Poesia e politica negli anni sessanta: Le descrizioni in atto di Roberto Roversi

Nel corso degli anni sessanta l’impegno politico degli scrittori (e degli intellettuali in generale) di sinistra ha conosciuto un progressivo processo di radicalizzazione, con evidenti riflessi sul piano della ricerca letteraria ed artistica. È stato un fenomeno di portata internazionale, ma in Italia, al di là delle evidenti analogie con altri paesi, ha assunto degli aspetti particolari.

Degli ex sodali di «Officina» Roberto Roversi è stato sicuramente fra coloro che durante quel decennio hanno portato fino alle estreme conseguenze il rapporto fra la ricerca letteraria e impegno politico, fra scrittore e società. È il periodo in cui il poeta bolognese, pur nella sua gelosa indipendenza, partecipa all’attività della nuova sinistra e del marxismo critico (e per una conferma basta ricordare la direzione e la pubblicazione in proprio della rivista «Rendiconti» e la sua assidua collaborazione ai «Quaderni piacentini» e a «Giovane critica»), dedicandosi alla stesura di un gruppo di opere¹, fra le quali spiccano sicuramente le Descrizioni in atto.

 

QUESTO È IL GRUPPO INTEGRALE DELLE DESCRIZIONI IN ATTO COMPOSTE DAL 1963 AL 1969; DI CUI MOLTE INEDITE; E ADESSO RACCOLTE PER ESSERE LIBERAMENTE MANDATE. Bologna, dicembre 1969².

 

Con questa breve avvertenza, quasi alla fine degli anni sessanta, Roversi presentava, ciclostilate in proprio, le sue Descrizioni in atto, uno dei libri di poesia più singolari e rappresentativi di quella straordinaria stagione politica e culturale³. Si era nel periodo della contestazione e, di conseguenza, la scelta del poeta bolognese di rifiutare le forme ufficiali e i mezzi tradizionali della comunicazione editoriale assumeva un significato prettamente politico e rappresentava il tentativo di istituire un canale alternativo e più diretto con i suoi potenziali lettori, in special modo con le giovani generazioni. A tal proposito, partecipando al dibattito Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?,svoltosi nel 1967 su «Rinascita», egli aveva dichiarato che si deve scrivere non «per qualcuno» ma «contro qualcuno» e che bisogna rompere gli indugi e prepararsi ad «avviare il ribaltamento di tutte le organizzate sezioni di potere»4. Proprio in coincidenza col sessantotto Roversi, quindi, porta a maturazione un discorso avviato da circa un decennio e basato su un’analisi spregiudicata del ruolo dello scrittore e della letteratura nella società contemporanea che lo porterà alla convinzione di una «fragile inconsistenza, […] precarietà, […] fondamentale contraddittorietà, […] impotenza dell’atto dello scrivere», che era arrivato «il momento di spezzare la penna sul ginocchio», cioè di abbandonare o sospendere l’attività letteraria per dedicarsi interamente alla lotta politica5. Si tratta di affermazioni abbastanza singolari ed emblematiche che rappresentavano la spia di una totale negazione del ruolo tradizionale dello scrittore e della società capitalistica, chiaramente manifestata da Roversi sin dall’inizio del nuovo decennio:

 

Non amo il mio tempo, «questo» tempo; e non lo amo così come lo vedo, da noi, qua, mentre presume di aver raggiunto forme perfezionate di civiltà propagandare invece le (logore) parole del linguaggio politico-burocratico occidentale: libertà, democrazia, regime parlamentare; che secoli di storia hanno definitivamente usurato, coprendole di sangue, di una polvere fitta, di ricordi, di dolore, di perfide contraddizioni. Nazionalismo, metafisica, misticismo.

Non mi interessa vivere in questo paese; le vicende d’Europa, naufraga e perente, tuttavia ridondante di pretesti e di alibi, annoiano per disperazione o irritano per la loro periodica «inutilità». Così qualcuno può scrivere: la rabbia di… Sia pure, con ragione; se divergendo da: rabbia in corpore litterae, nella fattispecie per opere cattive e patite per colpa dell’autore, indicasse: per la, o per una realtà autentica che, anziché opprimere, e dunque costringere all’azione, offende e dunque addormenta e isterilisce – anche i propositi migliori. Rabbia politica, che è o dovrebbe essere giustificata6.

 

La poesia delle Descrizione in atto nasce proprio da questa ferma, intransigente e lucida condanna del cosiddetto «miracolo economico», della «società del benessere», della grassa, disumana e corrotta civiltà occidentale che si regge sulla falsa libertà e sull’egoismo, su un regime di terrore permanente. Alla base della ricerca poetica di Roversi vi è quindi un rovello ideologico e letterario che mira ad una consapevole e lucida trasgressione di tutte le regole tradizionali del discorso poetico, della comunicazione letteraria, ad un «uso della letteratura contro la letteratura»7.

 

…Lo dice uno che è fine mordente tempestivo

la lingua italiana è unificata

dalle alpi al povero cafone

un utensile è un utensile, congiuntura è congiuntura, il bastone è il bastone.

Anche la fame d’ora innanzi eguale per tutti

si dirà piuttosto una scepsi alimentare,

decelerazione digestiva, nevrotica sazietà

(milioni d’analfabeti, recuperati col tempo,

si fideranno intanto della buona fede dei dotti).

Un ministro socialista chiama i licenziamenti

alleggerimento di mano d’opera

– altrove con gli elettrodi ai coglioni

si convince qualcuno perché rispetti la noia svedese, l’ice-cream

americano, il miracolo tedesco o il sole italiano

e chi si perita con tristi occhi feroci

è un baco da ulivo irrorato dall’alto…

                                                                                             XII Descrizione

 

Quel giorno quando alle 20,25 ora italiana

la Gemini 6 si affiancò avendo

mutata ellisse alla Gemini 7 in alto sulle

Azzorre, Cosimo Moscagiuri muratore disoccupato, cinque figli, pensò

(per la prima volta?) di ammazzarsi a Milano. E s’ammazzò, dipoi.

Basta la constatazione.

Non volendo sottilizzare ma anzi semplificando

dirò che c’era, un discreto contrasto

fra quella tensione nello spazio

                                  spettacolo Usa decisamente

                                  allarmante e significativo

e la piccola vicenda di quaggiù (così squallida)

dove un homo faber era alle corde.

Potevano andarsene veloci quei signori

alti nell’aere libero o in più profondo cielo

ma al sopradescritto chi gli scuoteva le tasche?

come poteva immedesimarsi

sentirsi orgoglioso per la navicella della razza umana

se così poco i suoi conti quadravano

(in quel momento, anzi…) da indurlo

in una tentazione, irrazionale poi?…

                                                                                             XIV Descrizione

 

Operazione defoliante.

Nel 1967 si calcola che circa

un milione e mezzo di acri di terra sono stati trattati

in luglio la Defense Supply Agency

ha firmato con le case chimiche

produttrici trattati (contratti) per 58 milioni di dollari.

Povera america povera america povera america

la violenza dell’america fa paura

la violenza dell’america contro l’america fa paura

non la violenza dell’america contro il mondo

nell’occhio del mondo è la squallida violenza dell’america…

                                                                                             XXXIII Descrizione

 

A Torino il fatto che

un letto è affittato

tre volte al giorno a tre immigrati meridionali

con turni diversi nella grande fabbrica orgoglio della nazione

è naturale.

Io poi non ho motivo di lamentarmi

dormo nel mio letto

leggo le gazzette a letto quando è sera, disteso

fumo anche il mio sigaro dopo il caffè

intanto calcolo che un letto bene amministrato

a Torino sabauda rende fino a

centomila mensili e quattro letti

in una tale stanza (o locale) ruotando nel sonno

naturalmente scomposto di questi cafoni i quattrocento mensili…

                                                                                             XLII Descrizione

 

Sono quattro delle tantissime citazioni che si potrebbero fare e che ci servono per comprendere e per chiarire la posizione di Roversi, il senso della sua ricerca: il poeta si sente ‘estraneo’ al suo tempo, a un mondo degradato dalla tecnica e dal «progresso», che non è più a «misura d’uomo», e pertanto decide di aggredire radicalmente i miti, i valori, le ideologie razionalizzatrici del neocapitalismo, la retorica e il tronfio ottimismo dei ceti dominanti. Rispetto a Dopo Campoformio8, in cui aveva rievocato figure eroiche e immagini del mondo contadino e popolare del passato ed espresso la delusione e il risentimento per i “Risorgimenti traditi” (quello successivo alla rivoluzione francese e quello post-resistenziale, fra cui cerca di creare un singolare parallelismo), nelle Descrizioni in atto Roversi decide di lavorare sul presente (c’è infatti una sorta di contemporaneità fra il manifestarsi degli eventi e il momento della loro registrazione, cioè della stesura dei testi), di intervenire di petto sulla realtà del suo tempo, di registrare le contraddizioni e la violenza del sistema, le illusioni e speranze di quello straordinario decennio, elaborando dei testi che esprimono un’alta tensione espressiva, una grande forza d’urto, una carica eversiva e oppositiva, un intransigente agonismo morale e ideale.

Nelle Descrizioni in atto Roversi, anche se continua a svolgere la funzione di “poeta civile”, ha ormai superato le ideologie e le poetiche progressiste in voga nel precedente decennio, combinando un arduo sperimentalismo con una posizione politica estremistica, radicale. Pur consapevole che la letteratura non può avere alcuna efficacia pratica, nessuna capacità di trasformazione della realtà capitalistica («…lo scrivere non risultava essere un’attività con / particolari ripercussioni…», XXXIII Descrizione) Roversi, a differenza di Fortini (con cui in quel periodo condivide un’analoga posizione ideologica), crede che la poesia (e quindi la letteratura), se è munita di una determinata carica espressiva e politica, possa ancora svolgere una funzione di contestazione, di critica, di denuncia («È compito (magari superstite) della poesia contestare stravolgere calpestare», XXXII Descrizione). Insomma, il poeta bolognese parte dalla convinzione che nell’attuale società capitalistica tutto viene ridotto a merce, anche i prodotti dello spirito, per cui l’unico modo di sottrarre l’opera letteraria al processo di mercificazione, di omologazione e di neutralizzazione consumistica è di trasformarla in un’arma di lotta politica. Di qui l’esasperazione stilistica dei suoi versi e l’intransigenza del suo messaggio politico:

 

So bene che il «lavoro» letterario non serve, ovviamente, a fare la rivoluzione o a produrre il dissenso politico, ma so altrettanto bene, intanto, che posso e devo scrivere per questa rivoluzione e per questo dissenso – se non ho altro strumento per le mani e non sono altrettanto bravo artificiere per le bombe o tattico per le battaglie. Se non sono bravo e buono per queste faccende più utili. Sarò poi uno dei mille al momento di un’azione; ma intanto, magari imprecando di non sapere fare meglio o più (per una cattiva educazione), adatto la mia biro a picchiare sul vivo e dico con gli altri, ripetendo con gli altri, che bisogna uccidere il tiranno; e non uso questa sporca lingua, invece, per le mie caccole private o per celebrare le belle mani di una laura-beatrice, moglie figlia o ganza del colonnello. Così l’appello dello scrivere resta, sia pure rognoso, un atto politico. Non perde la misura9.

 

In quest’ottica autolesionistica l’intellettuale doveva annullarsi in quanto tale per trasformarsi in “soggetto” rivoluzionario. Era un atteggiamento abbastanza diffuso in quel particolare momento politico che ha spinto molti scrittori verso l’afasia o, addirittura, il silenzio. Basta ricordare il caso di Giorgio Cesarano, che, dopo aver pubblicato La tartaruga di Jastov (Milano, Mondadori, 1966), uno dei libri di poesie più significativi degli anni sessanta, nel periodo della contestazione ha interrotto quasi completamente il suo lavoro di scrittore per dedicarsi all’attività politica e alla riflessione teorica10. Anche Roversi mette in discussione il ruolo e la funzione tradizionali dell’intellettuale, ma senza rinnegarli totalmente; e attraverso un serrato processo di analisi e di verifica della cultura letteraria, del lavoro intellettuale e della società di quel decennio spinge fino alle estreme conseguenze il discorso sulla politicità della letteratura, esprimendo una posizione ‘minoritaria’, di rara coerenza ed estranea a qualsiasi genere di compromessi. Si noti, ad esempio, la critica severa rivolta all’indirizzo della sinistra «ufficiale» («…gli uffici della rivoluzione / chiudevano per ferie dal I° al venti agosto / gli uomini di questa rivoluzione / lubrificati gli slogan per i geli invernali / andavano in vacanza nelle ville sul mare / dal primo al venti agosto…», XX Descrizione), dei «vecchi maestri» che «hanno insegnato a mentire; a tradire» e che «hanno offerto veleno alla fame»11 e della stessa corporazione dei letterati che «sillogizza ma non opera»12 («Gli artisti, come i politici, non hanno alcuno interesse di cambiare il mondo / il mondo essendo così pertinente alle loro spalle», XXX Descrizione). È una scelta che nasceva dalla convinzione che tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio del nuovo decennio stava iniziando una nuova fase economica sociale e politica e che, quindi, si doveva «ricominciare da capo»13, a costo di pagare questa scelta con l’(auto)emarginazione, con l’estremo isolamento:

 

[…] meglio finire in ceppi costretti al

silenzio o condannati a consumarci

in questa solitudine che si scompone,

meglio ancora, ancora meglio finire sotto il voltone

di un ponte abbandonato,

sullo scalino invernale

della casa di Galvani,

meglio divorato dai cani

che (piuttosto che) finire sul palco del signore (spellarsi le mani)

a sostenere le code,

meglio spiaccicato sull’asfalto,

nudo in un vento di vecchiaia, gelido, che osannato

sul palco del vincitore…

                                                                                             IX Descrizione

 

Rifiutare i simboli il prestigio

le vecchie uniformi le cattedre,

la regina che siede in una villa veneta con il ragno di noia,

vivere (forse) come amava di vivere Gramsci in carcere quando

nelle case bianche ascolta il tramonto calare e ricorda la Russia…

                                                                                             XI Descrizione

 

La stesura delle Descrizioni in atto ha accompagnato Roversi per quasi tutti gli anni sessanta segnando una fase per molti versi nuova nell’iter letterario dell’autore bolognese. Tuttavia, è facile notare che nelle prime Descrizioni, pubblicate nel 196314, la ricerca sperimentale appare ancora contenuta, mentre vi è un diffuso senso di amarezza, di solitudine e di angoscia, un risentimento ancora contratto, un pessimismo che non riesce ancora a tradursi in rivolta, espressi mediante uno stile alto, drammatico:

 

Ritorneranno quei tempi (duri)

Piangeranno contro i muri le madri

Aspettando il ritorno dei figli.

Questo tempo ha uomini di così debole fiele.

La presunzione li fa rendere superbi

Grandi (leggere le gazzette)

Ma api al miele

Corrono ai peccati di sempre

Non c’è nulla che li trattenga.

Parole di ammonimento

Sono spazzate dal vento via.

Cederanno ancora una volta alla morte.

È fango la volontà di riscatto…

                                                                                             I Descrizione

 

Il colore dei sassi fra i binari

di ruggine sfibrata, colorati di stanca

ruggine, il colore denso di polvere, sporco

di polvere, sporco di pioggia, di lacrime,

il colore biondo di sassi allineati,

sono sprofondati nella terra, levigati.

L’edera si morde irta le fibre […]

Questa è la solitudine. È la paura

indefinita, dura,

di restare per sempre conficcati al suolo,

d’esser solo, ignorato ignorante ignoto,

sbiadire dentro a un’ombra

nel vuoto ossessionato respiro del tempo, per sempre.

                                                                                            II Descrizione

 

Esplodono in questa notte d’ottobre

le mille finestre della città,

la desolata grandezza di queste pietre

si può toccare con una mano.

Nell’ora d’autunno, terribile, pensiamo

quanta è breve la vita, come occorre

affrettarsi con disperazione per

non trovarsi coinvolti in una sola morte

fra i vivi angustiati ai teleschermi

o delizianti agli stadi (senza gloria),

fra queste facce fra gli zigomi rossi

giacche beate, mucchi d’ossa, legni

e schiene dondolanti, capovolti,

ipocondriaci e affamati,

spazzatura della storia.

                                                                                             V Descrizione

 

Però man mano che si procede nella lettura (e si va avanti nel tempo) il cupo pessimismo e l’amarezza si trasformano in «disperazione attiva», in «quella strenua tensione di resistenza»15 e in quella «rabbia politica» che sono gli aspetti più tipici della produzione roversiana. Così l’«uomo» non «costumato» e «tutto dentro sbrecciato»16 e lacerato si trasforma progressivamente in un uomo che è caparbiamente deciso a contrastare la «razionale immobilità»17, il «vilipendio» delle «istituzioni» e la «misurata indifferenza»18 del suo tempo, in un poeta che si pone il compito di «documentare con freddezza» e con sarcastico distacco «uno sfacelo», la degradazione «consumata e collettiva»19. Contemporaneamente Roversi acquisisce una sempre maggiore consapevolezza e libertà creative ed espressive con l’abolizione quasi totale dei segni della punteggiatura e l’uso su vasta scala della tecnica del montaggio, che provocano un evidente processo di erosione della struttura del poemetto, con la produzione di testi più “aperti” e più complessi rispetto al suo precedente libro di poesie.

Nel tessuto poetico del libro convivono infatti diversi registri stilistici (lo stile alto, l’ironia, la parodia) ed esso assume un ritmo spesso iterativo e martellante, un taglio sentenzioso, didascalico o discorsivo, mentre le cerniere delle strutture poetiche tradizionali vengono fatte saltare: si assiste così ad una vera e propria deflagrazione del discorso che viene sottoposto a forti sollecitazioni, ad un continuo sforzo di tensione. Inoltre, bisogna sottolineare che nell’operazione di assemblaggio i versi inventati dall’autore vengono intrecciati, in una sorta di miscela esplosiva, con citazioni di classici, giornalistiche, scientifiche, con espressioni che derivano dal linguaggio parlato burocratico, ecc. Questi materiali vengono sottoposti ad un processo di straniamento e di ironizzazione, con l’obbiettivo di provocare uno stridore, un contrasto tra i diversi piani testuali e linguistici, con effetti di choc e con esiti e risultati fra i più originali e più alti degli anni sessanta. È stato lo stesso Roversi a spiegare la scelta di questa determinata tecnica di composizione, che evidenzia l’influenza della ricerca letteraria dei vociani, degli espressionisti, dei surrealisti, ed in particolar modo di autori come Jahier, Majakoskij e Brecht:

 

Ho cercato una contaminazione linguistica del mio discorso […] anche dietro sollecitazioni in atto […]. Ho «cercato» cioè una persistente deflagrazione del discorso; soprattutto con l’assunzione ironica del tono (o di un tono) lirico; […] di strisciare o strusciare due sassi per fare scintille; di esasperare le mie contraddizioni […]20.

 

In sostanza possiamo definire il modulo espressivo delle Descrizioni in atto (e di tutta la produzione letteraria roversiana di quel periodo) come un espressionismo linguistico al quadrato. Sul piano formale la sua ricerca letteraria presenta un’evidente analogia con lo sperimentalismo neoavanguardistico, però bisogna precisare che mentre la ricerca di gran parte dei rappresentanti del gruppo ’63 è fine a sé stessa, cioè è di natura letteraria e culturale, lo sperimentalismo del poeta bolognese porta in sé una tensione extraletteraria, istanze di natura etica e politica, è espressione di un sempre più consapevole agonismo ideale, politico e culturale, di un conflitto fra lo scrittore e la società capitalistica. Le Descrizioni in atto si presentano infatti come una sorta di work in progress, una serie di prove, di materiali che sembrano dettati da scatti di rabbia e di esasperazione, la cui elaborazione testuale presuppone però un ‘calcolo razionale’21, un lucido processo di sperimentazione che deve esprimere, descrivere e rappresentare la violenza e l’assurda follia di una società che è «marcia marcia marcia fino al midollo»22. Non a caso Fortini ha scritto che «il lettore di Roversi è introdotto ad un sentimento costante di orrore e furore»23. E si cita ancora, a mo’ di esempio, dalla XV Descrizione:

 

Privi di corrente 30 milioni di americani

bloccati negli ascensori dei grattacieli

fermi tra un piano e l’altro

così decine di donne sono svenute (svennero)

950 mila persone prigioniere nel sottosuolo

i detenuti di un penitenziario nel Massachussetts

hanno tentato un'evasione in massa,

nell’ospedale della città di Boston …

L’avaria si è manifestata improvvisa

(e) proprio nel momento di punta,

milioni di uomini con gli occhi puntati

alle fonti di illuminazione chiedevano: è la fine del mondo?

i marziani hanno invaso la terra?

è scoppiata la prima guerra atomica?

 

Un guasto tecnico crea una situazione di caos, di sconcerto, fa esplodere l’angoscia e il panico fra abitanti della metropoli statunitense: è un paesaggio apocalittico in cui viene facile immaginare l’invasione di marziani o di russi, lo scoppio della guerra nucleare. Roversi critica duramente il mito dell’infallibilità della scienza: nel suo cammino verso il progresso l’uomo ha creato dei “mostri”, delle macchine infernali che in poco tempo possono distruggere l’intero pianeta:

 

La scienza e la tecnologia dunque

non bastano a pensare per noi,

ancora è l’uomo che deve impedire

alla macchina di rivolgersi contro di lui.

L’energia sarebbe servita per sventare

un evento catastrofico in un complesso atomico

nel nord-est americano

del quale non si conosce l’esistenza.

 

Bisogna ricordare che a quel tempo il pericolo di una guerra nucleare era all’ordine del giorno e veniva avvertito come una reale e incombente minaccia per l’inasprirsi delle tensioni fra i due grandi imperi del mondo (USA e URSS). In quel contesto la guerra del Vietnam ha assunto un significato davvero emblematico, di evento traumatico e simbolico che ha contrassegnato negativamente un’intera epoca. Non a caso nelle Descrizioni ritorna in maniera ricorrente, ossessiva e viene registrata come uno dei massacri più orrendi della storia dell’uomo:

 

Nel Vietnam non basta il terrore.

Seimila soldati Usa perduti finora.

È sintomatico che le perdite americane

tendono ad aumentare di settimana in settimana

per la terza decina di novembre (’65)

ci si attende un nuovo record,

Nelle foto: civili sud-vietnamiti

considerati partigiani dai soldati americani

e poi Roger Laporte il giovane

cattolico pacifista

che si è dato fuoco cosparso di benzina

morto all’ospedale Bellevue di New York

ieri sera – grande il vento della giovinezza –

dov’era ricoverato dopo il tragico gesto […].

Il napalm è un’arma del terrore; al Pentagono…;

imminente il bombardamento di Hanoi,

parlano i giornalisti americani

e raccontano “la sporca guerra”,

l’Urss prova nuovi razzi nel Pacifico.

 

La condanna della guerra e della politica di potenza statunitense e sovietica, quindi, non è un tema isolato, bensì fa parte di un discorso abbastanza organico e coerente, ispirato ad un consapevole antimilitarismo e ad un lucido pacifismo. Infatti, la guerra del Vietnam diventa ad un certo punto uno dei motivi conduttori del libro. Partendo da questo dato, Giovanni Raboni, in una delle recensioni più significative, ha parlato di un «Vietnam di Roversi», come la ‘cornice’ nella quale inserire tutto il discorso letterario e politico delle Descrizioni in atto, precisando che «Roversi ha lavorato in orizzontale su temi di soffocamento, assassinio, sterminio e genocidio che invero […] non sopportano prelievi o copiature di sorta […]. Per assurdo, o meglio alterando a priori i rapporti quantitativi, innestando una specie di illimitata e spaventosa moltiplicazione […] ci dà qui a suo modo la conferma che non è possibile scrivere una o due poesie sul Vietnam, sul napalm, sui gas, sulle mutilazioni» bensì «una poesia sola e interminabile»24.

Di fatto le Descrizioni in atto compongono uno dei libri di poesia più unitari ed omogenei degli anni sessanta: ogni testo rimanda direttamente all’intero mosaico, tanto che il libro può senz’altro essere considerato un unico e lungo poema. Per scriverlo Roversi si è ispirato direttamente alla cronaca politica e sociale di quel decennio, con la chiara intenzione di denunciare e demistificare i meccanismi perversi, le ingiustizie, l’orrore di quella determinata società, partecipando attivamente e direttamente al processo di trasformazione politica e sociale. In questo senso la sua poesia assume una valenza utopica, un messaggio di riscatto e di speranza, in quanto insieme al rifiuto della follia, del terrore e del genocidio di massa essa porta in sé la promessa di un altro mondo e di un’altra esistenza.

Oggi Roversi è sicuramente un autore poco letto e sottovalutato che quasi mai compare nelle antologie della poesia (della letteratura) italiana del Novecento. Egli non ha mai amato la pubblicità: la sua attività di scrittore è stata sempre improntata ad uno stile di vita austero, schivo, riservato; persino durante la sua giovinezza e nel periodo di maggiore fortuna. E questo ha sicuramente nuociuto alla diffusione e alla conoscenza delle sue opere, che raramente hanno raggiunto un pubblico di massa. Ma in particolar modo gli ha nuociuto la sua adesione alle idee e ai valori del marxismo critico, la sua appartenenza alla cultura comunista, su cui in quest’ultimo ventennio è calata, come si sa, una generale quanto sommaria condanna. Ma in tempi di bilanci come questo credo che sia giunto il momento di un esame (o riesame) più spassionato e più equilibrato di tutta la sua produzione, di una lettura (o rilettura) e di una rivalutazione delle sue opere più trascurate.

 

 

NOTE

 

1                Contemporaneamente alle Descrizioni in atto Roversi ha scritto il romanzo sperimentale Registrazioni di eventi (Milano, Rizzoli, 1964) e i testi teatrali Unterdenlinden (Milano, Rizzoli, 1965), Il crack («Sipario», n. 275, marzo 1969) e La macchina da guerra più formidabile («Quaderni del CUT», n. 9, Bari, 1971). Queste opere sono da ricondurre a una stessa poetica e a una medesima posizione ideologica e formano quindi un corpus abbastanza omogeneo ed unitario.

2                All’edizione del 1969 sono seguite altre due tirature ciclostilate (1970 e 1985). Successivamente, «un poco riveduta e con aggiunte» che arrivano al 1973, è stata diffusa una quarta edizione a stampa: Bologna, I quaderni de lo spartivento, n. 1, 1990. Io citerò sempre dalla prima edizione ciclostilata.

3                Successivamente in un’intervista Roversi ha dichiarato: «Sono stati gli studenti a insegnarmi a usare il ciclostile per il mio libro […]. La poesia può continuare ad avere una sua ragione solo se si carica di una tale politicità da richiedere la clandestinità per non essere essa stessa oppressa dalle istituzioni. Per istituzioni non intendo però i canali tradizionali della diffusione culturale, l’editoria, le riviste, il mercato, o meglio non solo questi, ma proprio i detentori del potere. Il mio vorrebbe proporsi come un libro clandestino, che si nasconde o cerca di nascondersi, non per riservarsi a pochi, ma per sottrarsi alle eventuali premure o oppressioni del sistema»: Valerio Riva, Il romanzo di un giovane inedito, in «L’Espresso», 24 maggio 1974.

4                Roberto Roversi, L’angoscia genera i pidocchi, in «Rinascita», 10 novembre 1967. Un resoconto del dibattito, al quale hanno partecipato diversi scrittori e critici di sinistra, viene fatto dallo stesso curatore Giancarlo Ferretti nel suo libro La letteratura del rifiuto ed altri scritti, Milano, Mursia, 1968, poi 1983, 2 ed. accr., pp. 199-244, e da Giampaolo Borghello nel saggio Due dibattiti di «Rinascita», in Linea Rossa, Venezia, Marsilio, 1982, pp. 199-244.

5                Ibidem. Per l’esame del graduale passaggio dalla «letteratura del rifiuto» al «rifiuto della letteratura» si rinvia ai classici volumi di Giancarlo Ferretti, La letteratura del rifiuto, cit., e L’autocritica dell’intellettuale, Padova, Marsilio, 1970.

6                R. Roversi, La settima zavorra, in «Rendiconti», nn. 4-6, 1962.

7                L. Caruso-S. M. Martini, Roberto Roversi, Firenze, La Nuova Italia (Il Castoro), 1978, p. 44.

8                R. Roversi, Dopo Campoformio, Milano, Feltrinelli, 1962. Per dare l’idea di una sostanziale continuità della sua ricerca poetica Roversi aggiunge alla seconda edizione del libro (Torino, Einaudi, 1965, con diverse varianti rispetto alla prima edizione) Iconografia ufficiale, che a tutti gli effetti può essere considerata una descrizione in atto.

9                F. Camon, Roberto Roversi, in La moglie del tiranno, Roma, Lerici, 1969, p. 174, poi in Il mestiere di scrittore, Milano, 1973, p. 181.

10              Per questo si rinvia agli studi già citati di Giancarlo Ferretti, La letteratura del rifiuto e L’autocritica dell’intellettuale.

11              R. Roversi, II Descrizione.

12              R. Roversi, X Descrizione.

13              R. Roversi, III Descrizione.

14              R. Roversi, Cinque descrizioni per la cartella di Guareschi, Padova, Prandstraller, 1963.

15              G. Ferretti, La letteratura del rifiuto ed altri scritti, cit., p. 233.

16              R. Roversi, X Descrizione.

17              R. Roversi, I Descrizione.

18              R. Roversi, X Descrizione.

19              R. Roversi, XLVI Descrizione.

20              F. Camon, Roberto Roversi, in Il mestiere di scrittore, cit., p. 182.

21              G. Zagarrio, Le descrizioni in atto di Roversi, in Febbre, furore e fiele, Milano, Mursia, 1983, pp. 387-402.

22              R. Roversi, XLVI Descrizione.

23              F. Fortini, Le descrizioni in atto, in «Paragone-Letteratura», n. 182, aprile 1965, poi in Saggi italiani e Nuovi saggi italiani, Milano, Garzanti, 1987, I vol., p. 153.

24              G. Raboni, Il Vietnam di Roversi, in Poesia degli anni sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 191.

 

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Giuseppe Muraca
  • Tipologia di testo: saggio
  • Testata: Utopisti ed eretici nella letteratura italiana contemporanea
  • Editore: Rubbettino
  • Anno di pubblicazione: 2000
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