La vita è rumore (lettera a Roberto Roversi)

Tutto quello che voglio da te

è essere amico con te.

BOB DYLAN

 

Mi chiedi alcune considerazioni sul tuo, vostro (tuo e di Lucio Dalla) lavoro in musica. Come sai, sono attento lettore dei tuoi testi (li chiami così, anche quelli «musicali» – e senza rivendicare alcuna priorità del «parlato» o «scritto» sul sonoro…); e sono infrequente o distratto, restio o modico ascoltatore dei vostri dischi. Come dire che, nelle ore successive, sul mio giradischi non ruotano troppo spesso, lo confesso, i tre LP che avete fatto; mentre – secondo una tradizionale e «umanistica» consuetudine o vizio – nel mio palchetto privilegiato di libri, o nel mio scrittoio (scriptorium,dunque), ci sono, e molto spesso, i tuoi testi «a sé» e «in sé»… È una dichiarazione in limine di non-modernità? (Mica di irrispetto, e di minore affetto, per le tue descrizioni in atto, ora, dal ’75 o ’74, anche in musica).

La tua richiesta (e le impressioni, più che considerazioni, che posso contraccambiarti) mi inquieta, perciò; e mi dà da pensare. Sai anche che sono patito di «classicità», renitente alla musica di consumo, frugalissimo acquirente di dischi ad essa inerenti, e magari a tono; aristocraticamente, dunque, e adornianamente sospettoso: in suspicione perenne del suo consumo, idest «logoramento». E, qualche volta, sono diviso, e dolorosamente, tra l’ostile convinzione sulla «immondizia sonora», sulla commercializzazione fatale (anche se preterintenzionale); sono diviso, ripeto, con qualche residuo di angoscia conoscitiva, tra questa mia concezione adorniana, che investe niente di meno che il jazz!, e, s’intende, la disposizione arrendevole e incantevole alle musiche «perdute», banali e melanconiche, dolci nella loro bêtise, che stanno nell’inconfessabile patrimonio sentimentale (o educazione sentimentale), nella zona dell’anima o, peggio, del cuore, organo nocivo e infausto e, credo, ormai inquinato per sempre. (Anche se è vero che Proust, che era Proust, sentiva nelle «canzonette» segni, messaggi sonori implacabili, irrefrenabili del tempo; pezzi di memoria, incorreggibile e volontaria…).

Lo sai, meglio di me: il discorso sulla musica di consumo (che, nel suo etimo, evoca altrettanto la funzione e la consunzione, la «durata» e l’esaurimento) è, sociologicamente, importante: nella sua fenomenologia straordinaria, travolgente e coinvolgente, è necessario entrare, da parte di un (cosiddetto) intellettuale, anche senza competenza, tecnica e commercial-industriale (!), ma con curiosità conoscitiva, sociologica, politica: come si deve entrare, per conoscere, nell’universo «giovanile», nell’economia dei suoni e dei rumori del mondo in cui abitiamo, distratti e intrigati, coinvolti e «assordati» ascoltatori…

Dopo tale confessione provocatoria – anche nei tuoi riguardi –, m’incombe qualche riflessione, posso dire?, filosofica. Ho letto, in queste settimane, un libro straordinario (lo vedrei, con piacere, tradotto in italiano), Bruits di Jacques Attali, che è una indisciplinatissima economia politica della musica (in tutte le sue forme, generi, livelli, manifestazioni): e che mi ha fatto meditare sulla primarietà della Musica e come Rumore del mondo, e dell’uomo, e come espressione «maggiore» del rapporto stretto, implacabile, tra Musica e Denaro, Musica e Potere. La vita è rumore, dice Attali, solo la morte è silenziosa. Il mondo, la realtà, la società non si guardano o si leggono (e scrivono), ma in primis si ascoltano: se ne ascolta il rumore incessante. Del resto, la macchina del mondo non è, oggi, considerata un sistema di rumori (segni) che si «organizzano»? È il principio cibernetico generalizzato, che è, anche, ahimè, il principio del Capitale, del Potere, della legge del Valore (dell’equivalenza). (E il mondo finirà, fra tanti rumori, brusii, voci, grida,… in un lamento?). Ma la musica, che è un insieme di rumori-suoni organizzati, in questa società del Capitale, è ordinata, fissata, canalizzata, immagazzinata, venduta/comperata, «reificata» come Merce, alleata del Denaro e del Potere, dell’Industria e dello Stato. Un sistema di produzione e, insieme, di controllo di (tutti i) rumori del mondo, della vita, della società. Un sistema di emissione e di ascolto, di sorveglianza e di punizione (?) – e di «istituzionalizzazione del silenzio».

La strategia del Potere «assoluto», ormai lo sappiamo, è duplice: proibisce e permette (cioè, recupera), interdice e sviluppa. Resta da vedere – ed è il problema ultimo, per il futuro – se la musica, diventata il segno maggiore della «mutazione», presso i giovani in particolare, dei tempi e della società, non possa essere un modo dell’autocontraddizione del Capitale, di questa enorme macchina di rumori organizzati, scambiata, venduta, usata e consumata. Se, insomma, il mondo, l’universo di parole, canti, respiri e voci naturali, umane, tecniche non possa essere una produzione di libertà. (O saremo condannati, davvero, al rumoroso silenzio della Macchina, del Codice, del Potere?).

 

Ma sto, ovviamente, digredendo, e intrigandomi. Si tratta, forse, di quello che potresti chiamare il mio pessimismo politico e storico? Della mia «disperazione» sul potere (del potere e del capitale) di convenire in merce e denaro i rapporti sociali e, quindi, la musica, i rumori e suoni del mondo, della natura, degli uomini, reificandoli in merci, in «dischi», recital, concerti, show, hit parade, oggetti di consumo, «cose» imprigionate, registrate, spettacolarizzate, tecnologizzate? Un modo universale, sociale e planetarizzato, di far dimenticare la violenza e il disordine della società nell’ordine dello Scambio, nella (pretesa) «legittimità» del potere (e del consenso al potere); un modo di far credere alla «armonia» della società senza armonia come fosse «naturale», e alla formale «democrazia» di tutti i suoni, tutti «cittadini»; un modo di far tacere, riprodurre, ripetere, normalizzare, nella «composizione» dei rumori-suoni delle nostre canzoni, delle nostre parole-voci, il nostro bisogno di rumori-suoni altri. (Bisogno, magari, di silenzio, fra tanto rumore; o di rumore di vita residua, nel silenzio sordo, sincretico, plurimo e omogeneo, manipolato e soffocato della società tecnologizzata e socializzata).

Credo che, nell’iniziare questa tua esperienza di «scrittore» in musica, e nel realizzarla con Lucio Dalla, non hai negato la tua qualità letteraria, ma l’hai semanticamente riflessa e esaltata, resa più tenace nella sua scioltezza, sciolta nelle sue implicazioni, per l’appunto semantiche e pragmatiche. (Attentissimo a non chiuderti nella «tua» sintassi). Sei stato consapevole (intenzionalmente e operativamente), usando la «canzone» come prodotto, e segno, importante tra tutti i segni del nostro tempo, di un «discorso», che oserei definire antropologico, di ricognizione e d’inchiesta, di descrizione e scoperta di una specie di «mappa» (il termine è tuo) dell’uomo contemporaneo, presente. E, per di più e soprattutto, di un tuo modo di intervento e di partecipazione, nel senso di prendere parte e partito, da «combinatore di parole», nella «realtà» in movimento, in contraddizione, con una complessità rischiosa, con una disponibilità e una generosità, che non offre nulla al «realismo» di consumo, alla riproduzione cronistica, commerciale, mercificata.

Hai scartato, subito, le soluzioni più facili, di trascrizione, di ridondanza «letteraria», dell’«espressionismo» che hanno le parole poetiche nella musica, come dell’«impressionismo» che hanno i concetti nei significanti (sonori). Le tue premesse (in prosa, posso dire?, cantata), che aprono, in guisa di introduzione e di guida alla lettura-ascolto, il futuro dell’automobile (il tuo terzo LP con Dalla), sono esplicitamente nella direzione dello «spettacolo cantato di un’idea».

Mi sembra che, giustamente, ti sia rifiutato anche alle facilità (e agli inganni) della canzone politica; di quelle che chiami «canzoni di sfida in battaglia», e del loro «tempestare», spesso, tematico, rituale, praticista, tirtaico… Perfettamente consapevole dell’equivoco di una musica politica e, cioè, di rimbalzo, di una politica musicata, ossia di nuovo ordinata alla propria identità «moralistica», impegnata, alla propria figura di una ribellione mancata, – o consumata nella ribellione.

Ti sei reso del tutto estraneo, mi pare, alle liaisons dangereuses contrattuali con l’attuale fenomeno del folk revival, del popolare o, meglio, neo-popolare, che è, di fatto, l’ultima (?) invenzione, da noi, dell’industria culturale e dei mass-media (oltre che di una cena «ideologia» di sinistra), che ignora, o finge, che la cultura popolare non può, oggi, prodursi al di fuori del modo di produzione sociale capitalistico della cultura).

Mi sembra di capire che hai tentato una strada tua, con tutte le difficoltà, a cominciare dal tuo primo LP Il giorno aveva cinque teste (con quella mescolanza degli stili, le prime prove sperimentali tra parole e musica, quel letteratissimo, e spietatamente umano Mandel’štam, che amo…): un tentativo appunto antropologico, più che politico, di descrizione in atto (e, qui, mi viene da dire, di descrizione in azione sonora, con le sottili implicazioni e contrasti, tutti da esaminare, tra meaning e sound!)di temi personali e collettivi, privati e pubblici.

 

Hai cominciato un «discorso» (lo chiami in questo modo, con l’accento forte e sobrio che ti conosco, del tutto renitente alla nomenclatura) che, come dice l’etimo, vorrei vedere (sentire) quale una specie di azione, di corsa, di peripezia, di attraversamento, di intersecazione. Discorri, vai qua e là, non tanto combini parole nella loro sintassi verbale, ma le «componi», le intrighi nel movimento, nella comunione delle voci, nel «canto». Sciogli, sto per dire, le parole fuori di loro, e le fai adempiere nell’incoata, aleatoria, ma compiuta, loro forma di canzone. Le tue sono le parole del, mi concedi? «letterato», che diventano musica in e di parole, piuttosto che parole in musica: a leggerle-ascoltarle, mi accorgo (o m’inganno?) che sono parole messe in azione, letteratura movimentata, resa mobile e fervente (e non più «a riposo»), qualcosa come uno «schema» nel senso ginnastico, coreografico, e plastico e sonoro. (Se non ti sapessi poco, nicciamente, «dionisiaco», direi che le fai danzare). La tua letteratura è passata, dunque, in azione, le tue descrizioni, già in atto, sono, qui, ancora di più in atto, in partecipazione plurale. Le parole vanno a spasso, s’incrociano, si salutano (fanno l’amore, come in un surrealismo – ma quotidiano?); il linguaggio (di scrittore) felicemente e in vacanza, nei giochi ritmici, nelle envolées vocali, nella violenza che supera la «traduzione in parole». Il loro «senso» è nel loro agire. Se le canzoni che hai composto con Dalla sono idee cantate, e, poi, anche vero che sono canzoni ideate, e di idee, dove, quasi fuori della «scrittura», si parla il cantare, perché si canta il parlare. Direi che proprio quest’ultima impressione mi è la più durevole ed emotiva, emozionante. (Vorrei che, ad ingiuria del consumo industriale, gli ascoltatori di certe vostre canzoni dovessero ascoltare, leggendo il testo).

Sostenevo più sopra che questi tuoi testi sonori, queste canzoni con e di parole sono un discorso. Perché, appunto, la tua letteratura si è messa a correre, ha spezzato il codice «interno» (della letteratura), si è spostata e si è differita, differente. Ma anche perché queste tue canzoni fanno una storia, una suite «narrativa» (fino a essere il «poemetto» del Futuro dell’automobile?). Una specie di canzoniere, se è vero che tu stesso invochi ed evochi la loro organicità liberissima, di libera elezione, qualcosa come un’offerta o come un bouquet musicale («insomma c’è una canzone per ogni solitudine e per ogni chitarra. Uno sceglie nel mazzo la sua e se l’ascolta e se la canta»). (E, poi, mi confessavi, l’altro giorno, il telos segreto di una… commedia musicale).

Il tuo discorso è fatto di temi, di argomenti: esposizioni, exempla, vicende, racconti, piccoli drammi, storie vere e inventate… da storie d’amore all’occupazione delle fabbriche (del ’21), da allarmi ecologici a sottili volontà didattiche, dalla «musica» della borsa-valori a quella della pubblicità (la musica del venditore, non dell’anima!), da congiunture intime a peripezie storiografiche, dal quotidiano al suo rilievo, e senso, economico, sociale, politico (a quella che io chiamo, con una forma di «esistenzialismo» marxista? economia politica della vita); alla straordinaria «storia d’Italia» attraverso l’automobile, e le autostrade, e le mille miglia e la frenetica «leggenda» di Nuvolari: e, dietro, quel Motore, davvero mobile, che è la FIAT, la delizia del nostro «sviluppo» e la croce del non nostro… «plusvalore»! Molte di queste canzoni mi sembrano proprio sottrarsi sia alla funzione «alimentare», e consumistica, sia alla delibazione sentimentale (gratulatoria e catartica), sia, anche, alla immediatezza pragmatistica.

 

Voglio spiegarmi meglio: ho citato una tua «frase», che qui debbo ripetere, per enfatizzarla quanto conviene e si merita: «uno sceglie nel mazzo la sua [canzone], e se l’ascolta e la canta». Se l’ascolta e la canta: c’è qui, nella coniugazione precisa, una chiave per te, per me. La chiave, il segnale del tuo dissenso musicale, della tua musica del dissenso. Ecco: la musica, il canto, e, insieme, ascoltare e cantare, indissolubilmente. Qui si spezza (può spezzarsi) l’irreversibilità, la prigionia, lo stoccaggio, la reificazione della musica in «merce», in «disco». E ho provato a cantarmeli i tuoi «versi», i «suoni» di Dalla. (Con buona pace, che mi perdoni, dell’amico Lucio). Non stai dicendo che la musica, la pratica musicale, il «cantare», insomma, è un fare insieme, una maniera di vivere insieme, un modo di ascoltare e cantare, in un circuito libero, in una «circulata armonia»?

Ancora, mi sembra che sei avvertito (e ci avverta), altrettanto del fatto che una musica «chiusa» in sé (come «letteratura») non sia una musica vivente (il silenzio, senza voce, della scrittura/lettura); e del fatto che la musica non è fatta solo per l’orecchio, ma per l’intelletto. Scoperta, inchiesta, interrogazione – senza precipitare nell’attivismo sensoriale, nel pathos della «tribù» spettacolare, e ritualizzata, nell’immediatismo del comunitarismo libidico, desiderante. Riluttante, penso, alle spericolatezze della tecnologia mera, e all’immediatezza partecipazionista, posso dire folkloristica?, delle troppe subculture musicali attuali, hai posto il problema di un nuovo modo di fare canzoni: senza tutte le elegantiae e squisite, cerebrali frivolezze «letterarie», e senza ridiscendere al livello del puro suono, al piacere oscuramente auditivo, all’edonismo della fonologia. Hai tentato di impostare, con Dalla, la battaglia, difficile-equilibrata, contro la separazione, imposta spesso alla musica oggi, e da una parte e dall’altra, tra fisico e ideativo, corporeo e «spirituale»; se mi consenti il gergo filosofico, tra senso e ragione.

Lo «spettacolo cantato» d’idee è la formula che più mi ha colpito (e dove quel termine «spettacolo» declina ogni esibizione). A cui è da aggiungere subito quella «unità» di ascoltare/cantare contro l’«individualismo», singolo o collettivo, della produzione musicale più diffusa. Contro la canzone di consumo, di varietà, e anche contro la canzone-specchio e la canzone-messaggio, credo che tu sostenga la canzone come presa di coscienza e costruzione con idee (senz’essere una «classica» mise en son di schemi prestabiliti).

Nella premessa al Futuro dell’automobile non mi nascondo che c’è la tua poetica e la tua etica: la canzone come possibile arma propria («un coltello infitto nella schiena del mondo»); una forma sonora di sapere («non è vero che con la canzone non si può altro che cantare, / con una canzone oggi si può intanto discutere / sbagliare ridere avvertire comunicare, lottare»): e mi piace constatare, fondandomi su quella virgola, che distingue e conclama l’enunciazione, che la tua «sintesi» è nel «lottare». In conclusione.

Penso di sapere, o suppongo con relativa certezza, che, preparandoti a questa esperienza musicale, è stata una speranza e una fede che ti ha mosso: servire, in ogni modo, l’idea che le idee sono «accompagnamento all’uomo, agli uomini», i quali, credendosi soli, non lo sono, invece, mai: e perciò «parlano o cercano di parlare ad alta voce». Parlare ad alta voce («a piena voce», avrebbe detto Majakovskij): ecco, la tua definizione di cantare. Un’idea che non sia logos, né solo verbum; ma, appunto, voce, e alta voce. «Col bisogno di mescolarsi ed unirsi agli altri per cercare / ma avendo già scelto compagni e ragioni»: starei per dire, non tanto davanti agli altri (il «pubblico»), ma per e con gli altri. Che lo spettatore-ascoltatore diventi l’interlocutore del cantante; che ascolti per diventare, a sua volta, cantante.

La musica, la canzone (la tua canzone «antropologica», didascalica, cartografia del presente) e dialogica, non monologica. Riconoscere che non si canta per cantare, ma si canta per lottare e trasformare: descrivere gli uomini nella loro mutabilità, nel loro mutamento, brechtianamente; e, quindi senza «realismo», se non dialettico. Per sciogliere, se possibile, parole e suoni dal loro «valore di scambio». (Musica, sarà pure un bisogno – e un «lavoro vivo»?).

C’è nelle tue canzoni una dialettica della speranza (con tutta la immanente cognizione del dolore): «questo momento drammatico e certamente difficile / ma anche stupendo dopotutto / in cui l’uomo è protagonista». «La vita è così vicina / ogni cosa è ancora da fare». «La mia incertezza non è più assoluta. / Lo so anch’io che questi sono anni / tutti da ricordare; / lo so che non c’è giorno / un solo giorno che si può buttare». «Dicono che non sarà sempre così. / Anche se questi tempi sono duri / indietro / indietro / indietro non ci lasciamo buttare».

Tu sai che, nel mio dissenso, ho, forse, meno speranze di te. Possiamo ancora cantare, nell’universo della mercificazione totale, del potere assoluto, del consenso al Rumore Organizzato a farci tacere? Vorrei quasi dirti che il mio pessimismo quasi prevede che il futuro della Musica sia una totale servitù, in una società dove, tutti i rapporti sociali diventati merci, anche la musica e il canto sono merci e il cantante, cioè colui che canta per sé e per gli altri, con gli altri, potrà essere ridotto – lo è già? – a salariato generale. Vorrei quasi dirti che, forse, ci è concesso, ora, solo musica di morte. Nessuna melopea. Una trenodia? Ma la tua fede (cercata e prodotta dall’intelletto), a leggerti-ascoltarti, mi insinua, a volte, un sospetto di speranza, mi inocula la volontà della partecipazione alla speranza.

Carissimo Roberto, e se non comprassimo più dischi; se ci fabbricassimo e imparassimo gli strumenti; suonassimo e cantassimo, così, da soli, o in compagnia… Come in un incredibile kairòs, rifacessimo, suoni, voci, rumori primi. Ritornassimo a credere che la voce, il respiro, l’alito, il soffio, il battito cardiaco, l’anima, il pneuma, il capitale e il potere e il «valore» non li potessero soffocare, distruggere, «restituire» in nessun disco, concerto, esecuzione, spettacolo… Che egoismo metafisico! La voce, le voci, il canto come il nostro ultimo dissenso. Per non avere paura. Per farci coraggio. Per darci qualche forza. E senza mettere in «valore» le nostre povere, ultime, irriducibili capacità di parlare-cantare.

«La vera musica rivoluzionaria non è quella che dice la rivoluzione, ma quella che ne parla come una mancanza». Se alle nostri voci «manca» la rivoluzione, forse non ci mancherà la voce.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Gianni Scalia
  • Tipologia di testo: saggio
  • Testata: Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, di Lucio Dalla
  • Editore: Savelli
  • Anno di pubblicazione: 1977
Letto 3323 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Luglio 2013 08:14