Dentro la storia. La scrittura tenace e paziente di Roversi

Non c’è pace nella storia, e nella poesia

che è dentro la storia.

Roberto Roversi, Dall’Arcadia a Parini

 

“Aveva qualcosa del camoscio, un animale che ispira tanta simpatia, ma che si lascia avvicinare poco”. Fu il musicologo Massimo Mila a parlare di Primo Levi come di un umorista, in occasione della sua morte, ribaltando attese, luoghi comuni e stereotipi ereditati dalla critica. Nel suo articolo (non un semplice necrologio)1, Mila avanzava l’ipotesi che fossero proprio la mercurialità delle radici ebraiche, il wit della sua intelligenza pratica a costituire il ponte tra l’inferno e l’assurdo di Auschwitz e la ragione illuministica, l’etica trasfuse nella scrittura di Levi. Non solo il reduce schivo e il pacato testimone della Shoah, dunque, ma anche lo scrittore esperto di invenzioni linguistiche, l’osservatore acuto della natura, una voce che se mai giocava (un gioco serio e a tratti lacerante) con gli incubi a occhi aperti trascritti dal vivo fino all’ultima riga dei suoi libri. Un esempio geniale di lettura a contropelo, un modello per affrontare controcorrente le scritture inafferrabili, apparentemente monolitiche e unidimensionali di altri autori del Novecento letterario.

Partendo da Levi, è facile pensare alle formule sbrigative e liquidatorie, claustrofobiche e monocordi, offerte da buona parte delle istituzioni letterarie alla figura e all’opera di Roversi. Sono immagini sostanzialmente gravitanti intorno ai campi semantici del monachesimo (della auto-reclusione sdegnata e coerente) o dell’opposizione moralistica risentita e solitaria. (Il moralismo è in effetti topos tra i più osteggiati dall’autore). Quando, se si volesse recuperare un ragionamento fortiniano, la consapevolezza rigorosa della propria funzione intellettuale non ha impedito a Roversi di prendere le distanze da ogni sterile discorso sulla collocazione del letterato (e del letterario); e nello stesso tempo lo ha spinto a interrogarsi sui “doveri ancora illuminati” che rimangono in sorte a ogni attività di scrittura: “Ognuno scelga il suo posto, la realtà farà la sua giustizia, la grotta del monaco non sarà, alla fine, più protetta né più pericolosa di quanto sia la barricata del combattente, non sappiamo quali parole moriranno e quali vivranno, non resta che tenersi alla breve zona certa di doveri ancora illuminati”2.

Prendiamo il dato della natura (della ricchezza) formale della sua opera. Come dimostrano le lasse dell’interminabile L’Italia sepolta sotto la neve, la scrittura di Roversi assume con l’andare del tempo i caratteri di un palinsesto polimorfo e sconfinato. Le paratie che ne testimoniano fasi e momenti storici di gestazione, ne segnalano acquisti e sperimentazioni stilistiche, si sovrappongono in un gioco mobile e sorprendente di rimandi che di per sé scoraggiano letture univoche, pacificate. E compongono il segreto di una lingua piana, concreta e insieme energica e visionaria: uno stile variato, controllato e libero, magmatico e lucido, trasparente. Si pensi al severo esercizio classicistico che il poeta matura lungo un accidentato apprendistato letterario ed esistenziale, sotto le bombe che martoriano Bologna o nella breve esperienza di partigiano e poi di reduce, e che accompagna come un sottofondo segreto l’evolversi della sua lirica, fino al poema ancora in corso.

Era una tensione al vigore antisentimentale, tragico e risoluto, che, tra Michelangelo e l’amato Campanella, epica greca e lirici tedeschi (il “finissimo” Hans Carossa), si saldava con le ricerche di “Officina” intorno alla linea antinovecentesca della tradizione poetica italiana, dal secondo Ottocento ai vociani. La durezza dell’originario classicismo si intrecciava alla natura letteraria di quello sperimentalismo civile e tendenzialmente prosastico, narrativo (i poemetti di Dopo Campoformio). Il pessimismo morale coltivato nelle letture e nelle prove giovanili si trasfondeva nelle campate dei versi lunghi ispirati a una inquietudine di stampo tragico-romantico non aliena da punte religiose (calviniste, luterane e tormentate), sempre più sospinta sulle onde travolgenti del presente, cronaca o storia.

La densità figurale, la tenuta letteraria della parola poetica, insomma, erano soltanto celate dietro il ribollente magma di una scrittura che si faceva via via registrazione, trascrizione e montaggio di materiali linguistici spuri, nell’accavallarsi di piani temporali e di strati discorsivi che spaziavano dalla denuncia più “impoetica” alla dimensione sapienziale, gnomica e didascalica, allegorica e straniante, anche sferzante (le Descrizioni in atto fino alle prove sparse degli anni Settanta e Ottanta, e oltre).

L’ironia, appunto. Amatore e collezionista erudito di stampe, bibliofilo e antiquario di mestiere, Roversi è tra l’altro cultore di una linea eterodossa che attraversa in clandestinità le storie letterarie: dall’inquieto Rinascimento in controcanto di Pietro Aretino all’antagonismo di Diderot e dei philosophes, gli “eretici” Tommaso Campanella e Giordano Bruno, la “tagliente ombrosità” di Parini e le liriche tonanti di Agrippa d’Aubigné (magari accanto ai lazzi dei Gliommeri, omaggio al napoletano Sannazaro). Siamo di fronte a una galleria di “condottieri” e di avventurieri delle lettere che culmina con la passione per la biografia e gli scritti di battaglia di Paul-Louis Courier. È un tratto, quello del pamphlétaire, che con acume Roversi trovava assente nei testi corsari di Pasolini: “Gli mancava un elemento determinante, l’ironia. La particolare stravolgente malizia che riesce a fare diventare foglia anche l’affusto di un cannone. O viceversa, naturalmente. E che ha benedetto tante pagine di Gadda”3. È seguendo questa strada che si può avvicinare con maggiore precisione il fondo oppositivo, strenuo ed eroico della sua scrittura (tra poesia saggistica e pubblicistica, teatro e narrativa), la natura scattante del suo linguaggio.

Caleidoscopica e antilirica (non antiletteraria), impetuosa e paziente, colta ed estranea per principio a ogni facile ripiegamento sentimentale, la scrittura di Roversi si dispone ad accogliere lo spettro ampio dei nostri giorni “maledetti” e “stupendi”, la totalità di un tempo oggettivo e “informe”: “la forma in tanto esiste in quanto si pone entro un altro da sé, un informe”4. Mentre solo all’ombra della negatività, dentro la storia può nascere la poesia.

 

 

 

Note

1 Massimo Mila, in “La Stampa”, 14 aprile 1987; poi in Scritti civili, Einaudi, Torino 1995, pp. 348-350.

2 Franco Fortini, Intellettuali, ruolo e funzione, in Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977, Einaudi, Torino 19772, p. 73.

3 Roberto Roversi, Rilettura degli “Scritti corsari” otto anni dopo, in “Galleria”, 1983, nn. 1-4, pp. 177-178.

4 Franco Fortini, Poesia e antagonismo, in Questioni di frontiera cit., p. 149.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Fabio Moliterni
  • Tipologia di testo: saggio
  • Testata: Tre poesie e alcune prose
  • Editore: Luca Sossella Editore
  • Anno di pubblicazione: 2008
Letto 1661 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:24