggerito dalla condizione storica entro cui si plasmava l’animo del poeta adolescente, riscosse un successo familiare e il giovane fu stimolato alla composizione di nuovi scritti. Le prime liriche roversiane confluirono in Poesie, silloge del ’42, e in Rime, del 1943, entrambe edite presso la libreria antiquaria Landi a Bologna.

Prima di giungere al nodo centrale di questo lavoro di tesi, che tenterà di delineare una storia della libreria Palmaverde, divisa tra lo svolgimento dell’attività editoriale, la vendita dei libri per corrispondenza e la redazione delle riviste culturali, sarà utile ripercorrere brevemente la biografia roversiana, accennando alle opere edite e al pensiero dell’autore.

 

 

1.1 La vita, le opere

 

Roberto Roversi nasce a Bologna nel 1923 da una famiglia appartenente «a una borghesia non ricca, appena benestante, ma provincialmente ambiziosa, e con “qualche dovere”»24, il dovere di progredire, di uscire dall’anonimato di un borgo immerso nella Pianura Padana. La famiglia Roversi era originaria di Pieve di Cento, paesino della provincia bolognese; il padre dello scrittore, dottore in radiologia, era il medico ufficiale del Bologna calcio. Ciò permise al giovane di trascorre gran parte del suo tempo libero sugli spalti dello stadio, osservando la squadra giocare e facendo scaturire quella passione per lo sport che ciclicamente si ripresenta nell’opera roversiana.

Un’altra esperienza che segna la gioventù dell’autore è l’annuale soggiorno estivo nella villa di campagna del prozio paterno Rigo, il personaggio più stravagante e fascinoso della famiglia. Arricchitosi in Africa al tempo della guerra anglo-boera, Rigo aveva acquistato un podere nei pressi di Bologna dove si dedicava all’importazione di cavalli da corsa. In questa villa, miniera di «oggetti antichi», il trotto dei cavalli scandisce metaforicamente il tempo delle stagioni giovanili del poeta. Il ragazzo apprende dallo zio insegnamenti preziosi, che «time is money, che occorre agire, dedicarsi ai business, “e non stare a padrone”»25; sempre da lui riceve un piccolo capitale da «far fruttare», grazie al quale riesce a stampare le prime prove poetiche.

Roversi compie i suoi studi a Bologna, prima alla De Amicis, poi al Galvani, dove frequenta il ginnasio e il liceo. In queste aule, a quei tempi, avviene l’incontro con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini, giovani accomunati dalla passione per la poesia. Fuori dalla scuola, dopo un’assidua frequentazione, i tre daranno vita a un lungo sodalizio poetico.

 

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”. Il nome già proposto è «Eredi». Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: “Hitler ha invaso la Russia”.

È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo fuori dal mondo26.

 

Roversi, cresciuto in un ambiente ostile alla libertà di coscienza come quello fascista, aveva compiuto da poco 17 anni quando viene travolto dallo scoppio del conflitto. Il giovane è disorientato e senza punti di riferimento, «ero senza idee e senza forza; solo, senza “maestri” e ignorante; ignorante con disperazione e consapevole»27. Rintanato in una piccola casa per sfuggire alla guerra che imperversa, «pazzo di curiosità per il mondo che fuori avvampava»28, si immerge nella lettura di Tommaso Campanella, il frate calabrese al quale si sente accomunato dalla stessa condizione di prigionia. In un tale stato di privazione la fantasia è l’unica arma: oltrepassare il muro della clausura domestica, quel muro che lo separa dal mondo vero, quello che combatte la guerra, diviene per il giovane necessità, la sola via di fuga è offerta dalla poesia. Si potrebbe qui rintracciare il momento d’avvio della scrittura poetica roversiana.

Il ’43 è l’anno della partenza per il fronte. Spedito in Germania con la Monterosa, Roberto Roversi rientra in Italia nella neonata Repubblica di Salò, dove poco dopo diserta la squadra del generale Graziani per unirsi alla lotta partigiana di Ferruccio Parri in Piemonte. Al fronte dell’antifascismo lo scrittore si era già avvicinato negli anni giovanili, quando, diciassettenne, aveva cominciato a frequentare la casa di Antonio Meluschi e Renata Viganò, «maestri senza cattedra». Non dall’ambiente familiare quindi, né dalle amicizie liceali, ma dall’incontro con questi due scrittori viene seminato in Roversi il germe ideologico. «L’elemento della guerra, i conseguenti lutti e disastri patiti, connesso a quello del fascismo e della vita che al suo interno si svolgeva, tutto questo si costituirà come uno dei motivi dominanti, nell’immediato dopoguerra, per un primo “fare” roversiano»29.

Nello stesso ’43 Roversi aveva raccolto un certo numero di poesie e, con l’intercessione di Meluschi, si era recato dall’editore e libraio antiquario Mario Landi per pubblicare pochi esemplari di una raccolta, che recava il titolo di Rime. Questi primi scritti, quasi subito rinnegati dal loro autore, portano in nuce una tensione verso l’impegno civile e uno slancio verso la scrittura tipici di un Roversi più tardo, ma ancora legato a un rigorismo formale che deriva dalla lezione dei classici.

Tornato dal conflitto, nel giugno del ’45, Roversi non prende parte alla fitta gamma dei racconti di guerra e non offre il suo contributo alla letteratura sulla Resistenza. Quella che per lui è stata un’esperienza totalizzante e sconvolgente resterà sempre sul fondo dei suoi scritti e non verrà mai citata esplicitamente. Per l’autore simili atrocità potevano caricarsi di valenze solo se prolungate nel tempo, se la riflessione scaturita da quello straziante scenario fosse stata un monito ad affrontare tutti i conflitti dell’umanità: «La guerra è finita. Incomincia la guerra», scriverà Roversi anni dopo nel Tedesco Imperatore30. E infatti l’impegno civile dello scrittore non si limita al solo versante della Resistenza, esso va esteso a tutti i campi del sociale e protratto in tutte le epoche. È questo un esempio di come il pensiero roversiano si distanzi dalla coeva ideologia del Neorealismo, movimento letterario che indaga le realtà sociali a fini descrittivi senza parteciparvi, «come un uomo che guarda dalla finestra». Inoltre inizia a delinearsi, da questo momento, l’attenzione dello scrittore nei confronti delle classi popolari, vessate e sfruttate durante il conflitto, ma escluse a priori dai riflettori e dalla propaganda postbellica.

Rientrato a Bologna Roversi riprende gli studi in filosofia, concludendo nel 1946 il percorso intrapreso quattro anni prima. «Si è laureato con una tesi sulle origini dell’irrazionalismo di Nietzsche non certo per un bisogno di erudizione o di recupero archeologico, ma per un imperativo etico, per riflettere sulla degenerazione del fascismo, sulle conseguenze dei miti del Romanticismo che negli anni Quaranta tanto appassionarono la generazione non solo sua e degli amici Pasolini, Serra e Leonetti, ma anche di Giaime Pintor»31.

Il problema dell’irrazionalismo era già stato affrontato da Roversi in uno scritto giovanile, il romanzo Umano del ’43, che già nel titolo recava un evidente rimando all’opera nietzschana Umano, troppo umano. Umano, il protagonista del racconto, è un ragazzo in preda a una crisi adolescenziale che deve fare i conti con temi esistenziali quali la morte, la religione e l’eroismo. La sua crisi toccherà anche l’incrollabile fiducia nella letteratura e la passione per i libri, che il giovane riconsidera e mette alla prova. «C’è qui filtrato tutto il problema della generazione di Roversi, di Pasolini, e di tutti coloro che fecero esperienza del fascismo e di una passione per la poesia che allora significava fondamentalmente gli ermetici […] Conoscere la poesia non significava, in quel momento, conoscere la vita, anche se la poesia ha annunciato l’avvicinarsi tumultuoso di un’esperienza indefinibile e senza leggi che appunto sarà la vita»32. L’eroismo di Umano si esprimerà attraverso un’attività intellettuale che sfocia nell’amore per il prossimo, andando oltre al concetto wagneriano di superuomo. In questa scrittura giovanile, Roversi prende le distanze dalla poetica nietzschana che evidentemente, in un periodo storico come quello fascista, appariva troppo congeniale all’ideologia totalitaria.

Per il suo lavoro di tesi lo scrittore torna sull’argomento con rinnovato impegno. L’insostituibile apporto che la letteratura aveva offerto alle giovani generazioni nel periodo del conflitto veniva sottoposto al vaglio della ragione e l’incondizionata fiducia nella poesia perdeva mordente. Roversi allora, per coronare gli anni della sua formazione, decide di rendere omaggio proprio all’autore che più di tutti aveva dimostrato l’inconsistenza della letteratura di fronte alla vita reale. Dallo scritto universitario traspare un Nietzsche sottratto alla fama di pensatore dionisiaco e presentato in nuova veste: da impossibile filosofo a maestro e guida in un cammino attraverso tempi disperati: «riportare Nietzsche entro i suoi limiti umani, quindi: riportare Nietzsche a Nietzsche, con le sue ire e i suoi timori, col suo orgoglio e la sua grandezza e la sua miseria, questo è un nobile compito: rifare di Nietzsche un uomo, dopo che fu reso Dio o dèmone»33.

Nonostante l’esito lucido e apprezzabile dell’analisi svolta, Roversi nell’anno accademico successivo abbandona gli studi filosofici per diventare assistente alla cattedra di Storia del Risorgimento, sempre nell’Università di Bologna. Questa materia risultava sicuramente più vicina al suo interesse e al suo bisogno di “partecipazione alle cose del mondo”. In questi anni approfondirà l’analisi e lo studio del brigantaggio postunitario, soffermando la sua osservazione sulla storia dei “vinti” lontano dall’ufficialità dei vincitori.

 

Mi interessava la storia del risorgimento soprattutto, letta la prima volta ancora al liceo sulla documentazione interminabile ma per me ragazzetto affascinante del Tivaroni. Quei fatti minuti, sottratti alla pompa dei velluti e delle medaglie e delle barbe dei vincitori; quella perspicacia nel documentare e quel respiro che quasi faceva voltare le pagine come un piccolo vento… Chiesi e ottenni di diventare assistente alla cattedra di storia del risorgimento all’università di Bologna. […] Volevo cercare di indagare sulle violenze ripetute e sui ripetuti massacri compiuti dalle truppe piemontesi soprattutto in Abruzzo, negli anni dell’annessione… ed ero stato conquistato dal severo eroismo dei soldati borbonici asserragliati nella fortezza di Civitella del Tronto per quell’ultima resistenza, senza resa, fino all’ultimo uomo. Solo per fedeltà a una parola. A scuola, nessuno me l’aveva mai raccontato che c’erano uomini simili anche dalla parte sconfitta. Da quel momento, da quelle letture, da quelle notti passate su documentazioni appassionanti, ho imparato come una verità mai più dimenticata a diffidare delle parole dei vincitori34.

 

Da questa esperienza nascerà Ai tempi di Re Gioacchino35, curata dalle Edizioni Palmaverde nel’52. L’opera si costituisce di nove racconti ambientati nella Calabria dell’Ottocento, regione percorsa da violenza e atrocità durante gli scontri tra briganti borbonici e soldati napoleonici, leit motive che ricorda, nella forma di un parallelismo fluttuante tra le pagine, la lotta partigiana e la barbarie della guerra appena trascorsa. «Un romanzo storico dove la storia perde la sua funzione di dare forma agli eventi»36, personaggi avidi e senza moderazione si affrontano su un campo di battaglia che è quello di una storia senza tempo: non è chiaro contro chi lottino né per quale scopo lottino, il filo degli eventi è appena abbozzato, tutto è adombrato dietro un’ambientazione fantasiosa ai limiti del leggendario. Percorre tutta la narrazione un senso di angosciosa attesa e di rassegnazione, prontamente riconducibile a quella angosciosa amarezza vissuta dallo stesso Roversi negli anni di guerra37.

Lo stile narrativo risente del momento poetico, nel consueto alternarsi dei registri lirico e prosastico, con forti e colorite tinte espressionistiche. La descrizione delle uccisioni e della spietata violenza dei massacri sottrae ogni possibile paragone con gli scritti neorealistici di matrice resistenzialistica.

 

Maddalena era nobile e giovane tanto che le piante seminate nel suo anno ancora non erano cavate dai vasi. […] I giorni passavano ed essa maturava soavemente. Fu all’improvviso donna; gli occhi azzurri e i capelli le circondavano il capo come un alone angelico. La sua bellezza volava. […] Finché un giorno il Boccone entrò in paese, dopo aver massacrato gli uomini della guardia civica, […] prese a Maddalena, tolse quel fiore e odorandolo, inebriato, se lo mise sul petto. Partì a cavallo fra nuvole di polvere. Nei paesi vicini aveva rubato, bruciato, ucciso; lì tutto restò fermo e pulito, non sporcato dalle mani dei briganti. Se ne parlò a lungo per i villaggi della Calabria. Una gran bellezza doveva ardere in viso alla fanciulla se per essa il Boccone rinunciò al saccheggio. […] dopo molti mesi, avendo annoiato il Boccone con il pianto e la tristezza, da costui fu regalata alla banda; e passò di mano in mano, pensate che tristissimo modo. Ormai era una larva, lontana dal mondo, volante attorno a una lampada. Un giorno mentre fuggivano inseguiti dai soldati, e Maddalena era in sella con l’ultimo malvivente, cadde o si gettò a terra. Morì di stenti, fu divorata dai cani? Dicono che corresse nel bosco più fondo a morire di dolore. Nessuno seppe più nulla di Maddalena38.

 

Roversi abbandona dopo due anni il posto all’Università e inizia a lavorare come contabile per alcune aziende, collaborando anche alla stesura di alcune antologie scolastiche. Nel 1948 con un socio, Otello Masetti, e con la moglie Elena, darà vita alla libreria Palmaverde, luogo subito interessato da esperienze culturali e fermento ideologico. Nasce in questa sede, infatti, l’esperienza della rivista «Officina», la cui redazione è curata da Roversi insieme a Pasolini e Leonetti, con un ampliamento del gruppo redazionale nella seconda serie, con Franco Fortini, Angelo Romanò e Gianni Scalia. Pubblicata dal 1955 al ’59, recante come sottotitolo Fascicolo bimestrale di poesia, la rivista annovera tra i suoi collaboratori nomi illustri quali Carlo Emilio Gadda, Paolo Volponi e Italo Calvino.

Conclusa l’esperienza di «Officina», Roversi darà vita a una nuova rivista, «Rendiconti, rivista bimestrale di letteratura e scienze», che denota subito un’apertura verso tematiche extraletterarie, alla ricerca di nuove metodologie e nuove forme di analisi socio-politica. Per le edizioni Palmaverde usciranno 30 fascicoli dal ’61 al ’77; la pubblicazione verrà poi ripresa negli anni ’90 da Pendragon.

Il lavoro alla libreria e le attività legate alle riviste non impediscono a Roversi di dedicarsi alla scrittura. Risale al 1954 la pubblicazione di un nuovo libretto di poesie dal titolo Poesie per l’amatore di stampe, del quale conosciamo la gestazione editoriale grazie al carteggio dell’autore con Leonardo Sciascia39. L’opera uscirà infatti per i «Quaderni di Galleria», rivista diretta dall’autore siciliano dal 1950 e pubblicata a Caltanissetta per l’editore Salvatore Sciascia.

Così leggiamo nella prima lettera inviata da Sciascia a Roversi, datata 10 Febbraio 1953:

 

Caro Roversi,

l’amico Pier Paolo Pasolini mi ha tanto parlato di lei e del suo libro recentemente pubblicato, Ai tempi di re Gioacchino […] Di suo, io conosco quelle bellissime poesie “per l’amatore di stampe” pubblicate in «Botteghe oscure». Vorrei, se possibile, conoscerne altre; e pubblicarle. Ma lei forse non conosce la rivista: una modesta rassegna letteraria che si avvale però di ottimi collaboratori, e tra i più attivi sono Pasolini, Petrocchi, La Cava, Bartolini, Tobino. A pubblicarla in Sicilia, Lei potrà capire quale lavoro costi.

 

Il sodalizio Sciascia-Roversi ha il via con mutue richieste di materiali poetici da pubblicare in riviste e in piccoli volumi, corredate da attestazioni di stima reciproca. Ben presto, sullo sfondo di un comune sentimento della scrittura, tra i due autori nasce una profonda amicizia, corroborata da un vicendevole impegno civico.

Scorrendo le missive, alcune lunghe e amichevoli, altre brevi e telegrafiche, si trova accenno ad argomenti vari, teneri quadretti di vita familiare, consigli sulla lettura, vendita o reperimento di stampe e libri antichi. «Le lettere che si scambiano per vent’anni sono un documento umano rilevante, ma al tempo stesso si possono assumere come punto di osservazione più ampio in cui la letteratura, la poesia e il romanzo giocano un ruolo di riscatto, di emancipazione, di rinascita dell’Italia»40.

Dopo i primi scambi epistolari, Roversi invia il libretto completo delle sue poesie allo scrittore siciliano, che dovrà quindi farne una selezione e ridurre la pubblicazione a 32 pagine, «ho letto, e più di una volta riletto, il manoscritto delle tue poesie […] per il puro piacere di leggere. Sarà il più bel libretto di poesie del 1954»41. Sciascia apprezza la scrittura del poeta bolognese, ammira la sua inclinazione antinovecentesca e la forza che adopera nel tracciare i ritratti. Roversi riceve il libretto per posta, edito e ultimato, nel maggio del ’54 e risponde così all’amico: «Il libretto è bellissimo – e, ti dico, mi ha commosso, come se ancora fossi un ragazzo. Lo rigiro fra le mani e me lo guato curioso; con una grande gioia e con molta trepidazione. È arrivato il momento che deve partire, andarsene per il mare; speriamo, speriamo che non affondi, almeno»42.

Poesie per l’amatore di stampe conserva il gusto classicheggiante delle rime giovanili con una certa predisposizione all’analisi dei moti dell’animo. Tra i temi della raccolta, la passione, l’amicizia virile, «quella che unisce gli uomini in guerra», il confronto tra città e campagna, il paesaggio emiliano nel dopoguerra. Zagarrio rintraccia nell’opera un «recupero dell’Ottocento classicista e mitizzante e, s’intende, quello più energico e teso ai dati di una robusta eroicità umana, insieme civile ed esistenziale: si può pensare a Carducci, più ancora a Foscolo, allo stesso Pascoli»43. La propensione verso la tecnica narrativa del bozzetto sfocia nella ritrattistica di un epos popolare, laddove ignoti eroi pescati nell’anonimato del quotidiano sono sottratti agli stereotipi umani della massa informe e dotati di vita propria.

 

Il suo viso è di bronzo

come i vasi cavati dalle tombe.

Dicono che Celso è avido, spietato

ma io lo vidi piangere, una sera,

all’urlo di mio figlio

trafitto dalla vespa.

So che alla notte sale per il viottolo

e si getta nell’orto, a rubare

i meloni ormai gialli o i pomidori;

all’alba poi spaventa l’usignolo

con la sua voce secca:

«Il ladro è venuto, il figlio di puttana

ha rubato le fragili cipolle

e l’orto è devastato»44.

 

Il 1960 è l’anno de La raccolta di fieno. Quarantasei poesie, pubblicata su «Il Menabò di letteratura» n. 2 che reca anche una Notizia su Roberto Roversi scritta da Elio Vittorini. In questi scritti si ravvisa nel poeta un passaggio dallo stile idilliaco del bozzetto alla sobrietà di una poesia civilmente impegnata e matura. Dirà Roversi nel dialogo con Gianni D’Elia «nella “Raccolta del fieno” sentivo di cominciare a rendere esplicito il sentimento reale, profondo, della società nella quale mi ero formato; quasi in un contatto fisico, diretto e quotidiano, con suoni, rumori, odori, luci, voci, dialetti, violenze e quella sessualità dura cruda e aperta del mondo contadino della pianura padana; non povero, laborioso, millenario»45. Un passaggio epocale per una scrittura che interiorizza l’esperienza del conflitto e la riversa sul paesaggio emiliano, lacerato e distrutto dalla crescente industria negli anni del boom economico. Un tema che sarà di lì a poco ripreso dal romanzo, forse autobiografico, Registrazione di eventi, edito da Rizzoli nel 1964.

Queste poesie andranno a costituire il corpus essenziale della successiva raccolta, Dopo Campoformio, edita da Feltrinelli nel ’62 e riedita, con aggiunte, da Einaudi nel ’65. Nonostante l’insieme dei poemetti sia focalizzato prettamente sull’esperienza della guerra e della Resistenza, il titolo allude a un episodio di epoca napoleonica, ovvero la delusione dei patrioti italiani in seguito al trattato franco-austriaco stipulato dal generale giacobino. Roversi mette in dialogo questa delusione con quella vissuta, negli anni Cinquanta-Sessanta, dai seguaci del marxismo. D’altronde nello scrittore spesso fatti storici di epoche differenti si incrociano senza troppa fatica.

 

Ai quadrivi immobili magri tedeschi in tuta,

donne esultanti per gioia sventura.

“La guerra è finita. Incomincia la guerra.

Mio figlio è in Russia. A Cipro è mio figlio.

Mio figlio è in Africa. In Sicilia è mio figlio.

L’America a Genova tempesta.

I cinghiali fuggono, i tedeschi

lasciano Roma…”

Uccelli caduti nella polvere

le gelide mitragliatrici.

“Scheise Mensch!” ci odiano, guardando

le vie battute da uomini disfatti,

le donne sull’uscio delle case;

ogni fosso custodisce un sonno,

i casolari offrono l’acqua, il pane.

Fuggono simili a formiche

lungo i muri, picchiati dalla fame;

s’accascia l’Italia muggendo di dolore46.

 

Compaiono i drammi impressi nella memoria collettiva, i campi di sterminio nazista, la bomba di Hiroshima, il disastro del Vajont. L’occhio dell’autore si allarga oltre il paesaggio emiliano fino a toccare luoghi remoti e epoche lontane. Sono componimenti che recano il senso della svolta: liberatosi del bagaglio classicheggiante, il poeta vuol creare una nuova lingua poetica più conforme alle esigenze del periodo storico. Il linguaggio è spezzato, il ritmo incalzante; fanno capolino le prime tecniche d’avanguardia, come il montaggio e il tono prosastico-documentaristico, «le strofe fanno a volte pensare a un corpo che si torca tendendo al massimo muscoli e nervi, un corpo che sia sul punto di spezzare titanicamente le catene»47.

La lezione della neoavanguardia sarà però più evidente con Le Descrizioni in atto, raccolta ciclostilata e distribuita in proprio nel 1969, poesia votata all’impegno civile, intrisa di rabbia e furore politico. Lo smascheramento del reale, «il conflitto critico-ideologico che si matura verso (contro) il reale, la forte problematicità intellettuale e politica, la tensione morale, coinvolgono in pieno la strutturazione linguistico-formale della poesia»48. Lo sperimentalismo linguistico è massimo, il verso libero dalla metrica, l’uso di espedienti tipografici inconsueti carica la pagina di un effetto straniante; la scrittura è resa meccanica e impersonale dall’elencazione di nomi, numeri e citazioni, dall’accumulo di vocaboli appartenenti a campi semantici differenti.

 

I.

Capitolo quarantesimo di una storia

neppure giornalistica. La

vicenda frantumò a questo punto

in

mille rivoli (si dice)

ciascuno colse

l’aspetto che più gli compiaceva – lusingandolo, s’intende –

(nessuno vuole disilludersi a

una certa età

sui principî generali)

così tutto restò nel buio e nel semibuio

 – nella mezza luce – anche

se c’era un morto un povero morto

in questa leggenda (precisa sera d’estate)49.

 

La deformazione grottesca e ironica del reale, in una forte volontà di denuncia della violenza e del vuoto del presente, confluisce in una demistificazione del ruolo del letterato. La condanna della figura dell’intellettuale è sintomo di una sfiducia verso le istituzioni culturali tradizionali; la poesia si fa contestazione e impegno politico50. Su questa ideologia di fondo il poeta basa la scelta coraggiosa e controcorrente di sospendere i rapporti con la cultura ufficiale e autoprodurre i propri lavori.

Le descrizioni in atto, già parzialmente pubblicate su alcune riviste tra il ’63 e il ’69, verranno stampate da Roversi e inviate gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta; in dieci anni si contano circa tremila e cinquecento copie. Come già accennato, il gesto, lungi dall’essere un’azione anarchica di protesta contro l’industria editoriale, pone il problema del controllo dell’informazione, problema largamente approfondito dal movimento sessantottino e dalla sinistra extraparlamentare. È il periodo questo della collaborazione del poeta bolognese con diversi giornali e quotidiani autogestiti («il manifesto», «Lotta Continua», «Il Quotidiano dei lavoratori»), «per quanto io fossi uno sciagurato che scriveva da tutte le parti come un matto, sceglievo dove collocarmi»51.

Dal suo canto, del resto, Roversi mantiene sempre viva negli anni la volontà di creare canali per la distribuzione alternativa della poesia, attraverso locali autogestiti e cooperative culturali, e anche attraverso la sua Palmaverde, per una veicolazione meno controllata e più autonoma del pensiero. Così la consuetudine a promuovere giovani poeti e collaborare con piccoli editori caratterizzerà tutta la sua carriera di editore-libraio.

Il periodo di sperimentazione delle Descrizioni ricerca, indaga e saggia nuove forme espressive. Di poco posteriore alla raccolta, se non contemporanea, è la stesura di una trilogia teatrale votata alla lotta ideologica e alla politica predicata «con pazienza», in contrapposizione a un uso strumentale e codificato della violenza. Siamo in un periodo preciso della storia italiana e mondiale: gli anni della contestazione giovanile nata negli Stati Uniti e dilagata in Europa a partire dal 1968. Ad essere contestati sono i mezzi d’informazione, l’assenza di libertà politiche, i pregiudizi sociali, la corruzione borghese, la guerra. L’interesse verso il movimento sessantottino e la lotta per le rivendicazioni operaie è vivissimo in Roversi, ma il suo appoggio non è incondizionato. Il poeta sposa le cause che portano alla rivolta, ammira il coraggio dei manifestanti, ma non ne condivide i mezzi. La violenza utilizzata da manifestanti e forze dell’ordine è oggetto della critica roversiana52.

Roversi, passando a questa nuova forma di scrittura, intende abbracciare un campo di indagine espressiva all’epoca in pieno fermento (pensiamo alla parentesi europea del Living Theatre); è interessato a sfruttare tutte le possibilità offerte alla mediazione del suo messaggio, «è l’azione che entra in gioco e ottiene, da un linguaggio teatrale ammirato e studiato, la possibilità di modellarvi le proprie intenzioni comunicative»53. Il teatro di Roversi è di chiara matrice politica, è un teatro che si costruisce dal basso, che «non ammicca ai potenti», un teatro di denuncia, controcorrente, lontano dal sentiero della cultura ufficiale.

La trilogia teatrale è composta da Unterdenlinden (1965), Il Crack (1969) e La macchina da guerra più formidabile (1971), opere di amarissimo fiele e pungente ironia. In scena è portata la sopraffazione legata al mondo capitalistico, il declino della piccola industria borghese, lo scontro generazionale post-sessantottino, il conflitto tra il libero pensiero intellettuale e la censura imposta dal ceto dominante.

Nel 1976 Roversi pubblica con Editori Riuniti il suo ultimo romanzo, I diecimila cavalli, libro della densità linguistica, della simbologia epica e della frammentazione. Quello che potrebbe apparire un ritorno all’editoria ufficiale è chiarito dalla stesso autore nella nota introduttiva dell’opera: «gli Editori Riuniti propongono di pubblicare questo libro; ho accettato e accetto come un atto di pratica politica, altrimenti il testo restava dov’era. Per convalidare questa scelta non si è sottoscritto alcun contratto o impegno; trattasi di uno scambio e così deve restare»54. La ripresa di una distribuzione legata al mondo editoriale si pone quindi come un atto di consapevolezza politica. L’autore si ritrova a fare i conti con un mutato clima politico e culturale, sono cambiate le richieste del mondo intellettuale e del pubblico letterario. La stretta vicinanza ideologica del poeta alle file del PCI lo conduce a riflettere sull’importanza di veicolare il messaggio a «più lettori (e lettori nuovi)», possibilità in parte negata dall’uso del ciclostile. L’esperienza militante della distribuzione ciclostilata però non è assolutamente conclusa, anzi proprio in quegli anni Roversi, insieme a un nutrito gruppo di giovani poeti e scrittori, darà vita a diversi momenti di scrittura clandestina e autodistribuita.

Nasce negli anni ’80 la Cooperativa culturale «Dispacci» che, nel suo intento di diffondere la poesia esordiente che «prolifera in uno spazio sommerso»55, dà vita a una serie di riviste e fogli volanti («Dispacci», «Lo Spartivento», «Numerozero»). A questo argomento verrà dedicato ampio spazio più avanti.

Gli anni Ottanta per Roversi costituiscono uno snodo importante, per il poeta, per il cittadino e per l’uomo vigile sugli avvenimenti del suo tempo. I fatti occorsi a Bologna il 2 Agosto del 1980, la strage alla stazione, l’attentato al cuore della cittadina emiliana, si pongono nell’animo degli intellettuali bolognesi come un punto di non ritorno. Si assiste da un lato al crollo dei valori politici ed etici che avevano caratterizzato la politica degli anni ’70, dall’altro al proliferare di momenti culturali che stimolano la comunicazione alternativa. La scrittura scaturisce da un’urgenza impellente, la poesia sgorga come un fiume in piena, coinvolgendo e travolgendo fatti, personaggi e ambienti.

Su questo retroterra va inserita l’esperienza ultima della poetica roversiana, la stesura dell’opera L’Italia sepolta sotto la neve, titolo epico per un poema che affonda le sue radici nell’epicità del quotidiano. Attraverso 284 lasse narrative, Roversi descrive l’Italia travolta dalla valanga degli avvenimenti che l’hanno sotterrata e resa inerme: «l’Italia sepolta sotto la neve è un paese che conserva, coperto dalla cenere, un asfalto sempre rovente di problemi»56. La perdita dei punti di riferimento, in questo passaggio epocale, può e deve essere superato attraverso un lavoro poetico, costante e rigoroso. Roversi infatti dedicherà circa un ventennio alla composizione di questa sua ultima fatica letteraria.

Lo sperimentalismo delle Descrizioni in atto lascia il posto a una liricità elementare e a un plurilinguismo laconico, dettati dalla necessità di un intervento concreto sul reale, ricorrendo spesso alla denuncia e alla trascrizione delle brutalità insite nella storia umana. Questa necessità civile interseca e sovrappone vari campi narrativi e paesaggistici. Così personaggi di fantasia, idoli della cultura musicale, personaggi storici si mescolano a episodi della cronaca mondiale, dando vita a situazioni immaginifiche e paradossali. Il verso si fa scarno e primitivo, con un certo rimando alla lezione classicista presente nelle prime raccolte roversiane; appaiono tuttavia intromissioni polisemiche che rimandano alla lirica prosastica tipica della lezione avanguardistica.

L’Italia sepolta sotto la neve viene edita in più spezzoni a partire dal 1984, in volumi perlopiù fuori commercio, e prosegue con una pubblicazione frammentata in riviste per i successivi decenni, fino all’edizione definitiva del 2010, stampata presso Pieve di Cento per AER Edizioni57.

L’opera consta di quattro parti, composte e pubblicate in periodi differenti. La Premessa e la Parte prima si caratterizzano per un tono lirico e una visuale commossa del paesaggio emiliano, quasi un ritorno all’habitat della Raccolta di fieno, che fa da sfondo a un’amara riflessione sul presente storico e sul futuro.

La Parte seconda appare come un testo a sé stante all’interno del poema; le poesie che la compongono vennero pubblicate nel 2001 con il titolo autonomo de La partita di calcio. Si tratta di novanta testi, novanta come i minuti di una partita di calcio appunto, in cui si affacciano dagli spalti di un’ipotetica competizione sportiva personaggi famosi che commentano gli avvenimenti. Ritroviamo per esempio Che Guevara, il Signor D’Aubigné, Chet Baker:

 

Il giocatore di calcio insegue la palla sul prato

la guerra è sull’erba

stridono le sibille aprono la caverna di luce

il giocatore di calcio aspetta il suono di Chet la notizia

dagli uomini camminatori

una notizia che non fa disperare.

Dice il signor D’Aubigné quando l’inverno è passato

perché dovrei andare in Brasile

se gli uccelli nel vento sconvolgono Francia e Italia

e sulle pianure mi porta il sangue del cuore e lì mi abbandona?

Corre come corre il cavallo bianco della morte.

Ho passato la vita fra i libri

senza scriverne uno

pochi libri ho letto dal principio alla fine perché pioveva la cenere

allungavo la mano i fogli bruciavano

silenziose parole cadevano

la primavera non è mai troppo lontana.

Non isolarsi ma ascoltare. Ascoltare58.

 

La terza parte si compone di un unico lungo componimento, il testo 254, in cui i protagonisti sono due personaggi tratti dalla cronaca contemporanea, vittime e figure simbolo della crudeltà umana. Nella nota introduttiva a questa sezione si legge: «L’intera parte terza è dedicata a un dialogo interferente e continuo fra l’astronauta sovietico Serghei Krikalev, dimenticato per mesi nello spazio durante la crisi al tempo dell’ineffabile Gorbachov, e la derelitta signora Mirella Silocchi qua da noi in Emilia (e poi in Toscana), sequestrata per denaro, torturata, seviziata, uccisa dopo essere stata imprigionata per mesi nel fondo di una buca come un osso di cane. Testimonianza dei tempi e dell’umano dolore e dell’umano furore».

Nell’ultima sezione, Parte quarta o Trenta miserie d’Italia, il poeta interviene sul presente con un’analisi numerata dei problemi dell’Italia. Roversi passa da un generale sentimento di sconforto, aleggiante in tutta l’opera, all’enumerazione lucida e dettagliata delle miserie e dei dolori vissuti dal Paese. Ci troviamo di fronte ai componimenti conclusivi dell’ultimo poema roversiano. L’autore termina la sua parabola poetica con un ammonimento all’Italia, offrendo gli ultimi spiragli di una critica amara ma per nulla nichilista di fronte alla precarietà di un mondo alla deriva. Attraverso l’elenco dei mali che avvelenano il presente, Roversi lancia un’esortazione alle future generazioni affinché non abbandonino questa patria ferita, ma la aiutino a rialzarsi. «Italia Italia Italia tre volte chiamata con catene / fra montagne di poca neve e muri ventosi / troppo vecchia ormai per morire / così ti penso ancora viva e ho / Italia ottantaquattro vipere fra i capelli»59.

«L’Italia sepolta sotto la neve è il testamento di chi, in un deserto insieme bruciante e raggelato, da una garitta o “cellula” persa nel tempo e nello spazio, attende con pazienza, senza inchinarsi agli idoli dei vincitori, che amici e avversari riacquistino una dimensione umana»60.

 

XXX.

Il tuo destino è oscuro

Italia trenta, trenta.

Ogni viottolo un tumulo d’antichi guerrieri

ogni cima una fortezza abbandonata

nelle vallate cunicoli di trincee

mani di vecchi soldati affiorano fra i sassi.

Con il fuoco nel cuore

e il suono

dolente di una campana

nell’orecchio.

Chi vincerà le tue battaglie?

Ancora una volta per te?

Il futuro ti aspetta…

 

 

1.2 La libreria antiquaria Palmaverde

 

È il 1948 quando Roberto Roversi intraprende il mestiere di libraio; la storia e il modus operandi della Palmaverde vengono caratterizzati fin da subito dagli aspetti peculiari dell’intellettuale: il rigore e l’impegno. D’altro canto, la stessa vicenda biografica del poeta, all’epoca venticinquenne, viene largamente influenzata dalla nuova professione: tra le mura della libreria prende forma quella maniera tutta roversiana di istaurare legami e rapportarsi con il mondo.

Ci sono due elementi da considerare prima di ricostruire la storia della Libreria Antiquaria Palmaverde e delle esperienze sorte al suo interno. Il primo mira a stabilire cosa sia una libreria antiquaria e come la sua attività si differenzi dal lavoro del comune “libraio”61; il secondo cerca di contestualizzare il lavoro di Elena Marcone e Roberto Roversi nel periodo entro cui si è svolto, un’epoca priva delle potenti reti comunicative di cui oggi può servirsi l’industria editoriale.

Una libreria antiquaria, oggi come allora, è il luogo per riconoscere l’importanza artistica e storica di un libro, dove valorizzare l’usura delle pagine di un testo significa dar voce alla storia da esse raccontata. È un ritrovo per bibliofili, “un regno di parole antiche”; qui si ripercorrere la storia della stampa, oltre a quella delle arti, delle scienze e della letteratura. Entrare in una libreria antiquaria significa respirare un’epoca passata, toccare con mano edizioni originali, confrontare le pubblicazioni e la loro evoluzione nel tempo, le calligrafie e i tipi editoriali. Significa scorrere con le dita pagine ingiallite tastando il filo intrecciato nella rilegatura, annusare l’odore della colla e del pellame conciato nelle copertine. È qui che il lettore impara ad apprezzare un buon vecchio libro.

L’intera opera roversiana è percorsa da luoghi simili e da personaggi amanti delle buone stampe. Un esempio su tutti è Antonio Maria Enrico Boulard, notaio vissuto tra Settecento e Ottocento, indefesso e insaziabile raccoglitore di libri, protagonista di uno dei suoi racconti.

 

Ma appena ha fatto cento passi ed è svoltato per via Agrippa d’Aubigné, vede al numero 18 bis che la bottega del libraio Caravan è ancora illuminata. Forse Caravan ha appena comperato un blocco di libri rari, forse Caravan li sta sistemando in scaffali, forse Caravan li sta già schedando, o forse Caravan sta già vendendo. Oh, è quasi sicuro che lì dentro alla bottega una ciurma di bibliofili, un plotone, un’armata, una legione, un drappello di cani del libro si sta azzannando per appropriarsi dell’osso più polputo, del libro più raro62.

Questo notaio, incurante delle continue e minacciose lamentele della moglie, raccoglie un così alto numero di volumi che un giorno il suo appartamento crolla sotto l’insopportabile peso della sua biblioteca. Il racconto è ambientato in una Parigi di fantasia, città per eccellenza del commercio librario antiquario, con bouquinistes e librerie “a cielo aperto” disseminate lungo le rive della Senna. Nessun paesaggio sarebbe risultato più appropriato.

Tralasciando gli aspetti emozionali, la funzione principale di una libreria antiquaria è quella di offrire un campionario di testi di difficile reperibilità, come edizioni rare e preziose o volumi non più in ristampa. È in questa fase del lavoro che Roberto Roversi si differenzia dagli altri librai antiquari. Spesso si dirà che la Palmaverde è stata un libreria antiquaria sui generis perché si riscontra qualcosa di anomalo nell’atteggiamento del libraio-Roversi, un’anomalia che potremmo definire etica. Avendo già tratteggiato per grandi linee la figura dell’intellettuale e il diniego verso la mercificazione culturale, basterà qui puntualizzare che quell’atteggiamento etico e coerente che conosciamo emerge anche all’interno della sua attività lavorativa. Roversi, pur avendone l’opportunità, spesso rinuncia a inserire nei cataloghi di vendita libri antichi estremamente costosi, e richiesti con forza dal mercato antiquario, per avvalorare un rifiuto: il libro non è oggetto da collezionare, la sua funzione storica di veicolo del sapere non può essere snaturata.

La seconda considerazione, doverosa, riguarda i mezzi attraverso i quali avveniva la compravendita dei libri. Oggi, grazie a uno sconfinato archivio offerto dal web e dai siti delle librerie online, siamo abituati ad avere a portata di mano un’ampia gamma di testi a stampa, riviste digitali e e-book. Ma se per un attimo, per un’ipotesi assurda, ci trovassimo privi di questo potente supporto mediatico, la ricerca dei libri diventerebbe cosa lenta ed elaborata; soprattutto il reperimento di libri ormai fuori dal commercio delle case editrici, libri appunto antiquari, sarebbe cosa difficile e complessa. Chiaramente chi ha vissuto negli anni ’50, come Roversi, si è necessariamente dovuto scontrare con questo tipo di situazione, sperimentando una soluzione che permettesse di aggirare il problema e diffondere il proprio lavoro nel minor tempo possibile e nel maggior numero di luoghi. Nasce da queste esigenze il catalogo diffuso per corrispondenza.

Roversi, come altri librai antiquari, possedeva un indirizzario, custodito molto gelosamente, composto dai nomi e dai recapiti dei cultori del libro antico di sua conoscenza e se ne serviva ogni qual volta la Palmaverde mandava in stampa un nuovo catalogo. Questa attività è ben documentata dal carteggio tra il libraio bolognese e Leonardo Sciascia.

 

Racalmuto, li 18 ottobre 1955

Telef. 1946

Mio caro Roversi,

se è possibile vorrei poter avere Malagigi di Nino Savarese, che è al n.166 del tuo ultimo catalogo. Ma ti prego, mandamelo in assegno. È da molto che non ricevo il catalogo di Landi63.

 

Fatta questa premessa, si può procedere alla stesura di un profilo della libreria Palmaverde incentrato su quattro momenti, la sua storia, il lavoro con i cataloghi, l’attività della casa editrice e delle riviste nate al suo interno.

Roversi offre un racconto abbastanza dettagliato della genesi della sua libreria nell’intervista rilasciata a Gianni D’Elia per il periodico «Lengua», Conversazione in atto. L’idea di un lavoro tra i libri forse è sempre stato ben fermo nella mente del giovane Roversi che, appena conseguita la laurea, inizia un lavoro all’interno dell’Università di Bologna, come assistente alla cattedra di Storia del Risorgimento italiano. Abbandonato questo primo incarico, l’idea di aprire una libreria in proprio nasce da un’occasione «fortuita». Roversi aveva cominciato a frequentare in giovane età la libreria Cappelli, libreria storica e casa editrice di Bologna, luogo del suo primo incontro con Antonio Meluschi, scrittore che, come si è detto, svolgerà insieme con la moglie Renata Viganò un ruolo non indifferente nella formazione del pensiero politico dello scrittore bolognese. Proprio il capo commesso di questa libreria, Otello Masetti, gli offre un giorno l’opportunità di entrare in affari.

 

Il proposito di lavorare con i libri vecchi, con i libri antichi… con i libri che hanno la polvere addosso, diventò reale un giorno per una occasione, come dire? precipitosa, che richiedeva celerità di decisione e di esecuzione64.

 

Un rivenditore di carta straccia aveva acquistato da un nobile che smobilitava il suo casolare di campagna, e il suo archivio, una quantità enorme di libri. Questi testi, insaccati con poca cura dal grossista, erano finiti sotto gli occhi di Masetti che si era quindi rivolto a Roversi. I due decidono insieme di chiedere un prestito e di acquistare il fondo librario. Era il 1948. Grazie alle capacità di Otello Masetti, che ha già esperienza nel settore, i primi volumi iniziano ad essere schedati e divengono il nucleo centrale dei primi cataloghi di vendita.

«La libreria non è nata per caso, anche se poi è nata del tutto per caso, scusa la tautologia… per l’assommarsi di piccole vicende, al seguito di un desiderio, di un proposito che si stava precisando. […] Per esempio il nome, l’intitolazione prescelta. Che, concordo, avrebbe potuto risultare senz’altro più brillante, o più severa, comunque più pertinente… e invece. Per caso, dicevo»65. Il nome viene scelto estraendo a caso da uno dei sacchi un volume, risultato poi essere Il Palmaverde, annuario di Casa Savoia.

La prima sede della libreria è una stanza concessa dal Parroco di San Michelino, «un primo piano attaccato alla chiesa. C’era una grata forse del Cinquecento contro il muro, appostata sopra l’altare; da lì vedevamo l’interno della chiesa, ascoltavamo le messe, le preghiere, i cori. Quando l’organo suonava lo stanzone rintronava come sotto il temporale… Ma per lunghe ore del giorno il luogo era confortevole e silenzioso»66. In realtà la Palmaverde è stata una libreria itinerante, ben presto infatti l’attività si trasferisce in una stanza in Via Rizzoli, nel cuore del centro storico di Bologna, dove rimane fino al 195867. È poi la volta di un negozio aperto al pubblico, con vetrina da esposizione in Via Caduti di Cefalonia, dal ’58 al ’67, esperienza definita “non felice” dallo stesso Roversi. La sede di Via Castiglione è invece una sistemazione più longeva, durata fino al 1985, mentre l’ultima residenza della Palmaverde, quella in cui si conclude la parabola ascendente di questa libreria, è in Via De’ Poeti n. 4 (in nomine omen).

 

Dalla sede in chiesa finimmo in un cubicolo al primo piano dentro una antica torre, nella centralissima via Rizzoli… e quello è anche il tempo, fra parecchie altre cose, di «Officina»; poi in un negozio aperto al pubblico, distante cento metri, e quello è anche il tempo, fra parecchie altre cose, di «Rendiconti»; poi in via Castiglione, di fronte alla grande chiesa di Santa Lucia, in un interno, e quello è anche il tempo dei ciclostilati e della «Tartana degli influssi» e dei «Dispacci»; infine in via De’ Poeti dove adesso siamo, in quattro stanze all’interno; e questo è anche il tempo, insieme ad altri, dello «Spartivento», di «Numero Zero» e di parecchi altri impegni ancora in corso68.

 

Dal racconto di Roversi si intuisce come ogni periodo, insieme a ogni collocazione spaziale, sia intimamente legato alle esperienze sorte in libreria. La Palmaverde diverrà presto casa editrice, usanza comune alle piccole librerie del tempo, e soprattutto luogo di raccolta per intellettuali e artisti.

Alla libreria Roversi lavora con Otello Masetti solo durante i primi anni e con lui condivide l’esperienza di «Officina», rivista nata in questa sede nel 1955. Presenza più discreta, ma costante e sempre partecipe delle attività della Palmaverde, sarà Elena Marcone, ragazza incontrata negli anni universitari tra le aule della facoltà di Lettere e Filosofia e dallo scrittore sposata nel 1948. I coniugi insieme porteranno avanti l’intera attività fino alla chiusura nel 2007.

La libreria diventa subito punto di riferimento e di coagulo per scrittori di tutte le età, per la creazione di un lavoro collettivo e autonomo. Già nei primissimi anni ’50 Roversi si attornia degli amici di vecchia data, Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini, per dare vita a collaborazioni poetiche. Come Roversi, i due giovani avevano pubblicato le loro prime raccolte presso l’editore Mario Landi nel ’42, Poesie a Casarsa per Pasolini e Sopra una perduta estate per Leonetti. Inoltre i tre insieme avevano già ipotizzato la creazione di una rivista, «Eredi», ma il progetto viene visto naufragare a causa della guerra. Evidentemente né il conflitto, né le vicende personali avevano contribuito a disperdere il legame nato sui banchi del liceo Galvani. I giovani si erano ritrovati collaboratori, ognuno per conto proprio, alle riviste dell’epoca, come «Architrave», mensile di politica, letteratura e arte del GUF, o «Botteghe oscure», fondata e diretta da Giorgio Bassani a Roma. Ma sarà all’interno della libreria che il loro rapporto assume una nuova conformazione. Leonetti compare tra le prime pubblicazioni della casa editrice Palmaverde di Roversi, per la quale escono nel 1952 le raccolte poetiche Antiporta e Poemi. Nel 1954 Roversi e Pasolini pubblicano alcune poesie per lo stesso editore, Salvatore Sciascia di Caltanissetta, e all’interno della stessa collana. Si tratta dei Quaderni di «Galleria», per i quali escono in triade, sotto l’attenta direzione di Leonardo Sciascia, le raccolte di Pasolini, Roversi e Romanò.

Sarà nel 1955 che i tre scrittori, tra le mura della libreria, fonderanno insieme la rivista «Officina», della quale divengono anche redattori. La responsabilità del periodico è assegnata a Otello Masetti, mentre «l’amministrazione della rivista è affidata alla LIBRERIA “PALMAVERDE” BOLOGNA»69, nella sede di Via Rizzoli n. 4. Da questo momento la Palmaverde inizia a essere frequentata dagli innumerevoli collaboratori del fascicolo, alcuni tra i protagonisti più influenti della letteratura italiana del secondo Novecento, da Gadda a Calvino, da Fortini a Caproni, da Volponi a Sciascia.

Si delinea fin da ora una nuova immagine di libreria: alla Palmaverde non ci si reca solo per fare acquisti, ma per fare incontri, per lavorare a progetti, per dialogare e ascoltare. Siamo nel 1955, l’esperienza di «Officina» si concluderà quattro anni dopo. Negli anni ’60 e ’70 la libreria sarà sede amministrativa di un’altra rivista, «Rendiconti», la cui direzione spetta al solo Roberto Roversi. Tra i collaboratori del nuovo foglio si leggono i nomi di Giuseppe Guglielmi, Mario Isnenghi, Romano Luperini, Luciano Caruso e Ferdinando Camon. La sede amministrativa questa volta è in Via Caduti di Cefalonia 4/d, per i primi fascicoli, e in Via Castiglione 35 per gli ultimi.

 

Il percorso delle riviste procede di pari passo con il lavoro del libraio e con quello dello scrittore. Come libraio Roversi, coadiuvato da Elena, continua meticolosamente e puntualmente a redigere i cataloghi di vendita, integrandoli di volta in volta con i nomi delle opere edite dalla stessa Palmaverde e pubblicizzando su di essi l’uscita delle opere in preparazione.

L’attività dello scrittore, invece, va strutturandosi negli anni in momenti abbastanza differenti tra loro, avvertendo «la biro»70 dello scrittore l’influenza della militanza attiva e della propria predisposizione ideologica e politica. Gli anni ’60 sono gli anni delle pubblicazioni con i grandi editori, le due edizioni di Dopo Campoformio (nel ’62 con Feltrinelli e nel ’65 con Einaudi), la pubblicazione dei romanzi Caccia all’uomo (’59 per Mondadori) e Registrazione di Eventi (’64 per Rizzoli). Sono gli anni della fiducia nelle grandi ideologie, del contatto con il PCI e l’amministrazione di Bologna la Rossa, della collaborazione con il quotidiano «l’Unità». Le prime avvisaglie di un cambiamento sono rintracciabili già nella decisione di sospendere i rapporti con le case editrici e nella scelta del ciclostilato, ma la rottura vera e propria tra Roversi, il partito e la cultura ufficiale si consuma in seguito ai fatti del ’77. In quell’anno l’uccisione di Francesco Lorusso durante gli scontri armati tra manifestanti e forze dell’ordine provoca nell’opinione pubblica reazioni diverse e contrastanti. Quello che si vive in generale è un clima di terrore e dispersione. Sono i cosiddetti “anni di piombo”, culminanti nel tragico evento della strage alla stazione di Bologna nel 1980.

Già all’epoca delle collaborazioni con Pasolini nell’ambito di «Officina» il poeta aveva evitato il più possibile l’incontro con il mezzo mediatico, convinto che i ripetitori non facessero che alterare il significato del messaggio veicolato. Adesso, con l’incombere degli anni ’80, il distacco di Roversi dai riflettori è totale. Il poeta è lontano dalle pubbliche manifestazioni e dai premi letterari, chiunque voglia incontrarlo va a cercarlo in libreria. “Palmaverde” è sinonimo di scambio reciproco, è un modo per istaurare relazioni umane, è il modo che Roversi ha scelto per rapportarsi al mondo. La libreria diviene centro di fine lavoro intellettuale e propaganda ideologica.

Nasce in questo clima la Cooperativa Culturale Dispacci e inizia in questi anni la stesura dell’ultimo poema roversiano, L’Italia sepolta sotto la neve.

Il lavoro della cooperativa si fa carico dell’esigenza comune percepita da molti scrittori adagiati sul fondo del sistema culturale, poeti esordienti in balia delle mode e delle tendenze professate dalla nuova industria editoriale. La poesia di Bologna, quella sotterranea, reagisce all’indifferenza che la circonda con i mezzi a sua disposizione, vengono create riviste militanti e fanzine autogestite, si organizzano reading all’aperto e letture collettive. Roversi funge da collettore per tutto questo, «la Cooperativa [Dispacci] si costituì per continuare un’attività iniziata molto tempo prima da Roversi con la sua libreria Palmaverde»71. Già da un po’ era diffusa l’abitudine, tra i giovani poeti bolognesi, di frequentare la Libreria Palmaverde alla ricerca di un punto d’ascolto in cui trovarsi e da cui ripartire. Roversi costituirà per i giovani di «Dispacci», e per tutti i giovani che si avvicineranno a lui negli anni successivi, un riferimento per un lavoro poetico consapevole e sistematico.

 La Palmaverde non costituì mai una scuola, né Roversi si atteggiò mai a maestro di uno stile poetico o di una filosofia di vita. Se il suo magistero si è fatto intendere col tempo è stata un’acquisizione spontanea, nata più da sensazioni comuni che da imposizioni o forzature. Chiunque si sia avvicinato a lui lo ha fatto per una sua scelta e per una sua convinzione, riconoscendo nel percorso solitario del poeta qualcosa di ammirevole e, perché no, di imitabile.

Con un processo avviato a partire dagli anni ’60, con lo sviluppo dell’industria editoriale e la creazione di un mercato librario forte, i momenti di ascolto e aggregazione per i giovani interessati alla letteratura si diradano. La società delle lettere è orfana dei tradizionali punti di riferimento e pochi hanno tempo da dedicare a scrittori esordienti e future leve. Roversi percepisce il disagio e cerca di sopperire a questa mancanza aprendo le porte della sua libreria e offrendo un “conforto poetico”.

Generazioni molto diverse di artisti frequentano la libreria Palmaverde e Roversi presta la medesima attenzione a tutti: al giovinetto che giunge alla sua porta, con i dattiloscritti sotto il braccio, dedica la stessa cura che riserva alle personalità più influenti nel panorama artistico nazionale72. A nessuno nega ascolto, il dialogo diviene parte integrante del suo mestiere. Alla casella postale del poeta giungono manoscritti da ogni parte d’Italia e Roversi cerca di leggere e rispondere a tutti. La sua agenda è di giorno in giorno più fitta, ricolma di appuntamenti; all’attività primaria del commercio librario, fonte di sostentamento economico, Roversi affianca quella di consulente artistico. Adibisce una delle stanze della sua libreria, quella più interna, all’incontro con scrittori e musicisti. Il poeta-libraio legge attentamente i materiali che gli vengono sottoposti, poi pazientemente convoca in separata sede gli autori e fornisce la sua chiave di lettura. Non ha l’atteggiamento di un direttore editoriale, non cerca poeti da pubblicare nelle sue edizioni, tanto più che negli anni ’80 l’attività editoriale della Palmaverde era quasi cessata. Roversi distribuisce consigli e offre pareri, certo non sempre positivi, prepara allo scontro e allena al dialogo. Crea reti di rapporti mettendo in relazione personaggi provenienti da esperienze culturali differenti e con bagagli di idee e progetti da condividere. La Palmaverde diventa un punto in cui confluiscono stimoli eterogenei.

Paradossalmente, quello che manca all’interno della libreria Palmaverde è proprio l’interesse verso i libri. Nonostante la grande assiduità dei frequentatori, pochissimi prestano attenzione agli scaffali ricolmi o alle innumerevoli riviste disseminate sul bancone del libraio. Si va in libreria per incontrare il poeta, per intrattenere un dialogo con lui, non per acquistare libri, e Roversi un po’ si rammaricherà di questo.

 

Quando riunivo in libreria la redazione di «Officina», con Pasolini, Sciascia, Scalia, Leonetti, erano battaglie senza sangue tra cervelli aguzzi che io ascoltavo con ammirazione: ma non capitava mai che qualcuno di loro buttasse un occhio agli scaffali che ci circondavano, silenziosi, gremiti e attenti come palchi di un teatro. E se per caso qualcuno manifestava una certa attenzione per un volume poggiato sul tavolo, era solo perché glielo regalassi73.

 

Un’altra esperienza che interessa la libreria è la registrazione di alcuni programmi radiofonici. Le trasmissioni, diffuse fin dal ’77, vengono preparate da Roversi in sede e registrate nelle radio libere all’epoca attive a Bologna, Radio Città e Punto Radio74. Si tratta di trasmissioni incentrate sulla poesia, supervisionate dal poeta e condotte con i protagonisti della cooperativa culturale, Maurizio Maldini, Bruno Brunini e altri.

La Palmaverde è poi attraversata dalla musica. Lucio Dalla compone i suoi primi album con le parole del “poeta d’avanguardia” Roberto Roversi, Il giorno aveva cinque teste (1973), Anidride solforosa (1975), Automobili (1976); a distanza di quasi vent’anni è la volta di un'altra collaborazione artistica, quella con Gaetano Curreri degli Stadio per il quale il poeta scrive alcuni dei testi dell’album Di volpi, di vizi e di virtù, uscito per Emi Records nel 1995. Anche la canzone Chiedi chi erano i Beatles, risalente all’ottobre ’84, è una poesia di Roversi che Lucio Dalla aveva fatto musicare a Curreri, dando vita al primo grande successo degli Stadio.

 

Roversi fu la mia scuola […], fu il padre di molte anime che sono venute dopo, anime scrittrici e a me cambiò la vita. Fino ad allora non avevo scritto testi, e capivo, quando lavoravo con Roversi, che avrei potuto scrivere anche io, ma era totalmente forte, pregnante e esaustiva l’esperienza con lui che cominciai a scrivere solo quando lui decise di non fare più i testi con me, non perché litigammo ma per una serie di suoi impegni. Solo allora mi sentii pronto a scrivere75.

 

L’attività di Roversi continua indefessa anche nell’ultimo ventennio. Agli anni ’90 appartengono le esperienze, condotte insieme a Salvatore Jemma, delle riviste «Nunatak» e «Il Giuoco d’assalto», al Duemila quelle di «Fischia il vento» e «Il foglio degli eremiti». Il poeta, ormai settantenne, continua la sua attività di saggista e giornalista su varie riviste, componendo introduzioni o prefazioni per case editrici e fondazioni culturali, mai tralasciando il lavoro al suo ultimo grande poema.

La decisione di chiudere la libreria matura con gli anni. Travolto dall’avanzare dell’età e da alcune vicende personali, anche un po’ stanco, Roversi inizia a meditare l’idea di cedere l’attività. Valuta varie opzioni e diverse offerte provenienti da altri librai antiquari, poi decide di affidare l’intero fondo della Palmaverde alla Coop Adriatica76. Il passaggio avviene nel 2007: più di ventimila volumi verranno acquistati dalla cooperativa, schedati e ridistribuiti. Si tratta perlopiù di testi di cultura generale, volumi di arte, storia, musica e scienza, pochi i testi di critica e letteratura. Ognuno dei libri della Palmaverde, a seconda della sua specificità, viene destinato a un’istituzione bolognese (Biblioteca della Sala Borsa, Museo della Musica, Biblioteca dell’Archiginnasio).

 

Come si chiude una libreria

quando un libraio vecchio stanco muore?

Bruciando libri

vendendo libri

mangiando libri

strappando libri

dimenticando libri

nella polvere della lotta greco-romana per la vita

ascoltando libri camminare per la strada

investendoli di male parole

plagiandoli con segni segreti

non concedendo nulla al caso

non lasciandosi intimorire dal loro vocìo

buttandoli in un campo per farli morire

poi via sgommando con l’automobile

perché il libro piangente

corre nella polvere

come fa il cane in una domenica d’agosto?

La libreria chiusa e venduta

non ha posto per la malinconia

è una caverna senza voli

e gli scaffali vuoti aspettano la spada

di un angelo vendicatore.

I libri ascoltano le ore passare

prima del delirio dell’alba77.

 

 

1. 3 Il catalogo della Palmaverde

 

Il primo catalogo di vendita della Libreria Antiquaria Palmaverde è datato novembre 1949; nel 1990, nell’intervista con Gianni D’Elia, Roversi afferma di aver mandato in stampa in quei giorni il catalogo numero 205. Facendo qualche sommario calcolo quindi, Roversi e Elena curano e mandano in stampa cinque cataloghi l’anno, spedendoli gratuitamente ai compratori presenti nell’indirizzario della loro libreria; fino alla chiusura nel 2007 ne usciranno 225.

Il catalogo è un’opera molto meticolosa curata dai due coniugi, ogni supplemento conta circa un migliaio di titoli in vendita. I testi sono suddivisi per campi specifici, «il socialismo di fine Ottocento, i movimenti sociali del primo Novecento, il primo fascismo, la guerra… anzi, le guerre, prima e seconda… la resistenza, il dopoguerra e tutti gli studi storico-politici e di ricerca di questi ultimi quarant’anni sui vari periodi. La riflessione teorica, filosofica. Le grandi punte d’avanguardia della chiesa. La scapigliatura, il primo Novecento, i crepuscolari, il futurismo… questo di poca voglia, perché è in mano alla speculazione… La Voce, La Ronda, Gobetti, Solaria, Primato, le rivistine della guerra e degli anni successivi. Insomma, tutto ciò che ha contato, anche soltanto un poco, in cent’anni di tempo»78.

Va a questo punto ribadito che la Palmaverde fu una libreria antiquaria sui generis: non era consuetudine delle antiquarie del tempo infatti possedere opere di tal specie in catalogo. L’obiettivo che Roversi si impone di raggiungere attraverso il suo lavoro è la vendita e la distribuzione di testi da leggere, non da esporre in vetrine. Egli è sì un antiquario, ma non un collezionista; è un libraio cui interessa soprattutto che i libri, oggetti sempre vivi e contemporanei, non cessino di circolare.

Nel commercio antiquario non è difficile imbattersi in vere e proprie rarità, come edizioni in folio o incunaboli del Cinquecento italiano, pezzi estremamente costosi ma subito rivendibili sul mercato del collezionismo, con un ottimo guadagno per il venditore. Roversi non è interessato a questo. Il libraio bolognese rinuncia molto spesso a volumi ricercatissimi e dal valore inestimabile per una scelta etica. Il libro, per quanto un’edizione risulti ricercata o fuori commercio, va sfogliato e letto affinché il suo messaggio continui a essere diffuso nel tempo. Roversi spesso preferisce rifornire la sua Palmaverde di opere meno preziose ma più accessibili al compratore comune. Da qui la presenza all’interno del suo catalogo di moltissimi autori del Novecento letterario italiano, da Pascoli a Jahier, da Palazzeschi a Benedetto Croce.

 

Quindi per mettermi in campo, gestendo una libreria antiquaria che ha anche interesse a certi settori di novità editoriali, ma non garantendo continuità negli acquisti, sono escluso per buona parte dal beneficio di molti servizi e devo procacciarmi i libri inseguendoli come un cacciatore la lepre d’inverno79.

 

Queste dinamiche si inseriscono nel clima di mutamento culturale indotto dagli anni del boom economico e dalla nascita dell’industria editoriale, laddove il libro viene considerato merce di scambio, da vendersi in ogni luogo e con ogni mezzo. Se le scelte di Roversi appaiono controcorrente, ricordiamo che anche in fase progettuale la libreria non è mai stata concepita come un’impresa per far soldi, ma come un’opportunità per svolgere un’attività autonoma e svincolata dalle dipendenze altrui. Questa riflessione lascia intravedere una concezione del lavoro esclusiva e personalmente etica.

 

I clienti della Palmaverde sono sostanzialmente studiosi interessati alle informazioni contenute in un’opera, non alle sue fattezze, molti di loro sono ricercatori residenti all’estero. Proprio al di fuori dell’Italia la figura di Roversi-libraio è molto conosciuta e estremamente apprezzata, se ne ha una prova dai vari riferimenti al “libro viaggiatore” inseriti nelle poesie di Libri e contro il tarlo inimico: «Elegos per un libro che viaggia verso la/Sicilia in treno»80, «Addio al libro che parte per il Giappone»81, «Il libro che parte sempre per le Americhe saluta»82, «Addio libro falco libro gazzella o aquila che voli/ verso una terra lontana»83, «il libro va lontano navigando verso paesi ghiacciati»84.

Inoltre, per avere un’idea di quello che doveva essere l’iter seguito dai libri della Palmaverde fino al compratore, si ricorre ancora una volta al carteggio con Leonardo Sciascia. Nelle primissime lettere, datate 1953, l’autore siciliano richiede a Roversi l’invio del catalogo della libreria, dando il via a un intenso scambio epistolare con il libraio.

 

Racalmuto, li 19 settembre 1953

c.c. postale n. 7-3675

Caro Roversi,

ti prego farmi avere contro assegno La peste di Milano del 1630 del Ripamonti e Cronache siciliane dei sec. XIII-XIV-XV (numeri 873 e 43 del tuo ultimo catalogo); e considerami prenotato per l’edizione delle opere di G.C. Croce85.

 

Sciascia, grande bibliofilo al pari di Roversi, è interessato a molti autori, con particolare attrazione verso quelle opere legate alla tradizione letteraria siciliana, ormai tagliate fuori dalla distribuzione editoriale. Dal carteggio scopriamo le letture del tempo: Ossian, Nino Savarese, le poesie di Antonio Machado, la richiesta di «un Aretino quanto più completo possibile», Damaso Alonso, le Rime di Béquer (poeta spagnolo tradotto da Oreste Macrì), opere storiche come La trasuta di Garibaldi e «il libro di Isidoro La Lumia sulla Sicilia sotto Amedeo».

La proverbiale precisione roversiana nel confezionare i pacchi contenenti i libri è elogiata anche dal compratore siciliano, che vi aggiunge inoltre una lode alle ottime condizioni estetiche dei testi. Nello scambio dei volumi di Ossian «già rilegati (e come a me piace)», avvenuto nel mese di ottobre ’54, Sciascia si complimenta con Roversi per l’ottima fattura della rilegatura e lamenta invece il costo eccessivamente basso del volume, «simbolico, come al solito, il costo»86, nonostante il libraio abbia già tenuto a precisare in una delle missive precedenti: «come vedi, agisco da commerciante e te (amicissimo) tratto da cliente». Tornerà a lamentare il trattamento privilegiato che l’amico libraio gli riserva nella lettera datata 27 settembre ’56: «però se questi libri li hai disponibili, dovrai inviarmeli con fattura. Accetterò una riduzione del 10 – non di più. Vedi: se tu continui a regalarmeli, io non potrò più chiedere libri del tuo catalogo, anche se mi fanno gola»87.

Nel catalogo della Palmaverde è presente un ristretto numero di riviste, Sciascia è interessato a una di esse, «Mercurio», per concludere la ristampa di un articolo da pubblicare su «Galleria». Richiede quindi un prestito all’amico, che ovviamente glielo accorda.

 

[Racalmuto] 23.4.55

Carissimo Roversi,

vedo in catalogo – il tuo ultimo – una raccolta della rivista «Mercurio», che possiedo quasi per intero. Poiché ho intenzione di ristampare su «Galleria» l’articolo di Giacomo De Benedetti pubblicato in quel numero di «Mercurio» dedicato alla Resistenza a Roma, se tale numero c’è, tra quelli di cui disponi, ti sarei gratissimo se me lo facessi avere in prestito (non voglio che la serie subisca una sottrazione)88.

 

La compravendita con il bibliofilo Sciascia non è unilaterale. Tralasciando gli scambi tra i due scrittori di generi alimentari, frutta martorana per la famiglia Roversi e pan speziale per le figlie di Sciascia, è lo stesso Roversi alle volte a richiedere volumi al siciliano.

Bologna, il 22/2/1955

Carissimo,

puoi inviarmi in fretta una copia del tuo Pirandello? Naturalmente pagando, poiché io lo rivendo89.

 

Lo scambio tra i due comprende il reciproco invio di libretti poetici e riviste curate dagli stessi, comprende inoltre lo scambio di alcune stampe e acqueforti. Spesso Sciascia chiede al libraio il reperimento di opere, specie di autori siciliani, non inserite nel catalogo della Palmaverde. Ad esempio nella lettera del 25 maggio del ’60 scrive: «mi interessano molto, come mi pare di averti già scritto, le prime edizioni di Verga e, ora, magari in prestito, I processi verbali di F. De Roberto». Roversi si rivolge ad altri venditori, contatta librai e collezionisti per cercare di accontentare l’amico, svolgendo funzione di intermediario: «carissimo, se è Documenti umani di De Roberto il libro che cerchi, un mio cliente lo possiede nell’edizione di Milano – Galli – 1898. È con copertina rifatta; ne chiede L. 1500»90.

Sempre a proposito di scrittori siciliani, Roversi nel giugno del ’61 ha sottomano un affare riguardante le opere dello scrittore agrigentino Emanuele Navarro della Miraglia e contatta presto l’amico, sottoponendogli il testo integrale dell’offerta così come ricevuto in libreria.

 

Carissimo,

in questo momento mi arriva un’offerta (urgente) delle opere di Navarro della Miraglia. Ti trascrivo esattamente il testo, avvertendo inoltre che la richiesta è di L. 3500 = per ogni volume. Così come ricevuta la mando, se qualcosa ti può servire.

Un abbraccio, tuo

Roversi

1)             La vita color di rosa. Schizzi e scene. Milano, 1876. Bross., orig. pagg. 284.

2)             Macchiette parigine. Milano, 1881. Rileg. finta perg., tasselli al dorso, pagg. 218; cop. conservate.

3)             Le fisime di Flaviana. Roma, 1883. Bross. orig., pagg. 214.

4)             Donnine. Catania, 1883. Rileg. mezza pelle, cop. orig. conservate.

5)             Storielle siciliane. Catania, 1885. Bross. pagg. 210.

6)             La nana. Roma, Voghera, s.d. ma 1903. Bross. orig., pagg. 17091.

 

Sciascia analizza l’offerta, la apprezza («è un’ottima occasione: tutte le opere di Navarro – e una in più, anzi, rispetto a quelle che danno le bibliografie»), ma non ne è interessato dato l’eccessivo costo («basta considerare che le Storielle siciliane si trovano facilmente a Catania, sulle bancarelle, per 500 lire»). Tuttavia propone a Roversi di trattare con il venditore («vedi un po’, dunque, se l’offerente è disposto a dimezzare il prezzo: e in questo caso gli piglierei in blocco») e qualora l’interessato rifiuti, propone l’acquisto di una sola opera («la Nana che in fondo è la sola opera del N. che conta, per me»)92.

Dal suddetto carteggio appaiono importanti indizi e suggerimenti per l’interpretazione del catalogo Palmaverde: la sua composizione, il tipo di opere in esso vendute, la frequenza di invio. Terminato il meticoloso lavoro di schedatura e catalogazione da parte dei due librai, il prototipo del catalogo passava nelle mani di una tipografia. Le stampe erano realizzate perlopiù in aziende di Bologna o delle vicinanze (Anonima Arti Grafiche di Bologna nel 1950, Tipografia Goretti di Reggio Emilia nel 1951).

Ma tralasciando il carteggio per un’analisi diretta di un catalogo di vendita si rinvengono ulteriori dettagli93. I fascicoli, stampati su grandi fogli fronte retro (88 cm di lunghezza per 54 cm di altezza), erano ripiegati seguendo la numerazione delle pagine e delle opere, in un formato simile all’odierno A4 (per ottenere un fascicolo sfogliabile il destinatario doveva munirsi di taglia-carte e fendere i fogli nelle estremità superiori). Al momento della spedizione i cataloghi venivano corredati da una cartolina intestata, che raccoglieva gli ordini dei clienti, ripiegati ancora una volta e finalmente spediti (con francobollo standard di lire 4 a carico del mittente).

Dall’aspetto dei campioni analizzati sono evidenti tratti comuni. Sulla prima pagina compare l’intestazione “Antiquaria Palmaverde”, con il logo della stessa, l’indirizzo e l’indicazione del numero del supplemento. Più giù appare uno spazio per l’inserimento del nome e dell’indirizzo del destinatario, introdotto a mano da Elena o da Roberto. Solitamente nelle prime e nelle ultime pagine venivano inserite delle note destinate ai compratori. Ad esempio leggiamo in prima pagina: «I libri, se non c’è indicazione contraria, sono tutti perfettamente conservati. Porto e imballo al costo. I Sig. Clienti saranno avvertiti se le opere ordinate fossero già state vendute. Si prega di non fare rimesse anticipate»94. Invece in ultima pagina si legge: «La Libreria Antiquaria Palmaverde pubblica mensilmente cataloghi di opere esaurite o rare, che saranno inviati gratuitamente a chiunque ne farà richiesta. – Saremo grati ai Sig. Clienti che diffonderanno i nostri Cataloghi e ci segnaleranno indirizzi di studiosi e bibliofili. Scriveteci i vostri desideri, la nostra libreria provvederà a rintracciare per voi le opere richieste e vi farà sollecite offerte»95.

In alcuni supplementi i librai inseriscono nuove clausole, forse dopo aver riscontrato comportamenti poco corretti da parte dei compratori. Leggiamo ad esempio: «Non accettiamo controfferte sui prezzi segnati nei ns. cataloghi. Le ordinazioni vengono evase in stretto ordine di precedenza», e ancora, in riferimento a qualche bibliofilo poco solerte negli ordini: «cesseremo da questo supplemento l’invio dei nostri cataloghi ai signori che mai ci favorirono ordinazioni e che non ci confermino almeno con una cartolina di gradirne l’invio»96.

I libri enumerati, posti in ordine alfabetico e divisi per tematiche, vengono solitamente ripartiti sotto la generale indicazione di «Miscellanea»: Letteratura, Critica, Storia, Filosofia, Religione, Arte, Viaggi, Locali, Varia.

Nella sezione letteraria, la prima di ogni catalogo, appaiono scrittori di ogni epoca. Le edizioni risalgono perlopiù agli inizi del Novecento, fatta eccezione per alcuni testi più antichi datati alle ultime decadi dell’Ottocento, come nel caso di un «Canzoniere (Il) di Dante Alighieri. Annotato e illustrato da Pietro Fraticelli, aggiuntovi le rime sacre e le poesie latine dello stesso autore. In-16, bross., cop. orig., pag. 458. Firenze, Barbera, 1856. L. 500», dove “in-16” si riferisce alle dimensioni dell’opera e “brossura” indica il tipo di rilegatura.

Opere di autori stranieri compaiono sia in traduzione che in lingua originale. In traduzione viene ad esempio venduto «Goethe Wolfango. Le affinità elettive. (Romanzo). Traduzione dal tedesco di E. Perodi e A. De Mohr. In-16, rileg. m. tel., pag. 338. Milano, Treves, 1909. L. 400», in lingua originale «Baudelaire Charles. Les Fleurs du mal. Edition définitive précédée d’une notice par Théophile Gautier et ornée d’un beau portrait sur avier. In-16, bross., cop. orig., pag. 305. Paris, Calmann-Levy, 1924. L. 500»97.

Il numero dei testi in vendita nei cataloghi varia a seconda dei campioni analizzati: si va da un minimo di 468 libri (nel Supplemento n. 3) a un massimo di 1144 libri (nel Supplemento n. 7).

 

Uno spazio del catalogo Palmaverde è dedicato alle riviste del Novecento letterario italiano, come «La Voce» e «Solaria», ma un’attenzione particolare è riservata alle riviste storiche, inserite in una sezione a sé stante. Possiamo citare «Il patriota cattolico», pubblicato in quotidiano nel 1864 a Bologna, o «Il monitore bolognese», stampato il martedì e il sabato a Bologna dal 1796, «dispensato dai Cugini Bouchar, librari francesi, sotto il portico delle Scuole». Delle riviste sono vendute perlopiù le serie complete, con l’indicazione di eventuali numeri mancanti.

Iniziata la pubblicazione di opere per l’editrice Palmaverde, sui cataloghi di vendita inviati ai clienti iniziano a comparire rimandi alle opere in corso di stampa. Una delle prime opere edite dalla libreria di Roversi è ad esempio L’Aspramonte, romanzo cavalleresco inedito di Andrea Da Barberino, per la nuova serie della Collezione di opere inedite o rare. Nei cataloghi che ne precedono l’uscita, il libraio inserisce un foglietto pubblicitario in cui viene riportata la presentazione dell’opera e la storia dei committenti.

 

L’Aspramonte di Andrea da Barberino uscirà dalle stampe nel mese di novembre, per i tipi della Libreria Antiquaria Palmaverde. In 8°, di circa 380 pagg., avrà una veste tipografica di singolare accuratezza ed eleganza e una tiratura di soli 300 esemplari numerati.

Per quanti, entro il 15 Novembre, invieranno alla Libreria Antiquaria Palmaverde una semplice cartolina autorizzando la spedizione contrassegno del volume non appena pronto, il prezzo netto, complessivo di ogni spesa, sarà di L. 3.80098.

 

Uscita l’opera, nel novembre del ’51, una pagina intera del catalogo viene dedicata alla sua pubblicizzazione e alla pubblicizzazione delle plaquette in corso di preparazione, Rime di Gasparo Visconti e De Agricoltura di Michelangelo Tanaglia.

Un ulteriore spunto utile al discorso è ancora fornito dal carteggio Roversi- Sciascia. Nell’ultima lettera inviata dal libraio allo scrittore siciliano si legge: «In quanto al catalogo, lo riceverai dal prossimo mese; infatti lo ciclostilo direttamente, ma facendolo leggibile e, per quanto dicono, anche abbastanza interessante». La lettera citata è del 1972, la novità del ciclostilato nell’attività roversiana è documentata a partire dal 1969 e caratterizza tutta la produzione poetica dello scrittore degli anni Settanta. Il ricorso al ciclostile, insieme svolta ideologica e parentesi pratica, non interessa evidentemente in esclusiva la produzione editoriale del poeta ma anche il lavoro materiale dei cataloghi e della libreria.

 

 

1.4 La casa editrice Palmaverde

 

Un diverso tipo di catalogo è costituito da quello che contiene unicamente le opere pubblicate dalle Edizioni Palmaverde, “Catalogo delle opere di propria edizione o in esclusiva”, il cui ultimo esemplare è datato 1969. Il catalogo, composto da 24 pagine, reca in copertina le specificazioni delle opere: Collezione di Opere inedite o rare, Studi mediolatini e volgari, Biblioteca degli Studi mediolatini e volgari, Biblioteca di cultura, Collana musicale, Volumi d’arte, Opere di letteratura e di storia, Riviste. Si tratta spesso di opere poco conosciute, «libri non scontati o banali, ma autentici studi e lavori sulla poesia più sotterranea, meno prevedibile forse, non certo meno importante di quella più celebrata»99.

La vendita in esclusiva di alcune opere è data dal rapporto dell’Antiquaria con alcuni enti (Centro Nazionale di Studi Alfierani, Università di Pisa, Commissione per i testi di lingua di Bologna) che affidano la distribuzione delle loro opere interamente alla Palmaverde. Ad esempio, in uno dei supplementi del 1950 sopra analizzati si legge: «La Libreria Antiquaria Palmaverde acquista, anche in più copie, tutti i volumi della «Collezione di opere inedite o rare» e della «Scelta di curiosità letterarie dei primi tre secoli della lingua» pubblicati a Bologna dal Libraio Romagnoli per conto della Commissione per i testi di lingua».

Già nei primi anni di attività della libreria era stata chiara l’intenzione di «affiancare all’attività commerciale anche quella editoriale, con un’attenzione particolare al settore della filologia»100. Verranno edite per i tipi dell’Antiquaria Palmaverde circa 75 opere, alle quali si affiancano i numeri delle riviste «Officina», «Rendiconti» e «Le Porte». Si tratta di edizioni molto curate nei dettagli, «la linea grafica è sempre stata scelta dallo stesso Roversi, al pari della carta, di ottima qualità. I volumi – quasi tutti in tiratura non superiore alle 300 copie – sono stati commercializzati direttamente, venduti in contrassegno a privati e librerie. Molti di questi libri hanno oggi un’alta quotazione sul mercato antiquario e, anche quando il loro prezzo non è elevato, quasi tutti sono di difficile reperibilità»101. Le pubblicazioni saranno particolarmente attive durante gli anni ’50 e ’60 e si diraderanno nei ’70, in corrispondenza delle prime stampe ciclostilate.

Oggi un supporto per l’analisi delle pubblicazioni Palmaverde ci viene fornito dal volume del 2010 curato da Antonio Bagnoli, direttore della casa editrice Pendragon, Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, che riporta in buona sostanza il contenuto dell’ultimo catalogo curato da Roversi nel 1969102. La direzione di Pendragon ha acquistato il fondo editoriale della libreria nel 2005, fatta eccezione per la collana Studi Mediolatini e Volgari, rilevata invece da Coop Adriatica insieme ai restanti libri della Palmaverde. Procediamo ora a una breve rassegna delle opere inserite nel catalogo di vendita.

 

La prima collana curata dalle edizioni Palmaverde è quella ad argomento musicale. Per la sezione «Musica» escono dieci opere. Al 1951 risale Atlante paleografico musicale. Documenti per la storia della semiografia musicale a cura di Giuseppe Vecchi, all’interno delle pubblicazioni curate dalla Libera Scuola Superiore di Scienze Storiche L. A. Muratori di Verona. L’opera è corredata da 12 tavole illustrate.

Nel 1952 vengono edite tre opere che fanno parte della Biblioteca musicale della Rinascenza, ancora pubblicate per la Libera Scuola di Verona e curate dallo stesso Giuseppe Vecchi. Si tratta di Madrigalisti veronesi, II, Giovanni Matteo Asola, Paolo Bellasio, Stefano Bernardi, corredata di testi poetici e spartiti musicali; Melodiae prudentiane et in virgilium, opera edita per la prima volta a Lipsia nel 1533; Villanelle di Paolo Bellasio, risalente al 1592, corredata di spartiti a fronte e edita in 300 esemplari.

Al 1953 risale Il secondo libro de Villotte del fiore alla padovana, opera di Filippo Azzaiolo composta nel 1559, corredata di testi letterari e musicali, sempre curata da Giuseppe Vecchi per la collana «Maestri bolognesi» vol.2, con la supervisione della Biblioteca del Conservatorio G. B. Martini di Bologna.

Nel 1954 viene pubblicata L’Aurora ingannata (1605). Canti rappresentati del Conte Ridolfo Campeggio, con musiche di Girolamo Giacobbi, a cura di Vecchi per la collana «Maestri bolognesi» vol.1, del Conservatorio Martini di Bologna. L’opera comprende testo letterario e testo musicale.

Nel 1955, sempre per la collana «Maestri Bolognesi», 3 e 4, del Conservatorio Martini, escono Le Villanelle di Ghinolfo Dattari e Il primo libro della Napolitane (1573) di Ascanio Trombetti, corredate anch’esse di testi letterari e musicali curati da Vecchi.

Ancora di Trombetti, per la stessa collana e dallo stesso curatore, è pubblicata nel 1958 l’opera Il primo libro de Madrigali a quattro voci (1586), con il contributo del Comune di Bologna.

L’ultima opera di questa sezione è edita nel 1959. Si tratta delle Canzonette a tre voci, Libro secondo, scritta nel 1595 da Giovanni Giacomo Gastoldi. L’opera è curata da Giuseppe Vecchi per la Biblioteca della Rinascenza di Verona.

 

Per la collana «Opere di letteratura, storia e linguistica»103 escono nove opere. Nel 1953 è pubblicata la raccolta poetica Contropelo alla vostra barba. Cinque libelli di Luigi Bartolini. Il libricino, definito “assai polemico” dallo stesso Roversi104, verrà recensito da Leonardo Sciascia in un articolo dal titolo Bartolini: poesie e polemiche, pubblicato sulla rivista «L’Ora». Incisore, pittore e scrittore italiano, Bartolini godeva di una certa notorietà per il romanzo Ladri di biciclette, dal quale nel 1948 era stato tratto l’omonimo film. L’autore aveva catturato l’attenzione di Roversi e Pasolini già ai tempi della collaborazione con «L’Architrave»105.

Sempre edita nel 1953 è l’opera di Pietro Fanfani, Trattatello delle ingiurie letterarie, che contiene una nota scritta da Francesco Leonetti, Pietro Fanfani pedante, bellumore e libellista. L’edizione è stampata in 222 esemplari e reca in copertina un’incisione del pittore Fausto Gandini. Ancora nello stesso anno sarà edita l’opera storica di Andrea Ostoja Genova nel 1746. Una mediazione milanese nelle trattative austro-genovesi, contenente 16 illustrazioni e facsimili di documenti.

Nel 1955 vengono riedite le poesie di impianto grottesco del poeta tedesco Christian Morgenstern (1871-1914), Palmstroem e altri Galgenlieder, a cura di Anselmo Turazza106. Dello stesso autore verrà pubblicata due anni dopo Palma Conocchia (Il libro terzo del Galgenlieder).

 

Appartiene al 1956 la riedizione delle Operette di Giulio Cesare Croce, Volume primo; Autobiografia e altri capitoli. Croce, nato nel 1550 a San Giovanni in Persiceto, comune dell’entroterra bolognese, fu cantastorie, commediografo e enigmista; «l’autore dello scaltro Bertoldo che ne sapeva una più del diavolo o del re»107 inserisce e riadatta nelle sue opere storie della cultura popolare emiliana, dando vita a personaggi destinati ad abitare i racconti della tradizione goliardica barocca. L’uscita delle operette viene pubblicizzata nei cataloghi della Palmaverde a partire dal ’53, riscuotendo l’interesse del compratore Sciascia che già nella lettera del 19 settembre ‘53 scrive: «considerami prenotato per l’edizione delle opere di G.C. Croce».

Tra il ’59 e il ’60 vengono pubblicate tre opere di argomento storico curate dal professore Giovanni Maioli, I Maltraversi e la fine della nobiltà feudale della montagna bolognese di Arturo Palmieri, L’Italia centrale e l’unità d’Italia: 1859-1860108 e Nell’Italia del 1959-60 [studi con documenti originali e note] firmata dallo stesso Maioli.

 

Sette opere di particolare pregio e raffinatezza appaiono nella collana titolata «Arte». Si tratta per la maggiore di opere e raccolte poetiche accompagnate da tavole grafiche, litografie e incisioni. Nel 1959 vengono pubblicate le opere di due scrittori statunitensi. Conoscenza della luce è la prima edizione delle poesie di Henry Rago, con traduzioni di Alfredo Rizzardi e testo originale a fronte, accompagnate da un’acquaforte di Sergio Romiti. L’edizione è composta da 10 esemplari fuori commercio, numerati da A a L; 10 esemplari contenenti un acquerello del pittore Sergio Romiti numerati da I a X; 70 esemplari numerati da 1 a 70 con un’acquaforte firmata dall’artista e 450 esemplari numerati da 71 a 520. Dello stesso anno è l’opera Un’altra infanzia di Isabella Gardner, patrona delle arti e fondatrice del Isabella Stewart Gardner Museum di Boston. La traduzione dei testi è affidata ancora a Rizzardi, l’opera è corredata da un’incisione originale di Enzo Brunori. L’edizione è stampata in 70 esemplari numerati contenenti ognuno un’acquaforte di Brunori.

La pubblicazione di altri due scrittori americani è nuovamente affidata ad Alfredo Rizzardi: nel 1959 escono i Sonetti di Elliot Coleman e nel 1960 Faccia della terra di William Burdford, entrambi accompagnati da immagini fuori testo del pittore Sergio Vacchi.

Il 1960 è anche l’anno di uscita dell’opera L’inverno del signor d’Aubigné nella traduzione di Giuseppe Guglielmi109. Il volume è accompagnato da tre acqueforti di Luciano De Vita; l’opera, in 80 esemplari, è rilegata in un astuccio di cartone che reca il manoscritto calligrafico di Roberto Roversi. Théodore-Agrippa d’Aubigné, nato nel 1552 nell’antica provincia della Saintonge, è stato un fervente militante ugonotto e un poeta barocco francese. Il suo nome ricorre spesso negli scritti roversiani, alter-ego del poeta, insieme spirito critico nella protesta ed emblema della passione erudita. Il “Signor d’Aubigné” è uno dei protagonisti-spettatori de La partita di calcio, seconda delle quattro sezioni poetiche che compongono L’Italia sepolta sotto la neve. Leggiamo tra le pagine del poema: «rondini, dice in signor d’Aubigné, fuggitive foglie / nel cuore del cielo i miracoli fate»110 o ancora: «chi è l’uomo nero, dice il signor d’Aubigné / non è mio fratello, è un uomo / trasceso dalla luna risalito sull’asfalto del mare / verso l’ombra di una notte più fonda»111.

Nel 1962 esce la raccolta di Franco Fortini Poesia delle Rose, contenente una premessa dell’autore e tre litografie di Carlo Leoni, in 50 esemplari numerati. Singolare risulta senza dubbio la presenza di questo autore tra le Edizioni Palmaverde degli anni ’60. Fortini (1917-1994), scrittore, poeta e critico letterario italiano, già collaboratore di Roversi nella redazione della seconda serie della rivista «Officina», esprimerà il suo disappunto riguardo la scrittura «politicamente poetica» del poeta-libraio in più occasioni. Nel 1960 pubblica sul secondo numero de «Il Menabò» il saggio Le poesie italiane di questi anni e poco dopo firma un articolo su Le descrizioni in atto112 in «Paragone-Letteratura».

 

La distanza tra i due autori, riscontrabile in vero più a livello formale che ideologico, si era già acuita negli ultimi anni della collaborazione officinesca, tanto da portare Roversi a riconoscere nella presenza redazionale di Fortini un elemento di disturbo per il fragile equilibrio della rivista113.

Il 1967 vede l’uscita de Le Ottave del Veneziano, a cura di Aurelio Rigoli, edizione in 40 esemplari accompagnata da un disegno originale di Vasco Bendini. Antonio Veneziano, poeta palermitano del ’500, compose le sue liriche prevalentemente in lingua siciliana. Ne Le Ottave è presente una nota introduttiva del siculo Leonardo Sciascia114, della quale si ha notizia già nel carteggio. Sciascia aveva inviato lo scritto a Roversi nel novembre del ’62 («ti mando, intanto, Le ottave del Veneziano. Sono state scelte e curate dal prof. Aurelio Rigoli. La mia introduzione, vorrei ritoccarla in qualche punto»115) che gli aveva risposto poco dopo annunciando l’uscita dell’opera per la seguente primavera («uscirà in primavera, in veste editoriale stupenda»116). Sappiamo invece che la pubblicazione attenderà ancora quattro anni prima di vedere la luce.

 

Per la collana «Il Circolo, opere nuove e diverse pubblicate dalla Libreria Antiquaria Palmaverde in Bologna» escono nel 1952 tre opere. Due di Francesco Leonetti, Antiporta e Poemi, e una dello stesso Roversi, Ai tempi di Re Gioacchino117. Le edizioni recano in copertina un’epigrafe firmata dalle iniziali, non meglio specificate, B. C., dalla quale con ogni probabilità traeva origine il titolo dell’intera collana: «Può sembrare una disputa su inezie, e anche di poco buon gusto, questa: se la vita dello spirito sia da considerarsi sotto il simbolo della cuspide o sotto quello del circolo… ». Si legge inoltre nella nota di copertina: «Apparirà, in ciascun volume di questa raccolta – che forse potrà riuscire periodica, ma nient’affatto puntuale – un’opera intera, e, sia un racconto o anche siano versi o anche un libello, in lingua volgare». Probabilmente il progetto di Roversi doveva all’epoca apparire più ampio, dato l’annuncio inserito sul retrocopertina di almeno cinque pubblicazioni per l’autunno successivo: «1. Francesco Leonetti, Antiporta. Manoscritto di un giovane; 2. Roberto Roversi, Ai tempi di Re Gioacchino; 3. Francesco Leonetti, Poemi; Sotto i torchi; 4. Luigi Bartolini, Controvento; 5. Roberto Roversi, Alcune liriche». Se le opere di Leonetti annunciate vengono quasi tutte realizzate, per le liriche roversiane bisognerà attendere il 1969 con la pubblicazione nell’Editrice Palmaverde del ciclostilato de Le descrizioni in atto. Non sappiamo invece se l’opera del Bartolini annunciata sia identificabile con il libretto del ’53 Contropelo alla vostra barba.

 

La collana «Biblioteca di cultura» è curata personalmente dallo stesso Roversi. La prima delle quattro opere che appartengono a questa sezione, Ideali e passioni nell’Italia religiosa del Cinquecento di Benedetto Nicolini, viene realizzata nel 1962 in 500 esemplari numerati.

Curate dall’esperta di filologia romanza Valeria Bertolucci Pizzorusso, escono nel 1963 Le poesie di Martin Soares, poeta trobadorico del XIII secolo, vissuto in Portogallo. L’edizione consta di 250 esemplari numerati.

Nel 1964 esce Storia del calcio [1863-1963] a cura di Luciano Serra. Poeta sodale di Pasolini, studioso dell’Ariosto, esperto dei dialetti emiliani, Serra si dedica in giovane età allo studio della storia americana, delle scienze e dello sport. Lo scrittore cura fino agli ultimi anni di vita, per la rivista «Reggio Storia», una rubrica calcistica intitolata «Maglia granata e calzoncini blu». Questa passione calcistica accomuna Serra all’editore Roversi, che da bambino aveva passato molte delle sue domeniche allo stadio per seguire le trasferte di suo padre, radiologo ufficiale del Bologna Calcio.

Il 1967 è l’anno della Raccolta di proverbi calabresi confrontati con i corrispondenti proverbi toscani, curata da Ettore Gliozzi, già pubblicata all’interno degli Studi mediolatini e volgari dell’Università di Pisa nel 1965.

 

Nella «Collezione di opere inedite o rare» vengono edite quattro opere. Gli scritti di questa collana vengono curati dalla Commissione per i testi di lingua nelle provincie dell’Emilia. La commissione aveva prodotto la prima serie della collezione in proprio, ma aveva dovuto abbandonarne la pubblicazione a causa delle difficoltà derivanti dal conflitto mondiale. Scongiurata la crisi, aveva poi affidato stampa e diffusione della nuova serie alla libreria di Roversi, grazie all’intercessione di Carlo Calcaterra, titolare delle cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna.

La prima opera della collezione, edita nel 1951 e quindi tra le prime pubblicazioni in assoluto dell’Antiquaria Palmaverde, è L’Aspramonte, romanzo cavalleresco inedito di Andrea Da Barberino, curato da Marco Boni, studioso esperto in filologia romanza. L’opera è il frutto di lunghe ricerche portate avanti dal curatore, analizzando vari manoscritti medievali e fonti dell’epoca118. Accompagna il testo un ampio glossario che tiene conto di tutte le voci di interesse, comprese quelle inserite nell’apparato critico.

Nel 1952 vengono stampate le Rime di Gaspare Visconti, curate da Alessandro Cutulo, con annotazioni linguistiche e glossario a cura di Maurizio Vitale. Accompagnano il testo due stampe: la prima, tratta dal Codice Purpureo che contiene le Rime di Visconti, raffigura una coperta in rame dorato e smalti; la seconda è una stampa calligrafica tratta dal codice autografo dell’autore. L’edizione è edita in 300 esemplari.

Nel 1953 viene pubblicata L’opera piacevole di Giovan Giorgio Alione, poeta e drammaturgo piemontese del Rinascimento. Si tratta di un’edizione critica dell’opera, con introduzione e glossario curati da Enzo Bottasso. Il testo, in 300 esemplari, è accompagnato da una riproduzione fotografica del frontespizio originale della prima edizione de L’Opera Jocunda.

Sempre nel 1953 è pubblicata l’opera di Michelangelo Tanaglia De Agricultura, poema didascalico in terza rima risalente alle fine del Quattrocento e mai pubblicato prima. L’edizione, sempre in 300 esemplari, è curata da Aurelio Roncaglia, con un’introduzione di Tammaro De Marinis.

 

A cura dell’Istituto di Filologia Romanza dell’Università di Pisa, viene edita dalla Palmaverde una rivista di «Studi mediolatini e volgari» e una collana titolata «Biblioteca di studi mediolatini e volgari».

Per gli «Studi mediolatini e volgari» escono dal 1953 e il 1968 sedici volumi (Volume I nel 1953; Volume II nel 1954; Volume III nel 1955; Volume IV nel 1956; Volume V nel 1957; Volume VI-VII nel 1959; Volume VIII nel 1960; Volume IX nel 1961; Volume X nel 1962; Volume XI nel 1963; Volume XII nel 1964; Volume XIII nel 1965; Volume XIV nel 1966; Volume XV-XVI nel 1968). Tra gli studiosi che compongono i saggi per la rivista, ritroviamo alcuni dei nomi sopra citati, tra cui Giuseppe Vecchi, Ettore Gliozzi e Valeria Bertolucci Pizzorusso. In alcuni casi l’intero corpus di un saggio pubblicato in rivista costituisce materia per i volumi editi dalla Palmaverde, come nel caso delle poesie di Martin Soares curate dalla Pizzorusso nel 1962 e presenti nel Volume X degli «Studi mediolatini e volgari», poi pubblicate in volume da Roversi nel 1963. Contribuiscono alla collana grandi professori e filologi italiani come Tullio De Muro e Alberto Varvaro.

Nella nota introduttiva al primo volume, l’Istituto palesa l’intenzione di pubblicare un solo volume annuale e vi aggiunge qualche indicazione di carattere pratico: «L’Amministrazione, a cui vanno inviate le ordinazioni, è presso la Libreria Antiquaria Palmaverde, via Rizzoli 4, Bologna. Il prezzo del presente volume è di lire 4500 per l’Italia e di dollari 8 per l’estero».

All’interno della «Biblioteca di Studi mediolatini e volgari» verranno pubblicate sei opere. Nel 1953 esce un’edizione critica de Le poesie di Sordello, a cura di Marco Boni e nel 1957, sempre per la cura di Boni, vengono edite le Liriche del trovatore di lingua occitana Lucchetto Gattilusio, in 500 esemplari. Il filologo Guido Favati cura per la collana tre opere, Le biografie trovadoriche (testi provenzali dei secc. XII e XIV) nel 1959, Le biografie Trovadoriche, edizione integrale, nel 1961e Il “Voyage de Charlemagne” nel 1965.

Nel 1962 l’Antiquaria pubblica I laudi di Candide di Cadore di Giovanni Fabbiani, già presenti nel nono volume degli «Studi mediolatini e volgari». L’opera è stampata in 40 esemplari con l’aggiunta di quattro tavole illustrate.

 

Esistono poi opere che recano il marchio editoriale Palmaverde ma che non sono mai state inserite in catalogo da Roversi, sia per motivi cronologici (l’ultimo catalogo editoriale viene stampato nel ’69 mentre l’ultima opera conosciuta è del 2004) sia per una dispersione dovuta all’utilizzo della stampa in ciclostile. Queste pubblicazioni, alcune raccolte e schedate nel lavoro di Bagnoli, altre sconosciute, posseggono forme editoriali molto differenti tra loro, si «passa dal fascicolo universitario spillato con punto metallico, al volume di alta qualità tipografica per arrivare ai famosi ciclostilati»119.

Proprio sui ciclostilati è interessante soffermare la nostra attenzione. Chiarito in più punti il senso dell’allontanamento del poeta libraio dal meccanismo editoriale dei grandi distributori, possiamo aggiungere qualche dettaglio riguardo il metodo di stampa.

 

Sono stati gli studenti a insegnarmi a usare il ciclostile anche per il mio libro. Agli inizi avevo molte perplessità, temevo che potesse essere soltanto una forma di goliardismo senile; ma poi mi pare di aver saputo collocare la scelta di questo mezzo in una posizione abbastanza giusta120.

 

Il ciclostile è un’obsoleta macchina di stampa brevettata sul finire dell’Ottocento e utilizzata fino agli anni ’80 del Novecento. Il suo utilizzo permetteva la creazione di grandi quantità di stampe a basso costo. Funzionando sostanzialmente come un duplicatore di stencil, senza richiedere l’utilizzo di corrente elettrica, il ciclostile inizia a diffondersi in tutti gli ambienti che necessitano un ampio numero di copie senza richiedere un’alta qualità di stampa. Si pensi al suo utilizzo nei circoli politici militanti, nelle sezioni del movimento studentesco nel ’68, nelle redazioni di giornali periodici clandestini. Roversi apprenderà negli anni Settanta il funzionamento dell’apparecchio e inizierà ad usarlo per le pubblicazioni della Palmaverde e per la creazione di fogli di poesia.

Ciclostilato dalla Palmaverde è nel 1976 il volume di Alfredo Taracchini Antonaros Rapporti Sperimentali, a cura della rivista «Rendiconti». Il nome di Taracchini ricorrerà più tardi tra i collaboratori delle riviste e dei progetti militanti nati attorno alla figura di Roberto Roversi.

Nel 1978, sempre per la cura di «Rendiconti», vengono ciclostilate due opere del poeta ravennate Eugenio Vitali, Al margine di una liquidazione. Poesie e il suo seguito, Il Dio gru.

Senza dubbio l’opera realizzata in ciclostile che gode di maggiore popolarità è la raccolta de Le descrizioni in atto dello stesso Roversi. Per le Edizioni Palmaverde si contano quattro tirature, la prima nel 1969, la seconda nel 1970, la terza nel ’75 e la quarta nel ’85. La prima edizione reca un’avvertenza: «Questo è il gruppo integrale delle Descrizioni in atto composte dal 1963 al 1969, di cui molte inedite; e raccolte adesso per pochi a cui sono dedicate e liberamente mandate». Quelli delle Descrizioni sono quindi esemplari fuori commercio, stampati dal poeta in proprio e inviati gratuitamente a chiunque manifesti interesse.

 

Si contano più di 3500 copie nell’arco di un decennio: «ho fatto quattro tirature per oltre tremila copie; tutte stampate confezionate impacchettate spedite con le mie mani»121. La veste scelta da Roversi per la sua raccolta è quanto mai disadorna e priva di abbellimenti stilistici: la carta utilizzata per contenere i fogli, quella che dovrebbe costituire la copertina, è simile a carta da imballaggi; i metodi di rilegatura sono artigianali e vistosamente rudimentali; il titolo viene stampato su etichette bianche adesive applicate al frontespizio. Un’edizione volutamente povera, in aperto contrasto con le edizioni raffinate e curatissime delle collane di musica e filologia. Una veste grafica che lascia trasparire il cambiamento, anticipando dall’esterno la carica polemica dei versi contenuti nella silloge.

Numerose raccolte di versi vengono curate dall’editore Roversi, se pur non inquadrate in nessuna collana e non pubblicizzate nei cataloghi. Abbiamo ad esempio Il presente, l’affetto di Mario Ramous nel 1954, Dopo di Renato Codicè nel 1961, due raccolte di Mino Raimondi, Nonostante tutto del ‘76 e Ipotesi d’amore del ’78, la raccolta di Pasquale Emanuele 2 Congiunture. 1974/75, 1964/65 del 1979.

Altre opere degne di nota per un certo interesse documentaristico che riscuotono, insieme a grande curiosità, sono dei testi che costituiscono un unicum nelle edizioni Palmaverde, non collegabile a nessuna collana o a nessuna tematica sviluppata in precedenza dall’editore. Parliamo ad esempio della pubblicazione della tesi presentata alla Facoltà di Lettere dell’Università di Zurigo del dottor Erwin Bernhard De Winterhur, Les princeaux des trouveres. Essai sur la technique descriptive des epopees et des romans français du XII siecle, testo interamente in lingua francese; o della traduzione dall’ebraico curata da Cesare Lepre del libro biblico Qoheleth; o ancora del saggio dantesco Il paesaggio del Paradiso terrestre nel XXVIII canto del Purgatorio di Dante a cura di Marcello Pattarin. Non avendo altri riferimenti, possiamo ipotizzare che queste opere siano il frutto delle frequentazioni o dell’evoluzione degli interessi culturali di Roversi nel corso degli anni.

Abbiamo inoltre notizia di un’edizione dell’ottobre ’77 della Chronica de parthenope, opera storica scritta da Luciano Caruso, con una postfazione di S.M. Martini. L’anno successivo i due scrittori, Caruso e Martini, cureranno insieme una monografia su Roberto Roversi edita da La Nuova Italia di Firenze.

L’ultima opera edita dall’Antiquaria Palmaverde è datata 2004, di Antonio Catalfamo, Dario Fo: «Il nuovo nella tradizione», Rivisitazione delle tecniche del teatro popolare medievale, della commedia dell’arte e delle conte dei fabulatori per il nuovo pubblico della società di massa. L’opera reca in copertina un disegno di Dario Fo, Danza degli zanni. Tra Roversi e Catalfamo esisteva un rapporto di collaborazione e amicizia denotato dalle prefazioni che il poeta-editore scrive per l’autore messinese, Passato e presente del 1993 e la successiva antologia Poeti operai del 2008.

 

 

CAPITOLO 2

 

 

Il lavoro intellettuale: riviste e fogli volanti

 

Bibliofilia e passione antiquaria non sono mai state nel mondo-Roversi portatrici di isolamento elitario e introversione psicologica, al contrario la Palmaverde ha costituito per decenni il centro propulsore della cultura bolognese giovane e innovatrice. Al suo interno, tra libri ammucchiati, sospesi o inscatolati, nulla è stato mai lasciato al caso o adagiato nell’indifferenza. Così la scrivania del libraio, quel banco da lavoro sommerso con riviste provenienti da ogni dove, era indizio di un lavoro in continuo divenire e di un sincero interesse per le espressioni della creatività.

Gran parte della vita lavorativa di Roberto Roversi è stata dedicata alla scrittura saggistica e giornalistica, attraverso collaborazioni con quotidiani, periodici e manifesti artistici e attraverso la gestione autonoma di riviste. Tali esperienze si dislocano in una fascia temporale che va dai primi anni ’40 (l’esordio roversiano con il saggio su Sandro Penna pubblicato ne «L’Architrave»)122 agli ultimi mesi del 2011 (sulla rivista curata da Roversi e Salvatore Jemma «Il foglio degli eremiti»). In questo lasso di tempo centinaia di interventi, dalle tipologie più disparate, sono apparsi su riviste culturali quali «Paragone-Letteratura», «La fiera letteraria» e «Nuovi Argomenti», su quotidiani come «l’Unità» e «il manifesto» o periodici come «l’Espresso», sulle riviste della nuova sinistra «Quaderni piacentini» e «Il Quotidiano dei Lavoratori». A questa ingente produzione si aggiunga poi quella dei ciclostilati, adoperati per la stampa di manifesti poetici, foglietti di propaganda e fanzine autogestite, che contribuisce alla disseminazione degli scritti roversiani in innumerevoli realtà. “Scrivere dappertutto e come un matto” potrebbe essere la giusta maniera per sintetizzare questo instancabile lavoro.

Non intendendo tracciare un regesto dell’intero lavoro saggistico dello scrittore, impossibilitati dalla dispersione che rende la redazione di una bibliografia completa impresa ardua, si procede in questo capitolo all’analisi delle riviste nelle quali si riscontra la partecipazione attiva di Roversi, in fase di ideazione e redazione, nate o sviluppatesi all’interno dell’Antiquaria Palmaverde.

Punto d’avvio del discorso a seguire sarà l’analisi di «Officina», rivista centrale nel dibattito culturale del tempo, esperienza fondamentale nel percorso roversiano e nella storia della libreria antiquaria. Elio Vittorini in proposito scriveva: «Quella bottega di libri, oggi con vetrine su una stradetta satellite di via Rizzoli, dopo anni e anni che si nascose in un ammezzato, ha un’importanza che va oltre il sodalizio Roversi-Leonetti, perché ha dato vita, dal 1954, alla rivista «Officina», e in vita l’ha tenuta, come base anche di Pasolini e Romanò, fino al ’58»123.

Dal 1961 al 1977 la Palmaverde è la sede di un’altra rivista, «Rendiconti», per la sola direzione di Roberto Roversi, che cerca in qualche modo di sopperire alle mancanze della prima, in spirito di continuità, senza contrapporvisi.

Con l’avvento degli anni Ottanta la libreria viene attraversata da un via vai di giovani che, insieme a Roberto Roversi, danno vita nel 1982 alla Cooperativa Culturale Dispacci. Il gruppo è attivo sul territorio bolognese per la diffusione di una poesia collettiva, le sue riviste clandestine non sono edite per i tipi della Palmaverde, ma accomunate dalla costante presenza di Roversi nel gruppo redazionale: il nucleo di «Dispacci» lavora a stretto contatto con il poeta-libraio, necessita del suo contributo e della sua guida. La libreria diviene il luogo di incontro per i redattori dei nuovi fogli poetici durante la preparazione dei numeri.

A conclusione dell’elaborato si citeranno le riviste sorte nel duemila, e oltre, che ancora recano in copertina la didascalia: “a cura di Roberto Roversi”.

 

 

2.1 Tra ermetismo e neorealismo: la sperimentazione di «Officina»

 

«Quando nell’aprile del 1955 esce a Bologna il primo fascicolo della rivista «Officina», Nehru è il premier indiano, Nasser è il primo ministro egiziano, Molotov è (ancora) ministro degli Esteri sovietico, Einaudi è il presidente di codesta repubblica. La nuova Giulietta dell’Alfa Romeo, al prezzo ridotto di lire 1.345.000 (circa 700 euro), cerca di raggiungere quel pubblico che “senza poter ambire alle grosse cilindrate non si accontenta più delle utilitarie”»124. Roversi sceglie di aprire con queste parole la presentazione che accompagna la ristampa anastatica di «Officina» del 2004. Un inquadramento storico della rivista utile a comprendere le esigenze di fondo e le problematiche che invadevano lo scenario culturale italiano dell’epoca e, più da vicino, il pensiero dei redattori bolognesi.

Ci troviamo nel secondo dopoguerra, da poco è stato celebrato il decimo anniversario della Liberazione nazionale dal nazifascismo; l’economia italiana vive un periodo di grande ripresa economica che prepara il terreno all’esplosione degli anni Sessanta. Nel clima politico di questi anni, la sinistra italiana recupera la lezione di Antonio Gramsci, grazie anche alla riscoperta dei Quaderni del carcere125, e procede all’opera di destalinizzazione lanciata a livello mondiale dal PCUS. In campo letterario si assiste alla radicalizzazione della polemica sui due fronti del Neorealismo e dell’Ermetismo.

Precedente alla nascita della rivista era stato il sodalizio giovanile dei redattori Pasolini, Roversi e Leonetti. Negli anni del liceo, sotto le forzature ideologiche imposte dal regime, i tre avevano progettato la creazione di una rivista, titolata «Eredi»126, che però non vide mai la luce a causa della guerra. Negli anni Cinquanta, con il conflitto alle spalle, gli ex liceali riprendono a frequentarsi con assiduità. Il momento è giusto per riprovare, rimettere insieme le forze e far confluire nuove idee: «Cinque o sei lunghi anni di una guerra mondiale spezzano ogni legame, interrompono le continuità. Il nostro era un proposito necessario e urgente, che svolgevamo nel nostro ambito […], quello di sedere a un tavolo e ricominciare a leggere coordinando le nostre letture, ricominciare a scrivere, coordinando le nostre scritture e avvicinandole ad altre»127. Il gruppo dei redattori si sforza di tenersi in stretto contatto attraverso scambi epistolari, incontri e viaggi comuni, curando collegialmente l’impostazione dei vari numeri.

La prima serie di «Officina» conta 12 numeri, usciti dal 1955 al 1958, sotto la direzione redazionale di Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi. L’amministrazione della rivista è affidata alla Libreria Antiquaria Palmaverde128, per la responsabilità di Otello Masetti. Il primo fascicolo esce nel maggio 1955, con un costo di lire 300 per la singola copia e di lire 1500 per l’abbonamento annuale. La veste grafica adottata è spartana ed elementare: rilegati in una brossura cartonata rigida, i fascicoli hanno una dimensione standard di 14x21.5 cm. In copertina appare il titolo della rivista in maiuscoletto e, in ordine, l’indice degli articoli interni, l’indicazione del numero delle pagine (una quarantina per ogni fascicolo), la data e il numero di serie. Il sottotitolo «Fascicolo bimestrale di poesia» è indicato nella seconda di copertina, insieme alle notizie redazionali.

La periodicità della rivista è altalenante, escono quattro numeri nel ’55 (a maggio il n. 1, a luglio il n. 2, a settembre il n. 3, a dicembre il n. 4), tre numeri nel ’56 (a febbraio il n. 5, ad aprile il n. 6, a novembre il n. 7), quattro numeri nel ’57 (a gennaio il n. 8, a giugno i numeri 9 e 10, a novembre il n. 11) e un numero nel 1958.

Della seconda serie di «Officina» si contano due soli numeri, usciti entrambi nel 1959, il numero 1 e il numero 2. La veste grafica non presenta modifiche stilistiche rilevanti; l’unico cambiamento sostanziale che si riscontra è il passaggio dell’amministrazione della rivista alla casa editrice Bompiani. La redazione si allarga a sei componenti, a quelli già noti si aggiungono Franco Fortini, Angelo Romanò e Gianni Scalia129. L’ufficio redazionale resta ubicato nella Libreria Palmaverde, in via Rizzoli, mentre quello amministrativo è spostato a Milano nella sede Bompiani (via Senato, 16).

Il lavoro svolto dalla rivista si inserisce all’interno della battaglia ideologica, di matrice post-bellica, tra il lirismo nostalgico del novecentismo ermetico e il nuovo impegno profuso dalla letteratura neorealista. In un tormentato passaggio verso la modernità, l’indirizzo scelto dai redattori officineschi è prettamente letterario, dispiegato tra la revisione critica della tradizione pre-novecentista e una posizione mediana sui due fronti di polemica, con la proposizione della cosiddetta “terza via”130. Il gruppo redazionale pubblica in rivista interventi critico-saggistici e scritti poetici propri, avvalendosi di collaboratori fissi e coinvolgendo numerosi ospiti.

All’analisi critica della letteratura del Novecento «Officina» dedica due rubriche, «La nostra storia» e «La cultura italiana», incentrate sul recupero di un pre-novecentismo alternativo al diffuso gusto decadente di matrice europea. Si rilanciano quindi scrittori come Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli131, si recuperano in funzione anti-ermetica i poeti vociani, i “maestri in ombra” fautori di una proposta poetica impegnata ed etica (Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora, Giovanni Boine, Piero Jahier). Questi sforzi restano però relegati a un piano prettamente formale che non indaga il retroterra storico-politico del Novecento letterario in Italia.

Dalle pagine della rivista viene poi lanciata la battaglia contro le letterature del “disimpegno” e la pratica neorealista, di gran lunga meno sviluppata della precedente e con esiti espressivi del tutto marginali. «Tra le varie ragioni: il fatto che il problema del novecentismo fosse più intimamente sentito, perché tutta un’ala del gruppo doveva fare i conti con un nodo originario della sua formazione […]; e il fatto che il problema del neorealismo, delle reincarnazioni “realistiche” e dell’“impegno”, venisse assunto soprattutto nei suoi termini più riduttivi e strumentali»132.

La sezione del fascicolo intitolata «Testi e allegati» è quella dedicata alla divulgazione di testi poetici e prosastici composti dai redattori e dai collaboratori. Nel primo numero sono ospitate le poesie di Roversi Il margine bianco della città e nel secondo I campi del Friuli di Pasolini, nel quarto alcuni testi di Mario Luzi e Giorgio Caproni, nel sesto numero ancora Roversi con i poemetti de Il tedesco imperatore, nel settimo I canti dell’infermità di Clemente Rebora. Si nota in effetti la presenza di poeti provenienti dalle file dell’ermetismo oppure vicini al versante della futura neoavanguardia, in contrasto con le generali posizioni anti-novecentiste e anti-avanguardistiche che la rivista propone. Possiamo ad esempio citare interventi di Giuseppe Ungaretti, Giorgio Bassani e Sandro Penna, oppure la «Piccola antologia neo-sperimentale» che ospita liriche di Alberto Arbasino, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti ed altri che di lì a poco andranno a costituire il Gruppo ’63, esperienza cruciale per la poesia italiana degli anni Sessanta.

In generale sulle pagine di «Officina» si registra una grande attenzione alla poesia e scarso interesse per la narrativa, sia essa di matrice neorealista o meno. Un’eccezione sarà rappresentata dalla pubblicazione a puntate in appendice del romanzo di Italo Calvino I giovani del Po133. Pochissimi gli accenni alle opere narrative dei tre redattori, Ai tempi di Re Gioacchino di Roversi pubblicato nel ’52, Ragazzi di vita di Pasolini edito nel ’55 e Fumo, fuoco e dispetto di Leonetti nel ’56.

 

Per quanto riguarda l’inquadramento ideologico dei redattori, «Officina» si colloca su un piano apparentemente molto distante dal dibattito politico che stava animando tutte le esperienze culturali degli anni Cinquanta. Il gruppo officinesco sembra ancorato a un discorso di derivazione resistenzialistica, attraverso cui si indagano problematiche pressanti ma datate già a un decennio prima, quando Vittorini le analizzava sulle pagine de «Il Politecnico». Dal punto di vista storiografico, in linea con le prospettive della sinistra del tempo, la rivista propone il recupero della lezione gramsciana rivisitata in funzione di uno storicismo idealista di matrice crociana. Anche questo recupero risulta però parziale, manca infatti una verifica strutturale degli intrecci problematici del contemporaneo, mentre occasionale risulta l’interesse verso la critica marxista. Inespresso risulta infine il fantasma dell’educazione fascista, ben nascosto ma non ancora estinto.

 

Il nostro fascismo, mi chiedevo, come abito talare da noi giovanilmente vestito, dov’era relegato? Nell’armadione della nonna, o in una rivendita di stracci oppure la vecchia camicia la indossiamo ancora, non per convenienza ma per disattenzione, lavata e stirata? Parliamo agli altri come se freschi freschi… e meravigliati più che spaventati o ossessionati… uscissimo dal periplo di Alice, mentre la nostra generazione, e noi con questa, e fatti salvi i casi particolari, è stata educata, ripeto educata, dal fascismo… non picchiata, martirizzata, conculcata; ma nel corso di circa vent’anni, soltanto educata; poi sbattacchiata qua e là dal fascismo, travolta dal fascismo, infine riconsegnata piena di piaghe reali alla vita… quando c’era rimasta la vita. Quindi non possiamo evitare di rimescolare le nostre carte, al fine di controllare ogni dettaglio che lega o collega il nostro passato di apprendistato al nostro presente che vuole essere operativo134.

 

Questo deposito culturale, sedimentato sul fondo delle coscienze individuali, viene sottovalutato dai redattori di «Officina» che non trovano il tempo o la volontà di metterlo in discussione all’interno dei propri interventi. Roversi, dal canto suo, cerca di lanciare qualche spunto in questa direzione dalle pagine della rivista, ma resta voce isolata: «Roversi voleva che “Officina” dicesse proprio questo; lo infuriava che improvvisamente nessuno fosse più fascista, o che addirittura non ce ne fossero mai stati»135. Si assiste in generale a un’operazione di rimozione del problema che presto si trasforma in uno dei limiti obiettivi del gruppo.

Il secondo anno della rivista coincide a livello internazionale con un generale clima di cambiamento generale: è il 1956, l’anno delle lotte di indipendenza in Polonia e Ungheria, dell’opera di destalinizzazione votata dal XX Congresso del PCUS, della svolta programmatica portata da Palmiro Togliatti nell’VII Congresso del PCI. In Italia si assiste alla crescente invadenza dell’industria neocapitalistica e all’avanzare, sul fronte ideologico, delle filosofie neopositivistiche. Questa condizione di sconforto per l’intellettualità militante porta i redattori officineschi a mantenersi sostanzialmente al di fuori dei dibattiti politici coevi, preferendo eclissare il proprio pensiero dietro testi letterari (si pensi alla Polemica in versi di Pasolini)136 o apportare il proprio contributo critico in altre sedi. Il redattore Roversi tuttavia cerca di lanciare un’analisi del mutato clima ideologico anche dalle pagine di «Officina». Già negli esordi saggistici, le schede su «Momenti» e su «il Mulino»137, era stato ravvisabile un certo coinvolgimento dello scrittore con le istanze ideologiche attive nel dibattito socio-politico proposto dalle nuove riviste. Nell’ultimo intervento su «Officina», Il linguaggio della destra, apparso sul secondo numero della nuova serie, Roversi offrirà poi il suo apporto più originale: imbattendosi in un dettagliato studio dei linguaggi propri della cultura ufficiale nella nuova Italia, divisa tra entusiasmi capitalistici e retaggi di una «vecchia destra clericale», il poeta rintraccia e smaschera il nuovo volto dell’ideologia fascista138.

Si vanno così radicalizzando le divergenze di pensiero sempre esistite tra i redattori officineschi, conseguenza della frantumazione ideologica del marxismo, «tra le prime aperture alle nuove istanze scientifiche e metodologiche di Scalia (Per uno studio sulla cultura di sinistra nel dopoguerra, del 1958, in cui si richiamano indirettamente le esperienze di Barthes, Goldmann); il crocio-gramscianismo acuto di Romanò; la mitologia popolare, l’anti-modernismo provocatorio di Pasolini; lo sperimentalismo teorico e culturale di Leonetti; l’inquieto rovello morale di Roversi, che appare la figura più isolata del gruppo»139.

Il 1959 è l’anno del passaggio della rivista a Bompiani. L’avvenimento è accolto con entusiasmo da Roversi, che in una lettera indirizzata all’amico Sciascia scrive: «Saprai certo la notizia: abbiamo concluso con Bompiani. E “Officina” sarà pubblicata e diffusa da questo editore. Così la vita di questa nostra faticata creatura è assicurata, per almeno altri 12 numeri. Poi, saremo troppo vecchi per continuare»140. In realtà la pubblicazione con il nuovo editore coprirà solo il primo numero della nuova serie, mentre il secondo tornerà ad essere curato dai vecchi redattori e stampato senza marchi editoriali. La motivazione della ritirata del nuovo amministratore è diffusamente riconosciuta nello scandalo provocato dall’uscita dell’epigramma di Pasolini Ad un papa, all’interno della silloge Umiliato e offeso (Epigrammi)141.

Con la seconda serie si assiste a un allargamento del gruppo redazionale da tre a sei elementi, con il coinvolgimento di Fortini, Scalia e Romanò. A questa inclusione consegue una sistematica esclusione degli interventi di ospiti esterni sulle pagine del periodico, fatta eccezione per la Piccola ode a Roma di Attilio Bertolucci (apparsa sul n. 1 della nuova serie) e gli Aforismi linguistici di Alberto Moravia (apparsi sul n. 2). Questo nuovo assetto porta alla luce una serie di contraddizioni insite nel lavoro officinesco: il nuovo ordine redazionale, lungi dall’offrire una conformazione omogenea alla rivista, tende a squilibrare il gruppo e a provocarne, di lì a poco, il tracollo.

Nella nuova serie si registrano pochi cambiamenti formali. Vengono modificati i nomi delle sezioni interne, «Il nuovo impegno» e «Discorso critico» sono dedicate all’analisi delle nuove istanze culturali e alla critica letteraria, mentre nella sezione «Testi e note» si dà spazio alle composizioni poetiche dei redattori.

 

Intenderemo certo la cultura non come un ente (provvidenziale, o, per orrore, inimico nella mia casa), ma come un processo per cui, nell’ordine della poesia, i contenuti anche irrazionali e al limite dell’ineffabile si misurano con la ragione e con la conoscenza […] In che cosa consista ora il «il nuovo impegno» non lo sappiamo già; a mio avviso si può supporre, semplicemente, che risponda al proposito di una letteratura di opposizione, e che sia la scelta di un ethos (invece che la diretta scelta di una politica); nella convinzione che la letteratura è liberamente in rapporto con l’ethos: con cui è, per altro verso, in ugual rapporto problematico la politica142.

 

Il «nuovo impegno» basa le sue fondamenta sul rilancio della funzione liberatrice della cultura umanistica, una terminologia che sorvola appena i problemi storico-politici e i mutamenti indotti dal neocapitalismo. Manca l’effettiva revisione storica che il nuovo clima politico richiede e traspare un diffuso sentimento di impotenza nei confronti del reale. Nonostante queste premesse, si riscontra un’apertura ideale e metodologica nei contenuti, votata a un riassetto del lavoro intellettuale di «Officina» all’altezza del momento critico vissuto, attraverso l’ampliamento degli orizzonti della rivista a nuovi campi del sapere. Entrano nel discorso le nuove scienze umane, la semiologia e la critica linguistica (si veda Una prefazione a Spitzer di Scalia o il già ricordato Il linguaggio della destra di Roversi), la filosofia materialista di matrice europea (il saggio Lukàcs in Italia di Fortini). Si estende l’analisi letteraria alle esperienze culturali internazionali, del tutto ignorate nella prima serie (eccettuando l’intervento di Leonetti e Roversi nella Digressione per i «Gettoni» che includeva nel discorso le esperienze di Joyce, Proust e Kafka).

Nonostante i nuovi propositi e l’approccio a nuove tematiche, «Officina» continua sostanzialmente a mantenere un’impostazione letteraria e alla fine della sua attività essa appare anacronistica e ritardataria. L’interruzione dei rapporti con l’editore Bompiani, ascrivibile all’episodio dell’epigramma di Pasolini, non coincide con il movente dell’arresto della rivista.

 

L’episodio dell’epigramma fu solo un aneddoto superficiale; vero è che proprio in quel periodo erano maturate «quelle» ragioni di fondo all’interno della redazione, che avevano ulteriormente deteriorato il gruppo. Altrimenti la rivista avrebbe potuto continuare, nonostante la crisi editoriale, con le nostre sole forze: le stesse che erano bastate a farla nascere e a farla durare fino a quel punto. Ormai non c’era più nemmeno quella omogeneità parziale tra i redattori che ne giustificasse l’unione in gruppo; la frattura fra chi propugnava una ricerca più accentuata nella direzione letteraria e chi «tirava» piuttosto verso i temi ideologici e politici, non era più componibile143.

 

Se Roversi imputa allo squilibrio redazionale la fine dell’esperienza di «Officina», di altro avviso è Pasolini che rintraccia come limite effettivo di questa esperienza il suo atteggiamento ritardatario e accondiscendente nei confronti del reale: «Ciò che irrita e dispiace in “Officina” è la sua ingenuità, che è anche il suo merito. Il non aver saputo prevedere l’imminente neocapitalismo e la rinascita fascista, è, per i suoi direttori, umiliante. Ed è umiliante anche la sua “critica” ai valori – quelli della sinistra – in una sostanziale accettazione e quasi adulazione di tali valori. Non c’erano in “Officina” né disobbedienza, né estremismo: c’era la calma della ragione che ricostruisce»144.

Con tutti i limiti e le contraddizioni racchiuse nel suo percorso, «Officina» rappresenta, nel panorama letterario del tempo, un’esperienza destinata a lunga memoria e un termine di paragone per le riviste a venire. Consideriamo inoltre che «Officina» ha costituito nel percorso artistico dei suoi redattori un momento formativo e un varco sulle loro successive esperienze redazionali. Roberto Roversi, che affermerà a distanza di anni: «quando la rivista finì, il sottoscritto per quanto poteva era sicuramente migliore»145, avvia alla chiusura del periodico una lunga attività giornalistica che lo accompagnerà verso il nuovo millennio, in continuo rinnovamento e in costante dialogo con le problematiche sociali e le tendenze letterarie.

 

 

2.2 Un lavoro extraletterario: «Rendiconti»

 

Nel 1961 Roberto Roversi fonda la rivista «Rendiconti», con la quale intende sperimentare una tipologia di periodico attento a contenuti di tipo scientifico e con un occhio proteso verso i nuovi metodi di indagine, ma non per questo lontano dalle istanze poetiche. Questo nuovo impegno, che reca il sottotitolo «Rivista bimestrale di letteratura e scienze», non rinnega la precedente esperienza redazionale, ma si propone di continuarla: «“Rendiconti” si pone nei riguardi di “Officina” non in una posizione divergente o contrastante, ma in progresso nell’ordine di una serie di problemi allora appena sfiorati o svolti in maniera parziale»146. Le lacune strutturali e ideologiche officinesche vengono riprese e affrontate attraverso le novità metodologiche della ricerca contemporanea.

 

Con «Rendiconti» si è inteso – sia pure attraverso scompensi, che un lavoro (così) impegnato produce – ricercare nuove metodologie e aprire a nuove direzioni problematiche, predisponendo, o almeno ricercando, gli opportuni agganci; quindi si è tentata (e si tenta) non tanto un’opera (un lavoro) di aggiornamento, ma una vera e propria operazione di scavo, molto cautelosa e specifica, per la verità, e senza smanie; ma precisa, persistente e attenta. Invece «Officina» è finita nel momento in cui avrebbe potuto cominciare, veramente, ad avviare un’operazione analoga147.

 

La prima serie di «Rendiconti» conta 30 numeri, usciti dal 1961 al 1977, sotto la direzione di Roberto Roversi. L’amministrazione della rivista è affidata alla Libreria Antiquaria Palmaverde148. Il primo fascicolo esce nel maggio 1961, con un costo di lire 500 per la singola copia (prezzo che raggiungerà le 1000 lire nel fascicolo 8 del 1963) e di lire 2400 per l’abbonamento di 6 numeri. La veste grafica adottata è molto simile a quella di «Officina», i fascicoli hanno dimensione standard di 14x21 cm, rilegati in brossura cartonata rigida marrone. In copertina appare il titolo della rivista in maiuscoletto, l’indice degli articoli interni e il numero del fascicolo. Solo il primo numero della rivista presenta una copertina stampata a colori (bianco e rosso) e un logo in alto a destra (un gufo disegnato a matita)149. Il sottotitolo «Rivista bimestrale di letteratura e scienze», indicato nella seconda di copertina, insieme alle notizie redazionali, presto cede il posto al solo «Rivista bimestrale di letteratura». In realtà, lungi dall’essere un bimensile, «Rendiconti» esce con una periodicità molto irregolare, non più di due fascicoli l’anno e nemmeno tutti gli anni. In ogni inserto vengono riportati i numeri arretrati, quelli esauriti e quelli ancora disponibili per l’acquisto.

La seconda serie della rivista è curata dalla casa editrice Pendragon di Bologna, dal 1992 ai primi anni del 2000, e reca come sottotitolo «Rivista quadrimestrale di Ricerca letteraria a cura di Roberto Roversi».

Il lavoro redazionale di «Rendiconti», come gran parte del lavoro post-officinesco, coincide con il periodo della poetica roversiana contraddistinto dalla “rabbia politica”, un criterio ideologico che lega la moralità intransigente dello scrittore alla realtà dei tempi moderni. Questo nuovo canone interpretativo si situa tra la scrittura dei poemetti di Dopo Campoformio e quella de Le descrizioni in atto. Il furore roversiano è espressione di una moralità «bruciante e necessaria», in aperta polemica con il clima positivistico del “miracolo economico” di quegli anni150: il benessere non trova basi per attecchire trasformandosi in malessere economico, in protesta, in solitudine intellettuale. La vena dello scrittore diviene contestazione del presente. Si guardi sul numero 4-6 di «Rendiconti» l’intervento intitolato La settima Zavorra, manifesto programmatico dell’impegno profuso da Roversi con la nuova rivista e documento della rabbia politica.

 

Non mi interessa vivere in questo paese; le vicende d’Europa, naufraga e perente, tuttavia ridondante di pretesti e di alibi, annoiano per disperazione o irritano per la loro periodica “inutilità”. Così qualcuno può scrivere: la rabbia di… Sia pure, con ragione; se divergendo da: rabbia in corpore littera, nella fattispecie per opere cattive e patite per colpa dell’autore, indicasse: per la, o per una realtà autentica che, anziché opprimere, e dunque costringere all’azione, offende, e dunque addormenta e insterilisce – anche i propositi migliori. Rabbia politica, che è o dovrebbe essere sana e giustificata151.

 

Nell’articolo si ritrovano i temi tipici del dibattito culturale del periodo, il rifiuto degli attivismi della neoavanguardia (che «sembrano scoprire il mondo invece lo ricoprono con uno strato di polvere, un sottile velo mortuario») e la necessità di una partecipazione attiva alle problematiche politiche. Le pratiche poetiche ripudiate dalle pagine di «Rendiconti» sono quelle che improntano la loro scrittura sull’esempio delle avanguardie accademiche del primo Novecento, «un gruppo epigono dell’esacrato futurismo, filtrato dall’ermetismo fiorentino del ’38»152; in alternativa si promuove quel tipo di sperimentalismo ideologico e metodologico cui Roversi ispira il proprio lavoro poetico, narrativo e teatrale del tempo.

Nel 1963, con il saggio Gli edipi grammaticali («Rendiconti» n. 8) Roversi inizia ad affrontare il problema dei rapporti tra industria culturale e intellettualità impegnata, maturando quelle convinzioni che lo porteranno di lì a poco a prendere le distanze dal mondo della cultura ufficiale. L’editoria italiana stava lentamente sostituendo il suo modello tradizionale, artigianale e indipendente, con un sistema egemone in grado di controllare e influenzare i gusti del pubblico. L’insorgere di questa mentalità neocapitalista conduce Roversi a indagare le dinamiche dei mutati legami tra gli scrittori e il sistema editoriale, tra il sistema editoriale e il lettore.

«Rendiconti», distante dalle speculazioni puramente letterarie degli anni Cinquanta, si pone il proposito bivalente di coniugare le istanze etico-ideologiche del marxismo con le metodologie scientifiche di matrice strutturalista; questo programma si esprime a livello pratico nell’allargamento dei campi di ricerca della rivista ad argomenti extraletterari: attraverso inchieste, ricerche accurate e analisi teoriche si affrontano temi e problematiche comunemente partecipate dalla moderna società. Si dedica quindi attenzione al linguaggio giornalistico (così nel fascicolo 17-18, Analisi quantitativa del linguaggio giornalistico politico italiano dal punto di vista psicosociolinguistico di Piero Amerio), al mondo della scuola (il fascicolo 22-23 interamente dedicato alla didattica e all’uso della manualistica), alle teorie pedagogiche moderne, alla condizione femminile (il fascicolo 28, S’è femminedda a quasetta mi fa, analisi della condizione femminile in Sicilia a cura di Maria Rosa Cutrufelli), ai temi scottanti dell’Italia contemporanea quali la mafia (nel fascicolo 8, con interventi di Leonardo Sciascia e Ignazio Buttita) e il lavoro delle classi operaie (nel fascicolo 10, l’articolo di Grazia Cherchi Classe operaia).

Tutt’altro che trascurabile appare l’attenzione che la rivista dedica alle tematiche letterarie. Saggiando il nuovo impianto analitico si indagano scrittori italiani classici e contemporanei, con testi su Giacomo Leopardi, Giovanni Verga, Vittorio Sereni e Elio Vittorini; si traducono autori stranieri e si ospitano interventi critici sul romanzo e sulle nuove forme della poetica europea. Desta l’interesse dei collaboratori il teatro contemporaneo di Bertolt Brecht, al quale viene dedicato ampio spazio. Alle volte macchinosi appaiono i tentativi di applicare metodologie strutturaliste a opere letterarie già esistenti (si guardino ad esempio gli scritti di Luigi Rosiello Le sinestesie nell’opera poetica di Montale, n. 7, e Consistenza e distribuzione statistica del lessico poetico di Montale, n. 11-12). Nell’appendice di alcuni numeri di «Rendiconti» sono poi inseriti testi poetici e narrativi di ospiti e collaboratori (esce sul n. 15-16 il racconto Il sangue, il mare di Italo Calvino, poi inglobato nella raccolta Ti con zero nel 1967).

Con il passare degli anni, si diradano gli interventi di Roberto Roversi pubblicati sulla rivista. Nel primo fascicolo era apparso Lo Stato della Chiesa, poemetto tratto da Dopo Campoformio, espressione della delusione per la mancata rivoluzione politica153; sarà poi la volta di Una descrizione in atto nel 1964 e di Un circo e quattro gladiatori nel 1974. Molto spazio viene lasciato alle nuove forze intellettuali confluite nel periodico: interventi di autori stranieri (come quello del linguista strutturalista Noam Chomsky sul fascicolo n. 14, La responsabilità degli intellettuali), interventi di Arnaldo Picchi sul teatro contemporaneo, del sociologo dell’arte Alfredo De Paz. Roversi si serve anche di qualche vecchio redattore officinesco, Gianni Scalia e Franco Fortini nei primi numeri, e di vecchi amici come Leonardo Sciascia. Tra i collaboratori di «Rendiconti» spiccano alcuni nomi rappresentativi delle riviste legate alla sinistra extraparlamentare degli anni Sessanta, come Giuseppe Guglielmi, Grazia Cerchi e Piergiorgio Bellocchio.

 

Nell’ambito delle riviste della sinistra italiana (intendo quelle politiche, da «Quaderni piacentini» a «Nuovo impegno» a «Classe e Stato» per fare degli esempi), «Rendiconti» dovrebbe avere una sua collocazione abbastanza precisa, perché pur essendo attestata sulle stesse posizioni, invece di elaborare una serie di discorsi politici (svolti in maniera molto organica da queste riviste), elabora una serie di ricerche metodologiche, nell’ambito di una disciplina specifica (o di alcune discipline) che vorrebbero e dovrebbero confluire nella stessa direzione154.

 

«Rendiconti» condivide le stesse posizioni delle riviste della sinistra dissidente ma, al contrario di esse, non indugia su tematiche strettamente politiche. Le disquisizioni sul marxismo e sul suo aggiornamento, quando presenti, non appaiono fine a se stesse ma collocate in un ampliamento del discorso culturale a tutti i campi del sapere.

Per Roberto Roversi l’attività delle riviste raramente si disgiunge da quella primaria della libreria. Sul finire degli anni Settanta, per le Edizioni Palmaverde, vengono editi alcuni libretti ciclostilati di poesia a cura di «Rendiconti», tra cui le già citate opere di Alfredo Taracchini e di Eugenio Vitali. Inoltre siamo a conoscenza di alcuni cataloghi di vendita, risalenti agli anni Sessanta, riservati all’esclusivo commercio delle due riviste «Officina» e «Rendiconti».

 

 

2.3 La Cooperativa Culturale Dispacci e le riviste degli anni Ottanta

 

Non ancora del tutto chiusa l’esperienza di «Rendiconti», sul finire degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta si assiste a un progressivo cambio di rotta nel lavoro roversiano, contestualizzabile all’interno di una fase di grande mutamento sociale e ideologico. La prima serie di «Rendiconti» chiudeva i battenti nel 1977, anno cruciale per la contestazione operaia e studentesca e per la storia politica della cittadina bolognese. Quello che è passato alla storia come “Movimento del ’77”, trae origine dagli strascichi di un altro grande movimento contestatario, quello del 1968. A suo tempo il movimento sessantottino aveva registrato una serie di importanti vittorie in campo sociale e politico, non abbastanza forti però da portare a una convergenza tra istanze rivoluzionarie e organizzazioni istituzionalizzate. Ora, i gruppi della sinistra extraparlamentare che avevano egemonizzato la lotta politica sul finire degli anni Sessanta risultano in crisi, la loro azione appare inadeguata alle nuove esigenze sociali e il loro radicalismo stantio. La nuova spinta rivoluzionaria è guidata da gruppi che si oppongono al sistema dei partiti e dei sindacati. La protesta che segue è spesso violenta e si serve di pratiche estreme, occupazioni di immobili, espropri proletari, la contestazione si estende agli strati più bassi del proletariato.

Nel generale clima di disordine sul territorio nazionale, la città di Bologna tra tutte è quella più colpita: a marzo del ’77 accade che un’assemblea di Comunione e Liberazione, movimento cattolico, venga interrotta dall’intromissione di alcuni studenti di sinistra; col degenerare della situazione la polizia interviene e apre il fuoco sui manifestanti. Uno di loro è ucciso: Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. La faccenda provoca una forte reazione nell’opinione pubblica e presto la situazione si fa insostenibile. Si condannano violenza e uso strumentalizzato del potere: in tutte le città d’Italia vengono organizzate manifestazioni di piazza, Bologna diviene un campo di battaglia costantemente pattugliato da forze armate. Nel settembre dello stesso anno, in seguito a un appello contro la repressione apparso sul quotidiano «Lotta Continua» e firmato da intellettuali europei del calibro di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, viene organizzato nella cittadina emiliana Il Convegno sulla repressione. Per l’occasione giovani da tutta Italia invadono Bologna, palcoscenico prescelto per dibattiti, rappresentazioni musicali e teatrali, per gridare il loro ‘no’ alla violenza. L’amministrazione bolognese in queste giornate reagisce con esemplare tolleranza, offrendo alloggi, cibo e spazi di incontro per lo svolgimento del convegno.

Roberto Roversi, in quel ’77, assiste con sconcerto ai fatti155. Lo preoccupa la violenza degli scontri tra poliziotti e manifestanti, lo disarma la distanza del partito dai giovani, lo indegna la reazione del Comune ai fatti di sangue:

 

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell’eccidio per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale. Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo.

 

E ancora a proposito di Lorusso:

 

Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera. Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro156.

 

A questa presa di coscienza segue il distacco dal PCI e dalle istituzioni politiche157, la peculiare “rabbia” dell’attività roversiana si fa massima. Uno strappo recide irrimediabilmente il legame dell’intellettuale con la politica e la cultura organizzata. Sul versante poetico, il cambiamento si traduce nel Libro Paradiso, raccolta che incorpora gli scritti composti «nei primi giorni del marzo ’77», in reazione all’improvvisa ondata di violenze.

 

76. A che punto è la città?

La città si ferisce

camminando

sopra i cristalli di cento vetrine.

 

77. A che punto è la città?

La città piange e fa pena.

Poi elicotteri in aria

perché le vetrine sono rotte

Le vecchiette allibite

perché le vetrine sono rotte

Commendatori adirati

perché le vetrine sono rotte

I tramvieri incazzati

perché le vetrine sono rotte

Tutte le strade deserte

perché le vetrine sono rotte

Carabinieri schierati

perché le vetrine sono rotte

Sessantamila studenti

perché le vetrine sono rotte

Massacrati di botte

perché le vetrine sono rotte158.

 

Questi testi, espressione corale di un sentimento di terrore e sconforto, fanno il loro esordio sul primo numero de «Il cerchio di gesso», nel giugno ’77. Dalle pagine di questa rivista, che annovera tra i suoi fondatori, oltre Roversi, Gianni Scalia, Pietro Bonfiglioli e Federico Stame, si prova ad affiancare al movimento contestatario di quegli anni un discorso ragionato sulla gestione e la distribuzione diretta della comunicazione.

 

Negli ultimi mesi del 1976 Gianni Scalia ricevette la proposta di un gruppo di giovani, di realizzare una rivista. Lo avevano avvicinato Roberto Bergamini, un fisico dell’università di Bologna, e Giulio Forconi che lavorava come redattore alla casa editrice Zanichelli. La proposta di cui si facevano portatori era, secondo quanto mi disse Scalia allora, di realizzare una rivista di dibattito culturale e politico, di interesse locale, e in chiave di attualità159.

 

Nel primo numero della rivista compare un “Documento per radio Alice”, radio libera sorta negli anni Settanta e molto nota nell’underground culturale, sottoscritto da molti intellettuali160. La rivista si occupa di tematiche politiche e letterarie secondo un orientamento socio-culturale ben preciso, che segue le mode e le tendenze della pop art e della beat generation di fine anni Sessanta. Molto spazio è dedicato al tema della dissidenza giovanile161, all’analisi dei cambiamenti della società, al dibattito filosofico post marxista, all’involuzione dei partiti di massa. Sulle pagine de «Il Cerchio di gesso» Roversi pubblica riflessioni sull’attualità e contributi poetici, sul terzo numero appaiono ad esempio le Cento poesie, inglobate come le precedenti nella raccolta Il Libro Paradiso. Tra i vari interventi ospitati in rivista, un esordiente Stefano Benni fa la sua apparizione con le poesie Black-out.

All’interno di più fascicoli compaiono fotografie d’autore, firmate perlopiù da Enrico Scuro, raffiguranti scene di contestazione e aggregazione studentesca; la rivista ospita inoltre alcuni bozzetti del fumettista Andrea Pazienza162. Un’altra grande ospitata artistica, sulla quarta di copertina del numero sei-sette del 1979, è la litografia di Mario Schifano, realizzata per sostenere il finanziamento della rivista.

Le problematiche di gestione, la chiusura dell’agenzia pubblicitaria e la mancata distribuzione sul suolo nazionale porteranno la rivista a chiudere i battenti nel 1979, con all’attivo sette uscite. L’esperienza di questo periodico è ancora lontana dal lavoro clandestino e autoprodotto che caratterizzerà i fogli poetici degli anni ’80.

Durante gli anni della collaborazione a «Il cerchio di gesso» Roversi fa la conoscenza di Maurizio Maldini, l’allora amministratore e responsabile di redazione, e con lui stringe un sodalizio artistico che poco dopo porterà alla creazione di un’altra rivista: «La Tartana degli influssi». Quest’ultima esce come supplemento a «Il cerchio di gesso», ma solo a fini legali; in realtà il nuovo foglio usa metodi di espressione differenti rispetto al precedente, sia per i sistemi di distribuzione utilizzati che per i contenuti. Lontani dai formati classici delle riviste degli anni ’50 e ’60, ci troviamo in presenza di veri “fogli volanti”, essendo «La Tartana degli influssi» in effetti costituita da un unico foglio (un A3 stampato sia sul fronte che sul retro, ripiegato in quattro parti). La prima pagina contiene l’avvertenza: «Cerchiamo di iniziare un lavoro meno approssimativo, anzi magari rigoroso, sulla poesia scritta e parlata che i giovani, in questi anni, continuano a distribuire»163. La copertina è uguale per tutti i numeri: un serpente attorcigliato a un ramo spicca sullo sfondo di un tramonto; il disegno è firmato da Renzo Zanetti, artista già noto alle pagine de «Il cerchio di gesso».

 

 

«La Tartana degli influssi» è un raccoglitore di poesia: «c’è molto materiale sotterraneo e confuso, c’è molto materiale sconosciuto. Facciamo che si possa far conoscere e girare con continuità e disinteresse»164. La poesia è a Bologna una presenza costante, molti giovani scrivono e pochissimi pubblicano. I curatori cercano di creare un centro di raccolta per tutti gli scrittori in ombra, «chiunque sia giovane e scriva poesie (buone poesie) e sia senza editore spedisca se vuole i propri dattiloscritti in due copie, con un indirizzo chiaro ed esatto alla “CASELLA POSTALE 388 – 40100 BOLOGNA”». Col passare dei mesi all’indirizzo di posta giungono centinaia di lettere, poeti di tutte le età e da ogni città d’Italia spediscono a Roversi il proprio materiale («riceviamo una media di oltre venti plichi con lettera allegata al giorno»165) e la casella è spesso intasata. Si pongono le basi per la costruzione di un possente archivio che raccolga tutti questi scritti.

Le pagine del periodico ospitano poesie composte da scrittori semisconosciuti, in versi o in prosa, mentre i curatori non intervengono mai direttamente con i loro scritti; riportano inoltre disegni e messaggi di promozione culturale, come la sponsorizzazione del laboratorio di scrittura avviato nell’ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà a Roma o l’uscita per le edizioni Palmaverde del periodico «Le Porte», nel febbraio 1981.

Sull’ottavo numero appare Una nota dopo un anno di Tartana, in cui i redattori, ora divenuti tre con l’aggiunta di Giulio Forconi, stilano un bilancio del lavoro della rivista, ammettendone i limiti materiali e esortando i lettori alla collaborazione. I problemi di ordine finanziario cui «La Tartana» va incontro sono dovuti ai metodi di distribuzione: la rivista non è venduta, ma consegnata gratuitamente o spedita a chiunque ne faccia richiesta scritta e alleghi un francobollo postale166. Ancora dalla nota, traspare il cruccio dei redattori di non poter rispondere a tutti i messaggi giunti per posta, a causa del loro altissimo numero, anche se spesso ci si trova in presenza di «autentici messaggi umani inviati da situazione di grande solitudine».

 

 

Il numero 12 de «La Tartana degli influssi», il penultimo della rivista, ospita al suo interno un messaggio dal forte impatto emotivo.

 

Caro Roversi,

in un periodo in cui la comunicazione è interrotta, i linguaggi sono affogati nel non senso, le parole sono malate: pensiamo che uno dei pochi modi per vivere come esseri sociali intelligenti e liberi sia fare poesia. Dalla galera non escono solo messaggi di guerra e di morte (questi sono gli unici messaggi che lo Stato permette che escano); c’è tutta una vita e una generazione che paga le proprie illusioni e le proprie speranze e, soprattutto, persone vive che, pur nello schifo e nella violenza dello Stato, vogliono parlare e comunicare, distruggendo la barriera che il carcere ha il compito di costruire per mettere a tacere ogni forma di vita irrecuperabilmente unica. Con la poesia non vogliamo far altro che parlare e dare un senso alle nostre voci.

Ti alleghiamo alcune nostre poesie.

 

La lettera è firmata da tre uomini (G. Borioni, G. Maccari, G. Miagostovich), autori cui è dedicata tutta la parte centrale della rivista. Le poesie sono riportate nel manoscritto calligrafico delle lettere, unitamente alla sigla della casa circondariale di Trani e ad alcune immagini schizzate a penna dai detenuti. Tra le centinaia di lettere indirizzate al poeta, i redattori scelgono di trascriverne una per intero, ispirando l’idea di una poesia figlia di condizioni di vita estreme.

Due indizi di cambiamento si riscontrano negli ultimi numeri. Nell’ottavo fascicolo della rivista appare un nuovo logo, un disegno stilizzato di un animale dal lungo collo (probabilmente una giraffa), che verrà utilizzato per firmare i lavori della Cooperativa Culturale Dispacci, cooperativa fondata di lì a poco per tentare di creare un organo gestionale delle risorse poetiche messe in gioco dalle nuove iniziative. Ed effettivamente, sugli ultimi numeri, una didascalia in copertina reciterà: “Edito a cura della Coop. Culturale ‘DISPACCI’ Bologna”. Siamo a cavallo tra due esperienze culturali.

«La Tartana degli influssi» espleta la sua spinta creativa tra il 1980 e 1982, rendendosi testimone dell’altro avvenimento storico che sconvolgerà la cittadina bolognese, la strage alla stazione di Bologna: è il 2 agosto 1980, la bomba esplode alle 10 e 25 nella sala d’attesa della seconda classe, nella stazione stracolma di turisti e cittadini bolognesi. I morti sono 85, i feriti più di 200. Si tratta dell’attentato terroristico più grave che abbia colpito l’Italia durante gli anni di piombo.

 

Con esso la grande ondata di terrore innescata dalle “politiche della tensione” degli anni Settanta giunge all’apice.

Un’esperienza direttamente legata alla strage è «Il foglio dei quattro giorni» uscito dal 30 luglio al 2 agosto 1981, in occasione delle manifestazioni di commemorazione all’attentato. Curato nuovamente da Roversi e Maldini, con l’aggiunta di Bruno Brunini, Nicola Muschitiello e Mino Petazzini, il foglio «si propone di essere un registro, sia pure essenziale, degli stati d’animo, dei pensieri, delle speranze, delle aspettative, dei sentimenti dei giovani convenuti a Bologna per le Manifestazioni del 2 agosto»167. Nel primo numero la rivista raccoglie scritti che testimoniano e commemorano la strage, in quelli successivi si registrano le reazioni emotive dei giovani di fronte alle quattro giornate di incontri. «Improvvisamente nel cielo / Azzurro e bianco / Come gli occhi di una madre amorosa / Improvvisamente il tuono / Il boato della deflagrazione. / Improvvisamente nel cielo / Già afoso dall’agosto torrido / Il lampo violaceo ed il tuono / Inatteso di un temporale / Senza pioggia né vento. / Chi corse giù per le vecchie strade / Vide occhi di terrore visi rigati/ Dal pianto umile del popolo, / Uniti verso il grande rogo di pietre / E la folla a cordone che muta / Attendeva / Un alito di vita sepolto / Improvvisamente nel cielo / Azzurro e dolce / Il tuono, il boato, la morte maledetta»168.

Il foglio ospita scritti di giovani di varie nazionalità, con la volontà di oltrepassare i confini emiliani e di espandere il grido di protesta oltralpe: nell’intestazione il titolo è riportato in quattro lingue «Foglio dei quattro giorni», «Das viertagebblatt», «Journal des quatre jours», «Four days news sheet». Facendo fronte a necessità pratiche, per la rivista si sceglie un formato maneggevole e veloce, un foglio A3 non ripiegato, colorato e stampato su due facciate, simile a un manifesto. In effetti i tempi per la preparazione e la pubblicazione dei numeri sono molto stretti: durante le quattro giornate si raccolgono materiali e testimonianze in piazza, di sera si impagina il tutto e durante la notte si stampa ad Alpha Beta, tipografia bolognese che accompagnerà l’uscita di questo e altri periodici. Il foglio è distribuito manualmente al mattino per il costo simbolico di 100 lire.

 

 

Il sottotitolo scelto per la fanzine è “di poesia, di poesia, di poesia”, nonostante su di essa non appaiano esclusivamente testi poetici. Attraverso tecniche espressive varie, prose poetiche, articoli di giornale, interviste dialogate, si dà spazio a interventi distanti dalla volontà commemorativa e incentrati su tematiche di grande attualità nell’universo giovanile (l’uso dell’eroina, la mancanza di ideali, il cattivo rapporto tra studenti e istituzioni). Tra i nomi dei poeti ospitati nel «Foglio dei quattro giorni» scorgiamo quello del non proprio esordiente Carlo Bordini, che nello stesso anno pubblicava per una collana diretta da Roversi e Giancarlo Majorino la silloge poetica Strategia169.

In seguito a queste prime esperienze di poesia militante, soprattutto grazie all’ottimo riscontro ottenuto con «La Tartana degli influssi», viene creata a Bologna nel 1982 la Cooperativa Culturale Dispacci, che oltre a Roversi e Maldini annovera tra i suoi soci fondatori Nicola Muschitiello, Giuseppe Cafiero, Gabriele Milli e Mino Petazzini, ai quali si aggiungeranno negli anni Salvatore Jemma e altri giovani poeti. La cooperativa si costituisce con lo scopo di diffondere la poesia di autori esordienti attraverso iniziative editoriali, momenti aggregativi pubblici, letture collettive e fogli poetici. Come aveva fatto Roversi anni prima, il gruppo si pone il problema della gestione della comunicazione e, per mezzo dei ciclostilati, scrittori in erba iniziano a gestire direttamente la propria poesia: essa non è più affidata alla distribuzione di agenzie o editori, ma diventa autonoma e clandestina; il ciclostile è un espediente che avvicina il mondo giovanile alla cultura. La Cooperativa ottiene una sede comunale in cui riunirsi e operare, ma i giovani, sempre più numerosi e sempre più entusiasti, continuano a gravitare attorno alla libreria Palmaverde e al poeta libraio, che non cessa mai di esercitare la sua attrazione: «Così in quegli anni ’80, per tante voci disperse bolognesi e italiane, La “Palmaverde” e il gruppo di “Dispacci” diventano lo spazio in cui misurarsi e riconoscersi»170.

Il nuovo impegno si esprime attraverso due momenti: gli incontri culturali disseminati nella città e la creazione delle riviste. La poesia cessa di essere chiusa in scuole o accademie ed esce in strada: letture collettive vengono organizzate in luoghi pubblici, teatri, piazze, cortili e osterie; nei weekend i giovani rinunciano ai consueti svaghi e partecipano agli eventi di «Dispacci».

La poesia costituisce un luogo di espressione libera e autentica. Si assiste a un salto comunicativo, cambiano i rapporti tra gli autori e i lettori: nei reading poetici non esiste più confine tra lettore e ascoltatore. «Dispacci» offre a tutti l’occasione di esprimere se stessi in versi, di rendere pubblici sentimenti e pensieri altrimenti mai condivisi.

Quasi subito viene creato un archivio in via del Pratello con i materiali che giovani scrittori inviano da ogni parte d’Italia: «Poesie del quotidiano, poesie politiche, poesie d’amore, poesie maledette. Una nuova soggettività portava in superficie la lingua del sentire. C’erano voci cariche di solitudine e di sogno, voci che nella vita si sentivano perdute, che si riflettevano nelle ragioni che ostacolavano la loro circolazione»171.

L’archivio del Pratello funge da punto di raccolta per gli scritti usati all’interno delle riviste nate dal lavoro della cooperativa: l’omonima «Dispacci», «Lo Spartivento», «Numerozero». I fogli volanti sono l’espressione di un mondo sotterraneo e finora mai indagato, strumento di resistenza critica e conoscitiva. L’idea stessa della rivista cambia.

 

Fig. 20: “Foglio dei quattro giorni”, gruppo redazionale. Agosto 1981, Comune di Bologna, Piazza Maggiore. Da sinistra, Mino Petazzini, Maurizio Maldini, Nicola Muschitiello, Calabria, Luca Sossella.

 

Mi interrogo in questo momento e in questa occasione su cosa sia, debba essere o possa essere una rivista oggi. Specialmente una rivista di testi di poesia. E non di poeti laureati o di testi già selezionati ma di autori nuovi, esordienti172.

 

I tempi sono maturi, dall’esperienza di «Officina» sono trascorsi più di venti anni: «ai miei tempi una rivista si poteva avviare anche con approssimazione, con improvvisazione o con la sola passione di farla […] Gestire la propria comunicazione, allora, era difficile ma non impossibile»173. Si pone un problema storico di gestione dei contenuti: gli anni Cinquanta erano stati anni di rivalsa intellettuale ed economica; chi allora si era imbattuto nella creazione di una rivista sapeva di poter contare sull’attenzione di un sistema culturale basato su riferimenti forti e su un’ideologia compatta. «Adesso, al contrario, mi sembra che sia facile ottenere attenzione da ogni parte, ma per un momento troppo breve; quindi un’attenzione scarsa (scarna) per avere la garanzia di un ascolto attento e soprattutto continuato. Tra ieri e oggi insomma […] la differenza sta nell’attesa». La situazione negli anni ’80 si è fatta più complessa, da una parte per la mancanza di riferimenti politici solidi, dovuta al crollo dell’ideologia di sinistra, dall’altra per lo sfaldamento dell’industria editoriale, ormai guidata dalle sole logiche di mercato. Le riviste nate dall’officina culturale di «Dispacci» basano le proprie fondamenta in questo contesto, e però, al contrario del lavoro svolto con «Il Cerchio di gesso», lasciano alle spalle il periodo di lotte infuocate che aveva animato le scritture precedenti.

Antesignana dei nuovi periodici poetici è la rivista «Le Porte» che reca come sottotitolo «Giornale di poesia a cura di Roberto Roversi e Gianni Scalia». Edita in un formato molto compatto (11x19 cm), un centinaio di pagine rilegate in una brossura dalla copertina rossa, dal costo di 3000 lire, «Le Porte» ricorda nelle sembianze più un libretto di poesie che un periodico. Della rivista usciranno in tutto tre numeri: il primo nel febbraio 1981, edito per i tipi della Libreria Palmaverde, il secondo nel 1982 e il terzo nel 1983, entrambi per l’Editrice «Dispacci».

La rivista raccoglie testi poetici e racconti di scrittori esordienti, fanno qui la loro comparsa alcuni autori spesso legati alla vicenda biografica roversiana in qualità di collaboratori, amici o critici della sua opera, quali Gianni D’Elia, Luca Sossella e Massimo Raffaeli.

Già collaboratore di Roversi ai tempi di «Officina», Gianni Scalia firma insieme al poeta la postfazione al primo numero della rivista: «“Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere” (Apoc., 3,1). Molto meno (o per nulla) apocalittica, non ambiziosamente ultimativa, escatologica, sarà la rivista-libro, o quaderno, o fascicolo o giornale, che stiamo per aprire, tanto è favorevole e propizio, sembra, il tempo presente, a ciò che dicono “la poesia”, se la si diffonde e divulga attraverso tanti luoghi e modi e forme. Insomma, il “boom della poesia”»174. In questo passo Scalia volge lo sguardo alla proliferazione di riviste e libricini autonomi, senz’altro riconducibile all’attività passata alla storia letteraria con il nome di “esoeditoria”175: una produzione editoriale esterna ai canali convenzionali e non regolata da logiche di mercato, connessa alla ricerca di nuovi linguaggi espressivi e nuovi mezzi di comunicazione, che esprime il suo potenziale attraverso l’autoproduzione di libri e periodici.

 

La poesia è dovunque, e comunque: in tutte le stagioni. Ci sono poeti festivi e feriali, selvaggi e addomesticati, all’aperto e al chiuso; scritti e orali, visuali (e visibili), grafici e fonetici; morali e murali […] La poesia (vera) di chi non è (ancora) conosciuto è ancora clandestina, sotterranea; è ancora patrimonio dell’ostinata fede dei solitaires. […] Non è vero che siano aperti i portoni dei mass-media, i programmi radiofonici e i canali televisivi, le colonne dei giornali o ebdomadari; che sia erogata una porzione (benché parca) del budget degli editori176.

 

Proposte volte a superare le fisse logiche editoriali si moltiplicano, accompagnano l’uscita dei fogli autogestiti pubblicazioni di libretti poetici e narrativi estranei al mercato convenzionale. È il caso della collana «Dispacci di poesia», «libretti anomali di opere singole e complete (lungamente curate) […] per un pubblico di lettori selettivo e selezionato»177. Escono opere di Mino Petazzini (Radio dei giorni di pioggia), di Saverino Cesari (Le armate del conquistatore), di Luca Sossella (Stato in luogo), di Salvatore Jemma (Scene). Queste raccolte accompagnano l’uscita dei fogli periodici «La Tartana degli influssi», «Le Porte» e «Dispacci».

Il più delle volte l’uscita delle riviste della Cooperativa risulta frammentaria e disordinata, le testate hanno periodicità irregolare e le pubblicazioni tendono a intersecarsi tra loro, dando vita a una conseguente disseminazione di scritti e scrittori. A ridosso della prima uscita di «Le porte» inizia ad essere pubblicata «Dispacci», l’omonima rivista prodotta dalla cooperativa tra il 1981 e il 1987. Il nuovo foglio cerca di continuare l’esperienza nata con il «Foglio dei quattro giorni», estendendo nel tempo quel coro di voci in lotta contro terrorismo e guerra. Il formato adoperato è lo stesso dei fogli-manifesto distribuiti durante le giornate di commemorazione della strage, sfruttando il vantaggio di un mezzo rapido ed economico. Elemento comune alle due riviste saranno infatti la fretta e l’impazienza, intese come bisogno materiale e ideologico.

 

Il titolo di questo Foglio ha per radice semantica la fretta (se dépêcher). Per dire anche che bisogna fare presto, che bisogna essere veloci come un comunicato telegrafico: non perché se ne ha voglia, ma perché è conveniente – per non dire necessario. Bisogna andare di corsa lungo il filo dei giorni e senza il filo di Arianna perché ci troviamo – senza volerlo? – sul filo della lama – verso la punta. Quando il futuro è cominciato, noi crediamo giustamente che è l’oggi. Anche per questo – in questa semplice consapevolezza – bisogna sbrigarsi. A pensare, dire, fare178.

 

Curato da Brunini, Maldini, Muschitiello, Petazzini e Roversi, il primo numero di «Dispacci» avvia la sua argomentazione traendo spunto dal momento storico attraversato: la guerra fredda o «guerra nella pace». Si raccolgono poesie e articoli contro l’uso del terrore, contro il ricorso al nucleare, contro la “tanatocrazia”.

 

Firmano gli interventi gli stessi redattori, compreso Roberto Roversi, con l’aggiunta di qualche ospite come Giuseppe Guglielmi, già saggista e traduttore per «Rendiconti», e Ferruccio Brugnaro, poeta operaio attivo nelle lotte sindacali per i diritti dei lavoratori. Sul secondo numero del foglio appaiono le Trenta poesie di Roversi, successivamente inglobate nell’opera Il Libro Paradiso, punto di raccolta dei materiali disseminati dal poeta in varie riviste tra gli anni Settanta e gli Ottanta.

Alcuni numeri vengono poi dedicati a tematiche specifiche, come il numero contro il nucleare nel 1987 (all’indomani del disastro ambientale di Čhernobyl’) o il numero che ospita poesie contro l’apartheid. Nel decimo numero si raccolgono gli scritti dei ragazzi dell’Istituto “Siciliani” in via del Pratello a Bologna.

Vari cambi gestionali si susseguono nella storia della rivista, come l’entrata in redazione di Giuseppe Cafiero e di Salvatore Jemma, ma la svolta più significativa è la creazione nel 1982 della Cooperativa che da essa prende il nome. Come si è già detto, il gruppo formale di «Dispacci» nasce dalla necessità di creare un organo di gestione per le esperienze che affollano il sistema culturale bolognese.

Il 1985 è l’anno di un’altra esperienza. Vengono pubblicati, nel mese di maggio, sei numeri de «I prati di Caprara»179, come supplemento a «La Società» e con l’appoggio specifico della F.G.C.I. (Federazione Giovani Comunisti Italiani), dato l’approssimarsi delle scadenze elettorali. Si tratta di un foglio militante che non ricorre ai soliti linguaggi istituzionali e giornalistici, ma che cerca un modo creativo per parlare ai giovani di politica: «poesie, metafore, epigrammi, brevi monologhi, agili fiabe, piccoli sceneggiati, strisce, romanzi e fumetti». I redattori (Pino Blasone, Claudio Caprara, Anna del Mugnaio, Vanni De Simone, Rudi Ghedini, Salvatore Jemma, Gabriele Milli, Emiliano Montanari, Roberto Roversi, Gualtiero Via, Danilo Zacchiroli) affidano il messaggio di questo progetto sociale ai mezzi della poesia, della fantasia e della libertà espressiva.

«Lo Spartivento» è un nuovo foglio di poesia militante a circolazione gratuita, il cui primo numero risale al maggio 1986 a cura del gruppo «Dispacci». La novella fanzine, sulla scia dei precedenti, pensa se stessa come luogo di incontro in cui autori e testi poetici possano dialogare in modo libero e autogestito.

 

Spartire il vento non ha certo il significato – che sarebbe arrogante per tutti e tanto più per noi e per il nostro lavoro – di selezionare il meglio e il peggio, il buono e il cattivo, secondo criteri e giudizi personali di cui nessuno invece può arrogarsi – e a nessun livello – la primogenitura […] Al contrario vorremmo indicare che ci sentiamo dentro al grosso frastuono e al moto attivo e difficoltoso del nostro tempo; partecipando dell’ansia giusta e inquieta di ricerca di ognuno; e con lo scrupolo, comune a tanti, di volere individuare qualche utile suggerimento o qualche linea di direzione; proponendo nello stesso tempo, con questo foglio, un riferimento che sia (e dia) occasione di buona lettura o di qualche riflessione180.

 

La prima uscita è stampata su un grande supporto, un foglio dalle dimensioni 70x100 ripiegato in più parti. Al suo interno vengono ospitate in maniera ordinata, in 32 paginette, sillogi poetiche di sei autori esordienti. I primi tre numeri sono diretti da Roversi insieme a Salvatore Jemma, Gabriele Milli e Maurizio Maldini per la Cooperativa Culturale Dispacci, ma presto la gestione della rivista è affiancata dalla segreteria della C.G.I.L. di Bologna. Dal quarto numero viene scelto un nuovo formato: «Lo Spartivento» è stampato in un fascicolo a quattro facciate (un foglio A3 ripiegato in due), molto più pratico e maneggevole del precedente. A partire dal fascicolo numero 30 la rivista cessa la collaborazione con il sindacato dei lavoratori e torna ad essere foglio autoprodotto. La redazione del periodico sarà col tempo lasciata al solo Gabriele Milli, che la condurrà fino al n. 78 (autunno 1994) avvalendosi dell’aiuto dei vecchi collaboratori.

Il foglio ospita in maniera selettiva testi popolari e dialettali dimostrando grande interesse per la vita civile e sociale della terra emiliano-romagnola (Folkore, canzoni e poesie popolari della Romagna apparse sui numeri 43 e 50). La nota che caratterizza in originalità il nuovo lavoro è l’apertura dell’indagine verso realtà poetiche extraeuropee, con numeri dedicati alla poesia del Nicaragua (il n. 4 del dicembre ’87), alla Palestina, agli artisti dell’Europa mediterranea, alla libertà in Cile (il n. 16 del gennaio ’89), ai poeti arabi e iraniani181, alla poesia di Emilio Prados durante la guerra civile spagnola. La rivista affronta inoltre tematiche sociali contemporanee come l’emigrazione dei lavoratori in Germania e le lotte sindacali (il numero 22 titolava ad esempio: Fiat 1989: se non c’è lotta, il nulla).

 

Sul venticinquesimo numero, stampato nel febbraio 1990, i redattori stilano un bilancio del lavoro svolto: «Attualmente tiriamo 8.500 copie di ciascun numero, in tiratura normale; di queste 6.121 sono spedite a 1.160 indirizzi, 182 dei quali ci aiutano a far circolare più copie […] Tuttavia ci piacerebbe arrivare, oltre a più lettori con una singola copia, anche con più copie in molti più luoghi di lavoro, scuole, librerie, biblioteche, centri culturali e associazioni, ecc.; dovunque qualcuno pensa sia utile e ci possa aiutare a far circolare il nostro foglietto»182. Il numero 26, invece, verrà distribuito gratuitamente in occasione della manifestazione unitaria organizzata da CGIL, CISL e UIL, per il centenario del Primo Maggio, insieme alla ristampa de Le Descrizioni in atto di Roberto Roversi.

«Lo Spartivento» registra gli esordi compositivi di alcuni scrittori divenuti in seguito noti a livello nazionale. È il caso di Antonella Anedda che nei numeri 36 e 37 del 1991 pubblica alcuni scritti dalla sua opera Residenze invernali, edita l’anno successivo per Crocetti Editore di Milano. Singolare appare poi la presenza tra i collaboratori di Alfio Antico, musicista siciliano, maestro dei tamburi e dei canti popolari183.

Sui numeri 56 e 57 Gabriele Milli cura un’antologia delle poesie di Roberto Roversi tratte dalla raccolta Dopo Campoformio, mentre sempre dello stesso autore sul numero 58 dell’ottobre 1992 appaiono i testi, ancora inediti, della seconda parte de L’Italia sepolta sotto la neve.

Dal 1990 la redazione della rivista pubblicherà anche la piccola collana dei «Quaderni de Lo Spartivento», iniziando appunto con la ristampa a tiratura limitata de Le descrizioni in atto. Seguirà nel dicembre dello stesso anno la pubblicazione dell’antologia Lo Spartivento. Foglio di poesia militante. Antologia di testi dal n. 1 al n. 27 (1986-90) e nel maggio ’91 le poesie di Emilio Prados Destino fedele (esercizi di poesia in guerra, 1936-1959), tradotte da Gabriele Milli.

Contemporanea al lavoro de «Lo Spartivento» è l’uscita di «Numerozero», che conta quattro fascicoli editi tra il 1986 e il 1987. Lo stile di questa nuova rivista è per alcuni aspetti distante dai fogli di poesia militante analizzati finora, presenta infatti una grafica maggiormente studiata e curata, in 32 paginette stampate su carta lucida e rilegate con punto metallico. Il prezzo di ogni fascicolo è di 3000 lire.

Il gruppo redazionale è composto dai già noti Roversi, Maldini, Petazzini, Jemma e Brunini, con l’aggiunta di Bruno Giorgini e Carlo Antonio Gobbato. La sede redazionale è presso Gabriele Milli.

L’impostazione della rivista è indizio di un lavoro meno istintivo: attraverso un’analisi ragionata della letteratura, si riflette sul senso dell’essere poeta e sul ruolo dell’intellettuale, si recensiscono e traducono poeti europei, allargando l’orizzonte speculativo alle correnti letterarie mondiali per poi riportare il discorso critico sulla cultura italiana. «Vorremmo provarci a redigerli questi quattro fogli; vorremmo provarci, consapevoli dei nostri limiti e delle difficoltà che ci aspettano, per non disarmare, cercando il poco, l’indispensabile, il necessario».

Non mancano contributi originali dei curatori che pubblicano in rivista poesie e prose di loro creazione. Si può guardare il racconto di Maurizio Maldini La casa di Macao, pubblicato a puntate, dove innovazioni grafiche e interpolazioni linguistiche si intrecciano con frammenti di narrativa di viaggio, aprendo la pagina a un alto grado di sperimentazione:

 

Ma non basta Graceland, preferisco ascoltare, ascolto-risveglio, ascolto sveglio da sveglio

le chant du reveil.

Mon réveil, ton réveil, notre réveil, le réveil de l’Afrique.

Bâ, Bà!! Bà! Bà!184

 

Sulle pagine di «Numerozero» viene dedicato uno spazio alla pubblicizzazione dei libretti curati dalla Cooperativa «Dispacci» (dello stesso Maldini ad esempio viene citato Jambì scritto in collaborazione con Patrizia Farina, mentre per la collana «Mai più soli» si citano Al Nord I di Gabriele Milli, Salterio di Giovanni Monasteri e Una luce bianca congelava la scena di Piero Ristagno). Si trova accenno inoltre a un fascicolo della rivista di arte postale «Nordsee» (Non sono un falegname, purtroppo..), curata da Maurizio Maldini, poesia in forma i manifesto185.

Con l’esperienza di «Nunatak» siamo ormai in pieni anni Novanta. Per la rivista usciranno nel complesso 12 fascicoli, dal febbraio ’92 al giugno ’95186.

Questo nuovo foglio si presenta in un formato molto compatto: una quarantina di pagine in formato A5, rilegate con punto metallico, con copertina in cartoncino ruvido e colorato (verde o rosso), simili nelle fattezze agli ultimi numeri di «Rendiconti». In prima pagina, il titolo “Nunatak”, manoscritto con calligrafia elementare, è accompagnato da un’epigrafe: «Durante la glaciazione alcune zone rimangono prive di ghiaccio. In questi luoghi, detti con voce eschimese nunatak, alcuni organismi possono sopravvivere e resistere fino al successivo disgelo». Il titolo scelto, quindi, si carica di valenze simboliche: «Nunatak» è un collettivo di autori che continua a lavorare con tenacia, nonostante le avverse condizioni circostanti. Non si tratta più di un’azione del collettivo di «Dispacci», ormai sciolto, tuttavia alcuni degli scrittori che compongono la nuova redazione provengono dall’esperienza della cooperativa. La rivista è diretta da Rudi Ghedini, sotto la proprietà di Salvatore Jemma, mentre nel gruppo redazionale ritroviamo Roberto Roversi, Emanuela Risari, Viviana Rosi, Simonetta Tunesi, Gualtiero Via, Katia Zanotti e Sergio Zappoli. Il fascicolo è tirato in 400 copie e distribuito da pochi rivenditori, per lo più librerie ed edicole, tra cui la Palmaverde.

Gli argomenti toccati dalla rivista sono di carattere generale, con l’alternanza di interventi su tematiche sociali e letterarie. Si riflette su l’emigrazione, la disoccupazione, l’operato dei partiti italiani, la situazione politica internazionale, il presente della realtà italiana e della cittadina bolognese187. Alla letteratura si dedicano due rubriche: “Scritture”, che ospita interventi critici o brevi racconti, e “Fossili”, che raccoglie brani tratti da opere di scrittori internazionali come William Burroughs o Thomas Mann.

Nell’ottavo numero del settembre 1993 è presentata la neonata Associazione Nunatak, costituita da alcuni attivisti «mossi dal proposito di costruire un gruppo che tenti di tradurre in azione politica i temi che sono stati oggetto, sulla rivista, di elaborazione scritta»188. Sulle pagine del periodico è esposto il programma di iniziative proposto dall’associazione, con interventi mirati agli ambiti del disagio sociale, del lavoro e dell’urbanistica cittadina.

Con «Nunatak» si è ormai lontani dai fogli di poesia clandestina e militante che invadevano lo scenario culturale bolognese negli anni ‘80. Si avvia ora una nuova fase progettuale di intervento e partecipazione socio-culturale, coincidente con il mutato clima ideologico locale e nazionale. Questa proliferazione non riguarda del resto la sola città di Bologna, fogli autogestiti sorgono in tutta Italia. Lo stesso Roversi si sofferma ad analizzare il fenomeno, inarrestabile, delle “rivistine”.

 

Uno dei canali solo in apparenza più modesto e marginale, ma in realtà ‒ per verifica mai consumata ‒ corrosivo, tanto da confermare almeno una utilità dissacrante, è rappresentato dal borbottio fastidiosamente implacabile delle rivistine (la parte povera del mondo culturale), l’armata quasi invisibile delle formichine della parola, che non cessano di picchiare alle porte e presentarsi con dura tranquillità. Che ci siano, invece, e che si presentino non invitate e silenziose, con il proposito di non lasciarsi imbavagliare, sgomentare, disperdere, è un risultato di fervore mai spento e di resistente fiducia nei destini della cultura, in un mondo che non deve essere travolto dall’abuso informatico che lo rode tutt’ora.

Una buona conferma d’impegno è dunque verificabile nella realtà e nel numero dei messaggi periodicamente proposti ‒ attraverso la fatica di tanti189.

 

La partecipazione a questa parte povera del mondo culturale sarà una costante che accompagnerà il lavoro dello scrittore fino agli ultimi anni di vita.

L’analisi delle riviste qui svolta si basa sulla scansione temporale utilizzata da Roberto Roversi nel saggio Vent’anni (1980-2000), qua a Bologna, di lavoro letterario inquieto e partecipato, fuori dai musei, per il volume curato da Giancarlo Sissa Poesia a Bologna. Nello scritto sono elencati, «a futura memoria», le esperienze che nell’arco di un ventennio hanno visto la partecipazione di un gran numero di giovani.

 

In quegli anni e magari anche prima, si sono avviati, portati avanti e alle volte poi sospesi o variamente conclusi vari impegni di lavoro, tutti insieme e parecchi, e lavorando di buona lena. Personalmente, fra questi giovani (allora) ho molto imparato e ho avuto sentimenti forti190.

 

 

2. 4 Ultime testimonianze

 

Come già visto, l’ultima fase della scrittura roversiana è segnata dalla lunga composizione de L’Italia sepolta sotto la neve, poesia del ritrovato sentimentalismo, portatrice di una carica espressiva più pacata e meno rabbiosa. Questo smorzamento di toni non influenza l’attività saggistica dello scrittore, che anzi trattiene il solito fiele e la solita propensione verso l’analisi lucida e impietosa del reale. La parola di Roversi continua a caricarsi di valenze ideologiche precise, servendosi della poesia come strumento di una lotta politica individuale e condivisa: «continuare a fare e a dire cose sgradevoli, magari confinandosi ai margini, certo non adeguandosi alle regole, ma col desiderio di capire, di imparare, di comunicare con gli altri. Dato che (ne sono convinto) si vive per morire nella polvere fra i vinti, non fra il broccato coi vincitori»191. Una propensione che caratterizza anche le ultime prove di scrittura partecipata alle riviste autogestite degli anni Novanta e Duemila.

«Il giuoco d’assalto», nato in occasione della sconfitta epocale della sinistra alle elezioni comunali di Bologna, esce per la prima volta nel settembre 1999, durando a fasi alterne fino al 2002. La rivista riprenderà poi le pubblicazioni nel 2003 con il nome di «Fischia il vento», per altri quattro numeri. Stampato in fascicoletti formato A5, in carta semplice rilegata da un punto metallico, il periodico viene pubblicato con cadenza settimanale nella prima serie e mensile nelle ultime due. In copertina una didascalia chiarisce la scelta del titolo: «Il giuoco d’assalto in cui due giocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente le pedine (Giuoco bolognese del ’700)».

La rivista lavora nella direzione di un approfondimento politico con lo sguardo proteso alla situazione bolognese, amministrativa e sociale, rari appaiono infatti gli interventi poetici e, quando presenti, anche questi di argomento politico. I due curatori, Roberto Roversi e Salvatore Jemma, così come i collaboratori al foglio, partono dall’analisi dei fatti di attualità per esprimere un giudizio sul presente e lanciare un monito a una società in balia della crisi degli ideali, dell’inefficienza delle istituzioni e della cialtroneria dei politicanti. Firmano gli interventi più assidui Alfredo Antonaros, Antonio Catàlfamo e Marisa Zoni.

 

Cosa poter fare, visto che tanti onesti arrancano come noi? Ricostruire e riaffermare alcuni valori, alcuni principi indispensabili, necessari, irrinunciabili, urgenti. Rimettere insieme un piccolo frammento di identità comune, dato che tutto è stato raccolto in fretta dalla tavola (dai precedenti convitati) e scaraventato via impietosamente (loro restando, come un piatto sciacquato, senza lingua, senza idee, senza famiglia e senza storia)192.

 

Il «Giuoco d’assalto» cesserà le sue pubblicazioni dopo la stampa e la pubblicazione di 28 foglietti: «Su queste pagine, per mesi e mesi, abbiamo detto ciò che pensavamo di Bologna, di questo Paese, del mondo, dei silenzi di un deserto di dibattiti, confronti, girotondi, dichiarazioni. Quasi sempre il bisbigliare di questo foglio non ha conseguito alcun riscontro, alcun contraddittorio, alcuna mano che si alzasse per ribattere, confutare, mandarci a quel paese come certamente meritavamo»193.

Nonostante la chiusura, tra redattori e saggisti continua a farsi sentire la necessità di un momento di riflessione che affronti il continuo divenire della situazione politica. Nasce da questa esigenza, dopo un lungo intervallo, il «Foglio degli eremiti», identico al precedente nelle intenzioni, nello stesso formato, ma con una veste grafica meno dimessa e meglio strutturata. La nuova rivista uscirà dal febbraio 2010 al giugno 2011, sempre per la cura di Jemma e Roversi, con la collaborazione di nuove personalità, anche esordienti, e di nomi già noti, come Rudi Ghedini, Antonio Catàlfamo, Katia Zanotti, Alfredo Antonaros.

Anche il nuovo foglio presta attenzione alla situazione bolognese, allargando il raggio di interesse alle tematiche della scuola, del Welfare State, della comunicazione massmediatica. Molte riflessioni sulla politica nazionale scaturiscono dall’esito delle contemporanee elezioni parlamentari e amministrative.

Tra le ultime due esperienze citate si insinua la creazione della rivista multimediale «Bibliomanie.it», spazio di approfondimento culturale fondato da Roberto Roversi, Mauro Conti, Magda Indiveri e Davide Monda nel 2005, ancora oggi attivo194.

Roberto Roversi, partecipando a questi progetti «messi in atto con attenzione alla lingua e alle vicende da comunicare e condividere»195, mostra fino in fondo quella coscienza civile, mai sopita, artefice della lotta alle logiche del disimpegno e dell’immoralità, che concorre a fare del poeta uno spirito tra i più acuti della storia intellettuale italiana.

 

Ormai ottantanovenne e provato dagli anni, l’autore non cessa di intervenire in merito agli avvenimenti occorsi in Italia, firmando articoli fino a pochi mesi prima della sua scomparsa, avvenuta del settembre 2012. Qualche esempio, al marzo di quell’anno appartiene l’intervista rilasciata a «l’Unità» in occasione della scomparsa del cantautore e amico Lucio Dalla196, al maggio un intervento su «la Repubblica» in occasione del terremoto che sconvolge le province di Modena, Ferrara, Mantova e Reggio Emilia197.

Un’ultima esperienza, riconducibile al lavoro roversiano, è la rivista multimediale «istànti», curata da Salvatore Jemma. Sui primi numeri di questo foglio digitale compaiono in allegato tre registrazioni vocali di un’intervista a Roberto Roversi realizzata nell’ottobre 2011 a Bologna (n. 1 gennaio 2012, n. 2 marzo 2012, n. 3 maggio 2012): «istànti» è stato solo l’ultimo dei modi di fare e di proporre una comunicazione, composta in proprio non per un qualche rifiuto da parte della cultura dominante - non può esservi rifiuto da una parte se non c’è stata richiesta dall’altra - ma costruita in modo da sottrarsi a quel sistema, affinché vi possa essere la libertà di gestirla liberamente e senza compromessi»198. E significativo risulta senza dubbio il fatto che proprio il numero conclusivo della parabola di «istànti», il n. 16 del settembre 2015, sia per intero dedicato alla figura di Roversi, il poeta libraio.

 

Perché Roversi non c’era

E non ci sarà, in ogni caso.

Non ci sarà mai più. Nel nostro tempo.

Sarebbe il caso che se ne ricordassero

Tutti quelli che ne parlano

(a cominciare da me, da noi).

Sarebbe il caso che guardassero

Nella sua inesorabile direzione.

Nell’edificio dove tutte le stanze sono vuote.

C’è una sedia di ferro tra le foglie.

Piove dentro199.

 

 

***

 

NOTE

 

1          «Nel terzo/petalo odoroso si contempla/Roversi, come un monaco pazzo, che cerca una clausura nella/clausura, per rifare di nuovo il cammino già fatto». Pier Paolo Pasolini, Nuova poesia a forma di rosa, Garzanti, 1964.

2          Maria Gervasio, Un mondo diverso, in «fuori dal mondo» con Roberto Roversi, a cura di A. Antonaros, S. Jemma, A. Morino, EnnErre Le nostre ragioni, Bologna, 2013, p. 42.

3          Roberto Roversi, in E. Vittorini, Notizia su Roberto Roversi, in «Il Menabò», I, 1960, 2.

4          Salvatore Jemma, intervento letto alla libreria Zanichelli il 28 ottobre 2012, in ricordo di R.R. e per la presentazione del suo ultimo libro, Libri e contro il tarlo inimico.

5          Roberto Roversi, Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012, p. 131.

6          «Io mi sono sempre occupato personalmente delle spedizioni, facevo pacchi robustissimi. Un cliente giapponese mi scrisse estasiato per come gli avevo imballato una Treccani, un volume per volta con carte di colori diversi, volevo rivaleggiare con l'armonia del Sol Levante. Dai libri che partivano per l'estero, che dovevano affrontare un viaggio lungo e periglioso, mi congedavo con un rito speciale: scrivevo una piccola poesia per loro e la infilavo fra le pagine». R. Roversi, I libri? Non moriranno mai, a me hanno salvato la vita, intervista di Michele Smargiassi, http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/06/27/news.

7          Roberto Roversi, Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012, quarta di copertina.

8          «Offro queste poesie scritte e tutelate nel tempo a chi ama i libri e la poesia, la poesia e i libri, e non si lascia ingannare dalle ombre del mercato e della fretta. Che questi versi accompagnino il buon lettore, dunque, e accompagnino anche me nel tempo residuo della vita». R. Roversi, cit., risvolto di copertina.

9          Id., Libri e contro il tarlo inimico, cit., p. 108.

10         Ivi, p. 31.

11         «Vendere i libri, mi creda, è la parte più dolorosa del mestiere di libraio. Tra i miei libri di casa e quelli di libreria non c'è mai stato un confine vero. Ogni libro che partiva era una perdita inesorabile. E quante volte, venduto un titolo, mi sono messo subito a cercarne uno identico per riempire il vuoto». R. Roversi, I libri? Non moriranno mai, a me hanno salvato la vita, intervista con Michele Smargiassi, cit.

12         Id., Libri e contro il tarlo inimico, cit., p. 118.

13         Salvatore Jemma, art. cit.

14         R. Roversi, Spaventoso rombo e notturna devastazione nella grande città di Parigi 1808, ora in ID., Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, a cura di Antonio Bagnoli, Pendragon, Bologna, 2010, p. 127.

15         R. Roversi, Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, «Lengua», 1990, 10.

16         Ivi.

17         Roberto Roversi, Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, ora in Id., Tre poesie e alcune prose, a cura di Marco Giovenale, Sossella Editore, Roma, 2008, pp. 487-488.

18         Ibidem.

19         «Al fronte, nel '44, dopo il mio battesimo del fuoco, ero perso, disperato, sul punto di scappare, la sera sotto un covone di paglia mi tastai la giubba e trovai due libriccini che non ricordavo di avere preso, scelti perché stavano in tasca. Uno era Goethe, lo aprii a caso e lessi due versi: “Se l'inverno viene, può la primavera essere lontana?”. Quel libro mi salvò dalla fucilazione per diserzione». R. Roversi, intervista con M. Smargiassi.

20         Nel 2013 è stata edita da Pendragon un’edizione integrale dell’opera giovanile di Roversi, con una prefazione di Ivano Dionigi e uno scritto di Marco Antonio Bazzocchi.

21         R. Roversi, Il frate insonne letto sotto le bombe, in «Alias - il manifesto», n. 9, agosto 1998, pp. 22-23.

22         «Leopardi, Petrarca, ma anche e soprattutto Dante e il pre-dantismo, quello più lacerato e aspro, più pronto e rauco, insomma Cavalcanti (“così la fera e aspra mia tristezza”) o Cecco (“Tant’aspra e dura è mia malinconia”), o lo stesso Dante più petroso o apocalittico». Giuseppe Zagarrio, Roberto Roversi, in Letteratura italiana, VI, I contemporanei, Marzorati, Milano, 1974, p. 1529.

23         R. Roversi, Conversazione in atto, cit., p. 488.

24         Roberto Roversi, in Elio Vittorini, cit., p. 101.

25         Ibidem.

26         Roberto Roversi, Pasolini nella memoria, in «il manifesto», giugno 1981.

27         R. Roversi, in Elio Vittorini, cit., p. 101.

28         Id., Guardare ascoltare. Mescolare tutto ma non in modo confuso, M.T. Serafini, in a cura di , Come si scrive un romanzo, Milano, Bompiani, 1996, pp. 162-63.

29         Salvatore Jemma, La biro di R.R., in Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna, dall’Ottocento al Contemporaneo, vol. III, a cura di P. Pieri e L. Weber, Clueb Editore, Bologna, 2007, pp. 185-230.

30         Pubblicato sul n. 6 di «Officina» nell’Aprile del 1956, verrà poi inglobato nella raccolta di poesie Dopo Campoformio, edito da Feltrinelli nel 1962. Il poemetto e l’intera raccolta ripercorrono l’esperienza del conflitto mondiale a distanza di dieci anni.

31         Ivano Dionigi, prefazione a Roberto Roversi, Le origini dell’irrazionalismo di Nietzsche nelle opere giovanili, Pendragon, Bologna, 2013, pp. 8-9.

32         Marco Antonio Bazzocchi, in Roberto Roversi, Le origini dell’irrazionalismo di Nietzsche nelle opere giovanili, Pendragon, Bologna, 2013, p. 94.

33         Roberto Roversi, Le origini dell’irrazionalismo di Nietzsche nelle opere giovanili, cit., p. 19.

34         R. Roversi, Conversazione in atto, cit., pp. 473-474.

35         L’opera, riedita per intercessione di Vittorini nella collana «Medusa degli italiani» da Mondadori nel 1959 con il titolo di Caccia all’uomo, è stata ristampata nel 2011 dalla casa editrice bolognese Pendragon.

36         Christian Raimo, Resistere, resistere, in «Il Sole 24 ore», 27 novembre 2011.

37         Dirà Roversi a proposito della sua esperienza di guerra: «La guerra mi portò, rovinosamente, lontano […] Seguendo con rassegnazione i bandi dell’otto settembre fui in Germania con la Monterosa; poi, in Italia, finalmente, coi partigiani piemontesi. Non feci nulla; patii soltanto con tutte le forze, ma non più con rassegnazione», in Elio Vittorini, cit., p. 101.

38         R. Roversi, Fatto d’armi, in Id. Caccia all’uomo, Pendragon, Bologna, 2011, pp. 72-73.

39         Risale al febbraio 2015 la pubblicazione dello scambio epistolare tra Roberto Roversi e Leonardo Sciascia, più di duecento lettere spedite dal 1953 al 1972. Roberto Roversi-Leonardo Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde. Lettere di utopisti, a cura di Antonio Motta, Pendragon, Bologna, 2015.

40         Antonio Motta, Introduzione a Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 7.

41         L. Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde , p. 59.

42         R. Roversi, Ivi, p. 85.

43         Giuseppe Zagarrio, Roberto Roversi, in Letteratura italiana, VI, I contemporanei, Marzorati, Milano, 1974, p. 1532.

44         Roversi, Ritratto del Vecchio Celso, in Poesie per l’amatore di stampe, Edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1954.

45         Id., Conversazione in atto, cit., p. 494.

46         Dalla sezione il Tedesco imperatore, nell’edizione Einaudi del 1965, ora in Tre poesie e alcune prose, cit., pp. 36-37.

47         Matteo Marchesini Su Roberto Roversi, www.lostraniero.net/archivio-2012/146-novembre-2012-n-149/775-la-poesia-furibonda.pdf.

48         Fabio Moliterni, Roberto Roversi. Un’idea di letteratura, Edizioni dal Sud, Modugno, 2003, p. 131.

49         R. Roversi, Diciottesima descrizione in atto, in L. Caruso, S.M. Martini, Roberto Roversi, La Nuova Italia, Firenze, 1978, p. 12.

50         «Penso che il fine della poesia sia nel rifiuto di produrre una cosa bella per un prodotto “vero”. Che il suo fine consiste nell’essere all’opposizione delle istituzioni codificate e lungimiranti; di essere minoranza; di rivolgersi a minoranze (non di élites ma politiche); di svolgere tutti i possibili motivi di critica alle istituzioni – quali sempre si sono configurate nel loro lassismo e nella loro frigida impenetrabilità. Ne consegue che il discorso della poesia non può essere descritto che come un discorso politico; una ricerca di verità continuata, straziata e contaminata (andare col lebbroso); una polemica per quanto possibile coatta, mai generosa; un atto di coraggio (non dico un atto di fede)». Roberto Roversi, 7 Domande sulla poesia, in «Nuovi Argomenti», n. 55-56, marzo-giugno 1962, ora in Tre poesie e alcune prose, cit., pp. 374-375.

51         Roversi a colloquio con Salvatore Jemma per la rivista «istànti» n. 1, allegato audio (registrazione avvenuta nell’ottobre 2011).

52         «[…] non condivido o non riesco a condividere, ad esempio, l’uso abbastanza strumentale della violenza (o almeno della violenza che conosciamo); non perché la violenza per sé sia priva di efficacia, ma perché a me pare che la violenza, oggi sia codificata dal sistema, che il sistema sia sempre (e sappia essere sempre) più violento dei suoi contestatori», R. Roversi in Ferdinando Camon, Il mestiere di scrittore, Aldo Garzanti Editore, Milano, 1973, p. 178.

53         Salvatore Jemma, La biro di R.R., cit., pp. 185-230.

54         R. Roversi, Conversazione introduttiva con Giancarlo Ferretti, I diecimila Cavalli, Editori Riuniti, Roma, 1976 ora in Id., Tre poesie e alcune prose, cit., p. 446.

55         Bruno Brunini, Sul filo del tempo, in Poesia a Bologna, a cura di Giancarlo Sissa, Gallo et Calzati Editori, Bologna, 2004, p. 35.

56         S. Jemma, cit., pp. 185-230.

57         AER è un acronimo per i nomi Antonio, Elena e Roberto, figlio, moglie e nome dello scrittore.

58         R. Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Pieve di Cento (BO), 2010, testo 178.

59         Undicesima miseria d’Italia, R. Roversi, op. cit.

60         Matteo Marchesini, Su Roberto Roversi, www.lostraniero.net/archivio-2012/146-novembre-2012-n-149/775-la-poesia-furibonda.pdf.

61         Dirà Roversi in una conversazione svoltasi nel 1990 con Gianni D’Elia: «Le librerie, per il 70% onesti e modesti ricettacoli senza specializzazione, stentano a recepire e sistemare la gran massa del prodotto-libro che si rovescia periodicamente, e si limitano, per necessità si intende, ad occuparsi delle opere più appetibili; con l’aggiunta dei testi scolastici. O, altrimenti, operano in situazioni, e in condizioni, di autentico eroismo. Bravi librai, in questo senso, ce ne sono…», in «Lengua», X.

62         R. Roversi, Spaventoso rombo e notturna devastazione nella grande città di Parigi 1808, testo stampato in 400 copie numerate da Zanetto editore nel maggio ’98, ora in Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, a cura di A. Bagnoli, Pendragon, Bologna, 2010, p. 142.

63         Leonardo Sciascia, in R. Roversi, L. Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde, Lettere di utopisti 1953-1972, a cura di Antonio Motta, Pendragon, Bologna, 2015, p. 137.

Landi è stato un altro librario antiquario di Bologna, editore presso il quale Roversi, Pasolini e altri hanno pubblicato le loro prime raccolte poetiche, «Landi aveva la bottega in un interno, in piazza San Domenico, dietro la tomba del grande notaio del Duecento Rolandino de’ Passeggeri, un luogo quieto e appartato». R. Roversi, Conversazione in atto, cit., pp. 477-478.

64         R. Roversi, Conversazione in atto, a cura di Gianni D’Elia, «Lengua», 1990, 10, ora in Id., Tre poesie e alcune prose, a cura di Marco Giovenale, Sossella Editore, Roma, 2008, p. 474.

65         Ivi, p. 472.

66         Ivi, p. 476.

67         Scriverà Roversi in una lettera datata 23 Settembre 1953 e indirizzata a Sciascia: «Ecco; fra l’altro mi hanno sfrattato, da via Rizzoli, e debbo, dunque, cercare altro ricovero per i polverosi e tristi miei libri». R. Roversi, Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 50.

68         Id., Conversazione in atto, cit., p. 477.

69         Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini, a cura di, «Officina» [1-12; N.S. 1-2], Bologna, 1955 – 1959, Pendragon, Bologna, 2004.

70         «Adatto la mia biro a picchiare sul viso e dico con gli altri, ripetendo con gli altri, che bisogna uccidere il tiranno; e non uso questa sporca lingua, invece, per le mie caccole private». R. Roversi, in F. Camon, La moglie del tiranno, Lerici Editore, 1969.

71         Bruno Brunini, Sul filo del tempo, in Poesia a Bologna, a cura di Giancarlo Sissa, Gallo et Calzati Editori, Bologna, 2004, p. 35.

72         Per l’argomento, si rimanda all’intervista a Matteo Marchesini contenuta in appendice.

73         R. Roveri, I libri? Non moriranno mai. A me hanno salvato la vita, intervista con Michele Smargiassi, cit.

74         Si veda a tal proposito l’intervista a Maurizio Maldini contenuta in appendice.

75         Lucio Dalla, Marco Alemanno, Gli occhi di Lucio, Bompiani, 2008, ora in “Fuori dal mondo” con Roberto Roversi, cit., p. 36.

76         Si veda a tal proposito l’intervista, inserita in appendice, a Mattia Fontanella, responsabile culturale di Coop Adriatica.

77         R. Roversi, Libri e contro il tarlo inimico, cit., p. 64. Per raccontare gli ultimi istanti della libreria Palmaverde, è stato edito nel 2014 da Bohumil Edizioni il dvd I giorni che sventrarono la Palmaverde. Registrazioni del 17, 19, 24 e 27 gennaio 2007, a cura di Maria Gervasio, Mattia Di Leva e Salvatore Jemma.

78         ID., Conversazione in atto, in «Lengua», 1990, X.

79         Ivi.

80         R. Roversi, Libri e contro il tarlo inimico, cit., p. 46.

81         Ivi, p. 49.

82         Ivi, p. 93.

83         Ivi, p. 103.

84         Ivi, p. 137.

85         Leonardo Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 49. In questa missiva compare un riferimento all’edizione delle opere di Giulio Cesare Croce che Roversi pubblicherà nel 1956 per le Edizioni Palmaverde.

86         Ivi, p. 106.

87         Ivi, p. 161.

88         Ivi, p. 122.

89         R. Roversi, Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 118. Roversi qui si riferisce al saggio di Leonardo Sciascia Pirandello e il pirandellismo, insignito nel 1953 dalla Regione Sicilia del Premio Pirandello.

90         R. Roversi, lettera datata 12/9/1960. Ivi, p. 212.

91         Lettera datata 22/6/1961. R. Roversi, Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 234.

92         Ivi, p. 235.

93         Ci si riferirà, da questo momento in avanti, a una serie di cataloghi di vendita indirizzati ad un collezionista di Somma Lombardo nel varesotto, tale F. Caproni, ora appartenenti ad un collezionista privato. I presenti cataloghi recano la dicitura di «Supplemento», contrariamente a quelli ufficiali della Palmaverde recanti titolazione «Catalogo n. 1», «Catalogo n. 2», e così via, oggi conservati negli uffici della casa Editrice Pendragon. I cataloghi analizzati in questa sede sono sette, dal supplemento n. 2 al supplemento n.8, datati dal luglio 1950 al giugno 1951.

94         Così si legge nel Supplemento n. 2 datato Giugno 1950.

95         Così si legge nel Supplemento n. 3 datato Luglio 1950.

96         Supplemento n. 5 del Dicembre 1950.

97         Tutte le opere in vendita citate sono presenti nel supplemento n. 2 del Giugno 1950.

98         Foglietto pubblicitario volante, colorato, in dimensione A5, inserito all’interno del Supplemento n. 6.

99         Salvatore Jemma, La biro di R.R., cit., pp.185-230.

100        Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, a cura di Antonio Bagnoli, Pendagon, Bologna, 2010, p. VII.

101        Ivi, p. X.

102        «Si vuole presentare un catalogo che illustri tutte le edizioni realizzate dalla libreria antiquaria Palmaverde di cui abbiamo trovato traccia, sia negli scaffali privati di Roberto Roversi e dei suoi familiari, sia in quelli della libreria stessa», Antonio Bagnoli, in Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, cit., p. VIII.

103        Ricordiamo che la divisione in sezioni è quella adoperata da Roberto Roversi nell’ultimo catalogo editoriale del ‘69, con la sola differenza dell’ordine, non alfabetico come usava il libraio ma cronologico.

104        «In questi giorni sono impegnato attorno a un libretto di Bartolini, che tu avrai visto annunciato sul mio catalogo (e che riceverai); il libretto, assai polemico, uscirà entro il mese», lettera indirizzata a Leonardo Sciascia, datata 23/9/1953. R.Roversi in Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 51.

105        Si veda P. P. Pasolini, “Umori” di Bartolini, in «Architrave», n. 7, maggio 1942.

106        Ricorderà Roversi a tal proposito, nella conversazione svoltasi nel 1990 con Gianni D’Elia: «Quarant’anni fa, avviando la libreria, subito pubblicai due volumetti di Galgenlieder di Morgenstern, splendidamente, ineguagliabilmente tradotti da Anselmo Turazza, con vittorie continue sul campo. Si ebbero alcuni buoni riscontri, poi una onesta dimenticanza». R. Roversi, Conversazione in atto, cit., p. 498.

107            R. Roversi, La mia piccola Atene emiliana, Pieve di Cento, e altri luoghi, Pendragon, Bologna, 2013, p. 63. Roversi si riferisce ai romanzi di Croce Le sottilissime astuzie di Bertoldo e Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino, figlio del già astuto Bertoldo.

108        L’edizione contiene la traduzione dall’inglese di uno scritto anonimo intitolato L’Italia centrale e lo intervento diplomatico. In appendice si ritrova un articolo-corrispondenza da Roma del 3 settembre 1859, pubblicato il 9 settembre 1859 sul «Giornale di Bruxelles», e lo scritto L’unità italiana al cospetto della Francia e dell’Europa.

109        Cinque testi dell’opera, in lingua originale con traduzione a fronte, appariranno sul numero 31 di «Rendiconti» nel 1992, accompagnati da una premessa di Guglielmi.

110        R. Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Pieve di Cento (BO), 2010, testo 196. Roversi non è l’unico autore a essersi interessato al poeta francese. Già nel 1943 una citazione dall’opera À dieu dello scrittore francese T. A. D’Aubigné appariva come epigrafe nella raccolta Finisterre di Eugenio Montale: «Les princes n’ont point d’yeux pour voir ces grand’s merveilles. Leurs mains ne servent plus qu’à nuos persécuter». Si possono citare inoltre i rifacimenti di Franco Fortini alle poesie di D’Aubigné contenuti nelle “Poesie delle rose” del 1962 e nell’ultima raccolta “Composita solvantur” del 1994.

111        Ivi, testo 218.

112        «Capire il mondo intorno a sé è anche occuparsi di industria, fabbriche, operai, lotte sindacali e politiche. […] Ma come scrittore – almeno nella misura in cui mi sia dato di comunicare ad un pubblico – mi dico di voler apparire il più astratto, il meno impegnato e impiegabile, il più reazionario degli scrittori». Franco Fortini, Questioni di poesia, «Paragone – Letteratura», XVI, 1965, n.s. 2., p. 117.

113        «[…] non dico affatto che sia stato Fortini la causa, o la concausa della nostra rapida fine. Lui semmai aiutava a rendere più faticoso… direi, perfino fastidioso con angustia… un lavoro che non era davvero agevole. Diede una mano, semmai, ad acuire le tensioni, inevitabili in ambiti redazionali, ma che erano state controllate e in qualche modo coordinate fino ad allora». R. Roversi, Conversazione in atto, cit., p. 500.

114        Sciascia tornerà ad occuparsi dell’autore nella raccolta di saggi La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, edita da Einaudi nel 1970, con lo scritto Vita di Antonio Veneziano.

115        L. Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde, cit., p. 250.

116        R. Roversi, Ivi, p. 251.

117        Tra le stampe dell’opera, realizzate dall’officina tipografica Azzoguidi nel luglio ’52, esiste una copia che si differenzia dalle altre per il disegno della copertina, un’incisione raffigurante un brigante tra le montagne.

118        Nel primo volume degli “Studi mediolatini e volgari”, curati dall’Istituto di Filologia Romanza di Pisa e edito dalle Edizioni Palmaverde, del 1953 compare un saggio di Marco Boni sull’argomento, “L’Aspramonte” trecentesco in prosa del ms. Add. 10808 del British Museum.

119        Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, cit., p. 57.

120        R. Roversi, intervista a Valerio Riva, Il romanzo di un giovane inedito, «L’Espresso», 24 maggio 1970.

121        E ancora «la scelta del ciclostilato voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria culturale, ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione […] gestendo questo ciclostilato ritenevo di poter trovare un modo più esatto puntuale rapido per distribuirlo». R. Roversi, Conversazione in atto, in «Lengua», cit., 1990, pp. 30-31.

122        Roberto Roversi, Sandro Penna o della grazia poetica, in «Architrave», a. II, n. 1, novembre 1941.

123        Elio Vittorini, Notizia su Roberto Roversi, in «Il Menabò» n. 2, Giulio Einaudi editore, 1960.

124        R. Roversi, Un lavoro, in Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini, a cura di, Officina [1-12 ; N.S. 1-2], Pendragon, Bologna, 2004, p. I (ristampa anastatica). Da questo momento in avanti, tutti i riferimenti agli scritti di «Officina» faranno riferimento al presente volume.

125        I Quaderni del carcere sono la raccolta dei testi e delle note che Antonio Gramsci scrive durante la sua prigionia nelle carceri fasciste, dal febbraio del 1929 e fino al 1935. La prima edizione venne curata da F. Platone a Torino, tra il 1948 e il 1951, ottenendo un grande impatto nel mondo della politica e della cultura in generale.

126        «Circa dal ’40 al ’42, a Bologna, ci eravamo riuniti in un gruppo di ragazzi tra il Liceo e l’Università (Leonetti e Roversi del ’24, L. Serra del ’20, io del ’22) e, ambiziosamente, avevamo finito col proporci di fondare una rivista. Ben lontani dall’essercene procurati i fondi necessari, ne avevamo già trovato il titolo, programmatico, di «Eredi» […] In realtà, non solo per l’inesperienza sentimentale, ma proprio per le circostanze esterne, ambientali, noi non avevamo altro da dire che la nostra passione letteraria. […] Coatti insieme dalla ferrea politica del regime fascista e dalla istituzione stilistica del gusto ermetico». P. P. Pasolini, La posizione, in «Officina» n. 6, p. 245.

127        R. Roversi, Conversazione in atto, intervista con Gianni D’Elia, «Lengua», X, 1990 ora in M. Giovenale, a cura di, Tre poesie ed alcune prose, Sosella Editore, Roma, 2008, p. 501.

128        «Ufficio: via Rizzoli 4, Bologna», così fino al n. 12 della prima serie.

129        «Roversi inserisce organicamente nel gruppo Scalia (che vive anch’egli a Bologna) fin dalle prime riunioni redazionali; il quale Scalia a sua volta, con l’appoggio dello stesso Roversi, propone il nome di Fortini, mentre Pasolini “porta” Romanò». Gian Carlo Ferretti, Saggio introduttivo in Id. «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni Cinquanta, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975, p. 4.

130        Sulla ricerca della “terza via”, alternativa a ermetismo e neorealismo, si consideri la coeva rivista “L’esperienza poetica” diretta da Vittorio Bodini a Bari e analizzata da Gianni Scalia sul numero 2 di «Officina» in Prospetto delle riviste di letteratura nell’ultimo decennio.

131        Cfr. Francesco Leonetti, Leopardi, in «Officina» n. 2 e P. P. Pasolini, Pascoli, in «Officina» n. 1.

132        G.C. Ferretti, Saggio introduttivo, in Id. «Officina», cit., p. 32.

133        Pubblicato a partire dal gennaio 1957, sull’ottavo numero della rivista, e fino all’aprile del ’58, con la pubblicazione dell’ultima parte nel dodicesimo numero di «Officina».

134        R. Roversi, Conversazione in atto, cit., pp. 501-502.

135        B. D. Schwartz, Pasolini Requiem, Marsilio, Venezia, 1995, p. 434.

136        «Officina» n. 7, pp. 283-290.

137        R. Roversi, Prospetto delle riviste di letteratura nell’ultimo decennio, in «Officina» n. 2, pp. 77-78 e «Officina» n. 3 , pp. 111-113.

138        «Questo integralismo è ancora tipico – senza alcuna particolare diversità di tono – della pubblicistica odierna di parte nera, sia democristiana o più generalmente della destra legittimista (non c’è differenza sostanziale); con la sola esclusione, è ovvio, di quel gruppo di uomini della sinistra formatisi nella Resistenza e “nella letteratura politica dell’antifascismo e sull’esempio sociale del migliore cattolicesimo francese”, il cui contributo al tentativo di rinnovamento delle strutture della nostra società è incontestabile, anche se la loro influenza politica appare oggi ancora troppo debole e incerta». R. Roversi, Il linguaggio della destra, in «Officina», n.s., n. 2, pp. 58-59.

139        Fabio Moliterni, Roberto Roversi. Un’idea di letteratura, Edizioni dal Sud, Modugno (Bari), 2003, pp. 36-38.

140        Id., in Roberto Roversi-Leonardo Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde. Lettere di utopisti, a cura di Antonio Motta, Pendragon, Bologna, 2015, p. 180.

141        «Per «Officina»: Bompiani, dopo il noto incidente, l’ha rifiutata; il fascicolo 2, pronto da mesi, esce in questi giorni da noi, a Bologna (ti ho mandato subito la copia). Per il fascicolo primo – si vede – Bompiani già intimorito non ha provveduto alla distribuzione, né agli abbonati, né agli omaggi etc. Io ho soltanto una copia. Adesso gli scrivo e spero di poterti accontentare». Ivi, p. 191.

142        Francesco Leonetti, La struttura di una rivista (letteraria), in «Officina», n.s., n. 1, p. 16.

143        R. Roversi, Il mestiere di scrittore, cit., p. 167.

144        P. P. Pasolini, Una rivista polivalente, in G.C. Ferretti, cit., p. 472.

145        R. Roversi, Mi ricordo questo futuro, in G.C. Ferretti, cit., p. 478.

146        R. Roversi, Il mestiere di scrittore, cit., p. 164.

147        Ivi, p. 166.

148        Via Caduti di Cefalonia 4/d per i numeri editi fino al 1967/68, Via Castiglione 35 per i numeri fino al fascicolo 29/30 del Gennaio 1977.

149        Logo che verrà ripreso a partire dal n. 31 di «Rendiconti», nella seconda serie curata dalle Edizioni Pendragon.

150        Si veda a tal proposito, all’interno della critica del romanzo roversiano Registrazione di eventi del 1964, il saggio di Walter Pedullà Il linguaggio di Roversi allena alla disperazione, in Id., La letteratura del benessere, Mario Bulzoni Editore, Roma, 1973, pp. 481-485.

151        R. Roversi, La settima Zavorra, in «Rendiconti», nn. 4-6, novembre 1962, p. 135 (corsivi dell’autore).

152        Nel 1938 appare sulla rivista «Frontespizio» il saggio di Carlo Bo Letteratura come vita, considerato il manifesto programmatico e teorico della poesia ermetica.

153        «In questo senso penso che vada letta questa parte più nuova di Dopo Campoformio, dove la delusione per la mancata rivoluzione e la rabbia per la rinnovata restaurazione, unite a una lucida volontà alternativa di nuove tensioni interrogative, premono per severe architetture funzionali […] Lo stato della Chiesa (che per altro – ed è significativo – appare per la prima volta nel primo numero di «Rendiconti») dove l’architettura poematica si innalza da un violento urto interiore, che si fa però raccolto meditare e rigorosa indagine, un armonico trascorrere di volumi coscienziali alzati sulle componenti (sempre reciproche, non dimentichiamolo) del furore e della severa mestizia giudicativa». G. Zagarrio, Roberto Roversi, in G. Grana, a cura di, I Contemporanei, vol. VI, Marzorati, Milano, 1974, p. 1546.

154        R. Roversi, Il mestiere di scrittore, cit., p. 169.

155        Si guardi l’intervento di Roberto Roversi Il conflitto è nel(la) comunicazione in F. Berardi e V. Bridi, a cura di, 1977: l'anno in cui il futuro incominciò, Fandango Libri-Istituto Gramsci Emilia Romagna, 2002.

156        R. Roversi, Nell’ergastolo delle istituzioni, «Inchiesta 37», gennaio-febbraio 1979, pp. 5-9.

157        Come riscontra Salvatore Jemma nel saggio Dagli anni ottanta al duemila e oltre (letto in occasione del convegno “Roberto Roversi: l’impegno tra i libri” presso la mediateca di San Lazzaro di Savena), un primo momento di frattura tra Roversi e l’amministrazione di Bologna si riscontra a partire dall’episodio della non-rappresentazione di Enzo Re. L’opera, commissionata allo scrittore nel 1973 dal Comune, subì una serie di rinvii e ritardi che portarono all’annullamento della pièce teatrale.

158        R. Roversi, Il libro Paradiso. Undici poesie degli anni ’70 e ’80, a cura di A. Motta, con un’acquaforte di Piero Guccione, Laicata ed., Manduria (TA), 1993 ora in Id., Tre poesie e alcune prose, cit., pp. 285-286.

159        Paolo Pullega, Il Cerchio di gesso in C. Cretella, P. Pieri, a cura di, Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna: 1968-2007, CLUEB, Bologna, 2007, p. 17.

160        La radio venne fondata nel 1975 da un gruppo di studenti del DAMS di Bologna e ebbe la sua sede in via del Pratello, nel cuore della cittadina emiliana. Il suo nome fu ispirato dal racconto di Lewis Carroll Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie. La radio rappresentò nello scenario culturale dell’epoca un originale esperimento comunicativo in cui istanze artistiche e tematiche politiche si mescolavano in continui intrecci, mediante il diffuso ricorso all’improvvisazione e alla diretta telefonica all’interno dei programmi. Radio Alice venne chiusa nel marzo del 1977 a seguito di un’irruzione armata dei carabinieri: si accusava l’emittente di aver diretto gli scontri di piazza di quell’anno.

161        «Il male che gli anziani denunciano è la dissidenza, vale a dire la colpa della parzialità, della separazione volontaria dal corpo sociale, della vocazione viziosa e minoritaria, masochista e perniciosa, all’estraneità e all’autoesclusione. Gli anziani fingono di ignorare che gli appestati e i seminatori di contagio sono dovunque, che la malattia è per sortilegio la faccia stessa della salute, che l’intera comunità è coinvolta». Vittorio Boarini, Pietro Bonfiglioli, Ontologia del dissenso, in «Il Cerchio di gesso», anno II, n. 3, maggio 1978, p. 13.

162        Si guardi il n. 3 del maggio 1978, pp. 39-42, all’interno dell’articolo di Maurizio Maldini Lo squisito delirio.

163        «La Tartana degli influssi», foglio secondo. Il titolo della rivista è tratto dall’omonima opera teatrale di Carlo Gozzi (La tartana degli influssi invisibili per l’anno bisestile 1756), commediografo e scrittore veneziano del Settecento.

164        Ivi, quarta di copertina.

165        Nota redazionale apparsa sul sesto foglio de «La Tartana degli influssi».

166        Per un approfondimento sui metodi di stampa e quelli di distribuzione de «La Tartana degli influssi» si rimanda all’intervista a Maurizio Maldini presente in appendice.

167        «Foglio dei quattro giorni» n. 1.

168        Giuseppe Quercioli, Il tuono la deflagrazione, in «Foglio dei quattro giorni», n. 1.

169        La collana in questione è «Poesia e realtà», edita da Savelli Editori di Roma dal 1980 all’82, per la quale usciranno opere di Angelo Lumelli, Gianni D’Elia, Giuseppe Guglielmi e altri.

170        Bruno Brunini, Sul filo del tempo in G. C. Sissa, Poesia a Bologna, Gallo et Calzati Editori, Bologna, 2004, p. 36.

171        Ivi, p. 39.

172        R. Roversi, postfazione a «Le Porte», n. 1, febbraio 1981, p. 130.

173        Ibidem.

174        Gianni Scalia, postfazione a «Le Porte», n. 1, p. 133.

175        Il neologismo “esoeditoria” fu coniato in occasione del convegno, con annessa esposizione internazionale, organizzato a Trento nell’ottobre 1971 da Bruno Francisci.

176        Gianni Scalia, postfazione a «Le Porte», n. 1, pp. 134-135.

177        R. Roversi, Vent’anni (1980-2000), qua a Bologna, di lavoro letterario inquieto e partecipato, fuori dai musei, in Poesia a Bologna, cit., p. 153.

178        Nota redazionale in «Dispacci» n.1.

179        I Prati di Caprara sono una zona di Bologna un tempo occupata da edifici militari e industriali, ora di proprietà del Comune e completamente abbandonata. I numerosi progetti di riqualificazione dell’area studiati nel tempo sono rimasti solo sulla carta.

180        Nota redazionale «Lo Spartivento», n. 1, maggio 1986.

181        L’interesse verso mondi e culture lontane si ritroverà, anni dopo, nella collana diretta da Roberto Roversi e Ludovico Testa «L’Arca, conoscere per conoscersi», edita da Pendragon a partire dal 1998. «Per falciare il prato delle cattive erbe razziste nessun strumento sembra così urgente come una reciproca conoscenza fra le persone diverse. Bisogna abbattere il muro dell’ignoranza per inoltrarsi a conoscere bene la storia, la lingua, l’arte, i paesaggi, le montagne, le città vicine e lontane da cui partono spinti dal dolore i pellegrini del mare verso una nuova speranza di vita».

182        Nota redazionale, «Lo Spartivento», n. 25, febbraio 1990.

183        La poesia di Gianfranco Zummo A un parenti mortu pi mafia, apparsa nel n. 25 di «Lo Spartivento», è tradotta dal dialetto siciliano da Gabriele Milli e Alfio Antico.

184        Maurizio Maldini, La Casa di Macao (4°), in «Numerozero», n. 4, settembre 1987, p. 12.

185        Cfr. intervista a Maurizio Maldini presente in appendice.

186        Al primo numero di «Nunatak», del febbraio 1992, erano allegati due inviti in cartoncino per la presentazione della rivista, svoltasi il 6 marzo dello stesso anno in diretta su Radio città del Capo (ex Radio Città) e il 13 marzo presso il Café Bleu di Bologna.

187        «Bologna, ah Bologna! I portici e le strade, la gente e la città della gente; ogni pensiero smesso sta lì, pencolante dalle finestre come la processione. Cosa (e come si) procede oggi a Bologna? In questa città straricca e obesa; che si è tolta il peso dell’ingombrante ideologia comunista; che è pronta per il balzo verso il futuro; che sta museificando il proprio passato, su carta patinata, in allegato all’Unità; che pubblicizza la festa dell’Unità di una sezione usando come immagine quella di un grillo (manifesto osservato sulla via Mazzini). È del nuovo che sto parlando, di ciò che si slancia dalle nuove torri sul mercato delle merci e della dimenticanza». Salvatore Jemma, Guardare il ragno, in «Nunatak», n.7, maggio 1993, p. 11.

188        Sergio Zappoli, Gabbiani ipotetici, in «Nunatak», n. 8, settembre 1993, p. 4.

189        R. Roversi, Le rivistine, in «EnErre», II, n. 3, 1995. Nella seconda parte dell’articolo Roversi fornisce un breve elenco delle riviste «conosciute o direttamente partecipate» presenti sul territorio italiano, per omaggiare, con un contributo doveroso, il lavoro di chi «non chiede ma dà, sforzandosi di dare ‒ di sé ‒ il meglio e nella forma più generosamente compiuta». Tra le testate citate «Il filo rosso», semestrale di cultura realizzato a Cosenza, sul quale Roversi inizia la pubblicazione a puntate dell’ultima parte de L’Italia sepolta sotto la neve.

190        R. Roversi, Vent’anni, qua a Bologna, in Poesia a Bologna, cit., p. 143.

191        R. Roversi, Cancellare, temperare il lapis, cancellare…, in «Il cerchio di gesso», II, 1978, 4, p. 22.

192        R. Roversi, “Il giuoco d’assalto”, 24 settembre 1999, p. 6. Corsivi dell’autore.

193        Alfredo Antonaros, In chiusura, in «Fischia il vento», n. 4, giugno 2003, p. 2.

194        http://www.bibliomanie.it/index.htm

195        Salvatore Jemma, Dagli anni ottanta al duemila e oltre, art. cit.

196        R. Roversi, La poesia di un talento, intervista di Chiara Affronte, in «l’Unità», 2 marzo 2012, p. 4.

197        Id., La grande crepa nel cuore d’Italia, in «la Repubblica», 31 maggio 2012.

198        Cfr. intervista a Salvatore Jemma presente in appendice.

199        Mino Petazzini, Roversi non c’era, in «istànti», n. 16, settembre 2015, p. 34.

 

***

 

Appendice

 

 

Queste brevi interviste hanno lo scopo di tratteggiare un profilo della Libreria Palmaverde attraverso un dialogo diretto con i suoi frequentatori più assidui. La libreria di Roversi è stata per più di mezzo secolo luogo di discussione letteraria e riflessione politica, fucina culturale e spazio di incontro per poeti, scrittori e musicisti.

 

 

Intervista a Salvatore Jemma

(Poeta, scrittore, collaboratore presso Bohumil Edizioni)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R.Non si tratta tanto di un aneddoto particolare ma, credo, di una sorta di situazione normale per chi si apprestava ad incontrare Roversi. Si trattava per me, come per mille altri, di portargli i pochi o molti testi di poesia per i quali si desiderava una sua lettura e un parere, un consiglio, fondamentalmente un’attenzione (fino ad allora negata dai più), conoscendo la sua disponibilità e apprezzandone il lavoro. Per quel che mi riguarda, dopo aver suonato alla porta della libreria che allora si trovava in via Castiglione, mi ricevette la moglie Elena, alla quale consegnai i miei testi e che, gentilmente, mi disse «Roversi li leggerà con grande attenzione; può telefonare la prossima settimana?», cosa che naturalmente feci, e un pomeriggio di settembre del 1982, lo incontrai nello spazio molto ridotto che si era ritagliato, in una delle stanze della libreria, tra gli scaffali. Disse che aveva apprezzato i miei testi, ripetendo quello che Elena mi aveva preannunciato con la telefonata che avevo fatto per fissare l'appuntamento, e poi parlammo di poesia e di ciò che avevo combinato fino al quel momento, ben poco in poesia e, forse, qualcosa in quello che allora si chiamava “il movimento studentesco” – per inciso, avevo ripreso la scrittura solo da qualche anno, avendo smesso, dopo i primi tentativi adolescenziali, per quasi dieci anni. Avevo ripreso, forsennatamente, cercando di recuperare in un qualche modo il tempo perduto, cosa che ovviamente non è mai possibile, e quindi ero pieno di letture e riletture, scritture e riscritture; a quel tempo frequentavo alcuni infatuati dalla neoavanguardia e oltre a leggere autori come Sanguineti, Pagliarani, Costa e altri, tanto che i testi portati a Roversi risentivano molto di quella influenza, rileggevo Sereni, Montale, Ungaretti, e così via. Dopo aver detto tutto questo, alla domanda di Roversi sulla mia scrittura e cosa ne intendessi fare, risposi all'incirca così «vorrei tentare una scrittura tra Montale e la neoavanguardia»; lo sguardo più che perplesso di Roversi fu abbastanza eloquente. Comunque, mi chiese di entrare nella Cooperativa Dispacci, che si era da poco costituita.

 

D.Cosa rappresentava la libreria Palmaverde per un giovane che a Bologna cominciava ad accostarsi al mondo della letteratura e della cultura in genere?

R. È noto che la Palmaverde fu uno dei punti importanti di riferimento culturale non solo bolognese, per quanto lì vi nacque e si sviluppò dal secondo dopoguerra in poi. Ma è stato il successivo e diverso porsi di Roversi di fronte all’incipiente mutarsi del sistema culturale italiano a fare la differenza e a porre le basi affinché la libreria divenisse un luogo dove un giovane, ma non solo, poteva trovare il modo di confrontarsi. Negli anni tra i ’50 e i ’60, l’esplosione del mercato della cultura aveva frantumato quel poco di società delle lettere tradizionale, che era sopravvissuto all’ultimo rivolgimento della guerra; gli usuali riferimenti stavano rapidamente scomparendo, e i nuovi si imponevano secondo le più attuali logiche editoriali; un giovane appunto non poteva riuscire ad avere, in tutto questo, un grande spazio di manovra, cioè era fondamentalmente isolato; la Palmaverde supplì a questo e Roversi si mise in ascolto di quanto, da quel meccanismo che si stava costituendo come dominante, veniva spinto nel buio dell’inesistenza, e lo fece per definire una coscienza dei problemi che la cultura doveva porre, non solo quindi e non tanto per togliere la polvere del buio a chi si presentava alla porta della Palmaverde per un conforto poetico; così alcuni giovani che scrivevano, magari non così avvertiti di quello che stava capitando loro attorno nel mondo, entrarono alla Palmaverde avendo un’idea della poesia e del ruolo della cultura che, dopo esserne usciti, lentamente ma inesorabilmente (e fortunatamente) mutò.

 

D. Roversi non è stato l’unico libraio antiquario di Bologna, sicuramente però la sua libreria era tra le più frequentate. Forse la gente si recava alla Palmaverde più per fare la conoscenza del poeta che per acquistare libri. Come era vissuta da lui questa tendenza? Si può affermare che Roversi sia sempre stato poco incline e poco attento alla mercificazione della cultura?

R.L’attività di libraio di Roversi era da lui stesso valutata come essenziale non solo perché gli dava da vivere materialmente, per l'amore soprattutto quasi viscerale che aveva verso i libri; è oramai proverbiale la cura con cui li impacchettava e il dispiacere nel salutarli, quando li spediva a qualche cliente. I libri lo hanno attorniato per tutta la sua vita, in libreria come a casa; oltre all'oggetto di lettura e di studio, hanno incarnato l'idea dell'agone, del combattimento, della lotta che ognuno di essi esprimeva, qualcosa da portare all'attento lettore non per pacificarlo ma per strattonarlo; si può leggere per questo anche l’ultimo suo libro Libri e contro il tarlo inimico, uscito postumo. Chi andava alla Palmaverde, quasi sempre cercava il poeta e non un libro, cosicché quello che colpiva Roversi, come spesso ripeteva, era il fatto che, di solito, lo sguardo di chi vi sostava non fosse neppure attirato da uno delle migliaia di libri in scaffale o anche solo incuriosito dalle molte e diverse riviste che stavano su un bancone, e questo non perché rimpiangesse una mancata vendita – il catalogo della Palmaverde era conosciuto, apprezzato e compulsato per l'acquisto di quanto proponeva, in Italia e soprattutto all'estero – piuttosto perché rilevava in questo atteggiamento una sorta di grettezza intellettuale, di chi era tutto teso solo alla propria scrittura e non volgeva il proprio sguardo sul mondo che lo circondava. Questo, per ciò che riguarda il rapporto di Roversi con il libro.

Altra cosa se ci si riferisce alla questione della comunicazione del lavoro di un autore; lo sguardo attento di Roversi già ai tempi di «Officina», aveva percepito come le dinamiche culturali e del nuovo mercato editoriale che si stava sviluppando stessero, per così dire, pervertendo la gestione del libro e dell’opera culturale e artistica in genere. La cosiddetta mercificazione non è che la logica conseguenza di quel processo, interno all'economia di mercato capitalistica, che ha portato a una radicale rottura del rapporto tra autore e opera. Su questo, cioè sulla assoluta perdita di autonomia da parte dell’autore nella gestione, Roversi fondò l’azione altrettanto radicale, per quel periodo, di un’autopubblicazione de Le descrizioni in atto, e di una loro gestione in proprio nella distribuzione, verso chi ne facesse richiesta. In Roversi, non c’era l’intento di una guerra al sistema editoriale «mi ciclostilavo non per far dispetto a Mondadori che neanche mi filava (o Einaudi, Laterza Bompiani, Vallecchi ecc.)» come spesso ripeteva (ma ovviamente non era del tutto vero), c’era invece la coscienza di chi a quel sistema si sottraeva, per cercare di risistemare al giusto posto l'opera, non travisata da un sistema mediatico che ne confondeva, quando non ne falsificava, il suo vero valore.

 

D.Roversi non ha mai preteso di essere un maestro per le nuove generazioni, né si è mai posto l’obiettivo di formare attorno a sé un circolo o una corrente letteraria. Tuttavia, pur non esistendo una vera e propria scuola della Palmaverde, gli scrittori gravitanti attorno alla figura del poeta hanno risentito della sua aura benefica. Esisteva qualcosa che nel profondo univa le coscienze di tutti voi? Sono rintracciabili degli stili poetici comuni?

R.È vero, se Roversi ha sempre lamentato la mancanza di maestri, di quelli che al tempo della sua adolescenza riconosceva come tali, lui personalmente non ne ha mai voluto ricoprire il ruolo. Ha agito si può dire in solitaria, scegliendo il proprio percorso, però non spingendo altri a conformarvisi. Chi gli si è avvicinato, lo ha fatto per convinzione, riconoscendo nei fatti la giustezza del suo percorso, che per alcuni è diventato il proprio. Chi si rivolgeva a lui lo faceva per un dialogo, talvolta anche muto, e quello che Roversi dava era un ascolto vero e partecipato; non c'era mai, almeno per l'esperienza che ne ho avuto personalmente, ma che ho poi riscontrato anche parlando con altri, l'indicazione di una poetica o la spinta ad aggregarsi a un gruppo che potesse costituirsi come un potere spendibile, sia nell'ambito del sistema editoriale che di ciò che vi si connette, ma sì la spinta a un fare, a un lavoro, accompagnato da uno sguardo non superficiale sul mondo. Quindi nessuno stile poetico comune, ma invece uno stile comune nel considerare la scrittura, e l'opera che da quella può conseguire, secondo queste linee di azione. In questo c'è stato sicuramente, e a dispetto dello stesso Roversi, un suo magistero, cioè nel costituire piccoli gruppi di persone, le quali agissero con una coscienza diversa dal consueto quasi imposto da un sistema pervasivo di comunicazione.

 

D. Cito Brunini: «La Cooperativa [Dispacci] si costituì per continuare un’attività iniziata molto tempo prima da Roversi con la sua libreria Palmaverde, che già negli anni ’50 era divenuta luogo di incontro nazionale ed europeo». A suo avviso, come si esprimeva questa continuità?

R. Non so se far derivare una continuità fin dagli anni ’50, anni in cui le riflessioni e le esperienze erano di natura diversa - allora si era da pochissimo usciti dalla guerra e si trattava principalmente di rivedere un’idea di letteratura che, in quel clima postbellico, era seriamente messa in mora; per dirne solo alcune, ci fu «Officina», poi Dopo Campoformio e, ancora, «Rendiconti», in mezzo gli anni ’60 con tutti i rivolgimenti sociali e politici di quel periodo, e con la naturale adesione della scrittura di Roversi a quei rivolgimenti, una scrittura così lacerante rispetto alla già graffiante poesia di Dopo Campoformio. Forse, sarebbe meglio dire che ci fu la necessità di una verifica di alcune scelte che, fino ad allora, erano state vissute solitariamente da Roversi, che ha quindi portato alla costituzione della «Cooperativa Dispacci», nel 1982. Si trattava, per Roversi, di mettere in atto l’idea di un utilizzo della scrittura alleggerita dal peso di una chiusura al mondo (o, magari, da un’apertura solo ipotetica o meramente letteraria o bellettristica). L’idea di «Dispacci», nata per una tragica contingenza, s’era trovata a muoversi in una situazione in cui la poesia aveva avuto un momento di attenzione molto intenso (è di quel torno di anni il concerto di Patty Smith, le letture a Castelporziano ed altre iniziative del genere, con conseguente eco su quasi tutti i media); a quel livello, la poesia si stava adeguando allo standard di comunicazione e stravolgimento mediatico tipico del mercato culturale che, se per l’oggi è un dato del tutto normale e acquisito, allora stava affinando (oltre che affilando) i propri obiettivi. L’idea di Roversi era naturalmente l’esatto contrario; la scrittura doveva muoversi libera per le strade e i luoghi, cercare le occasioni, farle proprie, vivere la polis e tradurne la politicità; in questo senso, l’esperienza di Dispacci, per chi ne ha vissuto appieno i momenti, è stata decisamente formativa, ed ha indirizzato non uno stile di scrittura, ma uno stile di vita in cui la propria scrittura si forma.

 

D.Esiste un distacco notevole tra la prima rivista ideata da Roversi, «Officina», e le riviste nate in seguito alla collaborazione con «Dispacci». Solitamente, quando si analizza l’attività giornalistica dello scrittore, si fa solo un accenno ai nomi di quest’ultime, senza mai approfondirne l’analisi. Le differenze tematiche e redazionali sono evidenti, ma credo che l’impegno profuso dal poeta fosse lo stesso. Quali potrebbero essere le motivazioni che oggi portano la critica a focalizzare l’attenzione su «Officina», e in parte su «Rendiconti», e a trascurare le riviste degli anni ’80?

R. Le motivazioni che stanno alla base di studi riservati a queste due riviste, più citate e più oggetto di attenzione di quelle che si formarono negli anni ’80, penso che risiedano nel fatto che «Officina» e «Rendiconti», come molte altre riviste di quel torno di anni, sono state strumenti che hanno definito un orizzonte verso cui volgere lo sguardo, di riflessione e di analisi, cercando di spezzare incrostazioni soffocanti quanto le macerie della guerra che ancora si vedevano. Sono però state anche l’ultimo risultato di qualcosa che oggi non esiste più; come lo stesso Roversi si trovò a dire, proprio scrivendo sul primo numero de «Le porte», «Dico in due parole che ai miei tempi una rivista si poteva avviare anche con approssimazione, con improvvisazione o con la sola passione di farla (…). Gestire la propria comunicazione, allora, era difficile ma non impossibile (…)», e questo non certo perché l’impegno fosse meno pesante o i temi da affrontare più futili; la differenza consisteva nel fatto che chi si apprestava allora a quel tipo di impegno, sapeva di poter contare sull’attenzione di un sistema culturale e letterario ancora presente ai problemi che potevano venir posti, giusti o meno che apparissero. La generazione di Roversi veniva da un mondo che aveva ancora dei riferimenti letterari e critici cui poter affidare il proprio fare o, al contrario, da poter sfidare. Con l’emergere di una situazione, della quale ho brevemente già detto in altra risposta, questi riferimenti sono saltati o, se si vuole, si sono radicalmente tramutati in tutt'altro; questo per definire brevemente il distacco temporale tra i due momenti. Per quanto riguarda il successivo impegno di Roversi, va detto che gli anni ’80 formano un periodo densamente melmoso, sia dal punto di vista politico – laddove si sconta la progressiva sconfitta degli ideali di sinistra – che da quello culturale – definitivamente conquistato dalla logica del mercato. Il sistema di comunicazione si era già affinato in modo pervadente e l'attività giornalistica o di collaborazione alle mille riviste più o meno provvisorie, più o meno sotterranee alle quali Roversi veniva invitato, si poneva esattamente nello stesso modo con il quale aveva affrontato gli impegni precedenti, cioè negli anni di «Officina», «Rendiconti»; se era cambiato il luogo della scrittura, lo strumento non poteva che adeguarsi, però mantenendo intatto l'intenzione. Preferendo Roversi, in quel periodo, la dispersione, la frammentazione, con un atteggiamento quasi situazionista, ha ancora una volta contrapposto la qualità del pensiero e della riflessione alle loro immagini stereotipate da una logica mercatistica imposta dal sistema dei media.

 

D. Jemma, il suo nome compare tra i collaboratori e i curatori di diverse riviste insieme a quello di Roversi, «Dispacci», «I prati di Caprara», «Numerozero», «Lo Spartivento» e altre. Il suo attuale impegno con «istànti» risente in qualche modo del lascito di queste sue esperienze giovanili?

R.Certo, non potrebbe essere diversamente; come ho già detto, con Roversi e nelle esperienze fatte assieme, non si assimilava una poetica né ci si confrontava su questo, non c’era un messaggio di gruppo da inviare né un manifesto da esporre, ci si era costituiti per fare della poesia e della parola più in generale, con gli strumenti che la propagavano, una comunicazione altra da quella che il sistema massificante dei media proponeva (e ancora propone); «istànti» è stato (uso il passato, poiché la sua esperienza è terminata in questi giorni con l’uscita del n. 16, dedicato proprio a Roversi) solo l’ultimo dei modi di fare e di proporre una comunicazione, composta in proprio non per un qualche rifiuto da parte della cultura dominante - non può esservi rifiuto da una parte se non c’è stata richiesta dall’altra - ma costruita in modo da sottrarsi a quel sistema, affinché vi possa essere la libertà di gestirla liberamente e senza compromessi.

 

 

Intervista a Maurizio Maldini

(Direttore generale presso AIFO – Organizzazione di Cooperazione sanitaria internazionale)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R. Non ricordo il primo incontro con Roberto, ricordo che su un numero de «Il Cerchio di gesso» scrissi un articolo sulla libreria Palmaverde e su un incontro con Roversi. L’articolo era basato su due situazioni ambientali, una era la Libreria Palmaverde, l’altra la casa di Andrea Pazienza, le mettevo insieme come due punti della cultura bolognese oltre l’ufficialità.

In realtà incontrare Roversi alla Palmaverde era normale, ci si sentiva come a casa propria. Quando andavi in libreria lui, anziché dedicarti l’attenzione di una riunione, ti includeva nella sua attività lavorativa quotidiana, continuava a fare le sue cose, spediva libri in giro per il mondo, continuava imperterrito a impacchettare, a scrivere. Questa è una cosa che abbiamo vissuto tutti con Roberto. Lui ci dedicava molto tempo, ma la nostra presenza non era un’interruzione della sua giornata, erano momenti ricchi, dovevi avere la pazienza di prendere qualche appunto, erano momenti che stimolavano verso un maggiore ragionamento.

Ad esempio, quando facevamo le trasmissioni radiofoniche era sempre un’avventura. Sceglieva lui il tema, arbitrariamente ed all’ultimo minuto, per cui incontrarlo alla mattina o la sera precedente la trasmissione, era un po’ sondare il terreno e cercare di capire su cosa sarebbe andato a parare. Le trasmissioni di poesia alla radio sembravano sempre molto veloci, ma in realtà non lo erano, da parte nostra e da parte di Roberto. Io ho partecipato a delle trasmissioni che sembravano improvvisate al momento, invece lui era rigorosissimo, preparava la scaletta (caso mai su una busta riciclata, qualcuna credo di averla ancora), preparava i suoi testi, indicava le musiche; dedicava sempre una grande attenzione a queste cose che poi sembravano militanti, involontarie, quasi casuali. Ma non lo erano. Per cui andare la mattina precedente la trasmissione alla Palmaverde poteva voler dire capire cosa ti avrebbe chiesto nel pomeriggio.

 

D. In che sede si svolgevano le trasmissioni radio?

R. In molte sedi, insomma non proprio tante perché all’epoca le radio libere a Bologna erano poche, Punto Radio e Radio Città, che non era ancora Radio Città del Capo. Le trasmissioni più strutturate, gestite come gruppo «Dispacci», che erano settimanali, si svolgevano a Punto Radio. Abbiamo fatto tantissime trasmissioni sulla poesia anche a Radio Città e venivano preparate tutte allo stesso identico modo, fra di noi. Non c’era ancora internet, non c’era niente del genere; ci si trasmetteva nei modi più veloci l’argomento di lavoro, i testi che dovevano essere letti, si decideva chi veniva a registrare e chi non veniva; poi bisognava tener conto di molti che dicevano di venire e non venivano e viceversa. C’era sempre un’improvvisazione redazionale. Però tutto era molto rigoroso. Se c’è una cosa che spontaneamente, senza che ci sia mai stata raccomandata da Roversi, tutti abbiamo imparato è il metodo, il rigore, lo scrivere costante per non improvvisare. Io, che ero molto trasandato anche allora, credo di essere stato quello che ci dedicava meno tempo, ma per carattere non per altro. Poi già lavoravo ed il tempo era poco. Però se riuscivo ad andare alla Palmaverde il giorno prima, non chiedevo, ma capivo a cosa Roversi stava lavorando, preparavo il testo con un po’ più di tranquillità, invece che nelle due ore precedenti la trasmissione.

Andare alla Palmaverde poi stimolava anche la curiosità: se sulla scrivania di Roversi intravedevi un fascicolo di qualche amico, di Petazzini o di Jemma ad esempio, ti veniva la voglia di capire a cosa stavano lavorando, capivi che Roberto ci stava dedicando attenzione, veniva voglia di lavorare anche a te.

 

D. Lei ha collaborato con Roversi a varie riviste, «La Tartana degli influssi», «Il foglio dei quattro giorni», «Dispacci», «Numerozero», «Lo Spartivento». Cosa voleva dire per un giovane, in quegli anni, prender parte a queste iniziative culturali?

R. Su questa attività sono state scritte parecchie cose. È stato un periodo molto sotterraneo, allora visto con un po’ di superficialità, che successivamente però è stato analizzato con attenzione. Abbiamo individuato un modello editoriale che ci ha consentito di essere da tante parti e di offrire un’occasione di pubblicazione a tante persone. In tanti hanno scritto sulle nostre riviste e questo è stato un aspetto molto positivo.

Nella realtà noi non avevamo un piano editoriale su cui muoverci. Era la necessità di rispondere a delle domande che erano abbastanza pressanti e anche precise, e in questo Roberto ha fatto un grande lavoro di sistematizzazione. Le domande che venivano dal mondo dei giovani che scrivevano erano tanto forti quanto confuse, parlo per me e per gli altri; ognuno diceva quel che gli pareva, nel più assoluto squilibrio. Roberto invece aveva sempre un’attenzione molto razionale. In base a questa esigenza si decideva il supporto su cui pubblicare.

Per cui, ad esempio, per «Il foglio dei quattro giorni», in commemorazione della strage alla stazione di Bologna, abbiamo usato un formato che era il più veloce (un A3 non piegato, scritto su due facciate, su carta colorata), si facevano le edizioni alla sera, poi si andava ad Alpha Beta, tipografia che si era dichiarata disponibile a coprirci, di notte si stampava e alla mattina si distribuiva. E quel formato era un formato estremamente comodo, perché si stampava in poco tempo, non c’era bisogno di confezione, non c’era bisogno di impaginazione. La fretta era un elemento indispensabile.

Tutti i formati che utilizzavamo erano non scelti da noi ma dalle macchine per la stampa che aveva a disposizione il tipografo in quel momento, se stampavano nel 70x100 noi lavoravamo su quello, ripiegandolo poi come un libretto, ma senza tagli e confezioni. Questo ci consentiva di essere estremamente contenuti nei costi, senza appesantimenti di grafica e confezione. Quindi un’editoria dettata dal bisogno, economica e immediata.

«La Tartana degli influssi» fu concretamente un grandissimo archivio, gestito con molta attenzione in particolare da Bruno Brunini. Brunini è stato un interlocutore forte per tutti i giovani che volevano scrivere allora, rispondeva a tutti con molta attenzione. Certo tutto era sempre supervisionato da Roberto, ma chi di noi era operativamente in prima fila svolgeva un ruolo importante.

 

D. Roversi scrive de «La Tartana degli influssi»: «cerchiamo di iniziare un lavoro meno approssimativo, anzi magari rigoroso, sulla poesia scritta e parlata che i giovani, in questi anni, continuano a distribuire». Come è nata l’idea de «La Tartana degli influssi» e quanto è stata importante per il lavoro delle riviste successive?

R. «La Tartana degli influssi» era un lavoro meno casuale, anche perché era distribuita in un numero di copie veramente alto ed era il primo foglio che veniva distribuito gratuitamente per posta. Sulle copie spedite doveva esserci il francobollo e un’etichetta con il nome del destinatario; mettevamo anche un francobollo finto per le copie distribuite di persona ed in modo militante. Era un lavoro del tutto manuale: ognuno di noi, in propria copia, riceveva il formato originale, un A3, che poi piegava fino a renderlo delle dimensioni classiche di una busta da lettera, idoneo quindi alla spedizione; poi lo si portava alle poste che lo spedivano. È stato veramente un lavoro metodico e dietro questo c’era l’archivio di cui parlavo prima.

Da questo punto di vista «La tartana» è stata un inizio, perché non si trattava solo della distribuzione militante mano a mano o postalizzata, ma esisteva un consistente indirizzario. Una rete di contatti molto proficua.

 

D. L’indirizzario coincideva con quello della Palmaverde?

R. No, era autonomo. Era formato dai recapiti di alcuni amici, cinquanta o sessanta persone che sostenevano anche economicamente il lavoro, ma soprattutto dai tanti nomi di chi ci mandava il suo materiale o lo richiedeva. La casella postale era la base di raccolta di tutte queste cose, dei testi che arrivavano, dei commenti, perciò era spesso intasata. All’ufficio postale avevano addirittura messo un bidone di plastica sotto la cassetta per contenere tutte le lettere che non stavano dentro. Questa situazione alimentava costantemente il nostro indirizzario e l’archivio.

La stampa costava pochissimo, quello che costava di più, già da allora, era l’invio postale. Con delle copie speciali numerate ed in cartoncino, che alcuni dei nostri amici compravano mi sembra a diecimila lire, però eravamo sempre in abbondante pareggio.

 

D. Ne «Lo Spartivento» compaiono molti numeri dedicati a paesi extraeuropei, leggo di un numero speciale per il Nicaragua, uno per la Palestina, un altro ancora per il Cile. Da dove nasceva quest’interesse per la storia e la scrittura di popoli lontani? Ha qualcosa a che fare con la sua scelta di lavorare nel campo della cooperazione internazionale?

R. No, «Lo Spartivento» è nato con lo stesso identico carattere e lo stesso identico disegno del resto del lavoro che faceva «Dispacci», deve però molto alle cure redazionali di Gabriele Milli. Era lui ad avere una visione molto ampia (rapporti col Nicaragua, rapporti col Sud America) e l’ha portata lui su quella strada. Io non ho partecipato a tutta la vita della rivista, anche perché ero all’estero in quel periodo, ho partecipato solo alla sua nascita.

Non conosco il lavoro redazionale che è stato svolto, ma son sicuro che questi aspetti internazionali fossero ispirazione di Gabriele Milli, poiché ha sempre avuto questo tipo di interesse e ha sempre voluto pubblicare scritti di poeti sudamericani. Evidentemente l’ha fatto nel momento in cui ha preso un po’ in mano le redini della redazione della rivista.

Poi c’è da aggiungere un’altra cosa, «Lo Spartivento» per un periodo è stato finanziato dalla CGIL di Bologna, la cui segreteria allora prestava molta attenzione a quelle che erano le questioni internazionali ed anche culturali in città.

Questa è una mia interpretazione delle cose, bisognerebbe sentire cosa ha da dire Gabriele Milli a riguardo.

Io facevo allora una rivista di arte postale, grandi manifesti di poesia che spedivo dai posti del mondo in cui mi trovavo, utilizzando quelle che allora erano le poste internazionali. «Nordsee». Sono state fatte anche molte mostre con quel materiale; erano manifesti stampati con i mezzi disponibili nei posti dove vivevo. Molto poveri. Non c’erano certo le tipografie, alcuni di questi erano fatti in serigrafia, altri con dei ciclostili molto malmessi.

 

D. C’è un insegnamento di Roversi che è più forte di tutti gli altri?

R. Sicuramente questa è stata l’unica vera università che ho fatto, perché quel tipo di lavoro, e lì dietro c’era parecchio lavoro, operativo e manuale, a me è servito molto; poi ci sono stati una serie di insegnamenti che sinceramente faccio anche fatica a sintetizzare.

Una volta ho provato a scrivere qualcosa, per un libretto curato da Salvatore Jemma, “Fuori dal mondo con Roberto Roversi”. Dovevano essere tremila battute e ne son venute fuori trentamila, perché gli insegnamenti, gli stimoli che mi sono rimasti di quel periodo sono tanti.

Quando ti metti a pensare a quei tempi, ogni dieci minuti ti salta alla mente qualche cosa che allora avevi trascurato. Una cosa che è vera è questa, all’epoca noi abbiamo fatto tutto con estrema naturalezza, non c’era organizzazione, accadevano le cose e le facevi. È solo dopo, quando c’è stata una rilettura di quel periodo, che si è iniziato a vedere il tutto come un movimento, come un’esperienza culturale collettiva ed organizzata, che io però francamente non ricordo bene, o che forse semplicemente non c’era. Oggi si tende a considerare «Dispacci» come un gruppo strutturato con delle idee omogenee, non è vero, tutti “litigavamo” con tutti. Eravamo molto vivaci, ed anche un po’ rissosi. È vero, abbiamo prodotto una quantità enorme di materiale; ricordo che poco tempo fa sono venuti a casa mia i responsabili di un archivio storico di Bologna con una Punto furgonata e hanno portato via la vettura piena di questo materiale che avevo chiuso in scatoloni da molti e molti anni.

C’erano degli stimoli molto umani, di relazioni umane, i migliori rapporti che ho avuto nell’esperienza «Dispacci» sono stati con le persone, non con i testi. Certo, esistono alcuni lavori che conosco e che ricordo ancora, però non era la cosa più importante. Per me l’aspetto è stato poco poetico e più umano. Il rapporto stabilito con quelle quindici o venti persone che sono state il nucleo, anche della stessa cooperativa, è quello che mi è rimasto dentro. Prezioso.

 

 

Intervista a Matteo Marchesini

(Scrittore e critico letterario)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R. Non so se ricordo con esattezza la prima volta, però ricordo con esattezza tutto quel periodo. Per ragioni anagrafiche ho conosciuto Roberto tardi, però l’ho conosciuto molto presto per la mia età. Avevo quindici anni, facevo il ginnasio, e per le mie letture, per il mio interesse abbastanza precoce per la poesia e anche per alcuni snodi, Pasolini, «Officina», l’avevo cercato e credo di essere finito subito, un pomeriggio, alla Palmaverde. Presto è diventata un’abitudine perché lui, come ha fatto con altri, l’ha trasformata in una possibile abitudine.

Non so se ricordo la prima volta. Ricordo che, pur non abitando a Bologna e dovendo fare un percorso anche abbastanza lungo dal mio paese, rimanevo dopo la scuola, di pomeriggio, mangiavo un panino dietro la chiesa di San Domenico, perché Roberto già allora era in Via dei Poeti, l’ultima collocazione della Palmaverde. Poi alle due e mezza, quando lui tornava dal suo pranzo con Elena, suonavo alla porta e rimanevamo lì un’oretta, a volte mentre Elena stava facendo dei pacchetti o lui stava facendo dei pacchetti. Di solito succedeva che ci trasferissimo in una saletta piccolissima, accanto alla stanza grande di ingresso, sovrastata da minacciosi scaffali di libri che sembravano doverci crollare addosso da un momento all’altro. Una delle prime volte mi fece vedere, addirittura mi regalò, dei numeri di «Officina», poi mi mostrò le riviste ciclostilate da lui, fino a «La Tartana degli influssi».

Io allora avevo provato a fare a scuola una cosa ciclostilata mia, roversianamente, molto goffa a dire il vero, che si chiamava «La ginestra», e la distribuivo quando mi veniva.

Quindi questo è stato il nostro primo incontro, ricordo questo odore buonissimo che c’era in libreria, come di cannella, non saprei bene definirlo, ricordo la gentilezza di Elena e ricordo questa cosa che mi strabiliava, cioè che lui parlasse con un ragazzino, quasi un bambino, alla pari e mi dava una parte consistente del suo tempo.

Eravamo agli inizi del ’95. Poco dopo, nel ’96, mi chiamò lui e mi invitò dopo pranzo in libreria alla registrazione di una trasmissione di Radio Popolare, in cui c’era anche Antonio Bagnoli e non ricordo chi altro. Credo che lui in quella occasione volesse farmi conoscere un’altra persona, con cui poi è nata effettivamente una collaborazione, che è Rudi Ghedini. Rudi allora era un giornalista che gestiva con Valerio Monteventi, a metà anni ’90, una rivista molto nota a Bologna, che si era chiamata prima «Mongolfiera», negli anni ’80, ma che era stata rifondata da poco come «Zero in condotta». Era un quindicinale con manifesti di avviso d’uscita in tutta la città.

Ripensandoci adesso la cosa anche un po’ mi commuove, penso che Roberto mi avesse chiamato, al di là della cosa straordinaria di farmi partecipare a una trasmissione radio su cose di cui io sapevo pochissimo, per creare una rete di contatti e per farmi conoscere persone che lui riteneva potessero avere degli interessi comuni.

 

D. Cosa rappresentava la libreria Palmaverde per un giovane che a Bologna cominciava ad accostarsi al mondo della letteratura e della cultura in genere?

R. Non so se sono rappresentativo in questo, posso parlarti della mia esperienza, poi effettivamente esistono generazioni diversissime di persone che testimoniano la stessa cosa. C’è anche una poesia famosissima di Stefano Benni su coloro che escono da questa libreria, «i giovani poeti escono trasfigurati, gridando i loro versi al sole». Secondo me la dose di entusiasmo veniva prima di tutto dal fatto di avere di fronte una persona che aveva voglia di dialogare, cosa che non succede praticamente mai. Il tempo degli intellettuali, lo diceva anche Roberto, è sempre monetizzato, anche se non esplicitamente, nel declino di quel mondo culturale che la sua generazione e alcune generazioni successive avevano conosciuto. Tutti sono protesi a ricavarsi uno spazio o a fare cose che riguardano se stessi, quindi instaurare quella cosa che c’è alla base della cultura reale, e cioè la conversazione, da Socrate in poi, è una cosa sempre più difficile. Almeno per me ha significato questo, cioè l’entusiasmo di molti ha significato questo: trovare un posto in cui si andava a parlare. Poi io ne avevo reale bisogno e probabilmente ero anche molto polemico, andavo lì forse in modo anche presuntuoso, tentavo di trovare dei punti deboli nelle posizioni di Roversi ed era divertente dialogare con lui anche per questo.

 

D. Si andava alla Palmaverde forse con l’intento di far leggere i propri materiali a Roversi, per ricevere un consiglio dal poeta o magari per trarne ispirazione. È stato lui a invogliarla a pubblicare le sue prime poesie?

R. Più che invogliare a pubblicare credo che il rapporto che avesse con me, ma in generale con tutti gli altri, fosse più di scambio. Io gli ho portato delle cose, ogni tanto se ne parlava, lui dava dei giudizi, ricordo di cose che gli erano piaciute molto, cose che gli erano piaciute meno, poesie ma anche racconti. Ricordo questo aggettivo: “preciso”. Ognuno di noi ha dei tic linguistici e Roberto utilizzava spesso, quasi a sottolineare qualcosa che gli piaceva ma allo stesso tempo a sfumare il suo giudizio, evitando un giudizio pomposo, l’aggettivo “preciso”, accompagnandolo con un fare delle mani.

Credo che in generale quando Roberto ha avuto occasione di fare le riviste, lavorando con altri, ha anche pubblicato cose che riteneva valide. Penso che ci fosse in lui voglia di creare contatti e voglia di creare occasioni, perlomeno con me l’ha fatto. Però mancava, proprio perché c’era questa dimensione di dialogo, quella situazione per cui tu mandi qualcosa a uno e quello che ti aspetti è che ti dica “questo è da pubblicare” o “questo non è da pubblicare”. Lui questo tipo di atteggiamento di solito lo schivava, esattamente come aveva schivato per decenni l’industria della cultura italiana, non aveva questo tipo di atteggiamento da direttore editoriale.

 

D. L’attività editoriale della Palmaverde era ancora attiva in quegli anni?

R. Di fatto credo che le cose fondamentali fossero già state fatte. Ricordo che uscivano ancora dei fascicoli di «Rendiconti», pochi però, uno speciale in occasione del ritrovamento di un testo liceale di Pasolini. Poco dopo ci sono state altre esperienze che ha fatto con Salvatore Jemma, come il foglio “Il giuoco d’assalto”, quindi non aveva assolutamente smesso. La cosa che diceva sempre, al di là delle riviste, era «io scrivo sempre come un matto», però direi che negli anni ’90 l’attività editoriale della Palmaverde era quasi chiusa. Quello che restava era una grande disponibilità all’ascolto e anche un’attitudine da libraio. Ricordo suggerimenti, libri regalati, libri consigliati, libri che ho preso lì da lui dopo che avevamo scorso gli scaffali della libreria insieme.

 

D. Lei stesso ha gestito una libreria in provincia di Bologna, di che genere di libreria si trattava? In questa parentesi della sua vita è stato influenzato dal suo rapporto con il poeta libraio?

R. Quello che è evidente è che un libraio antiquario, o comunque un libraio fuori dal circuito della distribuzione normale, e una libreria sono due mestieri che dovrebbero avere nomi diversi, non hanno nulla a che fare. Io a vent’anni mi sono ritrovato con la possibilità di rilevare una libreria, a San Giovanni in Persiceto, perché un mio amico, Andrea Cotti, giovane poeta tra l’altro introdotto da Roversi, aveva questa attività e la lasciava. Mi disse che avrei potuto ripagargliela lavorando, così accettai e chiesi a un mio amico di liceo di lavorare con me. Io ero molto disordinato, avevo progetti anche molto velleitari da centro culturale, lui era molto più concentrato sull’aspetto commerciale.

Sono riuscito a fare alcune cose di quelle che volevo fare all’inizio, credo cicli di incontri un po’ diversi da quelli che facevano altri, dedicati a certi libri. La verità è che quando si ha un negozio in un paese piccolo bisogna stare dietro alle novità e alle tendenze; il libraio è davvero un mestiere che confligge molto con l’interesse culturale. È meglio fare un lavoro totalmente diverso dai propri interessi culturali, forse è più sano. Questa esperienza è durata quattro anni, dopo potevo fare altro ed ho fatto altro.

Spesso parlavo con Roberto di questa mia attività, soprattutto all’inizio, però poi parlavamo soprattutto del suo di lavoro, cioè del libraio che ormai non è più nemmeno un vero negozio, ma lavora per corrispondenza, lavora per cataloghi. Quello è un lavoro molto bello e le librerie che oggi frequento più spesso, magari anche solo su internet, sono proprio queste, non perché siano antiquarie. Io non cerco rarità, non ho assolutamente lo spirito del collezionista. Un certo amore da libraio che aveva Roberto, che aveva anche Sciascia che scambiava varie cose con lui, io forse non ce l’ho. Però spesso mi servono dei libri che non vengono e non verranno mai più ristampati, mano a mano che il mercato editoriale si impoverisce, e sono le cose che già faticavo a tenere in libreria o non potevo tenere in libreria.

 

D. Probabilmente questa sua volontà di creare spazi aggregativi e momenti di scambio culturale all’interno della libreria che gestiva rispecchia in qualche modo l’esperienza vissuta da ragazzo alla Palmaverde con Roversi…

R. Questo sicuramente, Roberto ha avuto un peso anche in questo, proprio nell’idea che non fosse solo una libreria. Poi una delle cose divertenti delle librerie di paese, specie in un paese abbastanza grosso come San Giovanni in Persiceto, che assomiglia un po’ a una Rimini felliniana senza il mare, con quel tipo di personaggi (c’era un padiglione psichiatrico, era il paese di Giulio Cesare Croce, di “Bertoldo, Bertoldino”, di un carnevale molto particolare), è che la libreria è diventata molto presto, anche con il mio contributo, più che un centro di cultura, un po’ un centro sociale e un po’ un centro di assistenza psichiatrica. Ma io ero anche contento di questa cosa.

Sicuramente Roberto ha avuto il suo ruolo in tutto questo, anche perché all’epoca avevo sicuramente più fiducia nella possibilità di far coincidere il mestiere, quel tipo di mestiere, con una proposta culturale, fiducia che adesso non avrei. Però sono stati anni belli, anni in cui tornavo da lui, gli raccontavo anche della libreria, erano gli ultimi anni in cui teneva aperta la Palmaverde.

 

D. Come evitare che vada perduto il lavoro che Roversi ha svolto lentamente e per tanti anni dal retro della sua scrivania, come si potrebbe serbare questa rete di rapporti umani creata attraverso l’esperienza della Palmaverde?

R. Secondo me un rischio al quale Roberto si è esposto, inevitabile, è quello di essere quasi stato imbalsamato. Lui stesso ironizzava sul fatto di essere rimasto da solo alla fine degli anni ’60. Fecero un’inchiesta su Bologna, non ricordo se «L’Espresso» o «Panorama», e lo etichettarono come “il poeta municipale”, con l’azzardo di utilizzare questa intestazione in senso un po’ retorico.

Invece, secondo me, una cosa roversiana buona è di dimostrare, molto semplicemente, la disponibilità che aveva lui a creare delle situazioni culturali, ovunque ci siano degli interlocutori con cui si condivida il linguaggio per discutere, magari anche scontrandosi. So che può sembrare una cosa povera, ma in realtà è una cosa molto ricca. Di solito si vogliono mettere in piedi istituzioni, invece secondo me la vera cosa da creare sono dei momenti culturali, anche quotidiani, in cui ci sia un dialogo. Perché ci sia un dialogo non ci deve essere necessariamente una situazione da comizio. Deve essere un contesto in cui un numero limitato di persone dialogano tra loro, e per dialogo intendo una situazione socratica in cui non si sa come va a finire la discussione, non si sa prima. Questa cosa che sembra gratuita, inutile, in realtà è una delle vere basi della cultura.

In quegli anni in cui frequentavo Roberto cominciavo a leggere un autore, che poi è diventato anche un amico, una persona per me importante, molto diversa da Roberto, che si chiama Alfonso Berardinelli. Ho scritto un testo, quando avevo diciotto o vent’anni, in cui li tenevo insieme; analizzavo da un lato l’ascolto indiscriminato di Roberto e dall’altro invece Berardinelli, un critico molto selettivo che per me rappresentava la responsabilità della critica militante. La cosa che mi colpiva era che tutti e due, diversissimi, riportano a questa dimensione della conversazione, secondo me la vera e migliore lezione di Roversi.

Per concludere direi anche una cosa a cui penso spesso. Lui ha fatto la sua scelta discutibile, onorevole, coraggiosa, di autoesilio dall’industria culturale nel periodo più traumatico. Con l’incipiente boom economico, con l’impiantasi di una vera industria editoriale e delle comunicazioni, si perdeva ciò che fino agli anni ’50 era sembrato possibile, cioè una cultura prodotta da riviste culturali a misura umana. La situazione editorialmente e massmediaticamente è andata sempre peggiorando. Da un lato rispetto alle speranze di quelle generazioni di trasformare l’Italia, l’Europa e il mondo, dall’altro qualcosa è successo all’editoria e continua ad andare alla deriva. Questo mostro editoriale, con l’avanzare della tecnologia, ha dimostrato anch’esso di avere i piedi d’argilla. Trovo questa cosa molto interessante perché questa realtà è pure un pochino “roversiana”, sia perché internet in un certo modo orizzontalizza alcune cose (lo stesso fatto che ci sia un sito con tutti i suoi testi è una cosa roversiana), scavalca l’editoria, sia perché i poteri forti, la pubblicità, vogliono farci fissare solo su autori-idolo, solo su libri-idolo, che spesso non valgono niente. Fino a poco tempo fa questo strapotere editoriale era il potere di chi ti diceva “io sono forte”, ma era anche il potere di chi ti diceva “io sono la cultura”. Adesso invece il re è un po’ più nudo. Allora chi vuole fare cultura, in maniera non prepotente o vuota, si ritrova più facilmente, questo rende meno equivoca la scelta. La gente si mette in contatto più facilmente su altri circuiti e questo, secondo me, crea una situazione di maggiore nitidezza che forse è un’eredità anche roversiana. Certo, lui ha dovuto lottare in un momento molto più duro di questo.

Oggi è molto più evidente lo stacco tra la cultura vera e il potere puro. Per molto tempo l’editoria degli anni ‘80/’90 ha fatto finta di essere la legittima erede di un’editoria dei primi anni del ‘900 che era molto più alta e nobile, adesso le cose si stanno un po’ rimescolando. Insomma a mio avviso questa è una situazione un po’ roversiana.

 

 

Intervista a Mattia Fontanella

(Responsabile Innovazione ed Eventi culturali Coop Adriatica)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R. Faccio un affondo nella memoria. Io, come tanti ingenui poetastri, sono venuto a Bologna alla fine degli anni ’70. L’attuale magnifico rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi, dice di non aver mai conosciuto Roberto Roversi. Io, invece, poetastro da strapazzo, Roberto Roversi sono andato a cercarlo. Nell’83 ho bussato al portone della Palmaverde, in via Castiglione 35 (la Palmaverde è stata una libreria itinerante, c’è stata una circolarità nella sua storia, ha iniziato in uno stanzone vicino ad una chiesa e ha chiuso poi in via De’ Poeti n. 4: nomen omen), con i miei dattiloscritti e gliel’ho sottoposti.

Roberto Roversi è stato la figura simbolo della civiltà letteraria, gli arrivavano pacchi da tutta Italia e lui cercava di leggere tutto. Uno scrittore, un poeta, un intellettuale, ha il dovere di leggere i testi che gli arrivano (anche i testi modesti, come i miei). Mi ha confessato, nell’ultimo periodo, «ho due rammarichi: uno è che Stefano Benni sia andato via da Bologna e non siamo riusciti a trattenerlo; l’altro è di non aver letto tutto, di non aver risposto a tutti». Negli ultimi tempi poi aveva anche problemi fisici, di affaticamento; quindi gli era davvero impossibile leggere tutti i materiali che gli arrivavano.

Quando mi sono trasferito a Bologna avevo una grande passione per la letteratura, per la poesia in particolare, e allora ho chiesto alle persone, agli amici in città, di indicarmi qualcuno con cui potessi confrontarmi. All’epoca conoscevo, anche, un poeta greco che era scappato dalla Grecia dei colonnelli, Nicos Bletas-Ducaris, la persona che, tra l’altro, ha scritto la prefazione al mio primo libricino nel 1984. È stato lui a parlarmi di Roberto Roversi per la prima volta, così sono andato a cercarlo. Roversi era proprio questo, una sorta di collettore dove tutti confluivano, dai grandi come Volponi e Sciascia, ai poetastri come me. Lui ascoltava davvero tutti con la stessa attenzione e lo stesso rispetto.

 

D. Bologna rappresentava una tappa fondamentale e obbligatoria per chiunque attraversasse l’Italia nel secolo passato in cerca di stimoli culturali. Sciascia scriveva a Roversi: «Bologna resta la meta più desiderata. Le ore passate in libreria, a casa tua, da Landi; le poche strade della città che conosco; tutto mi è ricordo carissimo. Ti dirò, mi basta l’odore di un vecchio libro per mettere proustiano movimento alle ore di Bologna».

La presenza della Libreria Palmaverde quanto ha inciso sulla caratterizzazione dell’aspetto di questa città?

R. Posso fornirti una mia impressione, posso dirti come ho vissuto io la sua presenza a Bologna, però faccio fatica a separare il sentimento di amicizia dal ricordo.

Roberto era un uomo schivo, addirittura timido, ma una persona che esprimeva a suo modo affetto. Aveva un grande pudore nei rapporti. Ricordo che ci ho messo tantissimo tempo a chiamarlo per nome, lo chiamavo Dottore, Signor Roversi (maestro no perché mi avrebbe cacciato fuori), e poi lui un giorno ha detto «diamoci del tu», come faceva con il nucleo di persone che lui sentiva più vicino.

Roversi era una presenza discreta a Bologna, ma era su tutto, era onnivoro, sapeva di ciclismo, di calcio, di auto (ricordo le interviste epiche a Enzo Ferrari), si interessava di musica, di arte, ecc. Mi viene in mente un aneddoto. Anni fa, quando Jovanotti era uscito con le sue prime canzoni, io mi sono permesso, da ingenuo giovanotto, di criticarlo. Poi dopo ho cambiato idea chiaramente perché Jovanotti è diventato altro. In quell’occasione Roversi mi ha sorpreso dicendomi «stasera vado al concerto di Jovanotti», perché lui aveva già capito. Lui aveva questa capacità, senza mitizzare, di capire le cose dieci o vent’anni prima, addirittura aveva già capito la genialità del personaggio e mi diceva «Io penso positivo perché son vivo è una frase degna di Kant». Aveva un’attenzione maniacale, era attento a tutto e leggeva tra le righe. Anche leggendo il giornale, molti si soffermano sulle notizie principali, lui leggeva altro. Ad esempio notava in quinta pagina “Anziana morta in casa, scoperta la sua morte dopo tre giorni”. Per lui quella era una notizia devastante, cioè il fatto che qualcuno potesse morire senza che nessuno se ne accorgesse; la stessa cosa quando morì un bambino, Devid Berghi, di freddo in Piazza Maggiore. Lui interveniva sulle cose importanti ma sottovalutate dall’opinione pubblica. Ritenute ordinarie ma che ordinarie non erano.

Negli ultimi tempi aveva smesso di scrivere su grandi giornali, non scriveva più su «L’Espresso», non scriveva più su «la Repubblica»; preferiva scrivere su «Il Domani», un piccolo giornale che adesso ha chiuso. Scriveva sulle piccole riviste per sua scelta e pubblicava i suoi libri da semisconosciute case editrici. Quando è nata la Cooperativa Dispacci ci siamo visti altrove, fuori dalla Palmaverde, ma in fondo pochissime volte. Nella realtà, le persone continuavano ad andare da lui, lo cercavano in libreria. Lui aveva un’agenda fittissima, oltre a fare il libraio antiquario riceveva, incontrava le persone. Per questo attorno a lui nascevano le cose; lui collaborava e voleva collaborare con tutti quelli che avevano un progetto, un’idea precisa per cui spendersi. Tu gliela sottoponevi, se questa lo convinceva lui si spendeva. Era una persona generosa, disponibile ma mai accomodante. Io gli ho chiesto molti interventi, il manifesto per Ad alta voce, scritti vari che magari sono usciti su microriviste, fogli sparsi.

Roberto si interessava a tutto, per l’appunto, dalle morti sul lavoro al disagio sociale; i suoi scritti sono molteplici, anche difficili da reperire. Antonio Bagnoli ha fatto un lavoro di recupero dei testi sul suo sito: www.robertoroversi.it. Alcuni quasi inediti.

Roberto Roversi, lo ripeto, era il collettore di un’intelligenza collettiva, riceveva tutti, incontrava tutti, metteva in relazione le persone. L’ha fatto anche con me, mi ha mandato delle persone per farmele conoscere. Anch’io, nel mio piccolo, sono sempre stato “un tessitore”, non saprei bene definirmi. Forse sono stato il postino di Roversi: io spedivo, incoraggiavo, finanziavo. Ero e sono ancora questo, nel senso che ho svolto un lavoro dietro le quinte. Ad esempio all’inizio dell’esperienza de «Lo Spartivento», sono andato alla CGIL a bussare per chiedere finanziamenti, ecc.

Una volta abbiamo realizzato una cartolina dedicata a lui, credo per il trasferimento della Palmaverde, e l’abbiamo fatta uscire come allegato a «Il Domani». Su varie cartoline, ognuno di noi dedicava una poesia alla Palmaverde. Per collezionarle tutte, il lettore era obbligato a fare il giro delle edicole.

 

D. Nel 2007 Coop Adriatica acquisisce il fondo librario della Palmaverde, più di ventimila volumi tra testi di arte, letteratura, filosofia… Quando e come nasce questa decisione?

R. Negli ultimi tempi Roberto Roversi aveva già previsto di sistemare le proprie cose. Lui era una persona ordinata mentalmente, era preciso in tutto, era rigoroso. Anche quando faceva i pacchi che spediva in giro per il mondo, impacchettava i libri in modo perfetto (addirittura in ogni pacco lasciava un verso). Aveva programmato la sua uscita di scena. La libreria era una cosa importantissima per lui ed Elena, figura sempre presente ma in modo discreto. Lei e Roberto si erano conosciuti all’università di Bologna. Elena si era laureata con una tesi su Umberto Saba, poeta e libraio antiquario a Trieste, e poi ha sposato Roberto, poeta e libraio antiquario a Bologna. Una storia bellissima.

Roversi aveva provato a svolgere un’attività all’interno dell’università, ha fatto l’assistente a una cattedra di storia per pochissimo tempo, ma poi si è reso conto che quel lavoro non faceva per lui e ha deciso di abbandonare. Lui era così, era una persona libera, perciò ha messo su questa libreria con Elena, una donna che è stata sempre presente, parte integrante dell’attività della Palmaverde e va assolutamente ricordata al fianco di Roversi.

Roberto, dunque, aveva previsto di uscire di scena, di chiudere la libreria perché l’età avanzava e perché un altro evento lo aveva travolto: la morte del figlio. Non voglio aprire adesso un capitolo privato, anche se il privato spesso incide sull’aspetto pubblico di un intellettuale, poeta, scrittore. Per lui ed Elena la morte dell’unico figlio è stato un colpo durissimo. Ricordo che gli chiesi di scrivere una poesia per il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, lui la intitolò Patria, e si legge: «Patria è la terra in cui riposa mio padre/ in cui riposa mia madre, in cui riposa mio figlio». Per lui la patria era diventata un’ossessione, era una parola importantissima, l’heimat, il concetto di patria tedesco, la terra/casa dei padri, ma anche delle madri. Diceva spesso «quando il comune (qui a Bologna si declina al femminile: assimilato alla mamma, alla sorella, alla moglie) ti chiede qualcosa non puoi dire di no». In lui c’era questo senso di appartenenza molto forte alla città. Spesso si rammaricava che il comune o le istituzioni bolognesi non gli chiedessero mai nulla, lui avrebbe fatto tutto per loro e in maniera gratuita.

Io l’ho coinvolto spesso in giurie, in gioventù organizzavo un Premio Sandro Penna; Roversi tra l’altro scrive uno dei sui primi articoli su di lui, Sandro Penna o della grazia poetica. Aveva 17 o 18 anni quando pubblica questo saggio sulla rivista giovanile del GUF (Gioventù Universitaria Fascista). Credo che Sandro Penna sia stato un poeta formidabile, ha una sonorità e un ritmo straordinari: «io vivere vorrei addormentato, entro il dolce rumore della vita». Sono degli affreschi; è un poeta fintamente fragile, in realtà è pienamente consapevole di sé. Roversi lo avevo intuito benissimo. Quando arrivavano i testi per il Premio Sandro Penna, Roversi, essendo una persona libera che teneva presente soprattutto la qualità della scrittura, premiava anche opere assolutamente distanti dalla sua poetica gramsciano-lukacciana, lontane dalla poesia che si propone di cambiare il mondo, una poesia che si confronta e scontra con la realtà sociale. Ricordo che una volta ha premiato una ragazza che scriveva in versi di stile petrarchesco, una buona poesia ma assolutamente diversa/distante dalla sua poetica. Non aveva nessuna prevenzione, amava la poesia militante ma riconosceva il talento in chiunque.

Quindi tornando alla Palmaverde, Roversi voleva sistemare le cose e noi l’avevamo capito. Io e Fabrizio Lombardo, un altro amico che lavora nelle librerie.coop e dirigeva la rivista «Versodove», abbiamo sottoposto al Presidente della Cooperativa, Pierluigi Stefanini, la proposta di acquisizione del suo patrimonio librario e la successiva donazione alle istituzioni pubbliche. La cooperativa ha comprato i 20.532 volumi, che poi ha catalogato (è stato un lavoro di due anni, un lavoro molto impegnativo). Si trattava soprattutto di volumi di cultura generale, opere non più in ristampa, volumi unici. C’erano poi molte riviste, catalogate anche queste; Roversi collezionava tutto, da «Rinascita», a «il manifesto», a «l’Unità», e poi tantissime microriviste. Aveva rapporti anche con molte realtà del paese, associazioni culturali del sud e del nord. Ricordo «Abiti lavoro», una rivista dei lavoratori che si organizzavano nelle fabbriche, con Franco Cardinale di Napoli, c’era anche Ferruccio Brugnaro, poeta sindacalista di Porto Marghera, conosciuto anche negli Stati Uniti per la sua poesia di lotta e di intervento politico sulle condizioni dei lavoratori.

Roversi raccoglieva riviste, fogli, plaquette, ecc. e le distribuiva sul suo bancone; era un diffusore militante di tutto quello che gli arrivava (e con cui magari collaborava).

Al momento dello smantellamento della libreria, lui aveva varie possibilità di vendere ad altri librai, ma ha deciso di affidare a noi il suo fondo. Scelta che nasceva, senza troppo enfatizzare, forse da un rapporto di fiducia e di amicizia: si è fidato di assegnarlo al movimento cooperativo, a Coop Adriatica. È stata un’operazione lunga, meticolosa, rigorosa; poi alla fine ci ha affidato anche i suoi libri, quelli della sua libreria personale, che abbiamo venduto durante un’asta di solidarietà, così come abbiamo venduto i suoi dischi (in un’asta presieduta da Lucio Dalla) per sostenere Piazza Grande. Roversi era felice che facessimo queste cose. Non pensava alle librerie come a musei, i libri devono essere vivi, devono circolare.

 

D. Coop Adriatica assicura memoria e continuità al lavoro svolta da Roversi attraverso la sua libreria. Affinché questo patrimonio culturale continui ad essere nutrimento per le giovani menti, cosa si intende fare con questi testi? Quale è stata, o quale sarà, la loro destinazione?

R. I testi sono stati affidati a varie biblioteche di Bologna, a seconda dell’argomento, i testi che parlavano di musica sono andati al Museo della musica, testi di cultura generale magari alla biblioteca della Sala Borsa, distribuiti quindi in cinque o sei realtà culturali della città. Tutto consultabile in rete nel Sistema Bibliotecario Sebina Opac.

 

D. Cosa ha rappresentato, e cosa rappresenta ancora oggi, Roversi per coloro che l’hanno frequentato negli anni e hanno avuto la possibilità di stringere con lui un legame personale e intellettuale?

R. Per me è importante capirne lo spirito. Roversi era una persona che si metteva a disposizione della città, era davvero il cuore pulsante di Bologna. Pur essendo sempre ai margini, pur essendo una persona che dovevi andare a cercare, tutti erano consapevoli che lui esprimeva l’anima profonda di questa città.

Era l’intellettuale vero, che era sulle cose, non era una persona ritirata, scostante; rispondeva anche spesso al telefono, chiaramente si faceva filtrare da Elena, altrimenti non viveva più. Erano in molti a cercarlo, gli arrivavano tonnellate di libri, alcuni mandavano manoscritti anche scritti a mano. Aveva una grandissima attenzione per tutti, un grande rispetto.

Per me è stato una sorta di padre, Roberto era un po’ il padre che mi ero scelto, c’era molto affetto, molto rispetto, era un punto di riferimento. Poi quando è scomparso è stata per noi, per le persone un po’ più intime, davvero una perdita notevolissima. Quando accadevano delle cose, parlo di episodi pubblici, lo chiamavi per chiedere un consiglio, una spiegazione, per orientarti. Era, insomma, una persona presente, non ingombrante, ti dava sempre un punto di vista originale, a volte spiazzante. Per noi è stato un padre-maestro (senza mai volerlo essere), ci siamo trovati tutti un po’ orfani. Lui ha incontrato tutti, Benni, Verasani, D’Elia e altri mille (e mille, ancora) scrittori o aspiranti tali. Anche lo stesso Dalla è diventato Dalla perché ha incontrato Roberto Roversi, gli album che hanno prodotto insieme sono ancora di un’attualità sconvolgente.

Sono nate varie cose attorno a lui, da «Dispacci» a «La Tartana degli influssi» a «Lo Spartivento», ma non è che ci fosse il gruppo o la lobby di Roberto Roversi, questa è una visione assolutamente sbagliata. Qualcuno l’ha anche attaccato, ma in realtà lui non aveva nessun potere, né aspirava ad averlo. Anzi. Era una persona che non andava agli incontri pubblici per scelta. Ha rifiutato moltissimi premi. Non andava neanche in televisione perché diceva che l’immagine pubblica, l’immagine mediata dal mezzo televisivo, modifica il messaggio, una concezione un po’ adorniana. Magari in radio concedeva un’intervista. E scriveva, scriveva, scriveva. “Per raggiungere il socialismo bisogna scrivere, scrivere…”.

 

 

Intervista a Alessandro Bergonzoni

(Attore, comico, scrittore e artista)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R. L’accoglienza dei giovani scrittori. È stato questo che mi ha visto partire. Io non amo gli aneddoti e non amo soprattutto gli aneddoti legati a persone per me al di fuori dell’aneddotica come Roberto Roversi, però capisco che si debba comunque cominciare. Devo dirti sicuramente che il lavoro era partito dalla carta. Dalla carta vuole dire che, appena entrato in quella libreria, quando qualcuno ha detto “vai lì, bussa a quella porta e verrai ascoltato”, la prima cosa che ho visto è stata la carta, carta e corda, corda e carta. E ho visto qualcuno che spediva, qualcuno che incartava, qualcuno che impacchettava, e così mi ha accolto: incartando e impacchettando, mentre lavorava con la carta, prima ancora che con la carta scritta, con la carta che spediva e impacchettava. Era una rampa di lancio, una zona di decollo, non era una libreria. Poi ho visto i libri, poi ho visto la stesura dei libri, ma soprattutto dopo ho conosciuto le due persone che la abitavano, che erano appunto Roberto e la sua compagna. Mi hanno fatto sedere nella libreria e mi hanno accolto ambedue, perché come in una casa, si viene accolti dalle persone che la abitano, che la vivono, e sono stato portato nello studio a conoscerlo e a conoscermi, perché conoscerlo voleva dire soprattutto questo: conoscere quello che io stavo facendo.

Come tanti nell’aneddotica che non amo, avevo portato le mie fotocopie, perché di questo si trattava, delle mie poesie (uno dei dolori più grossi, un anno e mezzo fa quando ho pubblicato il mio primo libro di poesie con la Garzanti, è stato quello di non aver potuto fare il plico, mandare a Roberto il mio libro. Gli avrei voluto mandare i miei testi, ma non c’è stato cronologicamente il tempo, sono arrivato in ritardo, ma questo non ha importanza). La figura di Roberto Roversi a me si è aperta così.

 

D. Perciò lei si è avvicinato alla Palmaverde per la poesia?

R. Soprattutto per la poesia e per la scrittura. Io in quegli anni facevo già teatro però era ancora roba molto molto laterale, della roba poco nazionale, cittadina, Osteria delle dame e cose di questo genere. Ma io vengo dalla scrittura, le prime cose che ho scritto sono Le novelle della mani, le prime cose che ho fatto leggere a Roberto Roversi. Dopo ho cominciato a scrivere per il teatro e per la comicità, ma dopo.

 

D. Quindi Roversi ha conosciuto la sua scrittura ma non si è mai rapportato alla sua comicità?

R. Si è rapportato ma in un secondo tempo, ma già dalle prime cose che io scrivevo lui ravvedeva la comicità attraverso la surrealtà. E di questo lui rideva. Roberto Roversi, anche quando veniva a vedere i miei spettacoli, rideva di cuore e rideva di gusto, ma subito passava ad altro. Mi ricordo la diatriba, allora io volevo non-essere politico, perché non mi interessava questo tema, e lui mi diceva: «É un tuo problema. Le cose che scrivi, quando scrivi, come scrivi e quando si scrive è sicuramente un’azione politica». Io non capivo questo significato, non capivo e quindi cominciavamo a parlare. Prima che iniziasse a seguire i miei testi, prima dei miei spettacoli, parlavamo… perché era questo il grande lavoro di Roversi: parlare della scrittura, parlare dello scrivere. Questa era una cosa veramente al di fuori del “mi piacciono-non mi piacciono”, “le vorrei pubblicare un giorno”, “le metto in scena”,… era qualcosa a prescindere.

Lui era un lettore, leggeva. Io vedevo questo suo leggere, lo vedevo con le lettere davanti.

 

D. Lei ha iniziato a frequentare Roberto Roversi negli anni ’80, mentre la libreria era attraversata da una spinta di grande creatività. È mai entrato in contatto con la Cooperativa Culturale Dispacci?

R. Benissimo, io ero proprio in quella zona. Ci sono delle persone che incontravo lì e che ricordo, nomi di persone che ricordo, come Salvatore Jemma. In quel periodo andavo a vedere le facce e gli scritti di queste persone attraverso quella porta aperta che c’era a Bologna. Per me era una porta aperta, schiusa (mi piaceva chiamarla anche “porta schiusa” perché sembra quasi un aggettivo della porta). E lì ho incontrato e visto questi “Dispacci”; ma devo dire molto da lontano perché io ero fuori da ogni giro, fuori da ogni conoscenza. Ero molto naif, non avevo un percorso politico sociale, non avevo una storia, venivo da una scuola privata, facevo parte di un non-luogo prestato alla sua dimensione, non avevo un lavoro che mi avesse portato a conoscere ambienti letterati colti, assemblee.

 

D. La libreria Palmaverde era più legata alla figura di Roversi o più legata alla città di Bologna?

R. Per me è stata legata alle città di Roversi. Roversi non si è mai mosso, si è mosso molto poco. A me Roversi non ricorda Bologna, me la ricorda perché siamo costretti a parlare di geografie del territorio. In tutti i luoghi culturali dove si formavano muschi e licheni, dove si formavano piante, per me era lui il territorio. Non era la città di Bologna.

 

D. Crede che l’esperienza della libreria Palmaverde possa essere replicata e continuata, a Bologna o altrove?

R. Sicuramente, sì. Come ho detto appunto, non credo nella geografia dei luoghi, in quella geografia dei luoghi che ci incasella e ci porta a dire che Roma, Genova, Torino, Venezia hanno delle specificità che Bologna non ha, e viceversa. Il problema è trovare il terreno Roversi, il problema è trovare l’humus. Quando parlo di Roversi parlo di humus, di fisiognomica. Non voglio mitizzare o idolatrare la figura di Roversi perché sarebbe la cosa che lui avrebbe amato meno.

Sicuramente significherebbe un’introversione completamente aperta al mondo, che non vedo ora nelle persone. Il mestiere dell’attenzione, il mestiere dell’udire: «Udite udite!», ecco, la frase «Udite udite!» mi piacerebbe dirla di Roversi. Ma «Udite udite!» non perché io parlerò. Ma l’«Udite udite!» di Roversi ha rappresentato questo: come a dire «Ascoltate, ascoltate… ». È un’invocazione affinché qualcuno, da qualche parte, diventi uditore, diventi ascoltatore. Oggi si crede, sbagliando, che se uno parla tanto non ascolti, che se uno parla poco invece ascolti. Roberto era uno che parlava tantissimo, non parlava nei luoghi deputati o non parlava a comando, anzi io non ho mai parlato tanto che con Roversi, e non ho mai ricevuto tanto ascolto che con Roversi. E non abbiamo parlato solo di lavoro, io e Roberto, delle cose da pubblicare, dei suoi documenti.

Oggi manca l’interiorità della parola, manca l’interiorità della politica, manca l’interiorità sociale, manca la musicalità che ha dimostrato Roversi, la musicalità dell’ascolto, lui era musicale nell’ascoltare, non solo musicale nello scrivere o nel creare i testi. E allora, trovare qualcuno che ha ancora questa forza, trovare gente con lo stesso humus, qualcuno con la stessa anima io sono pronto ad andare a cercarlo, io sono pronto ad ascoltarlo, probabilmente anche una vita.

 

 

Intervista a Stefano Benni

(Scrittore)

 

D. Le chiederei di iniziare con un aneddoto o poche parole che raccontino il suo primo incontro con Roversi e la libreria.

R. Non ricordo molto. So che ero andato lì per parlare di poesia e parlammo di calcio. E che ero molto intimidito.

 

D. Cosa rappresentava la libreria Palmaverde per un giovane che a Bologna cominciava ad accostarsi al mondo della letteratura e della cultura in genere?

R. Era uno dei pochi posti dove potevi imparare qualcosa. Roversi era un maestro dolce e implacabile.

 

D. La sua poesia “A Roberto Roversi”, conosciuta e apprezzata da chiunque si approcci all’argomento, racconta di un diavolo benigno che da una libreria travia i giovani poeti. In che modo la conoscenza di Roversi ha “traviato” la sua scrittura?

R. No, "traviato" non è forse il termine. Diciamo che quando mi parlava dei miei libri, io scoprivo sempre qualcosa di nuovo, e ne tenevo conto.

 

D. Roversi diceva di possedere un grande rammarico: «che Stefano Benni sia andato via da Bologna e non siamo riusciti a trattenerlo». Pensa che la sua presenza, e la sua permanenza, nella città avrebbe potuto cambiarne in qualche mondo l’aspetto culturale?

R. Non penso che sia un solo scrittore o artista a potere decidere del clima culturale di una città. Posso dire che Bologna è una città culturalmente quasi spenta. Ma la scomparsa di Roversi conta cento volte più del mio allontanamento.

 

 

 

 

Bibliografia

 

Opere di Roberto Roversi

 

 

Poesie, Libreria Antiquaria Landi, Bologna, 1942.

Rime, Libreria Antiquaria Landi, Bologna, 1943.

Umano, Libreria Antiquaria Landi, Bologna, 1944.

Ai tempi di Re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna, 1952.

Poesie per l’amatore di stampe, Salvatore Sciascia ed., Caltanisetta, 1954.

Caccia all’uomo, A. Mondadori, Milano, 1959.

La raccolta di fieno. Quarantasei poesie, in «il Menabò di letteratura», 2, Einaudi, Torino, 1960.

Dopo Campoformio, Feltrinelli, Milano, 1962.

Registrazione di eventi, Rizzoli Editore, Milano, 1964.

Unterdenlinden, Rizzoli, Milano, 1965.

Le descrizioni in atto (1963-1970), Bologna, ciclostilato in proprio, fuori commercio, 1969.

Il crack, bozze per il teatro, in «Sipario», n. 275, marzo 1969.

La macchina da guerra più formidabile, in «Quaderni del CUT», Bari, n. 9, febbraio 1971.

I diecimila cavalli, con una conversazione introduttiva di Gian Carlo Ferretti, Editori Riuniti, Roma, 1976.

Cento Poesie, «Il Cerchio di gesso», n. 3, maggio 1978.

Enzo Re,in «Quaderni del CUT», Centro universitario teatrale, Bari, n. 20, dicembre 1978.

L’Italia sepolta sotto la neve (Premessa, Il tempo getta le piastre nel Lete, 1-81), Nordsee, Roma, 1984, edizione fuori commercio.

Le descrizioni in atto 1963-1973, in «I quaderni dello Spartivento», Coop Modem Edizioni, Bologna, 1990 (quarta tiratura).

Il libro Paradiso. Undici poesie degli anni ’70 e ’60, a cura di A. Motta, in «Fogli del Borgo Celeno», Laicata Edizioni, Manduria, 1993.

La partita di calcio, Pironti, Napoli, 2001 (ristampa de L’Italia sepolta sotto la neve. Parte seconda).

Unterdenlinden, a cura di Arnaldo Picchi, Pendragon, Bologna, 2002.

La macchina da guerra più formidabile, a cura di Arnaldo Picchi, Pendragon, Bologna, 2002.

Il crack, a cura di Arnaldo Picchi, Pendragon, Bologna, 2004.

La macchia di inchiostro, a cura di Arnaldo Picchi, Pendragon, Bologna, 2006.

Per impervi sentieri (poesie), Bohumil audiolibri, 2008.

Nuvolari. Frusta implacabile di velocità e furore, con uno scritto di Lucio Dalla, Pendragon, Bologna, 2009.

L’Italia sepolta sotto la neve, AER Edizioni, Bolzano, 2010, edizione fuori commercio.

Trenta miserie d’Italia, Sigismundus Editrice, 2011.

Caccia all’uomo, Pendragon, Bologna, 2011.

Libri e contro il tarlo inimico, Pendragon, Bologna, 2012.

La mia piccola Atene emiliana, Pendragon, Bologna, 2013, edizione fuori commercio.

Le origini dell’irrazionalismo di Nietzsche nelle opere giovanili, Pendragon, Bologna, 2013.

Piccole tiritere per bimbi e bimbe curiose, Pendragon, Bologna, 2014, edizione fuori commercio.

R. Roversi, L. Sciascia, Dalla Noce alla Palmaverde, Lettere di utopisti 1953-1972, a cura di Antonio Motta, Pendragon, Bologna, 2015.

Poesie per l’amatore di stampe, Pendragon, Bologna, 2015.

 

Bibliografia critica

 

A. Antonaros, S. Jemma, A. Morino, a cura di, “fuori dal mondo” con Roberto Roversi, EnnErre Le nostre ragioni, Coop Adriatica, 2013.

A. Bagnoli, a cura di, Catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde, Pendragon, Bologna, 2010.

F. Berardi e V. Bridi, a cura di, 1977: l'anno in cui il futuro incominciò, Fandango Libri-Istituto Gramsci Emilia Romagna, 2002.

F. Camon, Il mestiere di scrittore. Conversazioni critiche con Giorgio Bassani, Italo Calvino, Carlo Cassola, Alberto Moravia, Ottiero Ottieri, Pier Paolo Pasolini, Vasco Pratolini, Roberto Roversi, Paolo Volponi, Aldo Garzanti Editore,Milano, 1973 (pp. 162-180).

L. Caruso e S. M. Martini, Roversi, La Nuova Italia, Firenze, 1978.

C. Cretella, P. Pieri, a cura di, Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna: 1968-2007, CLUEB, Bologna, 2007.

G.C. Ferretti, L’editore Vittorini, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1992.

G.C. Ferretti, La rabbia poetica di Roversi, in ID., La letteratura del rifiuto, Mursia Milano, 1968.

G.C. Ferretti, «Officina». Cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1975.

G.C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia 1945-2003, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2004.

F. Fortini, Le poesie italiane di questi anni, in «Il Menabò», n. 2, 1960.

F. Fortini, Descrizioni in atto, in «Paragone-Letteratura», n.s., n. 186/6, aprile 1965.

M. Giovenale, a cura di, Tre poesie ed alcune prose, con una nota di Fabio Moliterni, Sosella Editore, Roma, 2008.

S. Jemma, La biro di R.R., in Atlante dei movimenti culturali dell’Emilia Romagna, dall’Ottocento al Contemporaneo, vol. III, a cura di P. Pieri e L. Weber, Clueb Editore, Bologna, 2007 (pp. 185-230).

F. Leonetti, L’ira di Roversi. Il disordine di Zanzotto. Generalità, in «Paragone», n. 152, agosto 1962.

R. Luperini, Il neosperimentalismo tra Officina e Il Menabò: Roversi, Leonetti e Volponi, in Il Novecento, t. II, Loescher, Torino, 1981.

M. Marchesini, Perdersi a Bologna. Guida insolita e sentimentale, Edizioni interculturali, Bologna, 2000.

M. Marchesini, Su Roberto Roversi, in «lo straniero.net», novembre 2012.

F. Moliterni, Roberto Roversi. Un’idea di letteratura, Edizioni dal Sud, Modugno (Bari), 2003.

F. Moliterni, Il vero che è passato. Scrittori e storia nel Novecento italiano, Edizioni Milella, Lecce, 2011.

A. Motta, Roberto Roversi, in «Italianistica», n. 1, gennaio-aprile 1995.

W. Peddullà, Il linguaggio di Roversi allena alla disperazione, in Id., La letteratura del benessere, Mario Bulzoni Editore, Roma, 1973, pp. 481-485.

C. Raimo, Resistere, resistere, in «Il Sole 24 ore», 27 novembre 2011.

M. T. Serafini, a cura di, Come si scrive un romanzo, Bompiani, Milano, 1996.

M. Smargiassi, I libri? Non moriranno mai, a me hanno salvato la vita, in «la Repubblica Bologna», 27 giugno 2011.

G. C. Sissa, Poesia a Bologna, Gallo et Calzati Editori, Bologna, 2004.

E. Vittorini, Notizia su Roberto Roversi, in «Il Menabò», n. 2, 1960.

G. Zagarrio, Le descrizioni in atto di Roversi, in Febbre, furore e fiele, Mursia, Milano, 1983 (pp. 387-402).

G. Zagarrio, Roberto Roversi, in Letteratura italiana, I Contemporanei, vol. VI, Marzorati, Milano, 1974 (pp. 1529-1563).

 

 

Ringraziamenti

 

Un ringraziamento dovuto va alle guide di questo mio percorso, dall’università il Prof. Fabio Moliterni e da Bologna Salvatore Jemma.

Ringrazio inoltre i bolognesi che in questi mesi mi hanno accolta come un’amica di sempre: Antonio Bagnoli, Maurizio Maldini, Mattia Fontanella, Matteo Marchesini, Matteo Totaro. Grazie anche a Maria Gervasio, Viviana Dominici e Stefano Benni.

Un grandissimo ringraziamento ad Alessandro Bergonzoni (e Licia).

 

Questo lavoro è dedicato alla memoria di mio padre, Luciano Miccoli, e della mia amica Mariagrazia Cantoro. Sempre con me.

 

Un “grazie” sentito lo riservo alla mia famiglia e ad Alberto.

Grazie alle mie amiche, Barbara, Mary, Marika, Giada e il piccolo Nadir, Valentina e Francesca.

Grazie in fine agli amici del Laboratorio Collettivo, alla musica dei Lenula, ai video della Zorobar per l’ispirazione e la passione artistica con cui riempiono la mia vita.

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Mara Miccoli
  • Tipologia di testo: tesi di laurea
  • Testata: Università del Salento, Facoltà di lettere e filosofia
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