Roberto Roversi. Poesia al fuoco della storia

Parlando qualche numero fa della nuova prova di Cesare Viviani, La forma della vita, ho avuto modo di rilevare la tensione rinnovata – quasi un segno dei tempi – di poeti di diversa estrazione ed età verso la forma – poema, in cui sembra convogliarsi un desiderio di espressione totale e inclusiva. Ebbene, un autore che ha legato quasi tutto il suo percorso alla forma del poema e che ha contribuito fortemente all’affermarsi di questo genere dopo la metà del Novecento è senz’altro Roberto Roversi. Attraversando stagioni e temperie politiche dall’osservatorio quasi eremitico, eppure operante, della libreria antiquaria che da più di quarant’anni gestisce a Bologna, Roversi ha finito per tingere di leggenda la sua lunga militanza poetica. In parte per essersi fatto promotore ed editore, tra il 1955 e il 1959, della rivista “Officina”, assieme agli amici Leonetti e Pasolini, in cerca di uno sperimentalismo che non si risolvesse in accademia e in ludus verbale: una rivista e una proposta che sono rimaste come pietre d’angolo, sia pure magari nella sconfitta sostanziale (o apparente?) di quella linea, nella storia della poesia secondonovecentesca. Dall’altro lato, a renderlo uno scontroso, singolare uomo di lettere, quasi appunto un ritirato eremita, e dunque una figura intorno a cui fioriscono racconti e micro – leggende, è il suo costante rifiuto di accettare leggi e logiche dell’industria culturale, della comunicazione, del mercato. Il che, nel campo specifico della sua attività di poeta, lo ha portato in anni lontani, alla fine dei Sessanta, a una decisione a suo modo clamorosa: dopo aver stampato da Feltrinelli e poi da Einaudi la sua raccolta di poemi (Dopo Campoformio, 1962; 1965 in edizione rivista, con sottrazioni e aggiunte), Roversi decide di non affidare ad alcun editore il nuovo libro, Descrizioni in atto (1969), e lo tira in proprio, in tre successive edizioni, al ciclostile, per circa tremila copie, inviandolo a chi ne fosse realmente interessato.

C’è in questo episodio molto del Roversi poeta e ideologo: cioè la coltura di un disegno di opposizione totale rispetto all’esistente, una volontà quasi superstiziosa di non compromissione con qualsivoglia forma di potere. E anche, volendo, una dose di moralismo, che non manca di una sua austera verità morale. Lo scontro, su questo terreno, era evidentemente con il progetto di occupazione dei gangli del potere editoriale perseguito invece, sia pure con l’intento dichiarato di intopparli e stravolgerli, dagli invisi protagonisti del Gruppo 63. Due sinistre e due idee contrapposte del modo di fronteggiare il Moloc dell’industria culturale, della dissoluzione della letteratura. Da una parte l’attivismo e la ragnatela di potere, fondata però su prodotti pensati per inceppare la macchina, cioè libri tendenzialmente illeggibili, romanzi non – romanzi, arte museificata in partenza (per rispondere all’equivalenza di linguaggio costituito e ideologia oppressiva); dall’altra un pessimistico e scettico rifiuto di aver a che fare con le logiche mercantili e la ricerca, magari velleitaria e utopistica, di forme alternative di diffusione dell’espressione letteraria, sempre concepita come d’opposizione.

Si sa purtroppo come il primo indirizzo, una volta riassorbito, abbia dimostrato la sua inanità, conducendo al trionfo del meccanismo che voleva contraddire (il caso di Eco, ideologo del Gruppo 63 e poi autore di best seller costruiti in laboratorio, ne fa fede). Sull’opposizione pura e dura di Roversi si deve ancora esprimere una riflessione ponderata, ma certo il rischio di un’impostazione puramente morale o moralistica, che non arriva a incidere sui meccanismi dell’odiato potere culturale, che lo lascia insomma a se stesso e anzi magari lo priva di un possibile anticorpo (o virus, se si vuole), mi pare che continui ad aleggiare. Ma questo argomento ci porterebbe, inevitabilmente, troppo lontano.

È bene invece tornare a “Officina”, luogo di incubazione della poesia matura di Roversi, che, giovinetto (essendo nato nel 1923), aveva dato alle stampe due raccoltine di versi, ancora liricheggianti, Poesie (1942) e Rime (1943), e poi un’ulteriore silloge in cui il nuovo è ancora in via di definizione, Poesie per l’amatore di stampe (1954). Il lavoro della rivista, così come l’esempio del Pasolini delle Ceneri di Gramsci (1957), spingono Roversi a un tentativo di rappresentazione dell’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza (a cui il giovanissimo poeta ebbe modo di partecipare), che non dissolvesse in lirica né in retorica il quadro della realtà. I poemi, in fondo unificabili in un disegno unitario come altrettanti episodi, di Dopo Campoformio (1962), cercano una via difficile e solitaria, sia pure nutrita in profondità di succhi condivisi e comuni. Al di qua e al di là di alcuni momenti di lirismo, un lirismo si direbbe fisiologico, il poeta cerca la costruzione di un ordito spesso, continuo, dalla tonalità spenta in cui anche le sigle liriche si sciolgono, per ritrovare la loro verità nel continuum: con questa lingua dimessa, prosastica eppure organizzata in lasse che tengono ben presente la misura di riferimento dell’endecasillabo, Roversi rappresenta un’Italia contraddittoria e irrisolta contadina e industriale, con una forte coloritura ideologica che più che stingere sulle cose deve, nelle intenzioni dell’autore, emergere dalle scene stesse (risorgente il motivo dell’ipocrisia religiosa).

I poemi muovono dall’avvenimento decisivo della Resistenza (“Il tedesco imperatore”), passano per l’alluvione del Polesine (“Pianura Padana”), la situazione politica italiana (“Lo stato della Chiesa”), la tragedia della bomba atomica (“La bomba di Hiroshima”). Nell’edizione rivista del 1965 si arriverà a un montaggio di spezzoni di articoli e reportages (anticipo di una nuova stagione poetica dell’autore) sulla tragedia del Vajont. C’è una volontà didattica permanente, occhiuta, calata tuttavia in forme e in calchi che hanno ancora un decoro e una tenuta letteraria singolari, unificati proprio da quella mano di grigio di cui si diceva. Il giro degli oggetti, delle scene e delle storie è tenuto insieme dal sentimento di una vitalità faticante, addolorata, dallo sfiorire degli anni dopo la giovinezza che fa tutt’uno, probabilmente, con l’ingiustizia sociale ed epocale. Un grigiore che opaca anche le abbaglianti e ritornanti apparizioni femminili, quasi epifanie di una illusoria giovinezza del sangue (in analogia con Caproni, con Giudici).

Fortini, in una celebre recensione a Dopo Campoformio del 1965, mise in rilievo quella che gli pareva una contraddizione di fondo: “Ma qual è il limite di questa poesia […]? È l’esitazione fra servitù volontaria alla letteratura, come schermo, maschera, punto d’appoggio convenzionale e libertà immediata, come espressività integrale, ‘sincerità’”. Un elemento di contraddizione simile, ma meno evidente, a quello che si riscontrava nei poemetti di Pasolini, tuttavia più visceralmente disponibile di quanto non fosse Roversi a cogliere i sintomi di una vitalità intollerante della stessa chiusura ideologica (mentre Roversi è appunto dedito a riassorbire ogni insorgenza in grigio e in epica corale). Nel risvolto di copertina del primo Dopo Campoformio, l’autore parlava chiaro, dicendo di un libro “monotono, con pagine di pietra”, “buttato in una oggettività disperata e dolente”, inteso a dare “il ritratto dell’Italia rotta e adirata che ancora insiste e resiste […] e non è splendente ma grigia, non celeste ma nera, struggente come una brace”. Precisando, prima di lanciare strali avvelenati contro la neoavanguardia (“il neofuturismo che s’affaccia con un plurilinguismo da crociera turistica”), che il suo “non è dunque, e non vuol essere di proposito, un libro tenero, ben fatto, o nuovo […], ma […] un libro d’opposizione, un libro di contrasto politico”.

Tuttavia c’era ancora un legame, in questo libro, con una possibilità di bellezza letteraria (qui negata, ma a un livello di smorzatura più che di dissoluzione), come in Pasolini, che in seguito verrà più sostanzialmente affossata. E sarà la stagione delle Descrizioni in atto. La trama contadina, la fabulosità sia pure illusoria del vivere biologico (l’accensione degli amori prima della monotonia della vita sfiorente) viene sempre più sfaldandosi (mentre in Dopo Campoformio agiva anche una sorta di koinè popolare, leggendaria, che nutriva in quegli anni in modi diversi anche il Volponi delle Porte dell’Appennino e il Bertolucci incubante la Camera da letto) e lascia il posto a un disegno di opposizione politica, per stare a un’espressione dell’autore, sempre meno disponibile alla letterarietà.

Curioso ma impossibile da passare sotto silenzio un sostanziale (chissà se cosciente) avvicinamento in questi nuovi testi a quel “plurilinguismo” così violentemente stigmatizzato nella nuova avanguardia, al sabotaggio insomma delle strutture solide del discorso letterario, che proprio i novatori del Gruppo stavano conducendo, sia pure in forme diversificate e spesso profondamente divaricate. Il fatto è che la forza rappresa delle immagini di Dopo Campoformio, “tese ognuna da scoppiare, al punto che stai per vedere saltare le cerniere sintattiche e logiche”, come diceva nella sua recensione – requisitoria Fortini, è ora esplosa e ha fatto davvero venir meno il contenimento del poema – elegia, per lasciar emergere i nodi, i nervi, gli spigoli del discorso ideologico ma anche semplicemente rappresentativo.

E qui davvero si coglie qualche baleno di prossimità soprattutto a Pagliarani, se si pensa all’esperienza insieme ragionativa, discettatrice e disgregante (montaggio di testi “altri”, citazioni extra – letterarie, opzione ideologica) delle Lezioni di fisica (poi Lezioni di fisica e Fecaloro: rispettivamente 1964 e 1968). Non è un caso che proprio a questa altezza si dia anche il gesto simbolico del rifiuto del veicolo tradizionale di diffusione della letteratura (quello editoriale), come a segnalare il punto più profondo e radicale di disagio nei confronti del proprio fare e la tensione a un discorso altrimenti orientato (proprio Fortini e la sua concezione della poesia come errore è in fondo decisivo per Roversi).

Quando torna al progetto di un poema sullo stato della Nazione, dopo essersi cimentato in tentativi prosastici e teatrali, il poeta ha ormai lasciato dietro le spalle la brace, il grigiore balenante di una vecchia, arcana, povera Italia, e anche tutto il fuoco d’artificio dello sperimentalismo. Sa che né la strada della rappresentazione oggettiva, epica, né quella della presa diretta plurilinguistica possono di per sé fare da sonda attendibile. Nasce il progetto dell’Italia sepolta sotto la neve, poema ancora in costruzione, in cui le forme solide, le immagini tese e a volte turgide (ma smorzate nella loro tensione) di Dopo Campoformio vengono liberate dalle guaine ma, per lo più, senza dar luogo a una contestazione formale del discorso letterario, piuttosto svolgendo una rappresentazione della crisi e dell’impasse in modi allegorici, cifrati. Del poema sono state fatte conoscere fin qui diverse parti, tutte in modi semiclandestini, da editori minori, al di fuori del circuito dell’industria culturale: L’Italia sepolta sotto la neve. Premessa (Nordsee, Roma 1984, poi Quaderni del Masaorita, Bologna 1995); Parte prima (Il Girasole, Valverde [Catania] 1989); Parte seconda (Pendragon, Bologna 1993); infine La partita di calcio (Pironti, Napoli 2001), costituita da novanta brani (i numeri 164-253 dell’intero progetto).

È chiaro che il poeta tenta una sorta di assemblaggio, nei brani del poema, del tutto della storia, della letteratura, del transito esistenziale (si veda il n. 10 [173]; della Partita), dove il nesso, il connettivo non è nella narratività dimessa di Dopo Campoformio né nel montaggio violento e polemico delle Descrizioni, ma in una giustapposizione e calibratura che mantiene un quoziente di enigmaticità. Insomma, è come se materiali reietti della vicenda storica e intellettuale si ricomponessero senza esser costretti nella sutura della sintassi, ma sospesi, allo stato gassoso, in una inquieta e non poco turbata sospensione aerea, come particelle di un universo in perenne scomposizione. È in questa sorta di deriva del senso e della tenuta d’insieme della Storia (avvertita, almeno a livello latente, dal Roversi poeta) che tali appuntiti ingredienti acquistano una loro vitalità non del tutto esplicita (stavolta l’energia delle sovrapposizioni e degli scarti fa piuttosto pensare a certo Porta). La scrittura della Partita, per esempio, è chiara, fruibile e insieme polisemica, anche se non oscura. E le figure che vi compaiono (Agrippa D’Aubigné, Achille Varzi, il giocatore di calcio, Che Guevara, Chet Baker, Glenn Gould…) sono come indicatrici di un sovra – o sotto – senso, emblemi, nomi simbolici di una storia che continua a fluire nel presente, a giocarsi, magari all’oscuro della coscienza dei tempi. La stessa partita di calcio è allegoria incerta e proteiforme. Forse il punto è che la battaglia si è spostata, impercettibilmente, fino a non coincidere più con alcuna contesa nota, analizzabile in termini strettamente ideologici. Forse per questo sono diffusi segnali e moniti di una definitiva sparizione, di un generale arresto: è il caso dei libri, incendiati, minacciati, posti sotto l’assedio di un pericolo incombente, che spesso compaiono nei testi della Partita (si legga da 87 [250]: “bruciano i vetri delle biblioteche / gli scaffali di legno odorano di onde di boschi / avvampano i libri chiedono pietà / o muoiono in silenzio o scendono in battaglia contro il tempo / che li tempesta. / Cenere nelle biblioteche con gli avidi pipistrelli / chini sopra gli ultimi fogli. Fumo”). Un mondo, quello umanistico, quello del discorso e della ragione opposti al divampare degli eventi ciechi, sembra entrato in crisi e pare costituire uno degli elementi della partita, più enigmatica, fonda, indecifrabile, che si va giocando sopra e sotto la nostra percezione: in una sorta di universo totale e totalizzante, in cui distinguere storia, cronaca, letteratura, politica sarebbe vano. In questo, forse, la ragione ultima del poema.

 

 

 

Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica, anno XVIII, n. 198, ottobre 2005.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Daniele Piccini
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Poesia – Mensile internazionale di cultura poetica
  • Editore: Crocetti
  • Anno di pubblicazione: anno XVIII, n. 198, ottobre 2005
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