Una rubrica non basta

C’è modo e modo di porsi di fronte a una città e ai suoi pregi e difetti. C’è il modo campanilistico di esaltarne incondizionatamente i pregi e c’è il modo lesionistico di denunciarne inappellabilmente i difetti. Il modo scelto da Roberto Roversi su queste colonne, in una rubrica che da qualche tempo ci offre intelligenti osservazioni e pertinenti rilievi sulla vita associativa a Bologna è, secondo il mio parere, il più indovinato e utile.

Roversi ci propone una lettura particolare della nostra città, una specie di controllo fisico tattile dell’uso di questa citta (che per determinati motivi si trova a svolgere un ruolo di città-modello) da parte dei suoi abitanti o meglio dei suoi utenti. E con garbo ci indica i motivi critici che contrastano, e a volte impediscono, il pieno svolgimento di questo ruolo: il trasporto pubblico, che non, favorisce la partecipazione serale dei cittadini alle varie iniziative culturali: la cineteca comunale, che non cura a sufficienza il servizio e la durata delle proiezioni al cinema Roma; l’emarginazione della cultura contadina della città; la concentrazione esagerata di sedi bancarie in vaste zone del centro; la conseguente carenza di luoghi d’incontro per consentire ai cittadini di esprimere i propri sentimenti, oltre che provvedere alle proprie scadenze bancarie.

Attraverso questa lettura critica della città, Roversi propone, in effetti un dialogo con tutti, per non fermarsi a constatare i difetti ma trovare insieme i modi di superarli. Purtroppo la sua tenacia è rimasta finora inascoltata e il dialogo è rimasto un monologo. Ed è un vero peccato, perché, rimanendo allo stato di denuncia, il discorso si ferma a metà strada. Io tuttavia non credo che questo silenzio sia dovuto ad indifferenza del pubblico o ad un muto dissenso. Penso piuttosto che sia la brillante dote espositiva di Roversi ad intimorire i suoi lettori, consigliandoli a rinunciare ad un confronto letterario con lui.

Per questo propongo un esperimento: che sia lui stesso a rispondere ai suoi quesiti, proponendo i rimedi ai difetti denunciati.

La sua rubrica «Chi comunica che cosa e come», ad esempio, potrebbe essere alternata ogni volta da un’altra rubrica intitolata, poniamo: «Chi non comunica e perché» dove potrebbero essere descritti i vari impedimenti e le difficoltà, vere o presunte, secondo il giudizio dell’autore, che si incontrano a risolvere i vari problemi.

Mi rendo conto che questa proposta, nella misura in cui si sottrae ai lettori la facoltà di intervenire direttamente, costituisce un invito a disertare una battaglia, sia pure letteraria. E come tale va respinta. Ma la conseguenza sarebbe che al posto di una sola rubrica di Roversi, ne avremmo due. E questo è un risultato troppo gradevole per lasciarcelo sfuggire di mano senza neppure soffermarci un attimo a valutarne l’opportunità.

 

 

 

l’Unità, martedì 27 gennaio 1976.

 

 

 

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