Nota a “Dolce tempo. In mez a Panèra”, di Gian Marco Pedroni

Anche nelle poesie in lingua di Pedroni c’è la sua terra, il proprio ambiente ben definito; ma, se ho letto fino ad ora bene o comunque se ho letto con qualche esattezza, con la piccola malizia e la piccola insoddisfazione (appuntite, però, come la punta di un coltello) di chi ha cercato dopotutto orizzonti più allargati e non si è accontentato più sentendosi, con amore, circoscritto, come inviluppato. Questa ambivalenza costante, tenuta quasi sempre in un bilico difficile, è a mio avviso assai interessante oltre ad essere un dato costante dei testi di Pedroni, che media i sentimenti con l’intelligenza, e non si lascia sempre conquistare fino in fondo dai moti del cuore. O almeno cerca di non lasciarsi conquistare. Così che a me – nonostante la sua ricerca lirica, un poco abbandonata con tenerissima affezione sulle orme ad esempio di Pasolini – sembra piuttosto o soprattutto un autore di deliberate asprezze, di piccole impazienze, di qualche rapida cattiveria della memoria; e anche di persistenti attenzioni fuori dal suo mondo e dal suo cuore. Ciò lo rende spesso inquieto, ma con sobrietà; vibratile, ma con determinate ironie e senza mai la dedizione totalizzante e arrogante di chi si dispone nell’atteggiamento del protagonista o comunque di chi cerca in qualche modo, e sia pure strattonando, l’a solo dell’autore che grida forte. Al contrario: Pedroni sembra sempre in cammino, in movimento, con quella ansiosità attiva che contrassegna coloro che vogliono cercare sul serio, ascoltare sul serio. E scrivere, impegnandosi, come diretta verifica della vita; magari dietro il riscontro della memoria. C’è in ogni modo, uno scarto fra i testi in lingua e i testi dialettali, anche fra quelli qua raccolti; questi sembrandomi per l’occasione più radunati e stretti, e di comunicazione feroce, rispetto agli altri che tendono a liricizzare, come ho detto, con un intenerimento molto più eloquente e sobrio, più mormorato che gridato. Mentre i testi in dialetto stanno proprio fra nubi tempestose, dentro un paesaggio rabbioso e dilacerato, fra neve e tempesta, in mezzo al gorgo delle stagioni e delle passioni, in cui confluiscono ombre grandi di altri uomini e altre donne. Così che mi hanno riportato, non per un ricalco ma come connessione, al mondo che sembra sospeso sul mondo di Silvio D’Arzo, in attesa di violente tempeste non sempre consumate. Solo annunciate. Accompagnate dal raggelare dell’aria. Tale, un po’ meno annodato, è il mondo di Pedroni; enunciato e compreso dentro a questi testi, in un dialetto che sembrerebbe più adatto a zuffe «scoperte» che alla densità drammatica di uno scontro diretto col reale; ma che qua è riaccorpato a stabilire un dialogo fitto e stretto con le cose. Un dialogo impietoso; talvolta un dialogo ripeto, «petroso». Perché questi monti camminano. Sti mòunt i van…

 

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: “Dolce tempo. In mez a Panèra”, di Gian Marco Pedroni
  • Editore: Cappelli
  • Anno di pubblicazione: 1985
Letto 861 volte Ultima modifica il Giovedì, 18 Giugno 2015 07:43