Una bomba su Bologna

Nel Reno hanno trovato una bomba. Il fiume Reno. Era una grossa bomba interrata, lunga un metro e venti, pesante quattro quintali e mezzo, sganciata dagli americani nel corso della seconda guerra mondiale a pochi metri da un ponte. Non era esplosa.

A chi non è più tanto giovane, la lettura di questa fatto di cronaca darà, penso, qualche emozione dei ricordi; come se un bastone avesse smosso un’acqua ferma; tutto allora si mescola, affiorano particolari dimenticati, ombre di persone ritornano come persone vere e intere. Impressioni collegate alla giovinezza, fatte di pietra per il passare del tempo, riprendono moto e tornano a incalzarci. Infatti è sempre straordinario come spesso basta un soffio della realtà a ridare vita alle cose già trascorse, che sembravano perdute per sempre; aiutandoci cosi a riprendere forza per proseguire il corso dei nostri giorni.

La notizia della bomba, però, non è sorprendente, anche se rivelava una situazione di pericolo. Perché altre volte in passato abbiamo letto la cronaca dei ritrovamenti di residuati bellici, sparsi qua e là un po’ dappertutto dentro il suolo italiano. Dato che negli anni dal ’43 al ’45 l’Italia fu arata metro per metro da una guerra devastatrice. Spazzati via i paesi. Via chiese, biblioteche, musei, abbazie, palazzi, cimiteri. Insomma, tutto quello che da sempre appartiene all’uomo, agli uomini, perché visibile e palpabile testimonianza della sua fatica paziente, del suo lavoro, del suo pensiero, della sua fantasia, della sua fede, della sua speranza, in quegli anni giorno dopo giorno era stravolto percosso abbattuto. Accenno con semplice riferimento a questi fatti perché, se un giovane legge, possa intendere ancora una volta come l’avidità sempre più insaziabile degli uomini in generale abbia contrassegnato il nostro secolo riempiendolo di orrori. Oggi ritroviamo una bomba dell’ultima guerra mondiale e siamo d’un colpo rimandati a cento amari ricordi. Ma ce ne è uno, fra i libri più belli di Rigoni Stern intitolato L’anno della vittoria, che racconta il ritorno dei soldati e degli sfollati della guerra del ’15-’18 nelle zone di montagna in cui erano state appena combattute tremende battaglie. L’anno della vittoria è dunque il 1919, e così vede le cose del proprio paese e della propria terra chi ritorna: «Pietre nude annerite dagli scoppi o giallastre per l’esplosivo, o bianche perché dissepolte dai millenni sembravano le ossa spezzate della Terra… Dal terreno sottosopra affioravano resti umani ma quando arrivarono tra le une e le altre linee dove i reticolati dividevano i due schieramenti, il loro orrore raggiunse lo sbigottimento: dai grovigli di filo spinato pendevano al sole di maggio decine e decine di scheletri e pareva che l’aria li facesse dondolare. Così, disse infine il padre di Matteo, sarà anche sull’Ortigara, sul Carso, sul Montello, sul Grappa. Questo dovrebbero vedere i governanti. – Anche le madri dovrebbero vedere questo, aggiunse Tana». Tutto per concludere, sulla base di drammi apocalittici sempre ripetuti, che la società umana non troverà una dignità di vita e di pensiero politico fino a quando non avrà saputo e potuto rimuovere dal proprio bagaglio operativo l’idea consolatoria dello scontro armato come unico ed estremo risolutore delle controversie e delle brutali avidità degli Stati.

Precedo radunando rapidi frammenti di riflessione, perché intendevo agganciarmi, col supporto di queste, ad altro ancora; anche se direttamente collegato. All’anniversario, il 23 aprile, della morte di Renata Viganò avvenuta nel 1976 (coinvolgendo nel ricordo commemorativo anche Antonio Meluschi, scrittore dimenticato ma ancora interessante). E alla lettura, appena terminata, delle ottantaquattro pagine, drammatiche ed emozionanti, scritte da Francesco Berti Arnoaldi e pubblicate da poco dall’editore Sellerio con il titolo Viaggio con l’amico. Libri come questo, sempre più rari e dunque una sorpresa eccezionale, non si vorrebbe mai concluderli. La verità drammatica della vita è dentro alla verità esemplare della scrittura. Questa traduce dalla storia, che sembra già tutta immobile, rovesciandole dentro all’ingrata indifferenza del presente, persone e azioni da leggenda che non si possono, non si devono più perdere.

Del libro di Berti Arnoaldi parlerò una delle prossime volte, a modo mio, senza fretta. Ma subito vorrei indicarlo ai giovani per una pronta lettura e per un giusto alimento della mente. Anche perché sono sempre convinto che è venuto il momento di tornare a fare dei conti grossi con la vita. La propria vita e la vita degli altri, che sono la nostra vita. Sottraendoci a una inerzia dei sentimenti e delle speranze soltanto frustante e addolorata.

Scriverò anche dei libri di Renata Viganò collegati a quegli stessi anni di lotta e di guerra; e dei libri di Antonio Meluschi, dentro alla realtà dei tempi fino all’esasperazione. Scrittori di guerra? Sì, scrittori di guerra. Scrittori di pace? Sì, scrittori di pace. Tante pagine sono da rileggere, oggi, per riordinare le idee.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 162, 26 aprile 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 162, 26 aprile 1991
Letto 2732 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Maggio 2013 19:21