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Desidero premettere a questo manipoletto di note sui nostri fatti (note in verità quasi private) una citazione, abbastanza lunga ma pertinente, da Huberman e Sweezy (Cuba, anatomia di una rivoluzione), che ho sempre ricordata: «L’esperienza di governo in Cuba è stata tradizionalmente esperienza di malgoverno, sfruttamento, ruberia. Lungi dal risolvere i problemi del paese, il governo stesso è stato uno dei peggiori elementi di un sistema putrido. Fra i grandi vantaggi dei giovani uomini e donne che combatterono e vinsero la rivoluzione, c’era quello che essi non avevano invece nessuna esperienza di governo, che essi disprezzavano la classe irrimediabilmente corrotta che aveva avuto una tale esperienza, ch’essi erano infiammati da un’ambizione divorante di fare le semplici e ovvie cose che dovevano essere fatte per sollevare i loro concittadini dalla miseria in cui trascinavano le loro vite. Semplici ed ovvie cose, come ridurre i prezzi imposti dai profittatori [ecc.]. Semplici ed ovvie cose? Sì, mille volte sì. Non c’è bisogno di nessuna profonda raffinatezza economica, di nessuna iniziazione nei segreti del governo o dell’amministrazione, per capire che cosa si debba fare. Quel che occorre è una simpatia per gli esseri umani, una passione per la giustizia, ed una visione non offuscata dai feticci e dalle confusioni della ideologia borghese. Tali qualità avevano in piena misura i giovani uomini e donne che facevano la rivoluzione cubana».

Si ha così un’ulteriore (e autorevole) conferma, se mai occorresse, che nessuna esperienza è condizionante ai fini dell’esercizio del potere politico: che tutto si può improvvisare o, in definitiva, inventare (proprio in opposizione alla suggestiva e capziosa tesi dei programmatori tecnologici); che la specificità che si traduce in specialismo (lo specialismo politico in senso tradizionale o professionale) è soltanto una definizione ed è una richiesta ricattatoria da parte dei detentori del potere per conservare il terreno sgombro e allontanare gli avversari – anche se ovviamente un minimo di cautela è necessaria, un quantum d’attenzione – per non assegnare incarichi o impegni esclusivamente a dito.

Essendo la bonomia (quella particolare tolleranza, superficiale, con cui condiscono gli incontri o gli scontri in un primo momento; e che serve qualche volta a tali forze per opporsi e cooptare le pressioni dei gruppi esclusi dal potere, da ogni potere) una mistificazione in atto che non si risolve in alcuna verifica reale (se non nella malafede del preopinante) mentre in effetti consente ai gruppi delle persone reali (che sono queste e quelle) un privilegio generalizzato e pressante (nel senso di una prevaricazione economica, ideologica, fisica addirittura).

Se sei buono sta buono; altrimenti non è possibile, nella pacifica convivenza e connivenza del sistema che non vuole scosse (almeno, non vuole subirle), tollerare un tipo di pressione anomala che produce disarmonia, nel contesto, e intorbida le acque. Questo delle acque intorbidate è un motivo ridondante del potere (ripreso con una corona di argomentazioni anche recentemente dai vari ministri polizieschi); ed è il richiamo, molto solleticante, con cui si tenta di risvegliare l’indifferenza, il languore dei benpensanti nei momenti di maretta. Attentano alle istituzioni (dicono), cercano di rovesciare tali istituzioni (dicono); dunque teppisti, cioè personaggi indefiniti o maldefiniti, non collocabili o malcollocabili, anarcoidi, senza una connotazione che li definisca nel panorama delle varie forze contrapposte (che poi finiscono per armonizzarsi a vicenda).

Scrivendo in altra sede che questa Italia fa schifo (ed è stato detto, meglio, che «non ci può essere alcun ghetto d’oro nella società di merda»; Mauro Rostagno, Anatomia della rivolta) intendevo proprio indicare (sia pure dalla solita posizione miserella e protestataria) l’impossibilità di reperire almeno una direzione organica, nell’insieme della situazione ufficiale, che potesse essere in condizione (o fosse essa stessa in condizione, in qualche modo) di intendere le nuove «necessità» (e non solo queste) che si esprimevano dal basso. Pressioni autentiche, spinte non soltanto eversive, il fastidio dell’apatia (come condizione sociale), un rabbioso anomalo e tuttavia struggente bisogno di inventare (che è molto diverso ed è soprattutto molto più nuovo che cambiare).

Un bel saggio di Saverio Moravia (La crisi della generazione sartriana, in Rivista di filosofia, dicembre ’67) consente di verificare ancora una volta, attraverso la ricognizione documentaria (e documentata) dei problemi e dei personaggi (rilevanti), come la vicenda di questo quindicennio si sia svolta da noi in un ambito ancora subalterno (mi riferisco al dibattito culturale), con ricuperi retrodatati fino alla noia e con aggiornamenti consumati con una fretta angosciosa; e ben più limitato su quello delle personalità, dei personaggi, degli uomini che dicono cose. Un libro come diario in pubblico era ed è restato un unicum da noi; insieme all’altra opera dieci inverni, che resta esemplarmente, a mio giudizio, a indicare una «punta» generazionale di alta tensione e inquietudine intellettuale.

Ma entrambi i volumi, di Vittorini e Fortini, così densi e unitari in sé, apparivano più che promotori di novità (di una qualche novità) come degli indici negativi, sia pure stupendamente disposti, di una situazione; registravano delle conclusioni, magari parziali e non degli avvii («Quello che possiamo fare, che dobbiamo fare, è cercare di essere intellettualmente onesti, vale a dire, prendere sul serio gli uomini e le idee e non criticarli se non implicitamente o esplicitamente criticando noi stessi; e non credere che le verità dei maestri proteggano i nostri errori»; Fortini). Esprimevano dei giudizi (dettagli) convalidati, meglio: contrassegnati da una «graffiante» rassegnazione alla difficoltà di progredire, pur esprimendo e cercando questa volontà («Il passato poteva essere stato un errore, il futuro era molto remoto»; idem). Difficoltà per andare oltre, per riuscire a vedere oltre la siepe. Nel senso che, mentre si andava esaurendo nei singoli e nei gruppi tale spinta resistenziale (si può dire lo spirito del quarantacinque? O, come scriveva Fortini, le illusioni del primo dopoguerra? «Diradate le illusioni del primo dopoguerra, aver noi dato ormai quanto era possibile»), si compiva il progressivo scadimento di quella tattica dell’ideologia (o ideologia tattica) che presiedeva, ambiguamente, alla praxis del partito; e a questa regressione assistevano, senza intervenire con «cauzioni» ideologiche o verifiche tempestive, tutti (tranne i pochi casi dichiarati) i personaggi della cultura gauchisante, che già si disponevano a consumare la prima delle proprie terribili (e periodiche) crisi; ormai disposti a ripetere, con Sartre, «noi non abbiamo più nulla da dire ai giovani»; e semmai accentuandola, affrettandone il processo di sclerotizzazione, con aggiunta di perplessità (per lo più d’ordine privato) e con paure, con il cavillo erudito o una rassegnazione che stabilizzava tutto il discorso culturale su un terreno in cui si compiva, si stava compiendo, l’agonia della sinistra («gloriosa, placata, la sinistra era appena entrata in quello stato d’inesorabile agonia che doveva portarla alla tomba tredici anni più tardi al suono delle fanfare militari e noi, pauvres cons, le trovavamo un buon aspetto. Dei soldati e dei politici venuti dall’Inghilterra e dall’Algeria schiacciavano sotto i nostri occhi la Resistenza, sottilizzavano sulla Rivoluzione e noi scrivevamo nei giornali, nei nostri libri che tutto andava alla perfezione»; Sartre).

Conseguì in un secondo tempo, a distrarre da tale situazione esemplificata (tipica di un’impasse) l’apparente euforia, molto simile a un rilancio psicologico, che presiedette (in vasti settori) alla instaurazione dei nuovi, o appena diversi, moduli, con cui il sistema corresse se stesso, aggiustò il proprio tiro; cioè sia pure in situazioni diverse, al gollismo francese e, facendo riferimento alla situazione italiana, alla preparazione poi all’avviamento del centrosinistra, dapprima contrastato da forze antagoniste d’ogni genere, nell’ambiente ufficiale e infine accompagnato da alcune suggestioni aperte alla speranza – occorre pur dirlo, per intendere. («Vi sono, naturalmente, molti che pur riconoscendo i pericolosi limiti a cui è giunto il mondo capitalistico, credono che sia possibile aggiustare e riformare il sistema in modo da adeguarlo agli interessi reali della società»; Sweezy, Il presente come storia).

Ma era abbastanza facile prevedere, anche in contrasto con l’opinione di amici seri che lo ritenevano possibile, che questa operazione, il cui primo quinquennio «operativo» si conclude adesso sotto i nostri occhi, a nulla sarebbe servita se non a esautorare definitivamente il socialismo in quanto tale, inglobandolo in un’operazione di potere subalterno, i cui vantaggi primari sarebbero andati a chi questa operazione aveva programmata (con una scaltrezza pari alla chiarezza con cui si intendevano e proponevano i risultati). Assumendo in ruolo subalterno i socialisti, questi programmatori politici si disponevano a perdere, anche con un piacere subdolo (o proprio come una necessità dell’operazione) le frange moralistico-teologiche – prestigiose ma inefficaci, secondo una diagnosi interna – surrogando questa defezione con appoggi e voti di generica e nuova provenienza.

D’altra parte era evidente (e necessario) che avendo estromesso queste minoranze, intendessero anche liquidare, rendendole inefficaci in ogni senso. Questa pare debba essere la prima fase (non una fase conclusiva) di un’operazione più scaltra e a meno breve scadenza, di cui si stanno già delineando i contorni. Compiuto l’omicidio-suicidio politico del socialismo, il cui cadavere imbalsamato è in bella mostra nel mausoleo delle glorie patrie (che si apre negli anniversari per inumidire il ciglio dei veterani e per rallegrare la baldanza retorica degli oratori professionali), è da aspettarsi l’avvio di un’analoga operazione di assunzione-esautorazione nei riguardi del partito operaio; operazione tattico-politica che sarà compiuta ovviamente con tutta l’accortezza necessaria e con teatrale ipocrisia; con la coscienza della difficoltà e complessità dell’operazione; ma intanto contrabbandando come al solito il proposito sotto l’ombrello del diniego, di una ripulsa risentita, della negazione pubblica di ogni possibilità di collusione e con l’esibizione dei contrasti.

È ovvio. Ma il circolo di un’operazione ventennale, che ha già fatto del governo d’Italia un regime d’Italia, non si può concludere senza che questa estrema operazione sia tentata (magari, secondo le loro speranze, conclusa) predisponendo le cose (le opere e i giorni) a una integrazione di potere che distragga, col gusto del privilegio, le tentazioni eversive – che tuttavia si vanno già sfocando. Per disporsi, almeno in un atteggiamento interlocutorio, a una simile prova, si è compiuta a sinistra la stessa operazione (gretta, politicamente) di espunzione e distacco delle frange più resistenti al riformismo e al tatticismo paragovernativo (che la linea amendoliana ha reso ufficiali). Non è una indicazione parziale. Le regioni (una soluzione utilitaristica di sottogoverno e di potere, senza alcuna efficacia ai fini specifici) saranno, e dovranno essere, il banco di prova per la realizzazione di questo progetto a cui dobbiamo prepararci – e contro il quale è urgente impegnarsi fino in fondo. Se basta sperare un decennio da trascorrere nell’apatia (che è morte apparente), in cui guardare crescere i figli e imbiancare i boschi, questo è il dettato per la pace del nostro cuore. Se ci disponiamo ad altro, invece, e vogliamo altro; se non basta il solo gusto della vita perché questa vita possa continuare (perché vogliamo che continui); allora è necessario riflettere attentamente su questo e in qualche modo agire perché il malanno non si compia e tutti i salmi non finiscano in gloria.

D’altra parte questa esigenza non è solo un proposito culturale o sentimentale da battere sulla carta o da dibattere a parole con voci risentite. Chiunque, in questa situazione e in questa condizione, fatica la vita avendo poche ragioni per intendere questa vita come gaudiosa e per godersela in qualche modo (questa vita); chiunque si scotta e si scontra con l’impegno opprimente e cifrato di ogni giorno ed è dunque fuori dalla lietezza, solo apparente, di questo navigar pittoresco che allieta le stagioni dei benpensanti; sente sopra di sé, e intorni, come un dato assillante che l’aggressività fredda del sistema si fa più tesa, incalzante; che si stringono invisibili catene – oltre a quelle che addirittura si vedono intorno ai polsi di amici; insomma sente che è sempre più difficile vivere, resistere per sé, sopravvivere, proprio in ordine ai problemi e alle necessità pratiche, primarie; e che il regno di bengodi è fasullo e tocca semmai altre sponde. Ci sarà magari chi potrà trarre (e trarrà) deduzioni diverse dallo stato dei fatti, non soltanto italiani («di fronte alle seduzioni del capitalismo d’organisation francese, anche a costo di dovere accettare gli anacronistici paludamenti del regime gollista, tanta cultura engagée, humaniste, raisonnable abbandonerà senza apparenti rimpianti la scomoda vita dell’anticonformismo reale»; S. Moravia, cit).

A noi basta verificare i lividi e le piccole ferite, sulla pelle, che definiscono, patendola, una situazione. C’è anche chi muore, in siffatto modo. Tutto è oro. Dunque, a questo punto, finiscono per non servire più neanche i discorsi sofisticati (fra la Virtù e il Whisky) dei neo-alessandrini che disquisiscono sui palinsesti marxiani e teorizzano l’ideologia della foresta («ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera»; Marx).

La quale ideologia si pone come una diversione e non come un’alternativa d’azione nella situazione attuale; ed è una diversione abnorme. Cito ancora da Sweezy: «Dodici uomini, ciascuno con un fucile e dieci cartucce, nascosti sulla cima di una montagna. Un esercito, una flotta, e una aviazione forti di 30.000 uomini, equipaggiati con le armi più moderne […] con milioni di dollari disponibili per far affluire ininterrottamente rifornimenti di viveri e di munizioni. Tale appariva lo schieramento delle due parti che si accingevano allo scontro finale. Se il quadro fosse stato tutto qui, sarebbe stato impossibile che i dodici uomini sulla montagna vincessero […] In realtà non erano affatto solo dodici uomini; avevano alleati dappertutto a Cuba, nelle montagne e nelle vallate, nei campi, nei villaggi e nelle città […]. Gli studenti che erano politicamente impegnati e desideravano una rivoluzione furono fin dall’inizio dalla loro parte. A mano a mano che il tempo passava e la lotta si inaspriva, sempre più numerosi gruppi passavano al loro fianco».

Da cui si deduce una situazione «realisticamente» rivoluzionaria, una obiettiva condizione di fatto. Tale fu a Cuba, nella convergenza che deve subito compiersi fra uomini armati e popolazione che attende; tale è in Vietnam, perché essendo già in atto, è stata alimentata dall’appoggio largito da due grandi potenze; senza le quali l’eroismo che è leggenda di quel popolo non avrebbe che potuto alzare un monumento a se stesso. Ma Fidel non può soccorrere il Che nell’epinicio in Bolivia; Fidel può solo esaltarne la morte; il dissenso fra i due vecchi compagni è sul modo della «nuova» lotta (sul modo, sui mezzi ecc. per continuarla); è un salto, cioè è una scelta fra la politica e non una diversa politica (cioè l’invenzione d’altra politica) ma la continuazione di un’operazione che s’era già conclusa (in tal modo). E che richiedeva nuovi strumenti. D’altra parte, sappiamo, la leggenda non è storia.

Anche se l’immaginazione storica permette di superare gli scogli delle abitudini e dei sofismi delle nostre idee ed esemplificazioni parziali. La nostra storia potrà apparire negli anni a venire come una serie abbastanza lunga di occasioni perdute, di contrasti e di faticose progressioni entro cui (o intorno ai quali) l’uomo di questo secolo ha svenato per buona parte se stesso; ma non potrà non considerare «nuova» (nel senso di un’utilità rapidamente maturata, e dirompente nei riguardi dei vecchi schemi) la violenza della «rivolta» studentesca – un fatto non soltanto italiano; o, per precisare, un fatto che è diventato anche italiano, connotandosi specificatamente.

Avendo già acquisito alcuni elementi generalizzati a cui potere accostare lo svolgersi della situazione in Italia, non tanto lo spettatore quanto i simpatizzanti hanno davanti alcuni dati non per giudicare la situazione in generale (che non può essere ancora giudicata né tantomeno valutata) ma per cercare di cominciare a intenderla; intenderla nelle sue componenti di svolgimento. Al di fuori degli entusiasmi d’individui senescenti (che aspettano da altri una seconda giovinezza) o dei soloni che si buttano su ogni avventura per una sorta di erotismo culturale; se cerchiamo di considerare la situazione con l’attenzione e la serietà necessarie, pare che si comincino a delineare, insieme a questa «violenza» positiva (ma che non può continuare a restare soltanto violenta) i primi tentativi di discorsi sistematici, elaboranti un insieme di dati che possano permettere alla base studentesca di trasformarsi in una forza non ricattatoria né eversiva (intendo sul piano dell’utile immediato, corporativo) ma contraddicente (globalmente) e rivoluzionaria nel senso del rifiuto, motivato, di ogni concessione riformista; e soprattutto coagulante entro sé (per quanti sono dentro) o intorno a sé quelle frange politiche espunte o comunque allontanante dal giuoco dei partiti.

Oppure, anche più realisticamente, convergente nella direzione di quelle. Ci aspettiamo comunque, come un compito già annunciato, l’allargamento della base studentesca all’elaborazione e alla realizzazione del dibattito generale (come è stato detto: una politicizzazione continua), che è l’impegno primario, difficoltoso a compiersi per l’irrequietezza ideologica e la promiscuità che deve esser composta; la ricerca di un’unità o solidarietà operativa a tutti i livelli e non soltanto nelle occasioni ufficiali; e infine, dopo l’instaurazione di una inevitabile dieta terminologica (secondo la fulminante proposta fortiniana di un tempo) per una più esatta comprensione dei termini e delle proposte, la ricerca di una metodologia politica per il superamento delle frontiere di cauto sospetto, o di autentico fraintendimento, nei riguardi del movimento operaio (e viceversa).

Progetti, proposte, programmi già enunciati nelle sedi dovute e che qui si riepilogano, trascegliendo, per un sommario contributo alla chiarezza. E infatti: «Le nuove metodologie politiche che lotte studentesche e lotte operaie di reparto, sul terreno europeo, hanno sviluppato nell’anno scorso e vanno attualmente sviluppando, sono il terreno politico di confronto cui – praticamente – dobbiamo riuscire a sollecitarci, trascinandoci dietro le organizzazioni storiche tradizionali, confrontandole con esse, verificandone l’efficacia generalizzativa, la capacità di farle convergere in una ipotesi strategica di rovesciamento dello stato» (Rostagno). È possibile, ed è augurabile, che nel corso dei prossimi anni (la prossima legislatura), entro cui è certo che continueremo a sprofondare nel migliore dei casi in un’atmosfera di conformismo apatico (e di pericolose suggestioni del potere civile); è possibile, dicevo, che mentre il sistema, presumendo di poterlo fare, accentuerà la carica aggressiva e repressiva mistificandola sotto una girandola di sorrisi-sospiri televisivi; è possibile che si riescano a porre (e proporre) le premesse per questa riunione (traducibile politicamente) di nuove e «vecchie» forze, realisticamente impegnate nella politica, cioè nella lotta politica, che riescano a inserirsi e a coprire il vuoto che tutti sentiamo alle spalle.

Compiute le elezioni nel modo ovvio che prevediamo, dopo l’offerta paternalistico-riformista che già il movimento, fatto esperto, è deciso giustamente a rifiutare, si apriranno conflitti di forza in cui si valuterà praticamente la propria «tenuta» e il quantum di durezza e di aggressività (aggressione) dell’avversario; e della sua ottusità (nonostante tutte le prove contrarie) che può essere tragica e che non è, ad ogni modo, soltanto apparente. Si darà un progresso per ciascuno di noi (anche per ciascuno di noi) se il movimento sfuggendo (come sfugge) a una divisione o suddivisione troppo settoriale della lotta, troverà il modo di mostrare che le vicende recenti si intendono catalogate e avviate per tutti e non per una esigenza, come dicevo, corporativa che si trova realizzata o focalizzata (e potrà magari essere contrattata) dentro i muri sacri a minerva dell’Università statale. (Ma è già stato precisato: «La lotta contro la scuola, a questo livello, è già lotta contro tutto il sistema»).

Entro quali muri si sono consumati come sappiamo delitti vergognosi. Ma poiché lo stesso accadeva nelle fabbriche, adesso i due muri si toccano; e avvicinano due luoghi di sopraffazione. Come è già stato correttamente ribadito nei dibattiti resi pubblici, c’è il modo non solo di trovare un aggancio (necessario) ma addirittura di instaurare un rapporto «politico» fra questi due poli, che sembravano fino a ieri non solo indipendenti, ma sospettosamente lontani, antagonisti. («Oggi, tutto quello che si può fare è ricostruire un clima positivo di rapporti e di critiche tra le forze del movimento studentesco e quelle del movimento operaio. Raggiungere quest’obiettivo significherebbe fondare nel modo giusto le possibilità di una successiva evoluzione, politica e organizzativa, dei legami fra questi due organismi, diversamente qualificati e diversamente significativi nel quadro della lotta di classe in Italia»; Asor Rosa, Lotte studentesche e movimento operaio).

Il discorso politico potrebbe farsi allora veramente e «improvvisamente» tempestoso, come sta accadendo in questi giorni in Francia ad esempio. Sarà comunque un lavoro da seguire con tutta la partecipazione e a cui collaborare nella misura in cui la collaborazione è necessaria e richiesta. Essendo anche questo un momento di lotta, e della lotta; e proponendo, come accadeva da tempo, una domanda collettiva. «Il passaggio che stiamo attraversando è pericoloso e difficile, il peggio può ancora venire. Ma non vi è scampo per i delusi, i timidi, gli stanchi. Quelli che hanno compreso il messaggio del Manifesto e colto lo spirito dei suoi autori, capiranno che l’orologio non può essere spostato indietro, che il capitalismo è condannato e che l’unica speranza dell’umanità sta nel completare il viaggio verso il socialismo col massimo di rapidità e il minimo di violenza».

 

 

Giovane Critica, n. 18, inverno-primavera 1968.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Giovane Critica
  • Anno di pubblicazione: n. 18, inverno-primavera 1968
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