In un giorno d’aprile
Con emozione molto moderata, tranne che per i diretti interessati e partecipanti a quei grandi avvenimenti lontani, si è celebrata o soltanto ricordata la data del 25 aprile; che nel 1945 segnava la conclusione della guerra micidiale fra tedeschi e americani (e inglesi, francesi, polacchi, australiani, marocchini) sul nostro suolo; e nello stesso tempo la fine della lotta durissima, cruenta, fra bande e raggruppamenti partigiani contro divisioni tedesche e formazioni fasciste.
Sono i succinti e drammatici dati della storia, questi, che molte lapidi cercano di immortalare in tante piazze d’Italia o vicino alle immagini che lentamente sbiadiscono dei caduti in combattimento o massacrati nel corso di quei mesi implacabili.
Dopo mezzo secolo non è facile, genericamente, cercare di riportare in vita le stravolgenti emozioni in mezzo ai continui pericoli e alla violenza di anni di storia; soprattutto quando l’obiettivo sarebbe di coinvolgere o accomunare in una unica emozione anche i giovani nati da poco e che sono già nel Duemila. Se si bada, per un esempio di peso, che nell’Ottocento, dopo solo vent’anni l’impresa di Garibaldi in Sicilia, la leggendaria impresa dei Mille, era già annacquata dentro l’irosa prepotenza del parlamentarismo di Roma e l’indifferenza borghese.
Allora una domanda: come si può fare per ricordare ai giovani (non dico: per celebrare) quel giorno con le sue conclusioni e quegli uomini con la loro volontà dentro a una costante situazione di pericolo che poteva portare alla morte? Risponderei: ascoltando direttamente il ricordo semplice ma vero (unica cronaca diretta) dei protagonisti con i capelli bianchi, e mettendo in mano ai giovani alcuni libri con l’invito: «Prendili, senza obbligo; ma se hai voglia leggili, quando hai tempo». La parola scritta, che lì rimane e aspetta; o la parola detta, perché si riesce quasi toccarla con la mano. E allora, mettendo sempre su tutti, come riferimento indispensabile per ogni inizio, I miei sette figli di Alcide Cervi, perché ha l’epica umanità di una cronaca del Trecento, ho detto la volta scorsa che avrei parlato, per ricordarli, di Renata Viganò e di Antonio Meluschi. Oggi, di Renata Viganò.
A me sembra (e poi c’è il consenso di lettura di tanta gente anche fuori d’Italia; il libro, si può ripeterlo, ha avuto quattordici traduzioni) che la scrittrice sia riuscita a definire, con il moto costante e via via sempre più drammatico del racconto, una figura esemplare del popolo italiano in un’epoca d’angoscia; una madre piena di coraggio ma serena implacabile paziente. Senza alcuna violenza dentro a un grande amore per le piccole necessarie cose quotidiane che sono la sostanza e la verità della vita. Ma anche con il dolore per certe cose, azioni, parole, comportamenti e per certi silenzi – inteso come normalità costante non come diversità in una situazione di guerra; quando tutto ciò che si fa, viene pensato, fatto, è compiuto ed esercitato dentro a una condizione di vita troppo spesso implacabile; troppo spesso amara.
Non più giovane, l’Agnese è la tipica donna contadina della pianura padana; che sopporta (non subisce) le varie situazioni sempre più incombenti e sempre più gravose, con la forza di chi ha ereditato dai secoli l’abitudine e l’obbligo di lottare sempre per sopravvivere. La campagna, le acque, i silenzi delle cavedagne rotti dai colpi lontani di un cannone o dai colpi vicini di mitraglia; l’ordine della natura interrotto o rotto da un disordine mostruoso. Quindi l’obbligo susseguente di assumersi dei doveri di scelta che non si possono rimandare, e di diventare perciò dei protagonisti.
Vorrei annotare proprio questo (essendo la figura di Agnese un grande personaggio, semplice nuovo e giusto): che per la prima volta in un modo così determinato, così definitivo, le pagine della Viganò ci consegnano la descrizione senza interferenze, quasi la naturale documentazione e la relativa conferma di ciò che ha veramente formato la sostanza di fondo e duratura del periodo della resistenza. Mai, prima d’allora, nella storia d’Italia e in un modo così completo e decisivo (direi, anzi, esclusivo), sia pure in un arco di tempo ridotto, il popolo era diventato protagonista in assoluto, proponendosi come parte sociale che non solo partecipa e decide ma gestisce. Che ha scelto e si è impegnato a decidere, prenotando il futuro. Il popolo italiano, in quegli anni, ha potuto e dovuto fare finalmente i conti con se stesso; ritrovandosi. Ritrovando, direi, il filo diretto con la propria storia.
Quindi il risultato finale è stato, certo, una vittoria; che sarebbe poi stata celebrata compostamente in seguito. Ma è stato quel filo ritrovato che ha prodotto continui stimoli di confronto negli anni seguenti e fino ad oggi. Così, credo, possiamo dire senza errore che siamo sopravvissuti a tanti attacchi contro la società intera e a tanti errori comuni potendoli correggere, proprio perché abbiamo potuto attingere via via a quel capitale di moralità, perseveranza, speranza, pazienza ricevuto in dotazione da quel periodo capitale che mi sentirei di esemplificare in alcuni semplicissimi e difficilissimi lemmi: aprire sempre la propria casa a chi ha vera necessità; soccorrere, aiutare il bisogno di un amico, di un uomo e chiunque si impegna in una lotta vera; non essere, non potere, non dovere mai essere indifferenti verso le cose che accadono e che ci coinvolgono; esercitare sempre la fermezza necessaria, la parola data, la verifica costante della propria coscienza, il conforto del dubbio – semmai corretto da una giusta discussione, dal lo studio, dalla insonnia della mente. Naturalmente anche con mezzi poveri, in modi poveri, con le proprie forze. Vergognandosi di ogni corruzione.
Era, in altre parole, il grande inferno del mondo contadino che si riscuoteva dalle fondamenta e riportava alla luce non diavoli ma frammenti di angeli. Ripescava al fondo della propria storia la spinta morale verso il futuro. In questa prospettiva Renata Viganò ha avuto la capacità di tradurre ogni emozione della realtà e della fantasia in una scrittura di raffinata semplicità – non negata a una fluidità armonica, quasi poetica. Questa vibratile scrittura trova conferma nell’altro libro più direttamente documentario, meno noto, da lei scritto in seguito: Matrimonio in brigata; con svolgimento nelle valli o verso le valli di Comacchio. Una formidabile narrazione visiva di questa situazione di lotta, di combattimenti, di morte, l’ha data Rossellini nell’episodio del suo Paisà girato in valle e sul Po. E così si vede come siano strette le concatenazioni narrative delle impressioni, delle riflessioni, dei dolori e delle speranze degli uomini e delle donne nei momenti di orribile tempesta. L’Agnese ne è un esempio che non si dimentica: «Andava e veniva da un lato all’altro della stanza, per lasciare la roba in ordine. Era svelta, leggera. Il suo grande corpo si muoveva facilmente, senza affanno, portato dal felice orgoglio di non essere più spinta indietro, lasciata in disparte nella pericolosa marcia dei compagni».
Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 163, 6 maggio 1991.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
- Anno di pubblicazione: n. 163, 6 maggio 1991


