Le descrizioni in atto

PRIMA DESCRIZIONE IN ATTO

 

Ritorneranno i tempi (duri)

piangeranno contro i muri le madri

aspettando il ritorno dei figli.

Questo tempo che ha uomini

di così debole fiele.

La presunzione li fa ritenere superbi

grandi (leggere le gazzette)

ma api al miele

corrono ai peccati di sempre

non c’è nulla che li trattenga.

Parole di ammonimento

sono spazzate dal vento via.

Cederemo ancora una volta alla morte.

Sarà melma la volontà di redenzione

I ramarri escono dalle crepe.

Oh spezzate statue.

Le lacrime del buio…

 

In quest’anno sessantatre,

ultimo dell’Italia

volgendosi intorno egli vede

crede di intendere e sapere

forse qualcosa più di un altro, ma sotto

la razionale immobilità della misura

(dell’ordine apparente)

lo scaltro è in attesa,

il mugolio di quel canto ha il sapore di un tuono;

striscia pesante il topo

sul cornicione di marmo teso alla melma

– poco fa tre ragazzi in fila

si indicavano una donna,

ibrida smorta era al riverbero della colonna.

Nelle case dei poeti questa è l’ora del thè.

Lo scirocco spezza i tegoli infuriati,

l’occhio del piccione è succhiato

dallo spiraglio del sole

mentre in pigiama una ragazza magra

si dondola nel vano della finestra

come dentro le aiuole delle alpi, al lontano

rumore della foresta

– traluce oltre misura il rosso dei capelli,

l’efelidi leggere, pule di grano, i belli

giovani anni sul viso;  e intanto, in quest’ora,

i doganieri indossano le tute sul lago di Como

mentre un uomo ansima solo e suda

all’ombra del Monviso – che

se non corre sarà presto morto

nella sua carne nuda.

 

 

SECONDA DESCRIZIONE IN ATTO

 

I. Il colore dei sassi fra i binari

di ruggine sfibrata, colorati di stanca

ruggine, il colore è denso di polvere, sporco

di polvere, sporco di pioggia, di lacrime,

il colore biondo dei sassi allineati,

sono sprofondati nella terra, levigati.

L’edera si morde irta le fibre.

Alla televisione Non è mai troppo tardi

uno squillo la voce belluina, ridente:

questo mondo che tendeva dal profondo

a contemplare (le regole del giorno sono

la luce gialla, la Farben rosso sangue dipinta nel cielo) in

                                                                                  [Grecia

dunque lavoravano gli schiavi, gli stranieri

lavoravano; non lavoravano i greci,

l’uomo libero mai.

La vecchia col cappello piumato

cerca il suo uomo dalle scarpe di corda, vecchio

«non sarà successo qualcosa?»,

le cassette alla porta dell’ingresso,

uno stabilimento di vetro luccica e vibra, vuoto.

 

«Sie schreiben gegen Deutschland»,

tre studenti partono con la valigia,

una donna anziana stringe le mani al figlio,

«rauchen verboten» e i sassi si rivoltano

tenui nel sussulto al sole

dilagante sopra le vecchie mura.

Questa è la solitudine. È la paura

indefinita, dura,

di restare per sempre conficcati al suolo;

d’essere solo, ignorato ignorante ignoto,

di sbiadire dentro a un’ombra

nel vuoto ossessionato respiro del tempo, per sempre.

 

II. Tenera, tenera, tenera è la notte adesso;

cedere ai neri presentimenti fra i neri

sassi, chiedere aiuto.

I vecchi maestri hanno insegnato a mentire,

a tradire, hanno offerto veleno alla fame;

spezzavi il pane e morivi. Li vedi

oggi, dentro a questi giorni di pece,

in lizza spingere i giovani agnelli

così teneri e sciocchi, così belli

e inutili, così perversi torbidi,

al macello. Per dispersi sentieri.

Spingerli ai vecchi amori.

Alle spalle giacciono insepolti e

bianchi, ancora bianchi gli scheletri dei soldati.

Ma essi? barattano le noci,

battono le mani, aizzano le cagne.

 

III. Cala l’afa della città, sbianca

nella livida sera alle finestre spalancate.

C’è la luce di un aprile precoce

con la voce di uomini che consumano

in una camera l’ultima allegria

prima di notte (forse è tutto un gioco).

Trema un poco egli aspettando ed è solo

come mai in questi ultimi anni.

Rapido il passaggio (come da una strada alla strada)

dal dolore che morde alla forza che cede

a se stessa e dà un lume ai pensieri.

C’è un’altra aria in quest’ora di sole

ormai concluso; aspetta un treno

e mentre anche il coraggio (sembra) viene meno

guarda i sassi della stazione gialli neri

e vetrate lontane –

aspettando dopo mesi di tornare

scuoia la volpe dei pensieri

con una amarezza che si rivolta

in dure staffilate.

Gli gettarono a volte contro tutti i sassi

senza ferirlo.

Passano gli anni, arriveremo noi pure

a dare una voce a questa dura tristezza.

 

 

TERZA DESCRIZIONE IN ATTO

 

Non basta (o non serve ancora) aprire Lenin a pag. 225 e

                                                                                  [leggere

l’ordine della rivoluzione

“questo stadio superiore delle esplosioni

popolari, caotiche, spontanee”.

Non basta mischiare Dobb e job,

farneticare a volte in una ridda di nominate persone

odi fatti dell’intelligenza.

Certo per alcuni c’è lì una lucida evidenza

(anche se sotto è il vuoto).

Struttura, prevalenza della letteratura

sulla cultura, ideologia ma non politica

– che è sta’ dannata politica, dicono

e chiedono, siate seri vi prego,

se siete poeti scrivete poesie:

per carità, è forse poesia la vostra?

Un consiglio? tacete!

Non basta ripetere l’invettiva di Sartre

à l’origine de tout, il y a d’abord le refus

per farvi uomini. Siete senza respiro,

ottusi, oscuri, trivellati

dalle avverse vicende”.

Il cielo si accende sopra i coppi

tutta la città è un polverone di fiamma

la sera è solo un sentimento di volo notturno

un mantello aperto nel freddo

su doline lontane.

«In questo tramonto vedremo i colli veneti»

alle finestre comari silenziose.

Le vicende della vita, si diceva.

Ma certo, amico mio, a voi manca

una qualifica: chi siete? intendo

un lavoro preciso, scrivete?

ah, no? scusate; ma scrivete

qualcosa, comunque? non scrivete?

e sempre quella penna in mano? Capisco.

Ad ogni modo, scusate, me ne infischio

e non m’impegno, per voi,

siete in salute e giovane (vi invidio),

pregate di restare giovane e in salute. –

Non basta dire che la vita è cattiva

né caricarsi di odio per odiare,

non basta possedere per volere;

spesso il male che dura e ancora insiste

resiste perché non fu consumato,

e noi non fummo così tristi, saggi

o previdenti da soffrirlo ancora.

La nostra forza è vile.

Così le costumanze scipite, così le voci

che feriscono, così la scialba euforia

di questo monumento di sassi.

Basta una mano alle volte per chiudere

un’altra mano e correre correre lontano.

Si deve ricominciare da capo.

 

 

QUINTA DESCRIZIONE IN ATTO

 

Nel turpe silenzio della notte

risuonano ancora il suono di rotte

scarpe spezzate o interrotte, le voci

sui campanili, disarticolate, meste;

queste voci si perdevano un tempo (morendo)

nelle tempeste come nei secoli oscuri,

era una morte contratta, avida, più morte

della morte –

mare di pianto, golfo di lacrime, un fiume.

Perché l’uomo: verme,

giovane teppista che colpisce,

abile accorto statista che mentisce

con garbo, sorridendo, e alle tempie

la polvere del tempo –

domandavo come un uomo

riesca a dimenticare (la domanda è retorica.

la storia è tutta di ieri, appena).

Il denaro, forse, o l’amore;

i debiti di gioco: forse i delitti compiuti;

l’ambizione che è una spuma acre del cuore

– ma il dolore, il dolore silenzioso,

la perseveranza negli scrupoli (non un giuoco

ma ordine nella vita)

l’insonnia dei pensieri,

questo e altro l’uomo teme ancora, così smarrisce

la coscienza. Rifiuta, senza amore.

Il presente l’arrota.

La sua indifferenza è sterile, paziente.

Dimentica perché vuole; è misero, è perverso,

è debole; uccide ancora perché

sembra più facile compiere azioni di guerra

imparate in anni non lontani

che sciogliersi le mani bruciando per il dolore.

Sappiamo (dicono) che l’Europa è morta.

 

Noi siamo finiti davvero,

retroguardie di una schiera

di prigionieri che si consuma, nella schiera

i fiati i denti le invettive di nuovi nemici.

L’Europa si macera in carbone,

maschera l’avidità con le parole.

 

Esplodono in questa notte d’ottobre

le mille finestre della città,

la desolata spenta grandezza di queste pietre

si può toccare con mano.

Nell’ora d’autunno, terribile, pensiamo

quanto è breve la vita, come occorre

affrettarsi con disperazione per

non trovarsi coinvolti in una sola morte

fra i vivi angustiati ai teleschermi

o delizianti agli stadi (senza gloria),

fra queste facce dagli zigomi rossi,

giacche beate, mucchi d’ossa, legni

e schiene dondolanti, capovolti,

ipocondriaci e affamati,

spazzatura della storia.

 

 

NONA DESCRIZIONE IN ATTO

 

È nell’Albertina a Vienna quella

formidabile tête de vieillard chinata nel sonno

non sai più, non lo sai, tu non lo sai, se nel sonno della

                                                                                  [morte

(nel suo sogno) o non piuttosto a cavare erba

ultima (erba) da un ricordo che scolora

ehi via veloce.

Si china.

La data del ’508, anche questa conta:

ieri è oggi, e oggi che ci sfiora

è subito domani, via veloce.

Quella testa di vecchio

gli occhi chiusi da palpebre immonde

che si sfilacciano

ha il rugoso rivoltarsi della vita, rugosa

si addensa, coagula, quasi si trasferisce

spianandosi nel sereno dentro a labbra che respirano.

C’è solo la vita in quel respiro.

Poi (lo sai tu, tu lo sai) un giorno non si darà più respiro

in quella vita (è la nostra) o un ultimo respiro

stenderà il suo lamento sopra la faccia che si spiana.

Non è più questa, la testa di vecchio, non questa

– il collo contratto, la propaggine

dell’orecchio che si smuove, la cuffia invereconda,

il grande naso incombe;

l’anno ’508, tutto un silenzio

di cose morte, di addentellati sapiente-

mente storicizzati, si può solo dubitare, semmai,

delle date non conservate nei documenti

(la tradizione orale);

– questo vecchio, è il vecchio, certo è lui

è il vecchio, il povero nudo ossessionato

irrispettoso vecchio, alcolizzato, ripugnante

spiaccicato da un camion sull’asfalto

verso San Gemignano.

 

Forse (è una risposta) pare

quel vecchio, se non fosse dico

per il berretto; le ombre

delle torri strisciano con i vermi,

era un’ombra di vermi e di torri sulla campagna

intiepidita da un sole di luce, è dicembre,

quest’anno, quando, in esso,

tante cose sono mutate, rapporti decadono,

ombre illustri si sfasciano

sfilacciate ecco come tele di bandiere

nei musei (i muri sono putridi): in quest’anno

finalmente si perde un poco della vecchia storia

e pare che frasi diverse suonino diverse

ad orecchi diversi.

Basta una convinzione

per dare pazienza a vivere.

E il vecchio spiaccicato sulla strada?

fu (ricordi, certo in dicembre, o prima)

nei giorni della morte tranquilla di Kennedy

colpito da due tranquille pallottole

nel mattino tranquillo

dentro a un tranquillissimo sole

e la gente restò tranquilla

dopo un tranquillo pianto.

Facce nere all’angolo di una strada

(turnpike) mormorano: hanno ucciso un uomo.

Il vecchio nell’Albertina, a Vienna,

sconfitto in quel foglio ingrigito

(ricordare il pomeriggio di febbraio,

morbido e imprevisto fianco di Alalia mentre

sotto i vetri fiammeggiano occhi di secoli)

è il vecchio raccolto in un lenzuolo

che scompare nell’ambulanza o in cassa di becchino

– ed è, non più, oh certo è lui,

è, nel 508 a firma di Dürer, un papa Giovanni di oggi,

vecchio così sovranamente occiduo

e discinto, così semplice (nella sua

sapienza è semplice), così semplice e quieto

(nella sua grande forza è quieto)

così sorridente in una travalicante impetuosa

sapienza, così placido

nelle ire che non si conoscono.

 

Subito dopo, all’Albertina c’è (c’era

quando vedemmo; bisogna ritornarci)

la testa, tête de vieille femme – quanto

può una vecchia donna divergere contrastare

da una giovane donna, come può

la bellezza sfiorire così rumorosa e inetta,

come può perdersi;

come può la giovinezza essere

una bellezza che si perde, la bellezza

essere (restare) un ricordo

di giovinezza perduta.

Si vedono donne vecchie soltanto morire.

Così (alla fine di un discorso

persuasivo, poco argomentato)

la magra consolazione è ovvia certamente;

meglio finire in ceppi costretti al

silenzio o condannati a consumarci

in questa attenta solitudine che si scompone,

meglio ancora, ancora meglio finire sotto il voltone

di un ponte abbandonato,

sullo scalino invernale

della casa di Galvani,

meglio divorato dai cani

che (piuttosto che) finire sul palco del signore (spellarsi le

                                                                                  [mani)

a sostenere le code,

meglio spiaccicato sull’asfalto,

nudo in un vento di vecchiaia, gelido, che osannato

sul palco del vincitore.

Una spalla sporca di probabili esperienze.

Così è (era) il vecchio disteso distorto,

asfalto o foglio, Vienna o Gemignano,

una sala o la strada, in terra morto.

Questa gloria di occhi o di silenzio.

Sulla faccia il destino è uguale.

 

 

DECIMA DESCRIZIONE IN ATTO

 

I. Che età avevi quando irruppe il Medo?

 

II. Il giuramento a lume di candela

 

nella cattedrale di Brunswick

davanti alla tomba

di Enrico l’Uccellatore (vedere a pagina ottanta)

con gli occhi azzurri e i capelli biondi, essi

e il pelo sul cuore…

 

III. Una strada non c’è. C’è una strada (un fiume), c’è un fiume

– credo che ci sia, è così – un profondo

fosso, una siepe, un fiore d’albero

sotto il giardino spappolato, c’è il pianto

di una bambina nuda col tracoma c’è

il sangue di un uomo per terra decapitato

la milza di un animale sul bancone di legno;

c’è il filo bianco (un rosso filo) che stende

dal labbro di chi parla fino a una casa laggiù;

una carta su cui il dito striscia con raccapriccio;

l’orgasmo della donna fra l’erba affumicata

da un vecchio incendio, un bombardiere che non si vede.

Vilipendio di istituzioni (di gravi legittime colpe).

Non c’è più l’eco, il suono non c’è, il percuotere

dell’ultimo dissenso, le voci

placate (finalmente?), i refusi scomposti;

ribolle un altro piombo per più degne canzoni

– la caratteristica del tempo è una misurata indifferenza,

tutto interessa un poco per brevissimo tempo,

ogni cosa muore, deperisce, sé consuma e sfoltisce

nel forno della memoria.

 

IV. Dice Kant la disciplina del genio

(ossia l’educazione) è il gusto: gli ritaglia

le ali e lo rende pulito e costumato.

Il grande Kant, savio nella sua stanzuccia

di legno, con l’onda delle idee

che si scioglie in un silenzio ordinato

e sulle vie (deserte) lo zoccolo di un cavallo.

Ma questo, che siede anch’egli, è un uomo, nella casa

con moderati calori, in un quarto piano

di paese italiano, che è, che sarà? così lontano

dai rumori. Ah, non è costumato e polito. Non costumato,

è tutto dentro sbrecciato, pendente,

insolente, tenero e terso, muscolo

macellato in una sordida ignominia,

ingorgo meschino, è gramigna spersa secca

raccolta da una vecchiaccia che insacca.

Questo non sarà polito, eh no, costumato non è (le circo-

                                                                                  [stanze

non lo permettono), non è pulito – tutti sentono

sulla via lo zoccolo di una morte

passare alternando il suono con quello dello spazzino

(e la sua tromba). L’alba, all’alba, l’alba

– disegnare contro i vetri col fiato –

è, nello strizzarsi delle vene,

così distesa distante, la mano aperta, occhiaia

di questa giornata incerta nella scelta, stramazzerà

fra noi farneticando (presto, fra noi) di dolori antichi

e dei nuovi congegni. Ammonisce così riservata superba

a non perdere le occasioni (la vita è un fulmine nel tempo)

intanto – una ragazza sulla gamba perfetta

nell’ambito di una stanza indossa la vestaglia

spenna se stessa nello scirocco ferito da una calza

irride alla varietà degli umori

agitata da una innocua speranza.

 

V. Accendere una sigaretta (fumata dopo sei anni).

Il potere agli operai e ai contadini

– si elidono a vicenda sopraffatti

da queste contraddizioni che non distinguono

fra la necessità e il bisogno, fra chi

(si può dire) di una corda che si sfilaccia

trattiene il bandolo e colui che esautorato esausto

si lascia colpire dal canapo alla faccia.

L’affare è grave e merita considerazione.

Oggetto di ogni disputa, nel caldo della stanza

mentre fuori si apre al mondo

distrutto dall’acquazzone

e rigurgita una cloaca con la gola di vacca

e si fa notte fra i lampi

e una pietà di noi si distende sopra le forme immobili

(con noi) nell’attesa perfida dello spettacolo

– la consumata mente, l’usura, il sillogismo,

il calembour sul titolo di chi si compiace al caffè –

è

la fine del mondo, un’arca ribaltata,

sulle pianure le ossa della città

– allora tu dici che il momento del contrasto

si invera in una nuova necessità: (questo è il punto),

ognuno di noi che sediamo

sillogizza ma non opera, la disputa si fa arcaica

e tutti noi (il giro del dito è ampio)

degradiamo nella mistificazione.

Accendere una sigaretta.

Sono anni bui o sono anni nuovi?

Per la verità credo che il buio

sia il buio arcigno tetro gelido perfetto

che sia una luce nuova.

 

VI. Ieri in via Andegari scura e stretta, raffinata via che conduce a

una foresta di simboli scalcagnati, la moglie incontro

                                                                                  [incontrai ho

incontrato di un compagno fucilato.

Stormiscono le foglie della memoria.

Con una testa di capelli rossi, in quelle case sporche di

                                                                                  [fango o

dell’ottusa avidità borghese la spalla modulata dolcemente

                                                                                  [suonava.

La sua giovinezza (incantava) ancora.

L’ora del giorno, incerta un poco colma

o piuttosto il luogo distaccato dai rimorsi, in una incerta

ombra, distaccata dalla buriana ossessiva,

la giuliva felice voce di addio ciao

o R. che (un attimo)… dimenticato, al mio cuore…

Si possono dimenticare i morti per sempre.

Leggeri andavamo a braccio

i suoi capelli di fiamma disse sono sposata ho due figli

neppure un ritratto più, mi puoi capire

una gran voglia di vivere

questa città fa impazzire.

La provincia fa morire.

A notte ancora nella sua casa, fra i figli e il marito

nella casa a mezz’aria

sui rami di un albero fortunato di cristallo, verde.

Baciò me sulla bocca

perfida, e dolcemente, vicino alla porta.

Tutto scomparso, assopito, scancellato, annegato,

visi di uomini trapassati sbiancavano in polvere

non era vero più niente.

 

 

UNDICESIMA DESCRIZIONE IN ATTO

 

I. E gli antichi poeti

dove s’incontra sempre la stessa domanda a chi approda:

siete pirati?

Che cosa resterà fra mille anni

quando Cuba e Congo suoneranno

come Tessaglia e Tebe

e il viscido Oppenheimer, annegato nel vino nel miele

                                                                                  [dentro allo

specchio di Archimede, sarà esautorato dai romani?

Nei libri di scuola…

 

II. Rifiutare i simboli il prestigio,

le vecchie uniformi, le cattedre

la regina che siede in una villa veneta con il ragno di noia,

vivere (forse) come amava vivere Gramsci in carcere

                                                                                  [quando

sulle case bianche ascolta il tramonto calare e ricorda la

                                                                                  [Russia.

Gottfried Benn cantava le tristezze del cuore

sul sangue di Büchenwald

questa è letteratura

– ma per la gloria della patria non bisogna morire,

non bisogna morire per la patria,

un nome sul marmo si incrosta di nevischio e sporco

gli uomini dimenticano subito e tu sei morto.

La morte dentro al mare è la più economica tranquilla,

la più lontana,

l’uomo scompare e non si deve piangere o seppellire

custodire o vigilare: la sua morte è pulita,

il suo povero mito dimenticato.

Dicono mangiato dai pesci

– mi pare, più semplicemente e con ragione, dicono che

giunto nel fondo l’uomo si apra e attenda

di scomparire divorato dal tempo. E laggiù tutto è buio.

 

III. Prima di entrare nell’inverno della vita, nella caverna

                                                                                  [del niente,

rovesciare questa parte della vita

lo schematismo dei giorni

nonostante le previsioni dei gaglioffi.

Egli credeva a ciò che diceva.

Non s’è spostato l’ago della bilancia (ma si sposterà):

attitudine ai ricatti, per una fotografia

sedere sulla poltrona di marca con la nuova cravatta,

il torpore, ahi magniloquenza, l’ambizione,

infine il burro rancido, la sciocca topografia

e sulla confusa esitazione stendere un panno di lana.

Ma ecco, basta un giorno e:

grammatica e futuro finiranno.

 

IV.  Anche la madre diceva «ognuno ha il carattere che ha;

il suo è difficile.

E si guarisce a volte lentamente».

– mise una vita Filottete povero

sull’isola deserta a lacrimare

poi uccise Paride

ma a Lemno era buio sperare.

Per un suo lamento poi subito spento

gli dissero con un sorriso che era un vecchio scontento.

Non è l’astratto moralismo che si colora d’autunno

(sul Trasimeno i gabbiani calano crocchiando)

non si lanciano strali altro che innocui in

questa indifferenza ilare e noia decorosa.

La lama di un coltello, il filo sulla ferita,

l’impassibilità del sicario all’ombra dell’albero

nel viale ove corrono motociclette, è più utile a tutti

dell’obolo speso, picchiando sul marmo, a patteggiare

la complicità.

Le lucide trasparenti verità si scompongono come i cristalli

noi non chiniamoci all’ingiuria del tempo,

scivoliamo via dalla nostra sabbia,

lavoriamo per il mondo.

 

V. «Ti dico guardati da illuderti di strafare

– le tue meravigliose linguistiche fratture

naturali sinuose caustiche e un poco artificiose

si confanno esattamente a questo clima evoluto

dove leggerezza e tristezza

hanno lo stesso peso nella pubblica opinione.

Le tue graziosi perifrasi…

Lasciami parlare. Tu stai con i beoti!

Bada, stai con i beoti!» ammonisce con il dito alzato

il furore improvviso del piccolo borghese

al giovane arrabbiato che perora.

Rispettiamo dunque le istanze, la necessità della congiuntura

la misura della tassa, la terra in cui nascemmo

così azzurra di venti, la volontà dei potenti?

Perché cambiare il mondo?

Qualcuno di noi può ritenere esatto il proposito

che collaborare non è perdersi,

si può tentare di giungere al governo senza rivoluzione.

Perché smuovere il mondo da questo disordine onesto

che non reca dolore?

«Tra amici riuniti, dopo la cena, davanti a un bel fuoco di

                                                                                  [legna

inevitabilmente il discorso cade

sulla guerra atomica».

Alcuni si lasciano addormentare dalle sirene del cuore

(Freud dice la religione una gratificazione sostitutiva)

altri hanno un leggero filo a cui impiccarsi se vogliono

o possono sognare di stendersi una notte con la regina

altri si torcono ancora un poco per la storia degli uomini

con meticolosa semplicità.

Per questi l’ordine del lavoro si articola sui comma sei e sette:

con vecchi sentimenti non si può rendere alcuna novità,

ti perderai se la fame del mondo ti accieca.

Ma non è tutto: chi entrerà con un balzo dentro all’orto di

                                                                                             [pietra

rinchiude le ossa degli appestati?

 

 

 

 

Paragone – Letteratura, anno XVI, n. 182/2, aprile 1965.

(Pubblicata successivamente in Le descrizioni in atto, I quaderni de Lo spartivento n. 1, 1 maggio 1990).

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in quotidiani o riviste
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVI, n. 182/2, aprile 1965
Letto 2372 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:36