Parole, silenzio, dolore (Arcangeli, Morandi)

(Testi di Roberto Roversi; montaggio per il teatro di Arnaldo Picchi)

 

 

I

 

Absidale di Santa Lucia. Nello spazio un lungo tavolo, leggermente obliquo, coperto con un drappo rosso. Al capo interno, a sinistra, Morandi, quasi in penombra, con un libro aperto in mano. Al capo opposto, verso la platea, Arcangeli – di tre quarti, quasi di schiena, ma in luce. Dietro la vetrata il grande muro rotondo è appena percettibile. La cantante, con un accompagnamento di chitarra e clarinetto, attraverserà lo spazio entrando da destra, percorrendo il bordo di proscenio. L’orchestra (un complesso di fiati) è in scena, a destra, ma nessuna musica interverrà durante i due dialoghi. Nello spazio sono disseminati diversi leggii, con copioni aperti.

 

 

CANZONE

 

Un frate imprigionato fra i topi

mi ha insegnato a parlare

e due uomini tedeschi stretti nel ferro mi hanno dato la vertigine

uno perché troppo saggio

l’altro travolto da un furore della poesia

è diventato pazzo travolto dalla pazzia.

Poi è finita la vita

                            poi è il giorno che si

                                                           muore

Qualcuno

                            andrà da

                            qualche parte

perché non c’è saluto

                            per chi vola in treno

                            né per chi arriva.

Oggi hanno vinto

ma non vinceranno domani

ho il cuore molto triste

un mondo senza il popolo degli uomini

è un mondo che non accetto.

La vanità dei poeti

rende inutile molta poesia.

 

 

II

 

ARCANGELI:

Quel giorno, dice, non è stato un bel giorno, diomio… neanche un poco.

 

STUDENTE:

Quale giorno?

 

ARCANGELI:

Era un lunedì. Io ricordo bene, gli ho portato alcune decine di fogli. Avevo passata la domenica a rileggere bene tutto il testo, per cavar via anche il più piccolo errore di battuta, una virgola, e poi…

 

STUDENTE:

E poi?

 

ARCANGELI:

Poi il cuore mi batteva forte, non da uomo ma da giovane alla prima battaglia; come sempre mi capita di fronte a una grande emozione… anche adesso, che giovane non sono più… Forse la più forte, più mia, più dentro di me, della mia vita… Lo temevo quell’uomo, tutto intero.

 

STUDENTE:

Lo temevi? Morandi?

 

ARCANGELI:

Sì! Aveva una bontà irta di spine, che ferivano lui, magari, per primo, ma più ferivano gli altri. Dai suoi occhi capivi il vulcano immobile che c’era dentro.

 

STUDENTE:

Ma prima di quel giorno, non aveva letto proprio niente?

 

ARCANGELI:

Aveva letto qualche pagina, le prime, che m’ero azzardato a dargli. Non credevo che ci fosse dentro il fuoco. Aveva borbottato.

 

STUDENTE:

Borbottava?

 

ARCANGELI:

Mescolava quelle prime frasi con un dito, proprio come se intingesse il pennello su un colore. Sui colori. Se gli avessi dato subito più pagine da leggere, temevo forte che mi avrebbe ucciso con una frase breve e secca; mettendo il mio cuore sulla pagina… Ma poi non è neanche vero…

 

STUDENTE:

Cosa?

 

ARCANGELI:

Che mi avrebbe ucciso. Speravo, speravo, speravo invece… oh, come lo speravo… in un sorriso, anche appena accennato, come una sua pennellata. Un breve luccicare di quegli occhi che vedevano le piccole cose del mondo come se avessero un’anima, placata solo dopo un lungo volo; e riposassero sul tavolo, quasi accucciate; e come se ansimassero ma appena un poco, un poco appena, ancora.

 

STUDENTE:

Sperare in un sorriso, dopo tanta scrittura, tanto impegno, certo, forse è il sentimento più bello…

 

ARCANGELI:

Il ringraziamento più eccitante. Una sua parola, solo una sua parola, con quella luce negli occhi, appena sfiorata dal vento dell’anima, che alcuni, i più attenti, leggevano emozionati nelle sue opere misteriose. Cos’altro potevo, e dovevo, sperare?

 

STUDENTE:

Cosa, infatti?

 

ARCANGELI:

Lui era lì davanti a me e stava sollevando per me, davanti a me, fra lui e me, una montagna. Per me, il freddo dell’anima. Da quel momento la mia vita non è stata più la mia vita.

 

STUDENTE:

La vita intera, tutta la vita vera?

 

ARCANGELI:

Prima e dopo, giovinezza e lavoro, sandali e scarpe impolverate. Tutto. Anche una grande intima speranza di essere passato attraverso i rami di una foresta troppo tranquilla per non essere all’improvviso un’esplosione di misteri o di paure o di meraviglie; per non promettere drammi e tempeste; e arrivare dentro ai suoi quadri, anche solo a un quadro, uno solo, come un oggetto quasi indispensabile fra loro. Anzi, indispensabile. E invece… Fare ancora luce, un po’ di luce, anche soltanto per gli altri…

 

Sul muro rotondo oltre la vetrata una dopo l’altra, come in un feu d’artifice compaiono due nature morte di Morandi.

 

STUDENTE:

Invece?

 

ARCANGELI:

Non ci voglio, dico non ci posso pensare adesso, in questo momento;

strapperei le bende da ferite ancora aperte… Invece? Una ferita proprio sul cuore e sei steso sulla riva del mare tempestoso come un guerriero morto.

Morto davvero. Dopo la speranza di una buona vittoria.

 

STUDENTE:

Riesco a intenderlo bene tutto questo, dopo tanto lavoro.

 

ARCANGELI:

Ripeto, più che lavoro… il lavoro è altra cosa… partecipazione continua, vincolo effettivo della mente; un’applicazione a capire e a scoprire furibonda. Davvero, senza tregua… Voglio dire che l’ambizione maggiore, del mio libro, mentre scrivevo, era quella di fare intendere Morandi fuori dai lacci di applausi consumati… Adesso posso anche dirlo, così con la voce… Morandi, allora, parlava sopra tutto con gli occhi, oggi posso dichiararlo. C’era come una prepotenza in quelle mie pagine… Per Morandi, insopportabile… Lui in fondo voleva che fossi come voleva… come intendeva di essere con convinzione profonda e non lasciava margine ad alcuna ombra alzata da altri… alle mie ombre. Riteneva che Arcangeli fosse davvero spietato, dietro la sua baldanza. Ma Arcangeli cercava soltanto, con tutte le sue possibilità liberate al massimo, come una mandria di cavalli bene addestrati e liberati m un campo assolato… Cercava di capire diverso dagli altri, come egli credeva di poter fare, di saper fare, liberato da alcuni vincoli stesi con troppa gratitudine semplificata da altri.

 

STUDENTE:

Capire diverso dagli altri, dunque.

 

ARCANGELI:

Ma non è giusto tendere a questo, per un critico? premuroso, posso dire anche acuto? soprattutto innamorato delle opere del proprio autore?

Fu fulminante e impietoso: “Zac! la spada che taglia… Lei crede di sapere tutto e non sa niente… questo è il guaio… Sa poco o niente…”

 

ARCANGELI:

Dove ho sbagliato?

 

MORANDI:

Lei con un coltello ha tentato… ha cercato di staccare la testa dal corpo… la corteccia di un albero, voglio dire, per preservarlo dal fuoco… Ha tentato di farlo, con poco costrutto… Ma il mio albero non è sughero che si stacca, scattante e placido, ad ogni colpo di lama, sicché il lavoro sembra quasi un giuoco… Io, mi conceda almeno questo, sono di legno vero, come è vero ogni uomo, e mi ferisco e lacrimo…

 

ARCANGELI:

Ma…

 

MORANDI:

…sì, si può lacrimare forte ma con discrezione di luogo e di forma, restandosene appartati… il dolore, non è questione di colori e pittura… il dolore ci colpisce spesso da soli… Badi a questo, lei che giudica e impone… in queste occasioni mi verrebbe perfino di gridare, pensi un poco… gridare io!…

Gridare non per rabbia, che scuote appena la pelle, ma per tenerezza d’amore… Anche gli alberi sono innamorati del vento, che li scuote… Lei ha la mano fredda per queste pagine, o se le riscalda, le riscalda soltanto con l’alito… La mano fredda, così come è fredda la lama con cui mi vuole disossare…

 

ARCANGELI:

Oh, come non è vero!… Non è vero, mi creda… Il mio impegno è altro… Io mi sono immerso nel mare profondo…

 

MORANDI:

Mare profondo!… Queste pagine, creda a me, a parte la bella scrittura, sono solo una grande ferita… Lei ha sparso il mio sangue per terra.

 

ARCANGELI:

Dio mio! Neanche una parola?

 

MORANDI:

Lei mi toglie la pelle,

mi spella vivo.

Per tutta la vita sono

stato tirato da una parte

all’altra, su e giù,

legato, anzi quasi incatenato,

ieri come un Budda di marmo o

buttato in avanti come un pallone

perché dicevano che

ricoprivo la realtà con una pittura

come un lenzuolo di raso

filato da una donna con le mani d’oro,

rotolando dentro l’aria del nostro tempo.

Dei nostri tempi.

Io, invece…

la mia unica aspirazione è godere della pace

e della tranquillità di cui ho bisogno

per lavorare.

Ma sono stato derubato

di questa pace mentale

dal momento in cui anni fa

ho vinto un premio alla biennale

di San Paolo del Brasile…

Io vorrei invece solo stare alla finestra

(alle finestre) a rimirare il mondo

in un dettaglio preciso ordinato sottile

e a dipingere il suo silenzio.

Sembra una cosa facile, dopotutto, cosa

da nulla e invece…

 

ARCANGELI:

Proprio questo. Questo invece. È dentro questo invece che ho cercato di andare, a gradi, cercando di non ferire ma, come dire?, di lenire. Di immergermi come dentro l’acqua… (e come trasferendosi nella memoria, recita:)

 

Nello stesso momento sul muro oltre la vetrata compare la prima immagine marcata (Cimabue, Ipnacchaia, su una natura morta di Morandi).

 

Tra le Lipari rosse e nere la veglia d’Ulisse ramingo s’accende di sole immenso al tramonto marino. Non vuole cedere l’eterno suo passo: risveglia un fuoco del cuore… Ma s’aprono i lumi cari e fumosi di Milazzo. Al fragore del treno una bimba cade in pallide ore di sonno, tra un povero odore d’agrumi…

 

MORANDI:

Una poesia? Perché, in questo momento?

 

ARCANGELI:

Risveglia un fuoco del cuore. Ma anche per Non vuole cedere l’eterno suo passo, e infine per s’aprono i lumi cari e fumosi. Tutto ciò che toglie l’oscuro ma non rende i quadri più leggeri, più soavi al tatto dello sguardo.

 

MORANDI:

Io dico che sui paesaggi non posso fare sconti. È lì dentro che mi ritrovo. Ed è vero questo e non lo dimentico, le frasi, anzi le parole di Longhi con i rantoli della guerra ancora in piedi, lui di là dell’Appennino, io ancora di qua a Grizzana e con gli alberi che bruciavano. La mostra del 21 aprile del ’45, a Firenze. Un segno del destino, un precipitare degli eventi. Anche culturali, anche artistici. Guardi, il catalogo della mostra è qui nello scaffale… Ecco, e leggo solo per contraddirla, almeno nella sostanza: l’elegia luminosa di Morandi; la sua pittura sommessa, semplice e pura; la sua meditata lentezza, e per questa Longhi rimanda al lento narrare di Proust; e poi scrive della studiosa affettuosità verso gli oggetti, che erano parte del suo mondo visivo; stratificando le ricordanze tonali.

 

Durante questa battuta di M. sul fondo compaiono, rapidamente (feu d’artifice) due paesaggi di Morandi.

 

MORANDI:

Non vedevo l’ora di potermi rimettere al lavoro e di ritrovare un poco di

tranquillità.

Tranquillità da difendere anche, perfino, con il filo spinato.

 

Mio caro Arcangeli…

Ha male inteso… ha frainteso… come un uccello, per troppa ebbrezza…

Addio!

 

ARCANGELI:

Tornavo a casa, in una sera di maggio, per un viale. Il cielo, che vedevo a tratti fra gli alberi folti, era pesante, con rare stelle fra le nuvole gravi. Nell’aria c’era un presentimento, un senso d’aspettazione; ma forse era soltanto il torpore carico di germi e di promesse vegetative che pesa su certe sere di primavera. Anch’io, dopo un lungo dolore, aspettavo di rinascere, e l’attesa era un distacco incantato dalla vita, come un dolce seppellimento. Ma quella sera ero inquieto, mi sentivo carico dell’avvenire che doveva svolgersi da me, non sapevo come.

 

MORANDI:

Mio caro Arcangeli… La natura… bisogna disporre le cose, riordinarle, chiedere a loro di sussurrare non di cantare; ma di sussurrare sempre, con un respiro lungo che non si fa impaurire dal tempo, e durare durare durare.

Longhi, è poco che ha scritto, mi aveva posto come antidoto a tutte le deviazioni di gusto astrattistico. Questo almeno vuol dire che non cercavo di disfare le cose ma neanche di prenderle nude e crude cercando di abbracciarle perché non sfuggissero via, ma che si capiva che le radunavo poche ed esigue di volta in volta con il fischio del pennello, come fa il pastore di sera, per contare il piccolo branco e disporlo al quieto sonno della notte… Dunque, altro che rileggere il libro della mia pittura – almeno questo, una volta per tutte, credo – in chiave di elementarietà astratta… E poi tutti quegli avvicinamenti a questo e a quello! Sassi tirati sulla schiena, da ogni parte. Mi permetta dunque, almeno, di potermi rinserrare nella stanza del lavoro con le mie pecorelle… le mie disperse bestiole, che hanno pascolato solitarie, lontane da suoni troppo forti, che non durano a lungo… A me basta, del nostro tempo, ammirare osservare scoprire di volta in volta Brancusi.

 

ARCANGELI:

Son convinto che sono gli altri (e che cosa è la critica, se non “altri” particolarmente attenti, sensibili, partecipi?) a dover intuire, se sono in grado, quello che in un’opera o stato effettivamente, talvolta persino in contrasto con la poetica dell’artista, trasmesso.

 

MORANDI:

Altro che pecore! Qua è come avvolgere un corpo ancora mezzo vivo, mezzo cadavere dunque, per cercare di seppellirlo sia pure in una tomba di marmo… Nella tomba di famiglia del critico.

 

ARCANGELI:

Nessun seppellimento, sia pure virtuale, ma esaltazione in un restauro della vita e dell’opera straordinario, vitale… Sì, esaltazione ragionata, della ragione, quindi l’attenzione e l’amore più lucido e concreto, più sincero e duraturo… Durare nel tempo, senza sbavature…

Morandi richiude il libro. L’orchestra interviene per un intermezzo musicale, durante il quale sul fondo scorre l’immagine di una natura morta di Morandi. Luci sui musicanti e su Arcangeli, che ora legge da un foglio. Sul finire dell’intermezzo un giovane laureando, con una borsa che tiene stretta al petto, e resta in piedi all’angolo del tavolo, dove prima era seduto Arcangeli. La musica si interrompe bruscamente.

 

 

III

 

ARCANGELI:

No, quel giorno non è stato un bel giorno, diomio… neanche un poco…

 

LAUREANDO:

Vent’anni, no?

 

ARCANGELI:

(senza ascoltarlo continua):… era un lunedì, lo ricordo bene, gli ho portato alcune decine di fogli… trentadue, per l’esattezza… Avevo passata la domenica a leggere e rileggere tutto il testo, per cavar via anche il più piccolo errore, una virgola, un refuso, e poi… (si arresta, per ricordo improvviso)

 

LAUREANDO:

E poi?

 

ARCANGELI:

(adesso sembra sollevato): …poi il cuore mi batteva, forte, come un giovane alla prima battaglia… sempre mi capita di fronte a una grande emozione… sentirsi disarmato… anche adesso, che giovane non sono più… In quel momento, forse, era la più forte, più intimamente sentita, più dentro di me… mai prima, così, e neanche dopo, così… Lo temevo quell’uomo, tutto intero, con intime furie e umori straziati, sotto un’acqua tranquilla.

 

Sul fondo compare, come un flash, un paesaggio di Morandi con figura umana.

 

LAUREANDO:

Morandi? Era un uomo da temere?

 

ARCANGELI:

Sì! La sua quieta amabilità era irta di spine, che ferivano lui, magari, per primo, ma che ferivano soprattutto gli altri, sottili sottili, anche se non se ne accorgevano subito e non si sentivano feriti… Dai suoi occhi, dentro a una nebbia di luce, capivi il vulcano immobile che c’era dentro… Capivi? Direi sentivi.

 

LAUREANDO:

Ma prima di quel giorno, non aveva letto proprio niente? Neanche un foglio?

 

ARCANGELI:

Qualche pagina, le prime, che m’ero azzardato a dargli… Aveva borbottato:

non credevo che ci fosse dentro il fuoco.

 

LAUREANDO:

Segno di tempesta?

 

ARCANGELI:

Strisciava sulle righe… su quelle prime righe… con un dito, come se intingesse un pennello su un colore… Sui colori… con una curiosità stizzosa… Se gli avessi dato subito più pagine da leggere, temevo forte che avrebbe potuto seccare la penna con una frase breve e secca… Che mi avrebbe, cauto e severo, anche implacabile in quell’occasione, tagliuzzato come un frutto maturo, troppo maturo… Ma forse neanche questo è vero…

 

LAUREANDO:

Cosa?

 

ARCANGELI:

Che mi avrebbe ferito, ucciso, cancellato, in quel momento… Lui voleva quel che voleva, e io invece speravo in qualcosa di buono, non di averlo accontentato ma di non averlo deluso… Speravo, speravo, oh! come lo speravo, in un sorriso soltanto, anche solo accennato, come una delle sue pennellate leggere e tremende… Un breve luccicare di quegli occhi che vedevano le cose del mondo come se avessero una pelle quieta, appena sfiorata dal tempo e un’anima tormentata… come se fossero appena placate dopo un lungo volo, e riposassero sul tavolo quasi accucciate… come se ansimassero ma appena un poco, un poco appena, ancora.

 

LAUREANDO:

Sperare in un sorriso, dopo tanta scrittura, tanto impegno, certo, e tanto e tanto riflettere e indagare, è il sentimento più bello, il più vero…

 

ARCANGELI:

Il ringraziamento più eccitante… Una sua parola, solo una sua parola, con quella luce negli occhi, appena sfiorata dal vento dell’anima, che alcuni, i più attenti e meno curiosi, leggevano emozionati nelle sue opere così aperte e così misteriose…

 

LAUREANDO:

Era lecito aspettarsela, almeno questa…

 

ARCANGELI:

Lui era lì, seduto davanti a me, e stava sollevando per me, fra lui e me, o soltanto per me, una barriera… una montagna, che non si poteva più scalare… Per me, il freddo poi il gelo dell’anima, la nebbia fonda nei pensieri… Da quel momento…

 

LAUREANDO:

Scavare, scavare, per arrivare all’uomo… Lei ha cento ragioni, anch’io partecipo di ciò… Che cosa sono, infatti, quelle cose in apparenza inerti, deposte su un tavolo, se non internamente vibranti e disposte a scattare avvampando? E il pittore che dipinge non è forse in una officina piena di zolfo, anche se sembra solo e soltanto nella sua cameretta? Guardandolo, anch’io cerco sempre il mago misterioso avvolto in un panno leggero ma che sembra incorruttibile…

 

ARCANGELI:

(lo ha ascoltato ma distratto) Da allora, la mia vita non è stata più la mia vita…

 

LAUREANDO:

La vita intera? Un colpo duro, certo…

 

ARCANGELI:

Avrei voluto gridare ma l’urlo si rintanava dentro al cuore e lo lacerava… Sì, cercavo un padre del pensiero dietro quei colori, dentro quei quadri… cercavo un cuore più che una voce… che i colori di quei quadri mi colassero tiepidi su! viso… che tutto ciò mi fosse guida, e anche esaltazione, nel destino…

 

LAUREANDO:

Lo si chiede ai maestri, una mano sulla spalla…

 

ARCANGELI:

La vita intera? Sì, prima e dopo, giovinezza e lavoro, sandali per camminare, progetti di lavoro, l’amore nel guardare e nello sperare… Ritenevo davvero, con una convinzione quasi feroce, di essere come passato attraverso i rami di una foresta… così vedo la vita di un uomo, e anche di un artista grande… di una foresta troppo lucidamente disposta per non essere protagonista all’improvviso, ma con calcolata determinazione, di un’esplosione di misteri o di paure o di meraviglie… per non promettere sorprese ma anche drammi e tempeste… e in questo intrecciato mistero volevo arrivare, passando sopra i suoi quadri quasi a balzi come si attraversa un rivo irrequieto puntando, passo dietro passo, ai sassi affioranti…

 

Durante questa battuta di A, sul fondo – sempre come per lampi – compaiono due nature morte di Morandi.

 

LAUREANDO:

Buoni riferimenti, anche strani riferimenti; con qualche sorpresa, a mio parere, Nei suoi quadri, o con i suoi quadri, secondo una mia lettura e così sia, qua la dico, Morandi non è che volesse penetrare nella inquietudine del mondo… non è che volesse con spasimo capire il mondo, ma sento che lo volesse giudicare (inquieto, implacabile)… Per questo la sua figura artistica, fuori dalla iconografia ormai standardizzata di via Fondazza e di tutto il lacrimevole ed estenuante retoricume conseguente, è da pittore antico invece; duro e in qualche modo inesorabile, piuttosto che da pittore moderno, fragile, solitario e schivo, e già inquinato dalla fragilità del tempo, che correva verso due tre spaventose guerre… Morandi non ne vuol star fuori ma non vuole nemmeno lasciarsi sopraffare. Come un monaco eremita sta appartato per restare più vicino a un cielo contro cui gridare una sua straziante preghiera senza voce…

 

ARCANGELI:

Un amico pittore dei primi anni ricordava: a me diceva di portarsi addosso una condizione di sentimento naturale… un tentativo di essere vicini a una prima indistruttibile naturalità…

 

LAUREANDO (proseguendo, quasi con ansia:)

Pittore del Trecento, che con un soffio ha spazzato via la folla, le persone e ha davanti la tavola nuda, che nell’attesa del colore fa fuoco e scintille e riempie la stanza di una luce quasi spenta che è mistero.

 

ARCANGELI (cita un suo verso:)

Stanze / si addensano d’ardore… Le ombre tacciono trafitte…

 

LAUREANDO:

Mi butto, ma è da dire… Via Fondazza, altro che la strada minuta e pigra della retorica sentimentale della pittura… io la vedo come il deserto di Gobi, una vetta innevata, la steppa russa e non guardo un suo quadro anche con solo due bottiglie avanzanti senza rabbrividire. Come i grandi del Trecento, appunto, pittavano i Cristi in croce, che sanguinavano.

 

Durante questa battuta del Laureando sul fondo compare la seconda immagine marcata; una mano benedicente sopra un bouquet di fiori.

 

ARCANGELI:

Fare ancora luce, un po’ di luce, sorpassando gli equivoci, anche per gli altri, e invece…

 

LAUREANDO:

Invece?

 

ARCANGELI:

Non ci posso pensare adesso, andare al fondo; strapperei le bende da una ferita ancora aperta… Come un soldato colpito a morte, disteso sulla riva del mare, dopo la speranza di una buona vittoria.

 

LAUREANDO:

Tanto impegno di lavoro… lo capisco bene…

 

Un gruppo di studenti (che finora ha osservato dalle due porte laterali) entra e va a schierarsi in piedi davanti ai primi posti di platea.

 

ARCANGELI:

Più che lavoro, il lavoro è un’altra cosa… nel mio caso, in questa occasione, partecipazione continua, vincolo affettivo e anche effettivo della mente; un’applicazione a capire e a scoprire tutti i dettagli possibili, i più furtivi o sfuggenti; una determinazione, e una convinzione, furibonde… davvero senza tregua. Non volevo, non cercavo altro che questo risultato… Voglio dire che l’ambizione maggiore… senza esaltazione la chiamerei suprema… del mio libro, mentre scrivevo, era di fare intendere questo artista difficile e grande… grande e difficile… di presentarlo fuori dai lacci di applausi consumati e ormai verbosi… Morandi non molto parlava con la voce ma molto con gli occhi… scagliava piccole frecce… e forse, oggi posso riconoscerlo magari a fatica… forse nelle mie pagine c’era una prepotenza impietosa nel volerlo troppo nudo… per Morandi, insopportabile; forse anche molto dolorosa… Lui voleva risultare e, direi, risaltare come credeva di essere; e intendeva, e anche cercava, di non concedere margini ad alcuna ombra lasciata, o lanciata, da altri… o alle mie ombre, che riteneva distorsioni… Riteneva che Arcangeli fosse troppo spietato e invadente, soprattutto invadente, senza cautela e senza rispetto, tradito da una giovanile baldanza… Mentre io cercavo soltanto, con tutte le mie possibilità liberate al massimo, di capire un po’ di più, e con maggiore acutezza e attesa, liberandolo per quanto stava in me dai vari vincoli stesi con troppa gratitudine semplificata da altri.

 

Durante questa battuta di A. sul fondo compare la terza immagine marcata: la mano che regge un bicchiere d’acqua, di Antonello da Messina, su una natura morta di Morandi.

 

LAUREANDO:

Ma non è sempre giusto tendere a questo, per un critico che aggiunga all’acutezza una tensione costante e, come dire?, amorosa?

 

ARCANGELI:

Ricorderò sempre le sue parole, sillabate e rallentate… e anche tormentate… dentro ci sentivo a stilettate un’ironia paziente e angosciata… Con approssimazione ma senza tradirle, erano, sono state le seguenti…

 

MORANDI:

In assoluto, vede, è molto difficile per un artista dare delle ragioni, delle spiegazioni. Si percepisce e basta e avanza. Chi è vivo ha pure il diritto di affacciarsi a una finestra senza essere tormentato da tafani e zanzare, o venti tumultuosi, per una volta tanto… Mi aspettavo ben altro, da queste pagine. Ma chi è vivo ha pure il diritto di restare dietro le tende, se vuole, al riparo di troppa luce… Lei, per smania di aprire le finestre ha rotto perfino i vetri… Vuol mettermi in parte dove non mi sento di stare, di dover stare… non su una sedia scomoda ma su una sedia non mia… Lei è stato dunque precipitoso… meglio, è stato impaziente nel giudicare le cose. Badi, dico le cose, non mi metto in riferimento. Se si vuole bene giudicare bisogna bene guardare e, ancora, bene meditare… Una volta, tanti anni fa, sono venuti da me alcuni e hanno visto sul cavalletto, nella camera del mio lavoro, un paesaggio. Era lì, non dimenticato ma in attesa, da oltre due anni, aveva anche della polvere sopra… Non dimenticato, ma in attesa, non di nascere ma di concludersi, di completarsi, di non essere più esangue… era lì che adagio si muoveva per attirare lo sguardo, per smuovere attenzione, ma non era rassegnato né tanto meno disperato. Era lì che aspettava… Ecco, aspettare. Colori rari ma una superficie già disposta e toccata, sfiorata… tutto levigato, come accarezzare il dorso del mondo in un momento rapido di quiete, prima del suo risveglio dentro lo spavento… Un momento fra due guerre, un momento fra due terribili impazienze. Può capirmi meglio, adesso?

 

LAUREANDO:

Un filtro, per soffiare contro al fuoco dell’inferno…

 

ARCANGELI:

Non la sua ombra ma lui uomo… e per far questo bisogna anche buttarsi nel mare.

 

LAUREANDO:

Sì, anch’io ho sempre sentito dentro di me stravolta dalla norma critica la lettura dei suoi quadri… Dico proprio leggere, come a strisciare gli occhi sulla tela. E allora, ecco, cosa oso dire seguendo le sue parole… dalle finestre chiuse delle sue case disposte in un ordine della natura come fossero dipinte su un cuore, sembra che le finestre debbano spalancarsi all’improvviso e donne urlanti, visi di donne, si sporgano con i capelli in fiamma… Sotto al morbido e tenue e struggente, per me, colore dei quadri c’è sempre un barbaglio fioco, e guardando bene a me sembra, sempre, che lampi di fuoco vero affiorino fra i colori. Anche le bottiglie impolverate, ripeto, come soldati preservati dopo lungo marciare, mi sembrano pronte, direi prossime ad entrare in un qualche combattimento…

 

Durante questa battuta, ancora una volta, sul fondo, compaiono in rapida successione due paesaggi di Morandi.

 

ARCANGELI :

Questa notte ho girato per il deserto lunare della città addormentata, senza voci, e son finito qui. A guardare la strada da quest’angolo sembra, tutta allagata dal lume della luna, un’ampia contrada incerta, che non soffra altro confine che il cielo.

 

Durante questa battuta di A. (che può essere ripetuta due volte) compare la quarta immagine marcata (miniatura con un gruppo di religiose su una natura morta).

 

Alla fine, mentre Arcangeli continua in un monologare ondivago di nuovo compare la cantante, per la seconda canzone – il testo è il n. 19 de L’Italia sepolta sotto la neve di Roversi – seguendo lo stesso percorso dell’altra volta. La canzone comincia quando la voce di Arcangeli, poco per volta si allenta e poi si spegne. Infine, mentre la cantante esce da sinistra, una coda dell’orchestra.

 

 

IV

 

CANZONE

 

Gli amici nel caffè respirano contro i vetri

per guardare e io sono solo

scruto ammiro penso chiamo spero

guardo posso anche cantare sotto voce

il paese è giallo dentro il mare di neve

gli altri sono nebbia dentro ai vetri verdi

del bar si sollevano alcune farfalle di pietra

aspetto con pazienza

dentro al blando riposo di latta e cartone

e m’accorgo di sapere ancora aspettare.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: testi teatrali
  • Editore: Testo inedito
  • Anno di pubblicazione: 2005
Letto 2318 volte Ultima modifica il Lunedì, 27 Maggio 2013 15:36