Il gorilla mansueto della canzone italiana

Adriano Celentano mi interessa come personaggio. Il cantante? Sì, è anche un cantante. In una intervista del 1964 ha detto: “Mi piace la montagna e la solitudine dei boschi. Potrò pensare in pace. Il bisogno di solitudine – dunque – come modo per non perdere il contatto con se stesso. E il bisogno, da dire in pubblico ma da esercitare anche in privato, di restare a contatto con se stesso; di non perdersi di vista. Ma poi – contemporaneamente – emerge da lui il bisogno, che è una necessità, di vivere in gruppo, sempre con lo stesso gruppo, sempre con la stessa gente, sempre con le stesse facce, per non patire quella solitudine che lo metterebbe, è inevitabile, in un contatto duro e non refrattario con se stesso. Gli occorre un filtro, per depurarsi.

Ha cantato: “Io t’amo, t’amo, t’amo o ho o-o / questo è il primo segno o-ho / che dà / la tua fede nel Signor / nel Signor / nel Signor / La fede è il più bel dono / che il Signor ci dà…”. Ha più volte ripetuto che va a messa ogni domenica ed è puntuale nelle pratiche della fede. Ha fatto miliardi ma non sembra attaccato al denaro in modo forsennato. Infatti dicono che sia generoso con gli amici. È nato nel ’38; il suo primo trionfo è nel 1957. Ha dunque 43 anni ed è sull’onda da 23 anni. Sull’onda alta.

Ma chi è, sul serio, questo Celentano? Il suo ultimo film “Il bisbetico domato”, programmato lo scorso anno e ancora in circolazione a sale piene, ha battuto ogni record di incassi. Nel 1958 vince un festival non di Sanremo ma di Ancona, in una settimana vende trecentomila copie della canzone Il tuo bacio è come un rock. Aveva esordito, con successo strepitoso, l’anno precedente al primo Festival nazionale del rock and roll, al Palazzo del ghiaccio di Milano, con la canzone Ciao ti dirò.

Ma chi è questo Celentano? Forse ormai una maschera? Forse ancora e sempre il “molleggiato”, come lo definì fin dal principio il ballerino e amico Bruno Dossena? Nato a Milano da piccoli-borghesi immigrati dalle Puglie; orfano presto del padre; esauriti in fretta molti tentativi di mestieri, da idraulico a meccanico motorista, ad apprendista commesso in un negozio di orologeria, la vita di Celentano è stata dedicata a cantare, ininterrottamente. Il lavoro di cantare dura ormai da un quarto di secolo. Con successi travolgenti fin dall’inizio, dopo poche prove. Nel 1960 vince a Sanremo con la canzone 24.000 baci; nel 1963 per il suo spettacolo allo Smeraldo di Milano più di duemila giovani restano fuori dal teatro. Ma già nel 1959 Fellini l’aveva voluto nel cast della Dolce vita; e solo pochi rapidi momenti di un declino apparente (ai tempi del successo improvviso di Rita Pavone o quando arriva anche in Italia l’alluvione dei Beatles).

Ma riemerge presto, con astuzia determinata dentro l’apparente indolenza e indifferenza. Ha detto una volta: “Quando il successo finirà sarò triste per un quarto d’ora. Poi troverò un’altra cosa che mi diverta. Ma non ho mica tanta voglia di lavorare. E invece lavorare gli piace; fare cose diverse gli piace; cercare di organizzare il lavoro nei modi più svariati; trovarsi fra gli amici sul lavoro. Ha detto in un’altra occasione: “Mi sarebbe piaciuto fare quello che ha fatto Gesù: andare sulle spiagge in riva al mare, in cerca di apostoli”. È sicuramente un personaggio del nostro tempo; furbo (più che acuto); istintivo (più che sottile e previdente) ma attento a ciò che capita intorno; o comunque, all’erta su quello che vuole fare e deve fare. Una sua frase è esemplare “Bisogna ragionare prima di fare qualcosa”. Nel 1958, quando girava la pianura padana col complessino chiamato “I ribelli”, cantava: “Io sono ribelle e non mi piace / questo mondo che non vuol la fantasia”. Ma poi sosteneva di non capir nulla di politica (“Non me n’intendo di politica”); salvo dichiarare pubblicamente di votare per i liberali e di amare Gesù.

Molti l’hanno accusato di qualunquismo, di disimpegno grossolano, risvolto interno di quell’aspetto di mansueto gorilla, come è stato scritto, posseduto da una carica di sex appeal volgare, plebeo.

Volgare – dico io – nel senso del popolo incavolato, ma mai ripugnante, mai insulso. La sua voglia di libertà personale, magari interessata, infatti l’ha sempre riscattato da cadute troppo improvvise, troppo in profondità; e la sua furbizia popolana, alimentata da un’attenzione, da una curiosità continuata per la realtà effettiva, cioè per tutta la realtà e non solo per quella ufficiale, l’ha preservato dal perdere il contatto con le richieste del pubblico, con le domande della gente. In bilico continuo fra l’approssimazione e una verità – una certezza raggiunta – che potrebbe poi mostrarsi troppo facile per essere degna di attenzione, riesce a comporre esercizi di conciliazione degli opposti, tali da fare invidia a politici consumati.

Preferisce far ridere sorridendo, piuttosto che far lacrimare o far pensare per convinzione; anche se varie volte tocca, con successo popolare, la corda dei sentimenti. Di tutti i sentimenti. Con scalcinata genialità. Ha cantato agli inizi una canzone esemplificativa nella sua maligna ambivalenza: “Donne e motori / son gioie e dolori” poi è passato a declamare: “Nel nome di Gesù / voi non piangete più” rivolgendosi ai piccini picciò nella canzone intitolata Bambini miei. Oggi è di nuovo forte come un toro; abbastanza impavido e ironico, anche se si dichiara inquieto (non incerto) dentro a una realtà da cui non si lascia travolgere; anzi riesce a passarci in mezzo. Una domanda: perdiamo forse tempo a parlare in filigrana di un personaggio che spesso sembra rozzo fino all’irritazione?

Rispondo che questo è un personaggio del nostro tempo e se cerchiamo di capirlo, di capire la ragione del suo successo che dura, capiamo qualcosa di più anche di noi. Magari appena un poco poco poco. Ma certo qualcosa di più. Quindi vederlo (ascoltarlo) non fa male. Ascoltarlo con le orecchie, oltre che con gli occhi. Credo che da più di vent’anni Celentano canti, con istrionismo istintivo quindi originale, sempre la stessa canzone. Stessa musica, stesse parole. Ma senza annoiare, perché – con sottili artifici – la sua maschera svaria. Anzi, dico meglio: si adatta. Tanto che lo credono di volta in volta diverso. Un personaggio, ripeto. Ah, è astemio.

 

 

l’Unità, 1 marzo 1981.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 1 marzo 1981
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