Poesie per l’amatore di stampe. Oggetti e non più ombre

Una limpida ingenuità d’animo è la prima caratteristica di Roversi, giovane e “verde” come direbbe Dylan Thomas

 

Se oggi più che un’impressione, una precisa indicazione critica si può trarre dalla bella antologia della «Lirica del Novecento» di Luciano Anceschi, è la certezza che la nostra parte di secolo (quella, per usare date molto chiare e comode, il cui inizio coincide con la fine della seconda guerra mondale e l’estinguersi in scarsi e fumosi bracieri di esperienze ormai totalmente consumate) non può più vivere di rendita su una situazione stabilizzata vent’anni fa, e per vent’anni rifinita, e continuare a ripetersi indefinitivamente con gli stanchi lineamenti di un lamentoso monologare. Specialmente quando il lamento si riveli un pretesto all’esercizio formale: utilissimo, del resto, in altra sede, in sede critica, per suggerirci la inadeguatezza e la distanza di un clima letterario dalle sue radici nella vita del poeta. In dieci anni sembra che non si sia fatto nulla: eppure qualcosa si è fatto, si è preso coscienza di un linguaggio e lo si è rinvigorito con un sentimento più acuto del tempo; tanto che se non saremmo assolutamente in grado di indicare un poeta esemplare, per non dire il poeta, abbiamo tuttavia la certezza della disponibilità di questo nuovo linguaggio per la poesia. Ma avvicinandoci alla pagina vediamo che «scrivere in versi» oggi non è facile; e ci sembra naturalmente impossibile se, come notavamo qualche anno fa e come oggi vediamo ribadito da Montale, «l’ermetismo non sia superato dall’interno», ossia il poeta non abbia una precisa coscienza del linguaggio che impiega e della sua storia.

Ma già in numerose voci sentiamo che gli oggetti, e le parole che sono ridivenuti oggetti e non più ombre penose, e un sentire più fresco, più impregnato dei giorni e delle cose di tutti, hanno i lineamenti di una riscoperta, riconquistata ingenuità. Sembra che alla fine, nell’impegno «obiettivo» del poeta si sia stordita (se non placata e scomparsa), quell’ansia, «metafisica e no», che ha dominato scopertamente l’ultimo mezzo secolo di produzione poetica.

Una limpida ingenuità d’animo di fronte agli oggetti è la prima caratteristica della poesia di Roberto Roversi, giovane e «verde» come direbbe Dylan Thomas, in tutti i sensi della parola, ora apparsa in volume presso l’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta. Il titolo, «Poesie per l’amatore di stampe», ricorda che Roversi dirige una libreria antiquaria a Bologna: ma se lo è, è l’unico riferimento libresco del volume. Più importante è forse la collocazione della sua poesia a Bologna, nella città di Morandi e di Raimondi – un luogo comune che indica abbastanza chiaramente quel rifarsi ad una tradizione concreta, radicata nella terra, e insieme quella assidua ricerca formale, che sono gli aspetti più evidenti, e nella fusione dei due termini, il risultato più persuasivo, dell’arte di Morandi e della narrativa (vedi la recentissima e bellissima raccolta di racconti, «Notizie dall’Emilia») di Giuseppe Raimondi.

Nelle poesie di Roversi le immagini si succedono dinanzi agli occhi con un ritmo profondamente interiore, ma sono immagini degli occhi, sono lineamenti di cose di paesaggi di figure disegnati con mano ferma, con amore per la loro qualità fisica, e l’incidenza intellettuale, rarissima, ha tuttavia un limite direi fisico nella cosa stessa. Esempio di questo sono gli ultimi versi di «Il Vecchio Marinaio»:

 

Sole, all’opposto argine del molo,

due grandi barche, fradice di mare,

quiete accolgono l’onda e la rovina.

 

Ma più spesso, quando Roversi tocca poesia e l’immagine realizza un’equazione di sentimento-oggetto, vediamo che l’immagine è fonte di gioia per questo poeta che ne ha gli occhi colmi e trova in essa l’unico mezzo di esprimerla e chiarirla.

Questa è la vita del carrettiere / con nero cavallo e rosso carro («Il carrettiere»); come l’acqua che incide la roccia / per aprirsi il cammino sotto l’arco del cielo («Rachele»); rosso il viso e lo sguardo / lacrimoso nel gelo («Mattino d’inverno »); e si potrebbe continuare a scegliere di poesia in poesia quel punto centrale della narrazione che viene a risolversi sempre in una immagine;  ma questo conta dire, perché qui diviene nuovo, che l’immagine non è posta a decorazione, ma è appunto la «soluzione oggettiva» di quel breve racconto che è spesso una poesia di Roveri. Penso che Roversi conosca assai bene e abbia, se non subito, certo assimilato il tono e l’intima natura, aperta a cadenze narrative, della poesia di Saba.

Talora, l’influsso si fa più scoperto, come in: Nevica e tu mi attendi; corre l’inverno o Dice: «Sono disgraziato» / e nella voce trema una terribile / malinconia…; il tono idillico, vedi «Mattino d’inverno», caro a tanta poesia sabiana.

Il pericolo più forte della poesia di Roversi mi sembra appunto risieda in questa giustapposizione involontaria di prosa e di poesia. Ogni possibilità poetica di Roversi si esaurisce nell’immagine: e qui l’immagine ha sempre la qualità lirica della poesia; ma troppo spesso, specie nella prima parte del volume, uno schema di prosa, un vigore, o meglio, una violenza narrativa che già formava il pregio di un libretto di racconti del Roversi «Ai tempi di Re Gioacchino» soffoca l’immagine e le toglie quel valore lirico che le è proprio. Quando questa violenza si placa, quando la narrazione si fa voce interiore e non più gioco di fantasia. I versi si raccolgono in un loro ritmo che è il ritmo della vera poesia.

 

Vedi! le lampare

più non escono in mare

al tramonto; il pesce

verde e dolce è migrato.

Andavano lente sul mare

e riempivano il cielo…

 

È dunque una deficienza tecnica più che una sospensione di doti native: una definizione che il tempo e uno studio severo colmeranno facilmente. Ma intanto alcune cose hanno già la pienezza espressiva che dà al Roversi un luogo definito, e meritato, nella giovanissima produzione di questi ultimi anni. Chiuso il volume siamo ancora tentati dal ricordo dei versi:

 

Partire e mai più ritornare;

abbandonare la casa

con l’uscio socchiuso,

aperte le finestre e le tende

che volano nel vento.

Le vecchie pene per sempre dimenticare.

 

 

 

La Fiera letteraria: settimanale delle lettere, delle arti e delle scienze, anno IX, n. 26, domenica 27 giugno 1954.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Alfredo Rizzardi
  • Tipologia di testo: recensione
  • Testata: La Fiera letteraria
  • Anno di pubblicazione: anno IX, n. 26, domenica 27 giugno 1954
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