Dario Fo. Gli oggetti dell’invenzione

Comincio da quando trovai in una libreria di Stoccarda un libretto del Settecento sulla cui antiporta era stampata questa epigrafe:

IO APPLAUDO.

E IO FISCHIO.

Sono certo che indicasse la straordinaria libertà di cui gode il teatro. Di cui deve godere il teatro. Che il teatro deve esigere. Infatti non c’è luogo in terra dove la libertà reale alberghi con più vigore e con più rigore, non difendendosi dal mondo ma incalzandolo col suo ritmo tremendo (quando c’è).

Goldoni in teatro vale Napoleone in battaglia. Una entrata in scena, nella trilogia della villeggiatura, equivale pari pari e forse supera l’intuizione del generale che ad Austerlitz, sono le ore dieci del mattino, ordina: a questo punto, sul lato destro, attacca la cavalleria.

Il palcoscenico è proprio questo campo di mischie feroci, di verità terribili, di sfrenate fantasie, di sorprendenti viltà. È però il solo posto in cui, in ogni caso, non si può barare. Dato che tutti ti guardano con gli occhi negli occhi.

Come per la poesia (alla quale non è neanche concesso di leccarsi le labbra).

Bene.

Dario Fo è Dario Fo. Lui è Goldoni a teatro, è Napoleone in battaglia. È stato a Marengo e a Waterloo, a Mosca poi di nuovo a Parigi.

Il suo mistero buffo in disco lo ascolto e lo leggo almeno una volta all’anno, per intero. Insieme a Moby Dick. Ad almeno due romanzi di Hammet. Alle liriche di Hoelderlin. E alle Legazioni di Machiavelli.

 

Chiedo scusa. Comincio da lontano. Proprio da quell’applauso o da quel fischio scovati a Stoccarda fra le carte e la polvere. E chiedo:

si deve essere incantati sempre di tutto? applaudire fino a spellarsi le mani? fischiare fino ad avere gli occhi rossi?

Rispondo di sì.

Che bisogna continuare a partecipare dividersi sciogliersi rifiutarsi; che dobbiamo ogni volta, ogni giorno, per ogni gesto ricominciare. Da capo.

Sempre, sempre, sempre.

Non avere paura di niente. Tantomeno di parlare.

Perché il silenzio è la morte.

Così mi pare che fra i pochi, e per fortuna, che Dario Fo (teatrante lucido e arlecchino terribilmente amaro del mondo odierno) parla parla parla. E ci aiuta a parlare.

Questo mi basta.

Allora il quadro che mi piace di più è uno, colorato in verde azzurro rosso nero con quattro figure

una sdraiata una

chinata due in piedi che

lanciano palle rosse – giocano con esse. La figura chinata

a sinistra sembra che pur giocando stia cercando qualcosa.

La altre guardano si sorvegliano mentre continuano il grande gioco del mondo. A me sembra che lo sfondo sia una foresta con dentro la tempesta di Shakespeare.

Nei quadri grandi(acquarello pastello tempera) la figura è protagonista. Non la figura manichino in cerca di un vestito ma una figura figura, una figura vera, una figura turbata

quella che ha tre ombre sulla spalla e succhia da terra tutto il sole possibile con una lingua da formichiere.

In altri quadri

c’è uno che si precipita dal cielo

rovesciandosi sul dorso di un animale in agguato. È come passare dalla pace alla guerra. La pelliccia dell’animale è calda come il bacio della morte. Tutto è macerato da un grande giallo di Van Gogh.

In altri casi ancora ho l’incubo di un piccolo inferno minuto ridotto abbastanza gelido come se fosse rimirato al videotape e per noi che guardiamo si trattasse di un viaggio in comitiva, dal 10 al 20 agosto, essendo le Maldive già fuori moda.

Una vacanza negli antri infernali.

Camminiamo davanti a queste figurelle lievitate a mezz’aria che stanno soffrendo insieme con una discrezione ubbidiente; e sembrano manichini in vetrina in un qualche angiporto del nord. Tuttavia ci danno il sentimento di qualcosa di profondo, di abbastanza tremendo.

Ho detto che stanno col piede alzato.

Questo stacco da terra è l’atto in musica o in movimento che cerca di ricomporre uno strazio o un dubbio della mente e di ricondurlo alla tenerezza della vita. Né più né meno come si riconsegna al suo volo un uccello ferito dopo che è stato curato e salvato. Addio.

Ho guardato con minuzia ma nella battaglia sono soldato semplice, non posso mettere in moto la cavalleria. Posso solo imbracciare lo schioppo. Allora dico che questa mostra di disegni in teatro la chiamerei GLI OGGETTI DELL’INVENZIONE.

E lascerei tempo al tempo.

Comunque lì dentro c’è movimento c’è musica c’è colore. Figure che sono figurazioni della mente. Ombra delle idee. Segni che stanno lievitando per ricomporsi. Parole che soffiano e respirano aprendosi il cammino verso la comunicazione. Un fermento straordinario.

Come una foresta che si sveglia ancora bagnata di guazza.

Tutto sembra non concludere ma cominciare qualcosa.

Infatti tutto è ancora da dire, da fare, da immaginare.

Dario Fo è generale nella pattuglia dei non dormenti.

 

 

Foglio notizie stamparte, anno II, n. 1, 1982

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Foglio notizie stamparte
  • Anno di pubblicazione: anno II, n. 1, 1982
Letto 8267 volte Ultima modifica il Mercoledì, 20 Febbraio 2013 14:30