Una nota

Provo, anzi dico meglio, ricavo dalla lettura di questi testi e della collegata intervista riflessiva, i buoni attivi stimoli (i fermenti necessari e inevitabili da una lettura attenta di poesia) per tornare a confrontarsi con la realtà e la verità della comunicazione profonda ed essenziale quale deve essere sempre nell’intento e nella conclusione l’operare poetico; quindi comunicazione che intenderei definire sacra; nel senso antico di fornitrice di emozioni estreme. Tale essendo per me (non solo, naturalmente, e con ben altra autorità) la ragione giusta e vera, la giusta e vera sollecitazione per comunicare con questo estremo linguaggio, unico superstite dal disboscamento linguistico in atto, da ogni parte, per creare, per allestire i parchi giuochi, i parchi belvedere, i parchi dell’economia avida e insaziabili nei quali le uniche finestre aperte risuonano delle voci mercantili dell’inglese. Ripeto: comunicare con questo estremo linguaggio salvifico e per entrare nella caverna poetica (della poesia) che risuona da tempi immemorabili di mille voci diverse e imprevedibili, e dove ogni parola ha un suono, un fuoco, un rimbombo ogni volta sempre nuovo che trema (non frana) nel cuore dei sentimenti, nei pensieri delle riflessioni più profonde o anche più acerbe, o nelle rabbie costanti che incalzano talvolta anche una intera vita. L’“angolo visuale” indicato dall’autore.

Mi avvinchio pertanto, sempre, a una “enunciazione” di Hölderlin da un suo frammento sul tragico: l’ode tragica comunica nel fuoco più alto. È vero che non sempre un testo, muovendosi con modestia, vuole intende infrangere con un urlo da monte a monte il cristallo del cielo, tuttavia non mi sembra discutibile che ogni testo che non giuochi col testo, ogni testo “sincero” che si giuoca sulla propria pelle, sembri sempre fuoriuscito dalle porte di un qualche inferno, anche quando rivolge solo un grido d’amore o un notturno solitario sussurro a una qualche Laura o Beatrice del nostro tempo. Il poeta, l’autore della parola, delle parole smosse è sempre un Bruno che brucia nel fuoco di legno di bosco ma mai ripudiando la vita anche se cerca, se ambisce la morte, e la donna sul momento desiderata ha anch’essa il corpo illuminato da un sole feroce.

Tali motivazioni intime e minime, tali riflessioni strette strette fissate da chiodi, mi sono suggerite, direi mi sono ribattute, riconfermate dopo aver attraversato queste pagine come un bosco alterno di parole, o come navigando sul mare (davvero inquieto) delle parole. E avendo esemplarmente estrapolato il testo di pagina 18 come indicatore e condensatore di tutte le “vertiginose” varianti della raccolta. Che non si attesta su un unico scoglio delle sirene, ma si frange contro varie barriere esplodendo in onde. Fra le onde. La realtà sembra di continuo “smontata” con la rabbia curiosa di esaminarla, di contestarla, di capirla; e così la donna, le donne via via sono dettagli di luce o di mezze ombre e si scompongono infine in una frammentata figurazione che le rende più pensate che temute, che desiderate veramente (quindi vere in un presente che sta in un baleno trapassando). “Lo sfrangersi delle vetrate sui vestiti” pagina 17. “Massa di scuro e di lucore” pagina 18. Con il precipitare (ma ordinato) in campo in precise collocazioni di gruppi di parole, di aggettivi volutamente sfarzosi o dimessi o freddamente ambigui e tecnici e temerari. Bioccosi refoli – serica lava – devolve – irrugano – bitume – soffonde – nel profondo timpano mi assordo – una zolla di neuroni alla deriva – ogni mia disperata entropia.

Un brulicare di parole sul prato avido della pagina come di cavallette calate dall’alto, e in breve la pagina sembra divorata (ma non lasciata sola). Resta insistente il tormento delle ali che sbattono mentre le parole / cavallette si allontanano trascinando quasi via la luce. O non sono cavallette succhia sangue ma api dai riflessi teneri e d’oro. È in questa incertezza alta tragica e dolente la misteriosa realtà (verità) della poesia, in ogni occasione essa si presenti, anche quando appare misera e discinta. Essa è qualcosa che c’è, afferma l’autore. Molto vero. È altrettanto vero che bisogna cercarla. Qualcosa che si aspetta, che deve venire ma che bisogna avvicinare con cautela, camminando a fatica sui sassi appuntiti della vita, sui quali è d’obbligo camminare a piedi nudi. La poesia sembra dover essere come un paio di stivali delle sette leghe che ci consente di attraversare lo strazio crudo della realtà.

Come ho detto innanzi, tutte queste rapide ma concentrate considerazioni mi sono rinnovate dalla lettura di questi testi provocanti, che non mi lasciano solo.

 

Roberto Roversi, settembre 2005

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Questo trovare, di Paolo Diliberto
  • Editore: Edizioni del Catalogo
  • Anno di pubblicazione: 2005
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