Non guardiamoci l’ombelico

‒ Cosa ti è capitato, che sei arrivato fischiettando tutto arzillo? Non ci vediamo dal giorno delle elezioni, in verità mosce grigie con poco da godere e tu mi sembri quasi felice, dopo un elezion dey da brivido!

‒ Càpita, càpita! Se tu leggessi le gazzette spudorate, stando all’erta, già sapresti, già capiresti.

‒ Quale sarebbe, per favore, la grande novità?

‒ Pier Luigi Bersani!

‒ Il cantante?

‒ Ma va’! Il segretario del PD.

‒ Cosa ha detto o fatto di straordinario?

‒ È uscito dal pelago fangoso, ci ha suggerito la dritta per tirarci fuori dal piagnisteo inutile e ci ha rimesso con la frusta sulla strada della resurrezione.

‒ Già, visto che siamo per Pasqua!

‒ Scherza scherza, che tua nonna cucina gnocchi! Ha detto una frase breve breve, di quelle che pungono, e ha dissolto la nebbia.

‒ Ne ha dette millanta in questi ultimi mesi.

‒ Non così. Questa è una folgore che fischia.

‒ Sentiamola questa folgore come frigge.

‒ Non guardiamoci l’ombelico!

‒ Questa?

‒ Questa!

‒ Di Bersani?

‒ Di Bersani!

‒ E chi si guardava l’ombelico?

‒ Tutti noi, ecco.

‒ Io no!

‒ Tu sì!

‒ Anche te?

‒ Anch’io. Capisci? Avevamo il maligno addosso senza saperlo.

‒ Ma senti! Anche il grande Santoro, implacabile conduttore di Formula Uno televisiva perdeva il tempo a guardarsi l’ombelico?

‒ Anche lui!

‒ E il giovane intrepido Travaglio bersagliato dal dittatore? Anche lui, impavido ricercatore di dettagli d’archivio, inesorabile livellatore dell’ambiguo prestigio dei politici?

‒ Ti ripeto, tutti!

‒ Sorbole! Anche la gentilissima signora Dandini, con il suo sofà di seta, impegnata a redarguire ironicamente senza posa il Cavaliere infame? E anche Fassino, anche Veltroni, anche D’Alema si guardavano l’ombelico?

‒ Alto là Il lidermaximo è un duro e non si è mai guardato l’ombelico, in quanto poi, essendo direttamente nato da Venere dea dell’Olimpo, di questo minuscolo aggeggio neanche è dotato…, poi è noto che lui non si guarda nemmeno allo specchio la mattina nel bagno, quando con le forbici compie un ordinato restauro ai baffetti, così alle volte, purtroppo, si fa perfino piccole ferite sotto il naso.

‒ Adesso quale sarà il nostro destino?

‒ Sistemiamoci la camicia, abbottoniamoci i calzoni e guardiamo in alto. Con il vento nuovo spazzeremo via avversari, solo litigiosi avidi e invadenti e la cattiva sfortuna. Riprenderemo la storia per il collo, come una gallina. Ma ascoltami, voglio aggiungere ancora qualcosa.

‒ Vuoi rimetterti a fischiare?

‒ No, perdio! Mi ricordo per ulteriore conforto, di una seconda lancinante esternazione sempre di Bersani, che per tua tranquillità, visto che galleggi in un mare di dubbi, ti cito a memoria. Questa: «Non abbiamo vinto ma sostengo che non abbiamo neanche perso, perciò dico che abbiamo vinto!». Bisogna sempre imparare da questi abili conduttori di popolo.

‒ Mi viene da piangere.

‒ Spero di lietezza.

‒ Ma Mantova e tutto il resto?

‒ Ancora l’infame cavaliere con tutti i suoi miliardi. Ma, come ha già avvertito lucidamente D’Alema, egli è al tramonto, all’ultima spiaggia, all’ultimo respiro.

‒ Ah, sì?

‒ Ma dove vivi, ragazzo?

‒ Mi viene ancora da piangere…

‒ Ascoltami, se hai voglia, adesso parliamo seri: che l’Italia sia scompigliata come la Russia di Remizov, anzi, più esattamente, squinternata, è un dato quasi notarile, non tanto confutabile. Non consente parziale rassegnazione e momentaneo sollievo la considerazione che anche il restante universo democratico non tripilla nell’oro e ha rogne a non finire, ciascuno per la propria parte… i sordidi contrasti, i dispendiosi sorrisi, le arroganze e prepotenze indicibili, micidiali. Gli equivoci e le ambiguità della falsa felicità e dell’autentica povertà e disperante incertezza e miseria. Tanto che noi qui, ma tutti insieme, dovremmo essere raccolti in un canto e rovesciati in una sala operatoria per una dettagliata indagine anatomica che possa ricontrollare e aggiornare i dettagli e i pertugi di questo mondo e di queste nostre teste ormai involte e capovolte in una nebbia di presunzioni e di mistero. Soprattutto la nostra parte è greve e spenta, gestita al vertice da ombre, da nebbie di personaggi che hanno smarrito perfino il linguaggio. Mentre esposto o annidato, il POTERE che gestisce il potere reale dopo aver annientato i principi e i valori di base e disgregato in ogni dove e mortificato perfino le mosche, incalza e sprona la nostra vita trascinandola, irridendo, per i viottoli o le autostrade a Lui confortevoli, e benefiche. Anche il denaro che rovescia sui tavoli brucia a morte, mentre splende solo per loro.

‒ Grido, urlo, piango. Che cosa ci vuole, subito, fra un’ora, stasera o domani?

‒ Una forza di convinzione iniettata nel linguaggio adeguata all’impegno necessario, che catturi, stringendoli in un laccio, testa e cuore. E possa tornare, come primissimo impegno, a rialzare da terra una passione comune, autentica e operativa, di ricerca, di novità, di verità, di utilità, sottraendola ai mercanti del tempio e ai furtivi mariuoli da fiera…

‒ Vedi tu qualcosa di simile, a parte l’ombelico?

‒ Lasciamo perdere…

‒ Non fischi più?

‒ Adesso forse piango io, invece di fischiare. Andiamo a prendere un caffè.

ESCONO SENZA SPEGNERE LA LUCE

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 3, 25 aprile 2010

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Foglio degli Eremiti
  • Anno di pubblicazione: n. 3, 25 aprile 2010
Letto 7165 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Febbraio 2013 14:49