R. Roversi: esemplarità attiva d’un intellettuale del nostro tempo fra poesia e narrativa

L’opera narrativa di R. Roversi non ha avuto da parte della critica l’attenzione che meritava; eppure «Registrazione d’eventi» (1964) e «I diecimila cavalli» (1976) rientrano fra quelle opere – troppo poche, in verità, se si considera la proliferazione del genere dal dopoguerra ad oggi – per le quali si può parlare di “nuovo romanzo italiano”. Qui, infatti, risultano definitivamente superati tutti gli “equivoci” del neorealismo in virtù della presa di coscienza della necessità di “pensare nuovo”, che, in definitiva, distinguono Roversi dai “vojeurs”, per i quali si deve parlare invece di un “vedere nuovo”. Con ciò non si intende negare agli autori del “Nouveau roman” capacità critica e di analisi della nuova realtà sociale; si intende solo evidenziare che se sono legittimi l’impoverimento della trama, l’impoverimento progressivo della nozione del personaggio e la presenza sempre più massiccia dell’oggetto come elementi-chiave di una narrazione che intende rispecchiare una società depoliticizzata desacralizzata disumanizzata reificata1, sorvolando però sui conflitti, sui contrasti, sulle tensioni ancora reperibili nel tessuto sociale ad esclusivo vantaggio dell’aspetto visivo e formale, si rischia di dare una visione alquanto riduttiva della vita e del mondo.

Ma il “pensare nuovo” distingue Roversi anche dalla “neo-avanguardia” nei confronti della quale non mancò di polemizzare: essa, infatti, nella sua disponibilità all’integrazione si è autoevirata e definitivamente sbarazzata, per opportunismo,di quel sostrato ideologico ed etico che le avrebbe consentito di elaborare una strategia di attacco all’industria culturale e al neocapitalismo2. Esemplare la pubblicazione in proprio delle «Descrizioni in atto» (1969) e la scelta del ciclostilato considerato da Roversi come l’unica via per una comunicazione non massificata ed estranea ad ogni forma di compromesso; riprivatizzata, insomma, e più attenta:

 

«Col mio ciclostilato mi proponevo, senza voler stralunare il mondo o meravigliare l’inclita famiglia, di inserirmi in un problema seguente: quello della gestione della distribuzione della comunicazione. Mi ciclostilavo non per far dispetto a Mondadori che neanche mi filava (o Einaudi, Laterza, Bompiani, Valleochi ecc.); semmai per circuire e stravolgere, componendo i miei numeri, l’eccellentissimo ministro delle poste. Volevo arrivare con le mie lettere a mano più lontano, più in dettaglio; e arrivarci da solo…»3.

 

La scelta del ciclostilato, dunque, non è solo rifiuto dell’industria editoriale ma anche ricerca di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione, come del resto emerge dalla “Conversazione introduttiva” presente dei «Diecimila cavalli»:

 

«La scelta del ciclostilato, allora, voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria editoriale ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato dal consumo o da ogni ingorgo programmato. Gestendo questo ciclostilato ritenevo di poter trovare un modo più esatto puntuale rapido per distribuirlo» 4.

 

Qui Roversi si affretta a chiarire, inoltre, il suo ritorno all’editore, qualificandolo come “atto di pratica politica” convalidato dall’assenza di ogni contratto in quanto l’opera solo così può restare un semplice scambio libero e disinteressato. Rimosso così, definitivamente, ogni possibile sospetto di contraddittorietà o di gratuito estremismo, va detto inoltre che l’attività letteraria di Roversi è passata sì attraverso Einaudi5, Feltrinelli6, Mondadori7, Rizzoli8, Ed. Riuniti9, ma anche attraverso la sua “Libreria Palmaverde”10 alla quale sono legate riviste come «Officina», «Rendiconti», e di recente «La tartana degli influssi» e «Le Porte». E proprio sul primo numero delle «Porte» Roversi nel suo intervento, che è una lettura della realtà odierna messa a confronto con quella più remota dei tempi di «Officina», mette a fuoco alcuni problemi fondamentali come la gestione della propria comunicazione, l’amore per la verità e la ricerca, per cui è necessario salparee nonscendere a riva per contrattare e speculare:

«Gestire la propria comunicazione, allora, era difficile ma non impossibile; ottenere non dico consenso ma attenzione a garanzia del lavoro era diffìcile ma non ancora impossibile. Adesso, al contrario, mi sembra che sia facile ottenere attenzione da ogni parte, ma per un momento troppo breve; quindi un’attenzione scarsa (scarna) per avere la garanzia di un ascolto attento e soprattutto continuato. (…)

 

Con “Le porte” proponiamo e raduniamo testi per questa tenerezza rinnovata di verità e di ricerca, che si svolge verso i giorni del futuro (magari prossimo) e non è legata a nessun porto di Atlante su cui aspettano i mercanti. Salpare; non scendere a riva per contrattare e speculare»11.

 

Ma una riflessione di particolare importanza è la seguente, dove Roversi individua nell’attesa la differenza fondamentale fra l’ieri e l’oggi, per cui «si guarda al passato con una tenerezza di morte e non si guarda al futuro con una tenerezza di vita»:

 

«Fra ieri e oggi insomma – a parte la considerazione sul cambiamento delle cose e dei tempi – la differenza sta nell’attesa: nessuno aspetta più niente avendo rinunciato a sperare. E, si guarda al passato con una tenerezza di morte; e non si guarda più al futuro con una tenerezza di vita»12.

 

«Le porte», dunque, giornale di poesia a cura di R. Roversi e G. Scalia, cadendo in un periodo in cui sembra siano state definitivamente chiuse le porte alla speranza, si propone come rivista della speranza che resiste; ma essa, nel contempo, ci riconferma che il lavoro di Roversi continua a seguire un percorso autenticamente alternativo, controcorrente e di netta opposizione.

Roversi, infatti, è uno dei pochi intellettuali del nostro dopoguerra autenticamente critici della società neocapitalistica: senza volere scandalizzare nessuno divorzia coerentemente dall’industria editoriale, e con altrettanta coerenza, quando lo ritiene necessario, per pratica politica, passa attraverso essa mantenendo sempre quella giusta distanza che gli consente di non subirne fazione deleteria; e ciò in virtù di quella “bruciante moralità”13 della quale si alimenta costantemente la sua opera letteraria14, la sua ideologia, la sua attività di promotore culturale.

Quando appare il romanzo «Registrazione d’eventi» (1964) si è già conclusa l’esperienza di «Officina» ed è iniziata quella di «Rendiconti»15: è avvenuto, insomma, il passaggio da una rivista con interessi prevalentemente letterari ad un’altra volta alla ricerca di “nuove metodologie”; Roversi, inoltre, a parte le «Poesie»16, le «Rime»17 e il romanzo «Caccia all’uomo»18, ha all’attivo anche la raccolta «Dopo Campoformio»19, con un titolo di per sé emblematico, dove figurano componimenti già apparsi su «Officina».

«Dopo Campoformio», di cui sarebbe opportuno uno studio delle varianti per una più puntuale comprensione del “fare poetico” di Roversi, comprende undici poemetti scritti fra il ’55 e il ’60, e, come dice lo stesso autore nella nota finale, tranne l’ultimo (Iconografìa ufficiale), si collocano tutti in un tempo storico ben preciso: tra i fatti d’Ungheria e il rapporto Krusciov; un tempo, insomma, che richiama da vicino quello immediatamente successivo al “trattato di Campoformio” e che crea adesso come allora un disagio non indifferente negli intellettuali delusi per la rivoluzione mancata e per il clima di restaurazione che già caratterizzava quel tempo «imprevedibile e caotico nel senso del nuovo che cominciavaì»20. Sicché qui il ricordo di certe situazioni personali e/o collettive si fa resistenza ideologica possibile e, quindi, doverosa perché necessaria in un tempo, diverso da quello, di restaurazione industriale.

La raccolta «Dopo Campoformio» si apre con “Il tedesco imperatore”, dove l’affresco di una nazione occupata e della liberazione culmina nei seguenti versi:

 

«Carri armati posano

sotto gli alberi, i negri

ridono, stendono le mani,

la gente nelle vie,

tutte le finestre al sole.

Giorno sacro d’aprile. Alti vocianti

feroci uomini nuovi.

«È finita la guerra», questo

il popolo grida; gli anni si frantumano,

un mondo nuovo affiora ribollendo

dalla schiuma aspra del dolore.

La piazza di calce, bianca nell’aria d’aprile,

tacque; un uomo apparve sul palco,

parlò poche parole aprendo

la nuova storia»21.

 

È evidente qui la centralità del corale e popolare grido «È finita la guerra» che si pone non solo come naturale complemento di una atmosfera di luce nella quale finalmente troviamo immersi «carri armati, negri che ridono, gente nelle vie», ma che segna anche l’avvento di «un mondo nuovo» e di «una nuova storia», per aprire la quale si affida il compito ad un uomo che appare sul palco (Ferruccio Parri, come si chiarisce nella nota finale) pronunciando poche parole. Ma è «un mondo nuovo», questo, che «affiora ribollendo dalla schiuma aspra di dolore», di quel dolore compreso fra «La guerra è finita. Incomincia la guerra (…)» di Lungo i muri ed «È finita la guerra» de La piazza in festa; un dolore, insomma, che consiste: nella fuga «e simili a formiche / lungo i muri picchiati dalla fame»; nel muggito in cui «s’accascia l’Italia»; nella «immagine dell’impiccato»; nella «madre che tiene sui ginocchi / il ritratto del figlio»; nelle «donne uccise (…) o scampate / al massacro», che «spente di paura / giacciono nel buio delle stalle»; nella «morte di una donna fulminata / con bicicletta e pane / accartocciato, l’insalata, il sale, / da un colpo di pistola»22.

In “Una terra” c’è già un mondo dove «sulla strada appassiscono i gerani / bucati dai fari delle macchine»; dove «fra lo stridio dei freni i pioppi coprono / l’agonia di un gatto sfracellato»23; dove la morte è sempre in agguato («È morto il capitano. Cade / in mare ogni luce di festa / dai giovani cuori; a riva / le donne attendono ammucchiate»24; dove anche «i morti / non hanno tregua, risaliti / dal profondo si stringono le mani / rotte dalla fatica»; dove ci sono «madri stroncate dalle gravidanze, / invecchiate con pazienza sulle reti»25, dove «crescono giovani aspri»26; dove la «terra addormentata per secoli / dai frati astuti, dalle processioni (…) trema all’ansia del petrolio / nero come un nembo della Marca»27. Un mondo, insomma, dove è in atto il capovolgimento di tutte le aspettative, di tutte le speranze.

Ma in «Una terra» fa già la sua comparsa un vecchio che quiintona soltanto «con pena un canto triste»28, ma che assurge al ruolo di protagonista ne “La raccolta del fieno”, poemetto certo più compatto. Infatti, sul vecchio che «inchiodò nella cassa tre mogli», che «era un sultano d’oriente / con venti figli»29, si concentra un presente in cui attende, insieme ai cinque figli rimasti, alla raccolta del fieno. In questo poemetto, che è la storia di una giornata parinianamente antipariniana («Mezzogiorno è l’ora dei signori»)30 all’antica saggezza del «Raccoglie chi semina»31, che si traduce in energici invitidelvecchio («Forza, su lavora»)32, fanno da contrasto le voci dei giovani33 che intenti al lavoro pensano alle danze della sera che non cambierebbero per un torello nuovo:

 

«a luce accesa sotto il pergolato

tacchetti arditi faccio

scivolare coi miei valzer che bruciano.

Con un gemito lieve

le ragazze perdono l’onore.

Queste sere di ballo

non lascerei per un torello nuovo»34.

 

Sicché il vecchio buttando il cappellaccio già presagisce la fine di un mondo:

 

«ancora caldo nel buco della morte

la mia cascina al fuoco sarà data,

alla rovina, e al valzer baderete.

Baderete alledonne, disgraziata

mia sorte, mia sventura,morte,

non ai calli che la vanga incide

come una croce sullamano al povero»35.

 

Ma alla domanda: «Ma tu pa’ da giovane…», il vecchio «si calma e ride, e, riandando al passato non può fare a meno di riconoscere che il presente è migliore perché, fra l’altro, c’è la speranza di morire da uomini36; eppure si affretta ad aggiungere: «ma la gioventù s’incanaglisce», rivelando una inisitata capacità di cogliere, da una esperienza personale, i segni della trasformazione antropologica in atto:

 

«Oggi, dico, scendono le colline

verso il mare, verso le città,

come i bastardi figli che creai

con queste mani: subito volati.

I vecchi si spezzavano d’uncolpo,

gravi d’anni ma dritti come il fumo

quando il vento non c’è»37.

 

E Silvestro ribattendo:

 

«Il mondo mal fatto si sta rifacendo

……………………………………

i ricordi sono bocconi amari,

si strappano, non servono»38

 

oppone all’antica saggezza una nuovache sta tutta nella capacità di sputare il passato:

 

«è sapienza sputare il passato

 adda cicca verde tra le pietre»39.

 

In “Pianura padana”, poi, dove non è difficile cogliere episodi o echi della famosa alluvione del Polesine40, se le ragazze – il che è indice dei tempi nuovi – alzano un poco la sottana e ridono negli occhi41, sono presto destinate a sbiadire nelle case, ad appassire il cuore, e accanto alla fontana delle piazze a coprire il bucato con la cenere42; insomma, sempre una vita da cane mena il bracciante sfortunato, il pescatore di frodo, il contrabbandiere braccato43; ma nonostante tutto compare qui la forza di resistere, che si estrinseca nella ferma volontà di restare, di non fuggire che è poi quella “pazienza” di Roversi intesa come mortificazione della istintiva violenza e capacità di sperare:

 

«Li morde una volontà di restare

non di fuggire,

mortificatala violenza

nella pazienza adunano la speranza

per i giorni avenire»44.

 

Quel “mondo nuovo” che era affiorato «ribollendo dalla schiuma aspra di dolore» e che stentava a manifestarsi o si manifestava con non poche incertezze, dopo essersi chiarito ne “Le lupe dorate”45, ne “Lo Stato della Chiesa” si rivela definitivamente nella sua degradazione; e dal suo affiorare alla luce della coscienza critica si genera l’attacco per il quale G. Carlo Ferretti46 ha parlato di vero salto di maturità:

 

«Mai anni peggiori

di questi che noi viviamo,

né stagione più vile

coprì di rossore la fronte asciutta italiana»47.

E proprio qui – così dice anche lo stesso M. Forti48 riferendosi a questi nuovi poemetti – si percepisce l’aria che ha portato a dare al volume il titolo emblematico di «Dopo Campoformio»:

 

«se fossi ricco, dicono, se fossi

come Sivori, s’avessi unpo’ di forza

per rimedio dla malincunj…”

e guardano sui vetri in un baleno

smorzarsi il giorno, uomini tornare,

travalicarei camion per i ponti

che portano a Milano, oltre i prati

di Caprara, alla pianura accesa

fino ai dirupi della Croara,

mentre cala sulla tavola scura

l’ombra della notte, colma, che fa paura»49.

 

Bisogna inoltre aggiungere che ciò avviene sulla base dell’esperienza narrativa de «Ai tempi di Re Gioacchino» del 1952 con cui in pieno clima neorealistico, durante il quale tanto si scriveva sulla Resistenza, Roversi aveva scelto, in maniera alquanto insolita, di riandare ai primi anni dell’ottocento e alla dominazione francese in Calabria50.

Con “Lo Stato della Chiesa”, insomma, Roversi è ormai fuori dall’esperienza “officiniana”: esso appare, infatti, sul primo numero di «Rendiconti».

Il panorama umano degli anni ’60 nella sua evoluzione-degradazione si fa ancora più evidente in “Zum Arbetslager Treblinka”:

 

«I reduci invecchiati

lacrimano in silenzio all’angolo

della tavola, asciugano lepalpebre anche le madri

col figlio giovane alla parete.

I ragazzi hanno vent’anni d’età.

Il loro riso è tremendo, furibondo

più della iena tedesca, più duro

a sopportare di un supplizio politico

Non danno nulla, non vogliono

nulla sapere ne altro intendere; (…)

……………………………………

Non riconoscono debiti, non vogliono

neppure conoscere la tristezza dei vecchi»51.

 

Sicché, se anche il ricordo del passato non può che bruciare («Quel tempo sporcò di melma le mani / dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli / precipitarono ancora / le mandrie nei macelli»)52 alto e deciso si leva il grido di Roversi:

«Non è questo che voglio: ricordare»53

che è rifiuto della ricordanza fine a se stessa54 e presa di coscienza della necessità di “contrastare”:

«È oggi che dobbiamo contrastare»55

per non far sì che «sulle devastate rovine / dove sono buttate in confuso riposo le ossa, / altri dalle macerie alzino ancora case / da distruggere; che il ritratto dei figli / sul letto di anziani coniugi si spezzi /nelpiancito al tonfo di uno stivale»56.

Nel «Sogno di Costantino», così intitolato dal dipinto omonimo di Piero della Francesca in Arezzo57 che Roversi si reca a visitare dopo un viaggio in macchina, il “paesaggio nuovo” è costituito da «decrepite case», dall’assenza di alberi («Non alberi per strada»), da una «campagna dilapidata», da «polverio di gerani per i fossi»; e, quasi a completarlo, da «personaggi ufficiali» che «versano il miele di una falsa umiltà», dagli «amici di un tempo» che «hanno addosso la porpora già», da «avide facce» che «alzano nel marmo cimiteri di banche», da «adultere madame» che «tagliano con gesto forbito i nastri inaugurali», da «uno sciame di servi» che «inchina alzando le mani», mentre «nuove ciminiere rompono con tetra indifferenza il cielo vinto»58; e poi «la lunga fila di macchine, la coda del serpe» che «si snoda fra il sasso arrostito dall’estate»59.

Scontato a questo punto il dubbio:

«Essere stati vivi sarà inutile?»

Ma la volontà di resistere è pronta a risorgere:

 

«Questa è l’età

che ci vede vivere, sulla spiaggia

di onde paurose; ma poiché viviamo,

ancora nei pensieri abbiamo la forza

di un ultimo rigore, ancora amore

nella scatola segreta d’una stanza»ó0.

Si proclama, dunque, la necessità di resistere col proprioamore e di non offrire la scure al boia perché presi dalla noia ovvero dall’inerzia come i giovani della società del benessere sulle rive del fiume Leuter;

questi, intatti, si rifiutano di ricordare, inconsapevoli che la passata tragedia (la Bomba di Hiroshima), in una società che è figlia di quella, può ancora ripetersi.

In “Prima dell’autunno sul fiume Leuter, in Germania”, infatti, il passato drammatico contrasta fortemente con il presente caratterizzato dal benessere nonché dal rifiuto di ricordare nonostante questo presente abbia le sue radici nella esplosione di Hiroshima; ma «quanto è accaduto può ancora accadere» è l’ammonimento di Roversi in “La bomba di Hiroshima” per un’Italia dimentica:

 

«E qua è l’Italia, non intende, tace,

si compiace di marmi, di pace

avventurosa, di orazioni ufficiali,

di preghiere che esorcizzano i mali»61.

Un ammonimento questo che presupponei noti ed emblematici versi, di “Treblinka”:

«Scomparvero nelle piramidi di fuoco.

Quel tempo sporcò di melma lemani

dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli

precipitarono ancora ancora

le mandrie nei macelli –

belare straziava la lamadei coltelli

in mano ai giovani carnefici.

Non è questo che voglio: ricordare.

No ritornare a quei lontani

anni, a quei tempi lontani.

I cani erano più felici degliuomini.

I miei versi sono fogli gettati

sopra la terra dei morti.

È oggi che dobbiamo contrastare»62.

La stessa problematica presente negli ultimi componimentidi «Dopo Campoformio» sta alla base del romanzo «Registrazione d’eventi». Esso, infatti, è la storia della “ricerca” di Ettore in un presente difficile e oppressivo che ripropone in maniera crescente un passato altrettanto difficile e oppressivo dal quale è difficile se non impossibile liberarsi. La presenza nel romanzo di un personaggio che, immerso in un presente neocapitalistico ossessivo e degradante, continua a portarsi dentro nella sua coscienza, un passato registrato con inchiostro simpatico, comporta l’assunzione di una forma narrativa nuova. Ma Roversi non abbandona il personaggio a se stesso, anzi, spesso si fa partecipe della sua vicenda o meglio “ricerca”, cercando una persistente deflagrazione del discorso, soprattutto con l’assunzione ironica del tono lirico:

«Ho cercato (…) una persistente deflagrazione del discorso; soprattutto con l’assunzione ironica del tono (o di un tono) lirico, perché spero che i pochi lettori almeno si accorgano che molte pagine in “Registrazione d’eventi” sono forzatamente liricizzanti; che la liricità un poco tenebrosa e ottusa si tenta di avvelenarla dall’interno, direi di “impiastricciarla”, con un’ironia mai scomposta ma uniforme; (…)

Alcuni critici (o i pochi critici che si sono interessati) non ne hanno tenuto molto conto quando hanno espunto questa liricità “esibita” in contraddizione a certe forzature “avanguardistiche” di altre parti: non hanno inteso, cioè, che mi proponevo proprio questo: di strisciare o strusciare due sassi per far scintille;diesasperare le mie contraddizioni per giungere o sfiorare, alla fine, un discorso più organico, dopo questa serie di combustioni consecutive in cui bruciassero veramente tutte le mie vanità»63.

In tal modo Roversi attestandosi al di qua del “Noveau roman” e della “neoavanguardia”, si prepara al salto. Ciò in verità è possibile solo se si resiste lasciando al centro l’uomo in carne ed ossa con i suoi dubbi, le sue ansie, i suoi furori, le sue oppressioni subite o fatte, con la sua capacità di fare e di contrastare. Quando ciò non sarà più possibile, la stessa letteratura, che è poi, anche nella direzione del realismo, un universo immaginario che testimonia la presenza di una fede in valori umani accessibili, non avrà più senso e, quindi, ragione d’essere.

La ricerca di Ettore, promossa da motivi di natura pratica, si svolge nell’ambito della società neocapitalistica degli anni 60, nell’ambito cioè della cosiddetta civiltà del benessere dominata dalle regole del gioco economico che hanno definitivamente infranto l’antico rapporto “potere-volere”. Pertanto, i vari personaggi nei quali Ettore s’imbatte e/o non possono e/o non vogliono aiutarlo64: né il funzionario di banca «alto, magro, forse un vecchio, forse no», dall’età indecifrabile, che è fra quegli amici che vogliono ma non possono aiutarlo65 perché al servizio di un sistema e fissato alle regole del “gioco” che non gli consentono di volere come vorrebbe; né il “rigido oculista”, né Canestri, l’usuraio elegante, vecchi amici di famiglia che pur potendo non vogliono perché definitivamente assorbiti dalle regole del gioco economico del neocapitalismo; ma neppure la madre, chiusa nel suo egoismo cristiano, nonché Gropius, l’unico amico che conosce l’affanno di Ettore, il solo che potendo l’avrebbe aiutato:

«Gropius non poteva aiutare Ettore benché volesse – e lo voleva; ed Ettore sapeva che Gropius non poteva aiutarlo pur volendo – era certo che lo voleva»66.

Gropius è un personaggio che ripropone il valore dell’amicizia come l’unico appiglio, per lui scampato alle camere di fuoco del ’43, naturale al mondo dei sentimenti; ma ripropone anche, in maniera inquietante, un passato drammatico che ha fatto piazza pulita del padre, della madre, della sorella: sicché ora vive nel presente con fermezza ma senza speranza67.

Pertanto in tempi in cui «non bisognerebbe aprirsi di norma ad alcuno (se no rubano anche il tuo dolore), ma tacere, cospirare, sabotare la voglia dell’amicizia, della carità laica, dell’amore (ancora)» e, quindi, «essere sospettosi, volgari, alle volte violenti, senza scrupoli»68, Ettore continua a partecipare sentimentalmente alle cose; da qui il riemergere lento, progressivo, insistente del passato (22 aprile 1945) e della faccia di Schumann.

A questo punto il presente, sebbene apparentemente diverso dal passato, si salda con esso e con esso si fonde e si confonde; sicché la “ricerca” di una certa somma di denaro, che consentirebbe ad Ettore di salvarsi con decoro, diventa “ricerca” anche di Schumann sempre più presente, sempre più visibile, ma inafferrabile; compare, infatti, ad Ettore sempre più vivo nella folla, in divisa.

Il passato, diverso nel suo riproporsi (« – Io, dice Ettore, è strano ma ricordo soprattutto il sole di quel mattino; mi è rimasto impresso il sole (scusami); il peso della luce che riuscivo a sentire per la prima volta, dopo due anni, sulla pelle. Il suo peso. – Io, dice Gropius, ricordo la pioggia, il bagnato dopo la pioggia, sulle rotaie, sulle piazze lastricate dai sassi. L’acqua si fermava scremata fra i nostri piedi decomposti, era una poltiglia che sembrava oro, così gialla. Le rotaie brillavano tant’erano sfregate piallate strisciate; così erano consumate le rotaie dei treni che andavano al confine. Cadevano le foglie; questo cadere, questo staccarsi era una cosa orribile a vedersi»)69 accomuna Ettore e Gropius:

«Parlano, parlano, sono assorti, le braccia appoggiate al piccolo tavolo del bar, si guardano negli occhi»70.

Ma Gropius chiarisce che per chi è scampato alla morte non è possibile avere un rapporto prolungato con il passato, altrimenti morirebbe. Da qui la necessità di «imparare a non ripetere più, a non ripetersi»; «ma – aggiunge – si fa esattamente come prima (con una sottigliezza meccanica)», sicché ci si può aspettare lo stesso tipo di morte, con la differenza che chi allora è scampato, oggi non scamperebbe più, perché se è vero che l’uomo ha imparato a soffrire di più, i carnefici sono diventati più efficienti:

«Mio padre potrebbe morire una seconda volta adesso

“sono pronti i vagonipiombati”

mia madre potrebbe morire unaseconda volta adesso

“sono pronti i campi spinati”

anche mia sorella, la mia povera sorella, potrebbe morire una seconda

volta

“c’è del gas anche per lei su questa terra”.

 

Io, mi vedi, io stesso (dice Gropius) non la scamperei questa volta. Tutti abbiamo imparato a soffrire e sapremo soffrire di più; ma anche i carnefici hanno imparato e sarebbero questa volta più pronti»71.

Da qui la necessità,per Gropius, di custodirel’ultimo guizzo di volontà di vivere chegli anni hanno risparmiato:

Gropius dice che: «l’aveva mio padrela volontà di vivere. Che fervore, te lo ricordi? Che fervore, quell’uomo. Forza, ecco la parola. Non una forza equivoca ma una forza contagiosa; un rapporto “en plein air” con le azioni. Ecco la vera forza. Forza, volontà di fare. Riusciva dove voleva»72.

E ne è convinto perché ha appreso che l’uomo, per la forza degli avvenimenti, può perdere la lucidità dell’odio e del disprezzo, la volontà, che è disperazione, di continuare a vivere. Sa, insomma, di non poter cambiare nulla, di non poter condizionare nulla:

«quel che è peggio, dice Gropius, (unica frase filata borbottando nella sera) noi non possiamo condizionare nulla. Già, condizionare, cioè prepararenoi stessi. Sopportareil fastidio della noia,il rischio della pena. Sopportare l’inutilità che èfragilità, che ci circonda. Riusciamo soltanto a sopravvivere»73.

Mentre Gropius, quindi, che «ha visto padre e madre morire, una sorella morire, morire mille altre persone, strappato e sbattuto» viene riconsegnato alla società che non ha saputo difenderlo (…)», viene

«ridato in pasto a una società chenonessendo riuscita a divorarlo in un modo s’accinge al pasto usando la corda della dolcezza, della lacrima facile, del rimorso e di un guasto sorriso»74, ad Ettore il mondo si ripropone con la faccia di Schumann:

 

«Oggi, dopo vent’anni. (…)I tedeschi sono di nuovo i soldati

che sfilano rigidi dinanzi agli ufficiali raggianti»75.

«Cambiar faccia al mondo… Eh, sì

ma vedi, tu, dolce, lieta Alalia,

braccia di mare,

il mondo ha ragione, ha

il mondo ha sempre, sempre,

sempre, il mondo ha sempre,

il mondo non ha perduto,

ha… il mondo ha – la faccia

di Schumann»76.

E quando sullavia Emilia gli guizza innanzi, materializzata,la sagoma di Schumann, Ettore lo insegue:

«davanti a loro si protendeva, incuneandosi e attestandosi, la fila delle macchine (come uccelli spaventati o addirittura spaventati bufali), tutti sembravano ossessionati, erano ossessionati dalla frenesia di tornare. Schumann scomparendo nelle curve appariva laggiù nella sua mole densa, sinistra, allorché la strada s’apriva in lunghi rettilinei»77.

Ma, durante l’inseguimento, un incidente nel quale Ettore trova la morte nel mentre gli si ripropone per l’ultima volta l’immagine di Schumann, «prigioniero incallito, sudato nel collo, sporco di polvere», ma consapevole, certo di sopravvivere.

Schiacciata fra presente e passato si consuma l’esistenza di Ettore, dove la morte diventa l’unica possibilità concessa all’uomo; a meno che non si cominci a “pensare nuovo”. Da qui – come dice Zagarrio – la necessità di morire e la sua esemplarità attiva78.

Nelle «Descrizioni in atto» (1969) R. Roversi proclama la possibilità e, quindi, la necessità della guarigione; infatti se si vuole vivere (e non sopravvivere), non ci si può permettere di morire:

 

«Nessuno che voglia vivere può permettersi di morire.

……………………………

Rovesciandosi le tasche

chi deve vivere vive

chi cammina avanza

avanza un poco, un poco procede s’inoltra mentrela

notte fischia spezzando spezzandosi. È tutto»79.

Sicché chi s’accorge della sua povertà e pensa, quando è sera, alla morte, curandosi le ferite vive e viene deducendo che, nonostante gli sbagli e la rabbia, il tempo può cambiare le piaghe in oro, in malinconie che si traducono in un fervore sconosciuto; e s’alza come un lazzaro guarito:

«S’accorge d’essere ancora una volta un povero

seduto sulla paglia egli conta i giorni

mentre vede oltre la finestra le grandi nuvole

correre verso il mare.

Quando è sera pensa anche alla morte.

Eppure ognuno cura le ferite, questo

lurido infetto bituminoso marchio

che segna le spalle

tutti gli sbagli (pagati), e con quanta rabbia

consumata inutile;

eppure a conclusione (magari d’una giornata) si deduce

senza il gessetto con i riflettori spenti

che è giusto vivere così

perché il tempo cambia le piaghe in oro, in sorprendenti

malinconie che si traducono in un fervore sconosciuto

e ognuno dal suo cantuccio dove

la noia può alle volte consumare

intere settimane s’alza come un lazzaro guarito»80.

 

In questa società, dunque, «marcia marcia marcia fino al midollo», è necessario – dice Roversi – «innanzi tutto documentare con freddezza / (ma non con la disperazione che un tempo / nasceva dall’osservare / bensì con la frenetica temperanza / che viene dall’ottenere le cose lungamente sperate) / uno sfacelo»81.

Bruciate, infatti, tutte le vanità, attribuisce ora alla poesia il compito di “contestare”, “stravolgere”, “calpestare”:

 

«È compito (magari superstite) della poesia contestare stravolgere calpestare.

Fino a ieri e salvo sublimi eccezioni

la viola di cristallo, la tenera allodola appassita struggente

contese l’uomo al mondo col lampo di uno sbadiglio rosato

oggi, istrumento di scasso, oggetto di rapina,

disciplinata frusta, tavola bianca di schemi

e di severi decaloghi

(schivando tutti gli altripericoli)

colloca in prima istanza ognuno al suo posto in attitudine di…»82.

 

Roversi, insomma, consapevole che «lontano è quel tempo (delle rose) / quando…», sa anche che non c’e più spazio per la lirica:

 

«Altro che lirica o la soave natura

il mito di edipo la fila dei cipressettidi Bolgheri

la voce della madre

il fumo della prima focaccia sulla manodel bambino.

I ricordi dell’infanzia non esistono più.

Ora adesso sempre un continuum e contare sulle dita magari

quanto resta da fare effettivamente»83.

 

Sicché propone contro e/o in sostituzione della poesia sentimentale una poesia “semantica”:

«Noi non crediamo più di dover sopravvivere. Abbiamo (il sottoscritto parla a mezza voce per sé) dormito sui miti – e un po’ involgariti nell’affanno di una resistenza passiva; è giusto pensare, è giusto sperare, senza alcuna euforia (del tutto fuor di luogo e francamente superficiale) che si apra anche per l’operare in poesia, dopo un discreto interregno di sonno smosso da singhiozzi, di remore e di sbalzi di canguro, il tempo di una organicità pragmatica cioè concentrato sui problemi non sulle poetiche. Una poesia semantica contro, o sostitutiva, della poesia sentimentale»84.

Ma, come dice G. Scalia a proposito della collaborazione di Roversi con L. Dalla85, la letteratura passa in azione, e le “descrizioni in atto” diventano ancora di più in atto, in partecipazione al plurale86. Tale collaborazione può anche apparire strana; ma essa è strana solo se non si intendono le ragioni dell’operare poetico di Roversi che affida alla canzoneun compito non dissimile da quello affidato alla poesia:

«non è vero che con la canzone non si può altroche cantare,

con una canzone oggi si può intanto discutere

sbagliare ridere avvertire comunicare, lottare»87.

Per Roversi, infatti, «la canzone è una comunicazione con un segno specifico (che è la voce che canta); è anche un mezzo straordinariamente efficace e diretto di distribuzione di messaggi; perciò non può esimersi (se non sottraendosi a se stessa e consegnandosi alle ceneri) di interferire nella realtà, incorporandola e semmai risputandola con una bava che lascia il segno»88.

Sicché anche nei testi per L. Dalla («Ilgiorno aveva cinque teste», «Anidride solforosa», «Il futuro dell’automobile») il discorso di Roversi si sviluppa attraverso una considerazione critica della realtà che scaturisce dalla “registrazione” di vicende che si incrociano fra di loro come nelle “parole incrociate”:

«Sei le colonne in fila, il gioco è terminato

Nel bel prato d’Italia c’è odore di bruciato

Un filo rosso lega tutte queste vicende

Attenzione:

dentro ci siamo tutti, è il potere che offende»89.

Dalle Cinque teste nell’auto vecchia che tornada Scilla a Torino, attraverso i due innamorati di “Grippaggio”, la “Giornata alla borsa valori”, “Carmen Colon” vittima ventesima, viene disegnato un paesaggio devastato che coinvolge l’uomo:

 

«Il paesaggio è un’Italia sventrata

dalleruspe chel’hanno divorata»90.

 

«Sull’argine in fila

diecimila baracche

e caverne di fuggitivi»91.

 

«Carmen Colon

è la vittima ventesima

fra i bidoni viola dell’agosto

il suo corpo sotto il lenzuolo è nascosto»92.

E poi, dai “Muri del ventuno” fino alla “Intervista con l’avvocato”, la Fiat e la storia dell’Italia attraverso l’automobile, la sola in grado di avere un futuro perché si sa già come sarà il motore del duemila:

 

«Il motore del duemila

sarà bello e lucente,

sarà veloce e silenzioso,

sarà un motore delicato

di metallo prezioso,

avrà lo scarico calibrato

e un odore che non inquina;

lo potrà respirare un bambino o una bambina»93.

mentre nulla sappiamo del ragazzo del duemila e del suo cuore:

«Noi sappiamo tutto del motore,

questo lucente motore del futuro.

Questo lucente motore del futuro,

ma non riusciamo a disegnare ilcuore

di quel giovane uomo del futuro;

non sappiamo niente del ragazzo

che sarà fermo sull’uscio ad aspettare

Dentro a quel vento dell’anno duemila

non lo sappiamo ancora immaginare»94.

Ma nella “Intervista con l’avvocato” affiora anche la crisi dell’automobile e la segreta speranza che il fuoco del futuro non bruci solo chi è in basso:

 

«Eh, lo so bene avvocato

che niente è mai per l’eterno,

che ogni giorno è rovesciato

e che ogni anno finisce in inverno

Dal giacimento di Ekofisk

che butta greggio a mitraglia,

lassùnel mare del Nord,

c’è petrolio per l’Italia

Un’isola lunga un chilometro

con serbatoi di cemento e d’acciaio

Ma il fuoco anche di questo futuro

non brucia soltanto chi è in basso?»95.

Roversi, dunque, bruciati definitivamente, attraverso le “descrizioni in atto”, lirismo e partecipazione sentimentale alle cose e agli eventi, è già pronto per quel tono epico che caratterizza il suo ultimo romanzo intitolato «I diecimila cavalli» (1976). L’esemplarità del titolo è fuori discussione; essi, infatti, «sono, e restano, tutti quelli che si muovono e corrono, che operano – e scelgono di conseguenza – perché le cose possono cambiare dietro spinte continue; sono quelli che tengono più duro, che durano di più, opponendosi sul piano delle idee e delle cose»96. Quella «lacrimosità dell’intelligenza un po’ risentita», quella «partecipazione alle cose anche sentimentale» che era presente in «Registrazioni d’eventi» qui non c’è più97. Lo stesso protagonista Marcho Marcho, più vecchio di dieci anni, risulta rovesciato rispetto a Ettore: mentre Ettore, infatti, il passato se lo sentiva addosso fragoroso incalzante e opprimente, Marcho Marcho al passato non ritorna più perché il suo interesse è per le cose a venire98.

«Non si defila, non inveisce, non piange, non scappa. Cerca, tenta, si muove, progredisce, impara»99, e aspira ad essere uno dei “diecimila cavalli”. Emblematico è il vero attacco del romanzo:

 

«Non puoi far nulla (nel caso specifico)

se non sei come loro

se non sei

non sei un rivoluzionario se non fai la rivoluzione

non sei un operaio se non fai l’operaio

né un uomo se non stai fra gli uomini

se non vivifra gli uomini non sei un uomo»100

Marcho Marcho, infatti, che è vissuto «da vero imbecille sfiorando tutto», sa ora che due possibilità gli si offrono: o lasciarsi andare, ed essere fottuto per sempre, o fare il salto, lasciare la nave, cambiare la vita e ricominciare…101. Ma siccome qualcosa merita d’essere fatto lascia l’ufficio, la vita di tutti i giorni e parte insieme a Fraulissa:

«Parlarono in un soffio, lui e Fraulissa. Alla mattina presto serrarono porta e finestre, consegnarono chiavi, chiusero la partita. Partirono, andando andando, procedendo a cercare. Cominciando a farlo»102.

Dopo un passaggio in macchina concesso da due giovani (uno di questi viene ucciso dalla polizia nel corso di un inseguimento), giungono nella megalopoli di Mariko, alla periferia della quale s’è costituita una tenda. E qui Marcho Marcho comincia a fare ,ad essere con loro, ad essere, ad essere un rivoluzionario facendo la rivoluzione, a stare fra gli uomini, a vivere fra gli uomini, ad essere uomo. È dunque, un personaggio in azione, ma recuperato all’azione dal suo essere uomo; sicché procedendo «cambia, si muta, acquista» per via anche della sua disponibilità e ai sentimenti e alla politica. Lo stesso mondo di idee che si svolge all’intemo dell’opera, per quel suo procedere di pari passo con l’azione, con i personaggi e con la loro umanità, si libera delle cerniere del dogmatismo. Per Roversi, infatti, «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione»103.

Inquieti, per il vero, sono i personaggi dei «Diecimila cavalli», ma quanto più umani, tanto più duri per volontà e disponibili a cercare, attraverso lotte talora aspre ed errori, la conciliazione problematica sì, ma possibile, fra interiorità e mondo. E come nel «Wilhelm Meister» di Goethe, al quale si è voluto dare il nome di “Erziehungsroman”104, il rapporto col mondo trascendente delle idee è elastico, allentato, e l’idealismo più concreto. Per Roversi infatti “il progresso reale” si consegue attraverso la correzione, il rinnovamento, la sperimentazione che consentono di «scalciare le vecchie utopie» che fanno vecchie le nuove rivoluzioni105; non il marxismo, quindi, è in crisi, «ma sono in crisi le interpretazioni del marxismo (…), gli abiti delle quattro stagioni del medesimo stracciati dall’uso; ma il torso di legno duro rimane; soprattutto resiste»106. È necessario, insomma, «tenere sveglia la discussione» e dire cose che interessano tutti, registrare i problemi, stringerli a pochi punti che siano chiari per tutti, come dice «O terror do mundo»:

«non so dire le cose, ho paura di dirle, mi vergogno. Ma le cose sono così, le cose stanno in questo modo. Siamo intorno al fuoco e facciamo politica: con quattro legni teniamo un fuoco acceso, con quattro parole teniamo sveglia la discussione. In ogni modo facciamo politica. Fare politica è dire cose che interessano tutti, cavarne qualche conclusione. La vedo così. Si cerca di registrare i problemi, di stringerli a pochi punti, però che siano chiari per tutti poi si attacca e via. Sono contento che sia così. Sento che siamo molto uniti, che qualche cosa si può fare»107.

Solo così, infatti, si può prendere coscienza della conciliazione degli opposti in atto nel neocapitalismo dove le fabbriche producono accanto ai missili i dentifrici, accanto ai biscotti i fucili:

«Nice dice che il futuro del capitalismo si è in un certo modo manifestato in Suisse, ivi ha preso le prime confidenze con gli anni duemila e sta per sorprenderci tutti (…) la Bld. fabbrica missili e dentifrici, un’altra fabbrica produce biscotti e fucili»108.

Da qui la necessità di “contrastare” rifiutando «l’atroce spinta a comperare che è soltanto una corsa verso la morte, una dissipazione dell’uomo»109.

E quando poi non rimane altro, urlare110; ma, comunque, cercare di far mucchio contro quelli di Roma, dove c’è uno «sempre con pipa pipetta in bocca» che «da quando è diventato importante ha la sua puzza sotto il naso»111.

La tenda, dunque, si pone come centro di aggregazione di tante individualità (Marcho Marcho, Fraulissa, Nice, Il calabrese, O terror do mundo, Nello Savore) le quali offrono tutte – chi con i propri problemi, chi con la propria cultura antagonista, chi con la propria voglia di lottare, chi con il proprio entusiasmo e il proprio amore, chi con le proprie incertezze – un essenziale contributo alla ricerca; sicché essa si qualifica come laboratorio integrale da cui si diparte l’azione mai fine a sé e astratta, ma quotidianamente da verificare per rinnovarla e rinvigorirla. Da qui la centralità della tenda («La tenda – prosegue – quella è una bandiera. Piantata in mezzo, gira. La fabbrica viene dopo. Sicuro, è importante anche lei. Certo, è la fabbrica. Sta sopra a tutto. Eppurein questo momento è la tenda, lasciamelo dire»)112 e la sua capacità di contrastare con “i persiani” (oppressione, sorpresa violenta, rancore, odio)113, “i fagiani dorati” (rappresentanti della giustizia ingiusta)114, “i fiumi infernali” (rappresentanti del potere economico)115. Ma tutto ciò non,basta, a spiegare la vera essenza di questo romanzo “magmatico”115bis; non a caso, infatti, Roversi ha dato una funzione essenziale all’amore116 (storia d’amore fra Marcho Marcho e Fraulissa) e alla pietà («Il filo rosso = la pietà (è la pietà)»)117 la quale consente di non essere «puri mattoni sassi o acqua piovana come vorrebbero alcuni»118, ma uomini interi, seppure angustiati, che hanno il coraggio di andare avanti.

 

 

NOTE

1                Cfr. A. Robbe-Grillet, Una voce per il romanzo futuro, in «La Nouvelle Revue Française», luglio 1956. In questo saggio teorico, considerato il manifesto dei “Vojeurs”, Robbe-Grillet illustra gli elementi fondamentali del “nouveau roman”.

2                Cfr. R. Roversi, Rendiconti n. 8, ottobre 1963 e G. Zagarrio, Roberto Roversi in Novecento, IX, Marzorati, Milano 1980, pag. 8719.

3                Intervista a Roversi premessa a: L. Caruso e S.M. Martini, Roversi, Il Castoro, La Nuova Italia, Firenze, febbraio 1978, pag. 3.

4                Conversazione introduttiva a cura di G.C. Ferretti premessa a: R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma 1976, pag. IX.

5                R. Roversi, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965.

6                R. Roversi, Dopo Campoformio, Feltrinelli, Milano 1962.

7                R. Roversi, Caccia all’uomo, Mondadori, Milano 1959.

8                R. Roversi, Registrazione d’eventi, Rizzoli, Milano 1964.

9                R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma, 1976.

10              R. Roversi, Ai tempi di re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna 1952.

11              Le porte, I, Libreria Palmaverde, Bologna 1981, pp. 130-132.

12              Le porte, cit., ibidem.

13              Cfr. Nuovi Argomenti, marzo-giugno1962 e G. Zagarrio, op. cit., ibidem.

14              Cfr. F. Camon, La moglie del tiranno, Lerici, Roma 1969 («Tiene sempre il colloquio su toni alti, sui temi di fondo: e questo non solo per evitare scadimenti e non impaludarsi in zone morte, ma anche per guidare sempre il discorso sui temi storici obiettivi e non parlare mai di sé se non in caso strettamente necessario. È possibile trarre una qualche conclusione che colleghi e giustifichi queste impressioni? Non lo so, ma se fosse possibile non potrebbe essere se non una conclusione che ribadisca nell’uomo-Roversi l’intento e la coscienza, propri dello scrittore-Roversi, di svolgere un’opera educativa integrale, in cui anche l’immagine di sé e i minimi attimi della vita sono importanti e in ogni caso non sono zone private ove sia possibile un colpevole rilassamento, e che quando si dà un’immagine pubblica di sé quella privata non può essere diversa o contraddittoria senza che quella pubblica suoni falsa e bugiarda»).

15              Il primo numero di «Rendiconti» risale al 1961.

16              R. Roversi, Poesie, Landi, Bologna 1942.

17              R. Roversi, Rime, Landi, Bologna 1943.

18              R. Roversi, Caccia all’uomo, cit.

19              R. Roversi, Dopo Campoformio, cit.

20              Cfr. R. Roversi, Dopo Campoformio, Einaudi, Torino 1965, pag. 111.

21              R. Roversi, op. cit., pag. 14.

22              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 10-14.

23              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 18-19.

24              R. Roversi, op. cit., pag. 17.

25              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 19.

26              R. Roversi, op. cit., pag. 20.

27              R. Roversi, op. cit., pp. 21-22.

28              R. Roversi, op. cit., pag. 19.

29              R. Roversi, op. cit., pag. 25.

30              R. Roversi, op. cit., pag. 28.

31              R. Roversi, op. cit., pag. 25.

32              R. Roversi, op. cit., pag. 27.

33              Cfr. R. Roversi, op. cit., ibidem («“Godi le galline paonazze, / oh tu che puoi”, grida Silvestro / ritto nel campo (…) “Donne, ragazze, amori: a questo caldo / nudi nel fiume, e andare”»).

34              R. Roversi, op. cit., ibidem.

35              R. Roversi, op. cit., pp. 27-28.

36              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 29 («Un tempo, bischeri, ci svegliava / una campana di frati al mattino, / così vicino alla misera casa; / bassa la nebbia sul campo meschino, / si faticava fino all’ora tarda. / Senza riposo, uomini; la paga / se oggi è poca allora era uno sputo / da schizzare nel fango. / Chi conosceva osteria, paese, / balli leggeri, guance di ragazze? / questi son tempi meglio, c’è speranza / di morire da uomini»).

37              R. Roversi, op. cit., ibidem.

38              R. Roversi, op. cit., ibidem.

39              R. Roversi, op. cit., ibidem.

40              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 40 («I campi sfiorire dentro il mare, / le onde strappare i rami dei cedui, / case crollare, i visi intorno ai tronchi / infuriati di schiuma, / le grida perdersi sulla duna, / cadere il fondo cielo come una piuma. / Gli uomini con la giacchetta scura / e il bavero rialzato, / la cicca sul labbro paonazzo / seduti sulla ghiaia; / e donne ad amare le case / perse nei gorghi, poca roba raccolta ad asciugare, / rubato l’ordine misero alla giornata, / perduta la pace guadagnata, / anche il pianto ora è vecchio, inutile; / tutto da incominciare. / (…) Tutto intorno è mare»).

41              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 38 («È indice dei tempi / che le ragazze alzino un poco / la sottana e ridano negli occhi / con tanto candore d’angelo»).

42              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 39 («Poi le care ragazze / sbiadiscono nelle case, / appassiscono il cuore, / accanto alla fontana delle piazze / coprono il bucato con la cenere»).

43              Cfr. R. Roversi,op. cit., pp. 41-42.

44         R. Roversi, op. cit., pag. 40.

45         Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 53 («“Azure gloom of an Italia night” / è povero il suo inglese: / pomeriggi vissuti ad ascoltare / i dischi, le voci alterne / dell’uomo e della donna BBC, / il fruscio che debilita, / la punta sottile nel grammofono, / un progredire monotono / d’anima spenta in acque salse e nere, / immaginare cosa sarà la vita / (la propria vita) nei prossimi trent’anni»).

46              Cfr. G.C. Ferretti, La letteratura del rifiuto, Mursia, Milano 1969.

47              R. Roversi, op. cit., pag. 59.

48              M. Forti, Le proposte della poesia e nuove proposte, Mursia, Milano 1971, pag. 406.

49              R. Roversi, op. cit., pag.68.

50              Cfr. R. Roversi, Ai tempi di re Gioacchino, Libreria Palmaverde, Bologna 1952.

51              R. Roversi, Dopo Campoformio, cit., pag. 72.

52              R. Roversi, op. cit., pag. 71.

53              R. Roversi, op. cit., ibidem.

54              Cfr. G. Zagarrio, op. cit., pag. 8721.

55              R. Roversi, op. cit., ibidem.

56              R. Roversi, op. cit., pag. 73.

57              Cfr. anche P.P. Pasolini, La ricchezza, in «La religione del mio tempo», Garzanti, Milano 1961.

58              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 81-82.

59              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 89.

60              R. Roversi, op. cit., pag. 88.

61              R. Roversi, op. cit., pp. 93-94.

62              R. Roversi, op. cit., pag. 71.

63              Cfr. F. Camon, Il mestiere di scrittore, Garzanti, Milano, 1973.

64              Cfr. R. Roversi, Registrazione d’eventi, Rizzoli, Milano 1964, pag. 161 («Chi voleva non poteva, chi poteva, e per di più con affetto non voleva. Assolutamente non voleva»).

65              Cfr. R. Roversi, op. cit.,pag. 7 e pag.31.

66              R. Roversi, op. cit., pag. 93.

67              Cfr. R. Roversi, op. cit., pp. 86-87 («Ma alla fine era solo; non più padre, il padre con la barba stretta al mento, grigia-bianca nella magrezza; non più madre asciutta d’acqua e di carne sulle grandi ossa contadine, ingenua nella sua tristezza; non più sorella. Con lui partiti nel paesaggio invernale e morti uccisi per sempre, come? nelle camere di fuoco. Cos’erano gli anni, i mesi del ’43!»).

68              R. Roversi, op. cit., pag. 98.

69              R. Roversi, op. cit., pp. 142-143.

70              R. Roversi, op. cit., pag. 143.

71              R. Roversi, op. cit., pag.142

72              R. Roversi, op. cit., pag. 143.

73              R. Roversi, op. cit., pag. 150.

74              R. Roversi, op. cit., pag. 172.

75              R. Roversi, op. cit.,pag. 178.

76              R. Roversi, op. cit., pag. 184.

77              R. Roversi, op. cit., pag. 189.

78              G. Zagarrio, op. cit., pag. 8722.

79              R. Roversi, Le descrizioni in atto, ciclostilato in proprio, fuori commercio, Bologna 1969 (XXI descrizione).

80              R. Roversi, XLIV descrizione, in op. cit.

81              Cfr. R. Roversi, XLVI descrizione, in op. cit.

82              R. Roversi, XII descrizione, in op. cit.

83              R. Roversi, XXI descrizione, in op. cit.

84              R. Roversi, Discorso introduttivo alle Descrizioni in atto, in «Paragone-Letteratura», n. 182, 1965.

85              Cfr. R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (disco con Dalla), LP, DPSL 10583, RCA, Milano 1973; Anidride solforosa (disco con Dalla), LP, TPLI 1095, RCA, Milano 1975; Il futuro dell’automobile (disco con Dalla), LP, TPLI 1202, RCA, Milano 1976.

86              G. Scalia, La vita è rumore (lettera, a Roversi), in «Lucio Dalla», Savelli, Roma 1977, pag. 120.

87              Premessa di Roversi al Futuro dell’automobile citatada G. Scalia (Cfr. G. Scalia, La vita è rumore (lettera, a Roversi), in op. cit., pag. 122.

88              R. Roversi, Lo sterminato vocìo delle canzoni in «Lucio Dalla»cit., pag. 18.

89              R. Roversi, Anidride solforosa (Le parole incrociate), in «Lucio Dalla» cit., pag. 64.

90              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Un’auto targata«TO»), in «Lucio Dalla», cit., pag.42.

91              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Grippaggio), in «Lucio Dalla» cit. pag. 49.

92              R. Roversi, Il giorno aveva cinque teste (Carmen Colon), in «Lucio Dalla» cit., pag. 57.

93              R. Roversi, Il futuro dell’automobile (Il motore del duemila), in «Lucio Dalla» cit., pag. 78.

94              R. Roversi, op. cit., ibidem.

95              R. Roversi Il futuro dell’automobile (Intervista con l’avvocato), in «Lucio Dalla» cit., pp. 81-82.

96              Cfr. la Conversione introduttiva a cura di G.C. Ferretti premessa a R. Roversi, I diecimila cavalli, Ed. Riuniti, Roma 1976, pag. XVII.

97              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. X.

98              Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XII.

99              R. Roversi, op. cit., pag. XIX.

100            R. Roversi, op. cit., pag. 8.

101            R. Roversi, op. cit., pag.15.

102            R. Roversi, op. cit., pag. 18.

103            Del resto per Roversi «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione – cioè quel bisogno di cambiare rovesciando gli schemi» (Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XIV).

104            Cfr. G. Lukàcs, Teoria del romanzo, Garzanti, Milano 1974, pag. 191.

105            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XV.

106            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XX.

107            R. Roversi, op. cit., pag. 76.

108            R. Roversi, op. cit., pag. 72.

109            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 73.

110            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 74.

111            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 78.

112            R. Roversi, op. cit., pag. 147.

113            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 167 («Nicotera comandava i persiani, la frangia dei persiani piovuti chissà dove i quali cingevano con un cordone ombelicale (era un ombrello atomico, scrivevano i giornali e i fogli ufficiali in pagina prima) la cintura extra-cittadina entro cui era compresa la fabbrica») e pag. XVII («I persiani? (…) qua vengono associati al brivido cupo dell’oppressione, al mare della sorpresa violenta, al rancore, a un certo odio che fa male e a tutto ciò, insomma, che non si vorrebbe più vedere come esercizio criminale e lubrico del potere»).

114            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 139-140 («Il fagiano dorato la guardava con «l’aria che non era neppure ironica ma soltanto paziente-impaziente, meravigliata. (…) Sopra c’era la giustizia che uguale e uguale, così leggera, volava pigolando contro le pareti, batteva le ali cascava sfiorava il soffitto ecc.; c’era lì l’emblema ammaccato di bilancia e Giove, o di Giove e bilancia (…) L’altro fagiano più in carne, un fagiano da ingrasso, col testone zigrinato come i bulloni della Honda approvava e intanto si rosicchiava un’unghia») e pag. XVII («I fagiani dorati? (…) Qua stanno come i rappresentanti della giustizia ingiusta, della ingiustizia gabbellata e lacrimosa, dei fescennini calibrati e rigorosi della giustizia ufficiale, che si tramuta e recita, è ironica o lacrimosa, suggerisce o colpisce, invoca e reprime»).

115            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. 113-114 («Questi fiumi confabulavano sotto sembianza umana, uomini di grandi piedi, di piccole mani, di occhietti, di nasi adunchi; uomini dalla grande bazza (…) Lete l’oblio, Flegetonte il fuoco, Cocito il lamento, Stige l’odio, Acheronte il dolore sorseggiavano il vino cotto di Grecia dai bicchieri appannati») e pag. XVII («I fiumi infernali? qua sono i cinque rappresentanti di un potere economico»)

115bis       Cfr. F. Piemontese,«Roberto Roversi (I diecimila cavalli)», in Novecento IX, Mazzorati, Milano, 1980, pag. 8733.

116            Cfr. R. Roversi, op. cit., pag. XIII («Il discorso sull’amore, sul sesso, sulla paura della morte, inesistenti nel realismo spiritato di tanti anni, vanno recuperati uno per uno, collocandoli in una diversa disposizione che ci consenta di sentirli, direi: di risentirli, subito come nostri e come parte di una vita ritrovata»).

117            R. Roversi, op. cit., pag. 8.

118            R. Roversi, op. cit., pag. 221.

 

 

 

Periferia, rivista quadrimestrale di cultura, anno VI, n. 18, 1983.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Chiara Bensi e Nicoletta Defranceschi)

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Francesco Graziano
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Periferia, rivista quadrimestrale di cultura
  • Anno di pubblicazione: anno VI, n. 18, 1983
Letto 2977 volte