Un voto, cento, mille

Si può partire da una affermazione (qualunquistica) che si sentiva in passato e si sente anche oggi annunciata, da varie persone con tono di insofferenza e di risentimento: “Io proprio non voto”, oppure “cosa serve votare? tanto le cose restano come sono” o anche “la politica è una cosa sporca”, “i politici sono arruffoni o disonesti”, “non c’è più niente da fare”.

Sono alcune fra le lamentazioni che si distribuiscono in giro, appoggiandole a dure delusioni.

D’altra parte si può, anzi si deve ricordare come dai gruppi schierati all’estrema sinistra, nelle passate elezioni, denunciando inversioni, involuzioni o autentici tradimenti dei partiti della sinistra storica, si consigliava con decisioni e strenue argomentazioni, ai propri militanti o simpatizzanti di non votare: o nel caso non si volesse e non si potesse, di votare scheda bianca. L’esercizio del voto veniva svuotato ad atto desueto, privo di qualsiasi contenuto politico: di qualsiasi contenuto realisticamente politico.

Allora, questa volta, perché votare? (prima ancora di domandarsi per chi votare). Si deve credere che con questo esercizio “sociale”, che si ripete a scadenze, noi possiamo incidere sulle e nelle scelte ufficiali e così modificare l’apparato burocratico-politico che sta succhiando da decenni il nostro sangue? Dobbiamo e possiamo credere che si possano rimuovere, senza ulteriori inganni o perdita di tempo, i personaggi che hanno massacrato questo Paese? I gaglioffi che manomettono ogni cosa e la inaridiscono e quei tali che esercitano una arroganza criminale come unico supporto alle loro pubbliche imprese? Che si possano togliere da sotto i piedi dei baroni della burocrazia e del governo e degli enti di Stato (un coacervo di privilegi e prebende) le agevolazioni e le prevaricazioni che condiscono le giornate e scandiscono il ritmo dei loro affari e dei loro pensieri? Se ciò è in qualche modo possibile, è possibile che lo sia col mezzo organico e ordinato del voto, di un voto, di questo voto? Senza dover attingere al pozzo inestinguibile della rabbia come a una rivalsa? Siamo prossimi a una scadenza elettorale che ha di fronte problemi di enorme gravità. È dunque giusto presumere che con l’esercizio del voto si possa obiettivamente incidere (come dicevo) sulla realtà e spostare finalmente e in modo risolutivo la prospettiva deterrente della fanta-politica in atto? Che la banda degli alligatori che guazzano negli acquitrini italiani possa essere debellata? Che si possa voltare pagina ricominciando dal nuovo? Ecco un mucchio di domande ansiose ma realistiche, urgenti ma ancora abbastanza caotiche, in quanto dettate dalla ricognizione negativa di una realtà sociale che sconvolge e dunque dalla necessità, per sopravvivere, di cambiare le cose.

Eppure questa volta (lo indico come prima considerazione) anche i gruppi schierati all’estrema sinistra, teorizzatori – come ho ricordato – del non voto o della scheda bianca, oggi sono passati alla convinzione di accettare il giuoco delle parti politiche e di entrare in campo. Dicono: in questa occasione votate e votate per noi. Segno è che il voto assume (e per loro torna ad assumere) non solo un significato di rottura, ma di possibile modificazione della realtà e comunque un’incidenza determinante o notevolmente interessante. È segno che l’atto del voto e il voto in quanto tale hanno un peso che può e deve determinare una inversione di tendenza (come si dice), io direi un rovesciamento di questa tendenza, per modificare, spostare, allontanare, ribaltare, affossare la situazione in atto non più tollerabile. Quindi è segno che il voto, ancora una volta, è e può essere un atto politico, un atto determinante e anche rivoluzionario di politica. Un atto di politica diretta, non di delega. Un atto di gestione non di affidamento; una riappropriazione di potere reale, di potere autentico, di potere sovrano. Ma anche rileggendolo in questo modo, il voto può essere ulteriormente scomposto o “rivisitato” dall’analisi. Direi così: rassicurati che bisogna votare perché il voto conta e pesa, si può tuttavia concludere: io voto per, oppure io voto contro. Intendendo per questo verso: questa volta mi sposto non per convinzione dei miei nuovi amici ma esclusivamente per fastidio o stizza dei vecchi, per insoddisfazione contro di loro non per avere trovato un consenso o un approdo diverso, quindi modifico soltanto il tiro per ragioni contingenti, come un episodio circoscritto e mediato in quanto i vecchi amici mi sembrano soltanto intristiti e ingrigiti, magari impigriti; e io mi muovo e non attendo. Muovo solo la mano e intanto ci lascio il cuore o la mia memoria. Oppure, per un’altra aggiunta e per un altro piano di valutazione: è tanta la mia perplessità che questa volta ti voto contro, scelgo il tuo avversario, non m’importa altro che nuocerti o svergognarti. Vorrei insomma che tu, sul momento, ma per un solo momento, scomparissi. Sono queste le scelte d’istinto o umorali che non propongono in sostanza alcuna modificazione nella realtà.

Ricapitolando a questo punto, è perfino ovvio ribattere che si deve esercitare il voto come “uno” dei diritti democratici; che si deve scegliere “nel” voto di promuovere e avviare un rinnovamento o un capovolgimento di tendenza e di esercitare inoltre un “dovere” diretto (cioè immediato) che non si esaurisce nel compierlo ma che, al contrario, nel compierlo comincia e si avvia e si prolunga; un dovere dunque che esige, per rendersi valido e utile, la conseguente e persistente sorveglianza in ordine alla realizzazione dei mandati assegnati e una partecipazione assidua nel senso dello stimolo a che le cose non ancora decise siano finalmente discusse e programmate. In altre parole una gestione democratica, cioè diretta, al potere – nelle singole situazioni. Gestione, non partecipazione soltanto.

Cosa voglio concludere? Ripetere (riconoscendo che le affermazioni sembrerebbero ovvie se non si rendessero necessarie per il fatto molto semplice che vengono subito e sempre accantonate e disperse non appena esaurito il ritualismo della propaganda elettorale) che l’esercizio della democrazia è un impegno faticoso per tutti, che la libertà è difficile da ottenere ma anche da difendere e da preservare, e perciò esige sacrifici e anche autentico dolore; e richiede attenzione da tutti in riferimento ad ogni atto e fatto. Questa attenzione, che non si può rimandare, comporta la necessità faticosa (e anche dispendiosa) di non accontentarsi della distorsione o eccentrica informazione televisiva ma di cercare e seguire l’informazione giornalistica da più parti, per una verifica delle proprie idee e un confronto con gli altri. Un atto necessario, indispensabile per l’igiene mentale. Questa scelta comporta l’impegno di riappropriarsi della politica come di una necessità, che parte da un diritto e si traduce in un dovere; e non come un incubo, non come una fatica inutile o un impegno destinato a immancabili delusioni. Questo obbligo, questo impegno nella gestione diretta (e nell’attenzione critica) sono l’elemento di fondo per svelenire una situazione generale al limite del collasso.

Come ho detto e voglio ripetere: stiamo attenti a difendere con attenzione anche cattiva il bagaglio della nostra vitalità, che è progetto di fare il futuro e di compiere cose e cose; ed è bisogno di impegnarci e scegliere e scontrarci e rinnovarci nella ricerca della novità critica, del confronto preciso, delle scelte da compiere. Gli altri giochino pure sul fumo e sul grigio, sulla lacrima perduta: noi non cediamo al lassismo e al rimando isterico degli impegni.

Con questo voto, che è un voto “attivo” in una situazione sì d’emergenza ma straordinariamente aperta alla giustizia, alla novità, all’onestà e alla giovinezza, dobbiamo scegliere di cancellare subito le pubbliche vergogne, di togliere dalle mani dei capoccia ogni altra possibilità di lucro, di orrore o di sofisma e di consegnare alla gestione popolare il potere della cosa pubblica, perché sia scrostato e riproposto senza più ombre alla considerazione di tutti, soprattutto dei giovani. Ecco cosa si può fare con un voto, con cento voti: si può spazzare via una vergogna. E si può ripulire il prato di casa nostra.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 4 giugno 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 4 giugno 1976
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