Introduzione a Né paga né quartiere, di Beppe Campanelli

Quest’opera ha la durezza, e anche la precisione, di un referto cavato da esperienze dirette, non equivocabili, eppure già sedimentate in una memoria che non le vagheggia. La mancanza di tenerezza è uno degli aspetti tipici del libro, fortemente caratterizzante in senso positivo; d’altra parte è da notare che in queste pagine non c’è nulla di epico o di sforzato (e mi riferisco a un’esagerazione dei particolari, deformati da chi, mentre li storicizza, potrebbe eluderli, ampliarli ecc. o esserne almeno tentato). Il racconto è invece semplice e molto chiaro; per semplicità (che è essenzialità) intendo il proposito di non aggiungere nulla a ciò che è stato: di non correggere, di non interpretare con qualche arbitrio, di non giustificare; per chiarezza intendo la continuità di una descrizione che si svolge, ricapitolando, senza sussulti sentimentali, senza ingombri, aggiunte, postille retrospettive.

Un episodio centrale (le due grosse battaglie), di una violenza disadorna, cruda (crudele), didascalica; un antefatto che lo prepara – in una progressione esemplare di episodi, raccordi, presentazioni di protagonisti ecc.; e un epilogo che è labile, tenero, greve – molto simile al fumo che si scioglie lasciando questo campo di morte con i caduti mescolati nell’erba, i relitti fumanti, mentre i sopravvissuti si allontanano. Comunque l’autore non si arresta a una conclusione di cose ormai fatte, di corpi seppelliti e onorati; il trasferimento dei problemi si prolunga fino ai nostri giorni, in un collegamento fortemente scandito (questa volta sì) anche nell’ordine dei sentimenti.

Si veda: fra quei giovani che s’avviarono sul greto del Sillaro per raggiungere i “favolosi” partigiani; fra questi giovani (come era l’autore) spinti – nel precipitare del tempo e nell’equivoco di fatti ingloriosi – da una dignità appena ritrovata («stanotte faccio la guardia alla libertà», che è un’affermazione di un’ingenuità straziante, di una tensione quasi disumana nella sua verità) e i veterani che oggi s’incontrano sui luoghi stessi, per ricomporre o, meglio, per conservare la carica di una solidarietà cercata e trovata allora, non c’è soluzione di continuità, ma semmai la riconferma della necessità storica, direi della inevitabilità storica, del loro primo incontro e delle azioni compiute con sforzi comuni. Non viene dichiarata una semplice fratellanza d’armi (o il cameratismo militaresco che spesse volte si trasforma in ovvietà, nella pratica quotidiana); non qualcosa che sopravvive agli eventi oppure si adatta a essi dopo la tensione e lo sforzo delle azioni; ma la convinzione d’avere raggiunto e raccolto alcune verità che si verificano di continuo e si confermano soprattutto nella dialettica autentica di un rapporto, che va continuato e si continua negli anni. Il libro esprime proprio questo, in una progressione molto significativa (fra l’altro): una presa di coscienza politico ideologica che si sviluppa attraverso le prove quotidiane fra i singoli, oltreché attraverso i momenti terribili delle esperienze di gruppo.

All’inizio, infatti, e almeno in questo caso c’è come una specie di gioco nel radunarsi di giovani e uomini maturi (di cui tuttavia si intravvede subito il marcato proposito di fare), e nei primi giorni di assestamento residua un’improvvisazione che non è ancora armata (l’autore la esprime con acutezza). Poi all’improvviso si avverte «un vago sentore di sistemazione. Di fine vacanza». È il momento del passaggio all’azione; con il trasferimento in altra zona («ora siamo in più di cento») il gruppo, formato e organizzato per quanto possibile, è già uno strumento di lotta, si dispone al combattimento. La presentazione di protagonisti leggendari (Pedro, Bob, Lorenzini) è rapida, essenziale; di seguito, senza alcuna retorica delle immagini, sono indicati i combattimenti singoli, gli agguati, fino alla battaglia della Bastia (9 agosto). Da questo punto in avanti il libro ha il suo centro organico e i fatti si dispongono con un rigore che non ha sbavature. Poi le pagine che restano, per concludere, esprimono la parziale delusione e il “giusto” rancore di chi si vede strumentalizzato o accantonato; il progressivo afflosciamento delle speranze di nuova libertà e di autentico rinnovamento. Perciò, dal di dentro di strutture solo artificialmente e per un poco adattate, lo sconforto o il rincrescimento rabbioso e un poco utopico hanno poco margine di utilità pubblica e privata; per uomini che gli anni hanno soltanto scalfito, serve più (e aiuta) avere conferma – direi, sul terreno – che i propositi raggiunti nel confronto con una morte sempre presente, e in un tempo inverosimile, resistono e persistono in ciascuno. Così si conclude l’opera in un epilogo breve, in cui affiora una tenerezza (la prima) autentica e schiva; un affetto da uomo a uomo, e una gratitudine virile (e civile) appena dichiarata. Che è la naturale conclusione del racconto e, quindi, del libro; in cui c’è una forte carica di passione civile (che si accende sviluppandosi) e di passione politica; e mentre contano soprattutto i fatti e gli atti (nello sforzo alle volte quasi disumano di risolvere intanto gli effettivi contrasti della situazione reale) appare evidente che i problemi del dopo si chiariscono poco per volta proprio nel momento di combattere, di operare. Non risulta nulla di aprioristico o di congelato nei propositi e negli atteggiamenti di questi uomini (di qualsiasi schieramento politico); gli obbiettivi si identificano con le immediate circostanze da risolvere, con le necessità militari; i discorsi sono pochi, taglienti; i contrasti di fondo vengono appena dichiarati e subito ricomposti e superati dall’obbligo dell’azione comune; se anche il dopo si può intendere (e intravvedere) non composto in una insindacabile unità ma dialettizzato da varie tendenze e opinioni, è pur vero che l’agire comune e la lotta comune raccolgono tutti a un unico fine. Anche questa unità (autentica e illusoria ma per un momento travolgente) espressa dalla storia di quegli anni, e dalle vicende di quegli anni, ritorna come una proposta assai persuasiva alla fine del libro; non soltanto come una proposta dell’autore, ma come una conclusione a cui approda il lettore.

Ritrovarsi e unirsi; non soffocare nella memoria che rimpiange teneramente vinta dagli sviluppi delle contraddizioni; proporsi piuttosto ancora pronti per altre operazioni da compiersi non importa in che modo. Mi pare che proprio questo libro, che racconta la storia di una compagnia partigiana e una storia di battaglie, con la sua esemplare semplicità sia non l’epinicio di una generazione che si dispone a dichiararsi “sconfitta”, ma una conferma di propositi molto determinati e vivi.

È la moralità civile e politica espressa dalla resistenza (la sua consapevolezza antifascista e democratica, che è ordine e rigore nelle idee) a porsi esemplare contro le contraddizioni equivoche o bastarde degli anni che corrono. Non fosse altro che per questo, la lettura di queste pagine servirebbe a problematizzarla.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Né paga né quartiere, di Beppe Campanelli
  • Editore: Rizzoli
  • Anno di pubblicazione: 1966
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