Il libro della settimana. “Registrazione di eventi”

Nel secondo romanzo di Roversi già il titolo ha un suo preciso significato: i fatti, caotici e anonimi, vi sono divenuti eventi, cioè disegnano un destino, sono stretti da una necessità che tuttavia rimane estranea, nel suo fondo, al protagonista di questa singolare cronaca narrativa.

 

Nella fiera delle premiazioni e dei riconoscimenti pubblici, nelle recensioni e segnalazioni mi sembra che, tutto sommato, «Registrazione di eventi», il romanzo di Roberto Roversi stampato da Rizzoli (secondo dell’autore: preceduto nel ’59 da «Caccia all’uomo» che ritrascriveva la diretta esperienza di guerra su un canovaccio o schermo storico: il brigantaggio politico borbonico contro i francesi in Calabria, all’inizio dell’ottocento), non abbia ricevuto il consenso che meritava. Una lettura (o rilettura) distesa, fuori della fretta giornalistica, dovrebbe permettere di sistemare al suo giusto posto il romanzo di Roversi che è, con tutta probabilità, il libro di autore italiano giovane (Roversi è nato a Bologna nel 1923, laureato in filosofia vi dirige una libreria antiquaria) più interessante di tutta la annata.

Già il titolo ha un suo preciso significato: i fatti, caotici e anonimi, vi sono divenuti eventi, cioè disegnano un destino, sono stretti da una necessità che tuttavia rimane estranea, nel suo fondo, al protagonista, Ettore, e al narratore. È vero che, come accade in tutto un certo filone di narrazioni moderne, il confine fra il personaggio e il narrante, anche quando, come qui, venga usata la terza persona, è labilissimo, anzi continuamente spostato (o ambiguo) per un effetto deliberato: ma in «Registrazione di eventi» direi proprio che esso rimane ancora percettibile e contribuisce a dare una particolare intonazione al romanzo: il narratore è l’ombra di Ettore, che si è caricata del suo stesso sforzo di vivere in qualche modo, ma cui è stato deferito in più il compito della registrazione della necessità, un compito che, per una particella infinitesimale, la distacca. Al limite, la vera identificazione Ettore-narrante avrebbe dovuto portare al silenzio e alla morte, non già perché Ettore non abbia coscienza di quanto accade intorno e soprattutto dentro di lui, ma perché in lui questo grumo non può arrivare all’espressione. È l’«altro Ettore» (È il fischio di Ettore che pensa a se stesso, parla a se stesso, confabula, vive con sé, confidente, figlio, padre a se stesso amorevolmente: in uno stato di soggezione, di crudeltà delirante, di severità opprimente, di condiscendenza, di ricatto sentimentale, di persecuzione e assoluzione…») a parlare, a fare romanzo, a registrare le linee di questo destino e, come figlio-padre, a distaccarsi inevitabilmente: alla fine, con tutta la sua pietà e impotenza, assomiglia al vecchio infermiere che assiste, senza poter far nulla, alla morte di Ettore in una autolettiga bloccata dal traffico dei gitanti domenicali.

Questo minimo (ma esistente) distacco fa sì che nella scrittura di «Registrazione di eventi» non si trovi nessun mimetismo linguistico, nessuna identificazione di un «tipo» o di un ambiente attraverso il linguaggio; al contrario direi che questo è, come scelta, tutto un linguaggio «alto», che non significa affatto aulico, ma che allude piuttosto a una qualità di tensione astratta. Certe   insorgenze più risentite («omo», «ingrippo da titillare», «ismita», «sgrasié») hanno un semplice valore di spezzatura della tensione stessa; certe formule liricizzanti («la luce fatta impalpabile dalla tenerezza consumata del giorno ingrigiva alzando l’ombra dalle cantine delle case») rappresentano dei rischi-limite ma per lo più controllati.

Semmai la citata tensione astrattiva, che corre proprio sul filo del coltello, ha la sua controspinta salutare in un frantumarsi della frase ora ironico ora quasi folle, fino a una sorta di ecolalia terribilmente seria, dove il linguaggio tenta fisicamente di liberarsi dalla strozzatura feroce del reale: «Scavalchiamo la banca gentilissimo oh dottore, dottore dei miei stivali, macaronico, economista eccelso, conoscitor di scienze, addestratore di uomini, sapiente domenicale etc.»; «L’alba mezza smorta nell’aria, un’alba mezza smorta, sul fiume un’alba stesa nel suo letto defunta…». Inoltre mi pare si debba dare in questo senso (cioè nel senso della correzione dei pericoli di quel tono «alto») un rilievo alla disposizione tipografica della pagina, che a tratti passa da una prosa «ininterrotta», a una struttura a incastro, a una imitazione visiva (a un desiderio represso) di versificazione. Questa strutturazione della pagina non riporta tanto alla vieta immagine di una partitura, piuttosto a quella di una scheda perforata che situa anche spazialmente le sue registrazioni.

Effusione e repressione (controllo) in una continua, nuda coscienza di necessità, mi sembrano i termini in cui si muove questo bel libro di Roversi. Ma il termine più sopra indicato di «astrazione» non deve indurre in errore: quella necessità è concreta, circostanziata nei nostri anni, dunque una necessità storica, venuta fuori dalla guerra, dalla bomba di Hiroshima, dalla Resistenza tradita, dalle infinite speranze capovolte: non per nulla una chiave è Schumann, il tedesco già sconfitto e ora ricomparso o Gropius, l’unico superstite di una razzia nazista. Del resto intorno a Ettore si annoda una vicenda ben concreta, di interessi radicati nella realtà del «miracolo economico italiano»: le difficoltà in cui si trova il suo commercio, la fatica a vuoto per trovare un credito nelle banche, l’esosità serena e del tutto sorda della madre etc.

Appunto la prima parte del libro, con i tentativi tutti frustrati di salvarsi economicamente senza perdere di dignità, nello splendido squallore degli uffici bancari, dentro una città arrostita dall’estate, è eccellente proprio per la penetrazione e la puntualità raffigurativa di una realtà economico-sociale. Ma «il mio insuccesso non nasce dalle circostanze… Mi par d’intendere alle volte, come una estrema ragione, come la verità di un patimento storico (e non arrivato) che è la situazione del mondo che costringe al fallimento». Non c’è nessun salto astrattivo in questo ricollegare l’incidente singolo a una necessità dolorosa più vasta. Se si pensa che Roversi è stato, con Pasolini e Leonetti, l’animatore della rivista «Officina», si può capire come il mondo di cui qui restituisce la paurosa strozzatura sia il mondo, ben preciso, che ha a che fare con noi ora.

Ettore muore in un incidente senza riuscire a estrarre la sua vita, diciamo: la vita, dal nodo che la contraffà: e proprio il blocco finale di pagine è forse il meno felice, abbandonato a una rievocazione più facile, ai pericoli del «tono», che erano stati meglio controllati prima. Ma malgrado questa riserva, che si avanza proprio in vista della serietà globale del libro, «Registrazione di eventi» è un’opera sulla quale il critico o meglio: il lettore si sente spinto a impegnare tutto il proprio consenso.

 

ROBERTO ROVERSI. Registrazione di eventi. Rizzoli, Milano, pagg. 204, L. 2.000.

 

 

 

La Fiera letteraria, giovedì 31 dicembre 1964.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Giuliano Gramigna
  • Tipologia di testo: recensione
  • Testata: La Fiera letteraria
  • Anno di pubblicazione: giovedì 31 dicembre 1964
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