Il porto da cui partono le navi

Quanto scrivono! Commenta uno riferendosi ad altri e proprio nel momento stesso in cui anch’egli scrive. Hai ragione! Carta straccia! Dice un altro, nel momento in cui ripone quattro fogli versificati e bene ordinati nel cassetto, chiudendolo a chiave, per il timore che un qualche vento li semini via, o un ladro-poeta li rubi per cibarsene. Segno che ciascuno tutela la propria scrittura con l’avida intransigenza di un animale selvatico che difende gli ultimi nati; e non bada agli altri se non per sopraffarli.

Che sia un male o sia un bene non so. Come l’ospite nella sesta lettera goethiana de “Il collezionista ed i suoi familiari” mi sento di ripetere: “della poesia non voglio sentenziare”. Invece posso prolungare alcune deduzioni più generali, destinate a restare inattuali, fuori dal corso ufficiale di questo tempo che si scuote alle volte come una bandiera affumicata e che tratta la poesia con il riguardo che si ha, e si deve avere, per le persone ammalate. Gravemente ammalate.

Oggi la comunicazione è allargata ma la solitudine si è fatta secca e tetra. Vuol dire che – in generale, naturalmente, e non per le persone “affermate” né per i giovanotti risucchiati dalla cannuccia della Coca Cola nella gola della società dello spettacolo – più fai meno trovi ascolto; più cerchi e meno hai; a meno che uno non accetti di reggere la coda al serpente (ce ne sono tanti che lo fanno); in tal modo arriverà prima o poi a una qualche duratura paga mensile per il lesso. Ma ci sono anche quelli, invece, che strisciano i denti al muro per fare qualche scintilla e cercano di non lasciarsi accalappiare. Con questi si può litigare sotto il sole senza paura di perdere il tempo.

Eppure io, per esempio, leggo molto gli altri, quelli che non la pensano come me, per vedere se è mai il caso, per le loro buone ragioni, di cominciare a pensare come loro. Questo atteggiamento sincretistico tiene allenati, allertati e svegli (privatamente); aiuta ad alimentare l’ironia (autoironia) benefica, che porta a riferirsi sempre a questa conclusione: di essere un coso dentro le cose; non solo senza importanza, come è ovvio, ma senza sostanza. E che questa sostanza, se vogliamo che ci sia – o comunque che cominci ad esserci – deve essere riempita di dati utili per vivere giorno dopo giorno. Utilità e giustizia, curiosità e pazienza, e attenzione sugli altri; molta attenzione; perché senza gli altri non si vive e neanche si scrive (se vuoi scrivere)

(…)

 

(…) Invece parecchi intellettuali, beati loro, sembra spesso che non abbiano dubbi e che arzigogolino sui dubbi degli altri. Essi, beati loro, credono troppo spesso di sedere sul ramo più alto del fico. Sotto, naturalmente, a rimirare a testa in su e in attesa del verbo, noi poveri cafoni con la coppola in testa per ripararci dal sole che ci abbacina – noi, che non abbiamo un serio commercio con le muse.

In un mondo che per fortuna tende a diventare sempre più aperto – nel senso delle sue novità, che possono essere anche non necessariamente eclatanti – e problematico, sembrerebbero indispensabili, oltre che una attenzione attiva e partecipe in dettaglio, anche una responsabile determinata cautela nei giudizi (dei giudizi). In altre parole: la voglia di imparare dovrebbe prevalere e di gran lunga sulla voglia (o, si potrebbe dire, la presunzione) di giudicare.

Invece la cautela, per lo più, latita; e i giudizi si sprecano. C’è insomma, in giro, un gran stridore di spade che tagliano e segano – e sembrano non lasciare scampo. Mentre accade quasi subito, dopo, che ci accorgiamo come le cose fossero del tutto diverse dalle previsioni o dalle conclusioni (…)1.

 

(…) Perché questo bisogno di scambiare le parole come sassi lo percepisco quasi un richiamo fisico, a fior di pelle. Scambiare riflessioni, testi, farli intersecare, intrecciare, sovrapporre, perché in qualche modo si annusino come animali – con rabbrividente sorpresa. Animali selvatici. Non faccio riferimento alla selva per belletrismo, ma perché il mondo in cui vivo, che mi piace con un affanno continuo che mi esalta, mi pare suddiviso fra grandi città fortificate molto turbolente dove tutto è già avvenuto – e (dopo prati all’inglese per footing domenicale) selve abbastanza misteriose (meglio, abbastanza intricate) tutte intorno, da cui possono uscire meraviglie di animali che parevano estinti (o sul punto di esserlo) i quali tornano, ripeto, ad annusare il mondo. O i soprastanti venti del mondo (…)2.

 

(…) Dice Keats (nelle “Lettere”): essere per conoscere. Essere, cioè esistere; cioè ricomporsi, riconoscersi. Stabilirsi, nel senso di definirsi. Una operazione non neo-genetica, perché non si ricompone il corpo, raccogliendo gli sparsi avanzi o le giovani membra, ma si riavvicinano le ombre vaganti del nostro desiderio e della nostra vita, a cui si cerca di riaffidare qualche nuovo umore. Conoscersi è già disporsi da sé, proponendo alle cose del mondo un privato luogo d’accesso che accolga le prime o le ultime lacrime della terra – l’eco di perdute battaglie e di imminenti tempeste… la conoscenza è, nelle sue premesse, un momento di vittoria sopra le precipitose oscurità del mondo, poi è attesa continua, speranza che non si allenta, fatica riconosciuta e necessaria; inevitabile. Accade spesso, molto spesso, che alla fine possa diventare anche tragedia (scontro di potere e volere). Una tragedia. Ma allora diventa tragedia dell’attesa, della speranza, della volontà. Il fuoco che brucia, in questo caso, non produce polvere ma grida; le quali risvegliano chi dorme e perfino i morti di un giorno; e sollevano spesso la polvere vagante e residua degli inceneriti nel corso della lotta sopradescritta. In definitiva, chi sta o sceglie di stare dentro al cuore delle parole, può solo sforzarsi di non lasciarsi bruciare tutto intero come un tronco sull’orlo vertiginoso dei monti (…)3.

 

(…) credo che la scrittura si possa intendere nel senso (dunque non in un unico senso) che patria è il luogo del proprio riconoscimento linguistico, e quindi è il luogo ove già stanno o tendono a confluire tutte le cose che contano e tutte le vite degli uomini coi quali ci si intende. Vite che, proprio o appunto in questo inevitabile anche se tormentato assemblaggio, trovano ragione d’essere, utilità reale, e si riconoscono.

Ecco, in questo riconoscersi delle cose che stanno, e degli uomini che si cercano, vive la patria – che non ha bandiere (naturalmente) ma solo il sentimento che la parola detta vive appena pronunciata o sottoscritta, quindi comunica, si completa ed esplode. La patria di Hoelderlin è il luogo dove si vive non dove si muore; è là dove si dice non dove si tace. Non è il luogo della memoria, in cui si accendono i lumi ai penati; ma il porto da cui partono le navi (…)4.

 

(…) La parola. La parola, questo scatto sublime ed essenziale, che superbamente incontaminata si ricompone e si rialza dopo ogni tempesta, ogni naufragio. La parola, per i versicolorati insetti itineranti nel campo della scrittura, non dovrebbe contare più (sul momento). Peggio ancora: guardandole lì sul tappeto, una parola vale l’altra; essendo ognuna, in apparenza, trasandata e impudica. Perché (dovrebbe essere così, secondo le indicazioni) oggi conta non dire, non segnare, non sottoscrivere, non proseguire, non affermare; e ha gloria colui che dilacera, spappola, nega. Lo straordinario, minuzioso, naturalmente faticoso ma eccitante assemblaggio dell’esercizio verbale è accantonato come un motore in rapida obsolescenza, o affumicato e sgocciolante dopo una prova… così che questa indifferenza rappresenta una indifferenza voluta non per sé ma per il mondo. Destinato, secondo alcuni calcoli e precisioni a rapida ineliminabile catastrofe; per conseguenza, il segno che lo circonda e lo esprime non può che essere deglutito con le sue ultime boccate. Ma se il mondo, nonostante le sue ferocissime, velocissime contraddizioni fosse invece destinato a durare contro gli eventi, contro le quotidiane profezie? Ecco che la parola riprenderebbe vigore e la costanza che determina, vincendo la sua secchezza; riprenderebbe i suoi colori. La parola avvicinata all’altra ancora, non con la malignità di elidere ma di coesistere con fermezza per raccontare e magari addentrarsi a significare le cose più alte col vento della fantasia, potrebbe perfino tornare ad essere eloquente – attingere le nubi e da lassù riguardare – non per un solo momento – il mondo. Potrebbe perfino perorare, secondo l’antica tradizione; spinta dall’ebbrezza promossa dalla riconquistata libertà di fare e di dire. Non importa se eloquenza o perorazione (o canto che si alzi disperato) avessero fiato breve, la durata di un attimo. Potrebbero ricominciare a dire e a fare il giorno seguente. Importerebbe, in ogni caso, di non perdere le tracce, dentro al mondo forestevole disteso per terra; al fine di potere continuare a comunicare; continuare, continuare (…)5.

 

 

1 Roberto Roversi, Nota Quinta, in “Numerozero”, numero quattro, settembre 1987.

2 Roberto Roversi, Avanti adagio, quasi indietro,in “Numerozero”, numero zero, aprile 1986.

3 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.

4 Roberto Roversi, Quarta Annotazione, in “Numerozero”, numero tre, febbraio 1987.

5 Roberto Roversi, Annotulazioni, in “Numerozero”, numero uno, luglio 1986.

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Cinque anni dopo il duemila. Terzo Censimento della poesia a Bologna, di B. Brunini e C. Castelli
  • Editore: Giraldi
  • Anno di pubblicazione: 2006
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