Interventi

È fede poetica di Roversi che le grida ostinate pieghino le leggi del Cielo? L’esasperazione morale e stilistica dovrebbe riuscire a [Fenom. V, B, c] “pervertire ancora una volta il corso pervertito del mondo”? Non l’autore ma certo il suo personaggio lo pensa: “tenea ’l Ciel dai Ribaldi, Alfier dai Buoni”. L’autore crede, credo, che il furore espressivo serva a sbranare i lombi linguistico-morali dell’avversario (ma chi lo è?). Allora l’imbarazzo del critico, del lettore, dell’amico o di tutti e tre non è a proposito della qualità spesso molto alta di questi versi – in progresso sull’opera precedente di Roversi e su quella di altri poeti della sua età – ma a proposito della nota impossibilità di prendere alla lettera un testo che annunciandosi poetico la lettera rifiuta. Hai un bel rischiare la vita in versi: si finisce decorati, non fucilati. Quando nessuno considera più delitti les erreurs de la conscience [Saint-Just], considerarli tali ma dirlo in versi non è delitto sebbene conciliabile contravvenzione. Cercano di farti morire solo se fai qualcos’altro, se ai tuoi versi cerchi di aggiungere una glossa autentica. Oggi è almeno così. Solo per un caso ironico alcune delle più preziose informazioni sulle tendenze politiche per entro la nostra repubblica si leggono in versi (quelli dell’avvocato reggiano Corrado Costa, per esempio, o della maestra padovana Luigia Rizzo Pagnini). Solo per difetto di poetica la nostra condizione nell’età della pianificazione capitalistica è il vero oggetto della maggior parte delle composizioni d’autori che sdegnati rifiuterebbero di essere accostati a quei loro fratelli o padri nel dopoguerra poetanti sulle vittime del conflitto o sulla rivoluzione inesistente.

Con una differenza qualitativa che è tutta la ragione di questa nota il lettore di Roversi è introdotto ad un sentimento costante di orrore e furore. Predisposta, auscultata, vigilata e garantita da tutti i partiti, la dormizione d’ogni intento rivoluzionario non è però cosa nuova in Italia anzi è da più di un decennio bestemmiata e pianta in versi e prosa: che vuol dire allora rifarsi ai ricordi del ’45 come il protagonista del romanzo di Roversi o commuoversi se in qualche parte del mondo, periferica alla Via Emilia del Socialismo, dei contadini insorgono? Mi par chiaro che si tratti d’una mitologia privata, cioè di molti e anche mia. Di una protesta contro la storia che è prima o dopo ogni ideologia politica. Insomma se qui c’è un problema critico non è soltanto di indagare le motivazioni storiche e psicologiche di quelle tenebre ma – e qui anticipo le conclusioni – di intendere come in Roversi quei miti sub-religiosi che mal si riconoscono per tali e dolgono e gemono di anno in anno confricandosi alla cementizia monotonia della cronaca si creino uno stile che sotto apparenze di rovello disordine furia tende invero ad una finitezza funesta e ad un freddo sudor metafisico.

“Or dunque che ti piace?”. La donna – eros, bellezza, gioventù – è luogo della dimenticanza e del tradimento, fiamma di castrazione. Appare in atto di oggettiva o intenzionale tentazione (v. I, 35-40; IX, il “morbido e imprevisto fianco”; la parte 4a e 6a della X) o rileva col suo “orgasmo” quella specie di monologo di Woyzek che è la parte 3a della X). Risposta: “ch’ogne bella donna fosse lada”. Gli amici: non esistono o sono “ragnatele”,peggio una cerchia che “sillogizza ma non opera”, degradanti nella mistificazione; intorno i letterati, i colti, i cattivi maestri, caduti nel verbalismo o nell’intrigo da caffè. E gli altri? “Uomini di così debole fiele” (1, 1), visti in mediocri consolazioni (I, 3) e dimenticanze (“È misero, è perverso, è debole”, V); “giacche beate, mucchi d’ossa” “ipocondriaci e affamati”, insomma – con una storica citazione da Trozki, “spazzatura della storia”. E allora? È questo il luogo del “terzo mondo”. Roversi sa che siamo fin d’ora giudicati dal grado di verità del nostro rapporto con quello; e in alcuni suoi versi – non in quelli qui pubblicati – vi allude. Ma nulla più che allusioni: la “positività”, in questi testi, è in una virtù interiore, in quello che ho chiamato il personaggio, lirico-eroico “sbrecciato, pendente / insolente, tenero e terso, muscolo / macellato in una sordida ignominia, / ingorgo meschino…”. Costruito di diniego, soprattutto. Ma non senza un “meglio…”.Il “meglio” di Leopardi sono le ginestre. Più tardi, l’evasione verso le “contadine” (“Meglio ir tracciando…”) o l’infanzia (“Meglio venirci…”): che è già morte. Qui la morte del vecchio schiacciato a San Gimignano e di quello del foglio del Durero – “gloria di occhi e di silenzio” – è valutata fine desiderabile. Il vecchio ubriacone, patriarca con fisionomia vittoriniana, evoca anche Giovanni XXIII e lo Zucchetto trasteverino che Pasolini contrappose a Pio XII (uno dei nostri eterni modi di gridare viva Pio Nono e di sperare che facciano gli altri quel che non sappiamo far noi). Ma si tratta, fortunatamente, di momenti: in verità il personaggio di Roversi fissa attento il buio o leva grida di schietta gola surrealista: “grammatica e futuro finiranno”. E mi è gravemente patetico, caro Roberto, sentirti una fede che è stata e a strappi è ancora la mia: almeno per quanto è del futuro (per la grammatica ho più dubbi). Quanto dell’ingiustamente dagli snob dimenticato o celato Eluard, soprattutto dell’età 1936-39, non è in queste prime persone plurali? Ma le somiglianze accentuano le differenze: la poesia di rivolta degli Anni Trenta guardava una speranza storica e una morte violenta, questa invece si rode interminabilmente labbra, unghie e fegato. Tutti, fino a una morte nel vile letto, a scuola di retorica e di ornato.

Qui alcune voci avanzano o improvvise recedono, come apparizioni nella fossa di Campanella; alcuni oggetti o vedute o corpi si propongono come tangibili e spariscono: quel che regge questi monologhi drammatici è il filo freddo del delirio persecutorio. La fattura – soprattutto delle ultime e migliori – non differisce da quella di buona parte della (già riassorbita) avanguardia: c’è il piano didascalico-ragionativo ora in funzione aforistica ora imitazione di un dialogo; e c’è il piano evocativo-figurativo di immagini naturali o alla natura assimilate. Fra i due c’è un rapporto di alternanza. Un vero e proprio montaggio di elementi più o meno complessi. Il meno complesso è il rapporto più immediato fra giudizio-immagine ed oggetto, vale a dire il rapporto di aggettivazione esasperata, carboniosa (la “vecchiaccia che insacca”,“scalcagnati”, “buriana”, “spenna se stessa”, “farneticando”, “gaglioffi”). C’è poi l’imitazione dei lapsus o di incertezze di elocuzione che vogliono suggerire la relativa incomunicabilità, l’affaticamento mentale. Questa ironia del parlato è spesso discutibile ma talvolta dà potenti risultati sintattici: vedi il passo sulla “luce nuova”. Il montaggio di elementi più complessi esige salti, talvolta è di ardua verificabilità; e quella sconnessione, trasversalità, getto obliquo (che è di tante clausole figurative e letterarie degli anni 1900-1915, tedesche e italiane, patria stilistica di Roversi, protoespressionisti e vociani, da noi Michelstaedter, Boine, persino certo Rebora) minaccia maniera e decorazione, la passione rovesciarsi nel suo contrario (Pasolini irridere), il livore stralunare per cadaverica luce ispano-gesuitica. Ma basta. La via d’uscita, chiaramente intrapresa, è quella della costruzione ampia, articolata, altro che descrizioni o registrazioni, vero itinerario scenico, atto sacramentale.

(Nell’ordine della rivoluzione oggi vivente, e nemmeno nei ranghi beati delle Sante Legioni non c’è posto, questo credo, per il poeta ma, con una molto difficile e incerta procedura, forse solo per la poesia. Questa poesia di Roversi mi conferma che né per lui né per me c’è più saggezza).

 

 

 

Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 182/2, aprile 1965.

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Franco Fortini
  • Tipologia di testo: saggio
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVI, n. 182/2, aprile 1965
Letto 1508 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:23