I diecimila cavalli

Dopo dodici anni da Registrazione di eventi, Roberto Roversi pubblica I diecimila cavalli. Ma il silenzio del poeta e narratore bolognese, fondatore di «Rendiconti» e collaboratore di «Officina», era stato spezzato nel 1970 da una raccolta di poesie, La descrizione in atto, ciclostilata e distribuita a chi ne avesse fatto richiesta, dallo stesso Roversi, e della quale mi piace conservare la copia.

Nella «conversazione introduttiva» al nuovo romanzo, Gian Carlo Ferretti ricorda quest’atto di protesta di Roversi nei riguardi dell’editoria borghese, gliene chiede il motivo e gli chiede anche perché abbia affidato invece I diecimila cavalli alla pubblicazione a stampa tradizionale.

«La scelta del ciclostilato, allora – risponde Roversi –, voleva essere non tanto un rifiuto dell’industria editoriale ma la ricerca, grezza fin che si vuole, di un nuovo canale di distribuzione della comunicazione; un canale diretto, meno viziato da consumo o da ogni ingorgo programmato».

Fu certamente un evento che pose molte cose in discussione e mosse acque troppo stagnanti e supinamente accettate, evento che ebbe come protagonista, fra gli altri, anche Andrea Zanzotto, che pure aveva ed ha uno degli editori più affermati.

Quanto alla pubblicazione presso gli Editori Riuniti del nuovo romanzo (un brano del quale fu pubblicato su «Nuovi Argomenti» nel 1966), Roberto Roversi afferma che si tratta di un semplice scambio: di dare quello che uno ha alla «parte giusta» che glielo richiede.

I diecimila cavalli è un romanzo difficile e lo stesso Roversi riconosce la difficoltà di approccio da parte del lettore. Anzi egli puntualizza che più che un romanzo difficile si tratta propriamente di un romanzo «denso», nel quale è difficile penetrare a una prima lettura. E «con onestà e un po’ di utile autoironia», propone un suggerimento al lettore: «leggete il libro prima di acquistarlo». Ma, a questo proposito e al di là della battuta di Roversi, s’impone una questione di carattere generale: se il lettore-fruitore vuole considerarsi adulto, cioè non più colui che perde alcune ore al giorno a leggere le pagine di un romanzo, se egli desidera partecipare attivamente e dall’interno alla storia che lo scrittore (non più demiurgo) gli propone, deve affrontare la lettura e seguirla con la maggiore partecipazione possibile, deve ritornare sul testo, deve meditarlo, deve, se sarà necessario, rileggerlo. Allora ecco che le incongruenze, i vuoti, gli scarti fra un momento narrativo e l’altro non saranno più tali, o saranno riempiti dalla sua partecipazione intelligente e razionale. Perché il romanzo, genere composito, è opera altamente e fondamentalmente razionale che impegna e provoca la ragione del lettore e la sollecita continuamente, o almeno così dovrebbe essere!

Nei Diecimila cavalli non c’è una trama precisa nel cammino dei due protagonisti (Marcho Marcho e Fraulissa) tesi alla ricerca e alla conquista di una nuova forma di vita. Sentimenti ed eventi politici, situazioni e personaggi (importanti anche i minori: Nice il tedesco, Nello Savore il rivoluzionario «puro», il calabrese ed altri) sono tutti protesi ad un futuro considerato «non come uno zero, ma come un processo che si apre e che si può seguire – aprendosi la strada col machete». Nel contesto più vasto, che affronta temi ingiustamente ritenuti deteriori e reazionari (amore, sesso, paura della morte), si incunea la storia d’amore di Marcho Marcho e Fraulissa: «una storia ellittica», la definisce Roversi, piena di dubbi e contraddizioni, resa senza il timore di cadere nello scontato, nel banale. (Ed è interessante che – notazione personale – il mio romanzo che uscirà prossimamente abbia per titolo Cronaca ellittica, stabilito da me prima che mi capitasse fra le mani il romanzo di Roversi!).

La tesi fondamentale che Roversi ribadisce è che «non è la rivoluzione che deve recuperare l’uomo, ma è l’uomo che deve recuperare la rivoluzione – cioè quel bisogno di cambiare rovesciando gli schemi». E se vogliamo questa «rivoluzione», se aspiriamo a questo progresso, dobbiamo abbandonare le vecchie utopie e, rivivendole e sperimentandole, rinnovare tutte le cose: «Questi sono anni nodali, anni terribili e aperti, nei quali siamo richiesti di vivere con coraggio, senza riposo, ciascuno disposto a collaborare per trovare strade nuove, nuove idee, metodi nuovi, nuove risposte. Le domande infatti sono già state poste: sono lì che aspettano». Come fa Marcho Marcho (indicativa la ripetizione del nome) il quale sceglie e tenta sempre mezzi nuovi (Roversi dice: «semplicemente si sta rovesciando la pelle») e «non si finge diverso da quello che è; ha il coraggio di non rifiutare mai la propria implicazione di classe e le relative contraddizioni».

E Marcho Marcho parte da una vita comune, banale (la casa, la moglie, il lavoro) per sperimentare, per cercare, pronto ad affrontare contrattempi e incomprensioni e le lotte contro una «condizione umana» che gli ultimi anni dal 1968 in poi ci hanno dato, con le implicazioni anche culturali e politiche e sociali e morali, perché «qualcosa merita di essere fatto».

Da I diecimila cavalli traspare chiaramente l’evoluzione di una classe sociale continuamente in movimento, tesa a conquistare una funzione diversa e più completa. E ci si spiega allora la definizione di «libro di movimento – un movimento goethiano – che è sempre un desiderio di conquista oltre che di ricerca».

 

 

 

La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 23 luglio 1976.

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato: Sofia Gardi e Giovanni Vaccari)

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Nino Palumbo
  • Tipologia di testo: recensione
  • Testata: La Gazzetta del Mezzogiorno
  • Anno di pubblicazione: venerdì 23 luglio 1976
Letto 1200 volte