Introduzione a “Essere in se”

I testi della Calabrò li avvicino, nell’attenzione più rigorosa, ai sottili strati di ghiaccio (appena una pelle gelida, ma resistente) che coprono spesso, negli inverni non solo padani, l’acqua che scorre all’aperto, che così è trattenuta; o l’acqua piatta dei laghetti che prima, magari, accoglievano il moto lento e indifferente di anatre e cigni dall’alba al tramonto. Infatti, questa prolungata e concatenata poesia della Calabrò, a me sembra chiara e solida (compatta) al primo sguardo, quasi a consentire un facile ma interessato passaggio da un testo all’altro; ma appena si mantiene fermo un indugio sulla pagina aperta, e lo sguardo scruta un poco affondando, allora crak! Il leggero fascio di chiarezza che ricopriva la superficie si spezza e apre un piccolo gorgo e fa affondare nell’acqua. Spesso acqua gelida. Di modo che, proprio di essere risucchiato in un piccolo gorgo costante, abbastanza vorticoso e impietoso, che mi inviluppa, è la mia sensazione leggendo e poi la mia conclusione di lettore. Tanto da costringermi ormai, conoscendo i testi, a restare in continua all’erta mentre leggo e ascolto, contrastando anche per non essere attirato al fondo. In un precipizio non modesto. Opponendo una resistenza della ragione più che dei sentimenti. In questa mia disposizione di attesa interessata e di cautela, l’ascolto vorticare nel suo gorgo incalzata da una inesauribile impazienza. In effetti, la Calabrò non vuole partire (scrivendo) per capire, né per ordinare; questo non ha importanza per lei. Tende invece sempre a mantenersi in una sorta di nervosissima immobilità per ritrovarsi in una situazione, per ridefinirsi in un momento particolare, per osservarsi come meglio può collegandosi ai dettagli delle cose che la circondano. Una casa degli occhi – a lasciare il pensiero sparso, come è scritto, anzi detto, in una delle sue poesie sempre brevissime. Il pensiero come frammenti di oggetti dispersi qua e là in una stanza e gli occhi, invece, che sorreggono interi, con fredda prepotenza (ma anche con una angoscia vibratile) il filo diretto con la vicenda dei giorni, con le cose, e con il tempo che ci sovrasta. Perché, anche il tempo che scorre sembra che si lasci guardare più che farsi sopportare, o rimpiangere.

Questo atteggiamento, rende la poesia della Calabrò, per la mia lettura, originale e fuori da ogni possibile condizionamento culturale. La brevità non è secchezza per poco dire ma piuttosto uno strappare via dalla pelle i versi con i denti, al modo che si strappa un filo quando si vuole cucire. Una interruzione più che una conclusione. Ma dentro a questa brevità è calata anche una concentrazione di segnali e segni che riesce a turbare chi legge, coinvolgendolo in una inquietudine ambigua da cui non riesce (e leggendo non vuole) liberarsi. È vero allora che i testi sono come anelli di una catena, progressivamente disposta alla fine per vincolare o per liberare, a seconda della disposizione di ogni lettore; ma sono anche da partecipare, sul serio, secondo la chiave di consumo della stessa autrice: “Quello che penso è che li avrete sentiti con un senso ampio”.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: “Essere in se”. Trenta poesie di Rosalia Calabrò
  • Anno di pubblicazione: 1994
Letto 125 volte