Il rock non è un assassino

C’è bagarre intorno al rock, in questi giorni, su fogli di giornali e di riviste. Un punto di riferimento per il ribollire della questione può essere trovato nella pubblica affermazione di Sting (dopotutto non troppo sorprendente) che la musica rock è soltanto nullità reazionaria. Qua da noi, ulteriore spinta è stata data dal doloroso incidente accaduto al recente concerto dei Litfiba con la morte di un giovane e il ferimento di un altro travolti da un treno, perchè seguivano il concerto da un terrapieno accanto ai binari, fuori dallo spazio ufficiale. Un critico di musica seria, su un giornale importante per la diffusione, ha scritto che impasto di ovvietà e grossolanità connota il rock, aggiungendo come caratteristica del rock la sua mescolanza di banalità e brutalità; di essere un prodotto da encefalogramma piatto; e che non avendo un linguaggio ma solo effetti esteriori, richiede e insieme se lo fabbrica un pubblico dalle facoltà percettive infinitamente rozze. Tutto ciò, insieme all’invasamento dei divi strapagati, che scarichi di estro scoprono adesso Monteverdi o Mahler per riciclarsi in vista dell’imminente vecchiaia, non sembra dopotutto – ripeto – troppo sorprendente. Nessuna carità intellettuale, nel senso di una attenzione attenta paziente ben informata, ha mai accompagnato la cultura ufficiale (quella, per intenderci, che ha stravinto in questi anni e che oggi mena sferzate violente o irridenti a qualsiasi cane non accetti di stare serrato nel branco) nella indagine dei centri di partecipazione e di aggregazione, e delle problematiche laceranti e spesso disperate ma anche straordinariamente protese alle risposte e alla comunicazione con gli altri, del mondo esistenziale e culturale giovanile.

Così che assistiamo al quotidiano massacro di ogni loro manifestazione, da parte di soloni opulenti e plaudenti. Non intendo, in questa sede, allargare il dibattito così sommario in corso; vorrei invece restringerlo alla situazione bolognese, facendo un rapido consuntivo con l’aiuto di Gaetano Curreri del gruppo degli Stadio. Prima però aggiungo che è stato un preciso utilissimo schiaffo, quello elargito da Red Ronnie nell’intervista di venerdì 27 settembre alla Stampa di Torino: «Non sono, né mi sento, un personaggio; o meglio, sono un personaggio per quelli che non contano, per i giovani. Non contano neppure in televisione, i giovani. E c’è un motivo: sono un pubblico attivo, che sceglie. Escono, vanno ai concerti, in discoteca, alle mostre. Non è facile catturarli. È più semplice rivolgersi a chi, per necessità o per pigrizia, non ha alternativa allo stare in casa a guardare qualsiasi programma… E per me Woodstock rimane una data storica: è stato l’unico momento in cui i ragazzi contarono davvero. Il potere degli adulti era stato preso in contropiede, non sapeva come reagire. Woodstock fu il trionfo ma anche l’inizio della fine; proprio in quei giorni le autorità lasciarono circolare liberamente gli acidi, e capirono che il sistema giusto per riportare i ragazzi nei ranghi era lasciare che s’imbottissero di droga».

Ecco; ma queste campane non risuonano nelle addomesticate scritture ufficiali.

Ma parlo con Curreri, degli Stadio, che hanno da alcuni giorni messo in circolazione il loro nuovo Lp intitolato Siamo tutti elefanti inventati. «Vediamo di rapportarci in breve, nel dettaglio della vostra attività, al nucleo di questa attuale polemica; così acre, insistita e fastidiosa ma il cui obiettivo è facilmente, direi platealmente, identificabile: la trasgressione giovanile. Per cominciare, può interessare che tu proponga un diagramma della vostra attività, senza divergere dal rapporto diretto con Bologna, dato che siete un gruppo bolognese». Risponde Curreri che loro nascono nel 1981 e in quell’epoca i gruppi non erano fenomeni musicali di moda, mentre era in atto un grande momento della canzone d’autore, che faceva mercato discografico e d’opinione. A Bologna c’era una situazione, o una fase, nella quale continuavano a nascere gruppi, dai quali sono poi usciti personaggi che hanno fatto la loro fortuna come solisti. Per esempio Luca Carboni, venuto fuori da un gruppo che si chiamava «Teobaldi Rock». Erano gruppi molto naïf, che vivevano una realtà esclusivamente da cantina, perché nel frattempo gli spazi nei quali fino a qualche anno prima si poteva fare musica, vedi discoteche e sale da ballo, non permettevano più le esibizioni live ma soltanto i disc-jockey facevano musica. Questa mancanza di spazi che per la nostra generazione avevano rappresentato autentiche palestre dove iniziare la nostra attività professionale, creava questo fenomeno delle cantine come era stato negli anni ’50 per la musica jazz. «Noi cominciamo come gruppo che accompagna Dalla, per la tournée di Banana Republic, e della formazione originale rimaniamo oggi Giovanni Pezzoli ed io. Insieme a Dalla cominciamo un certi tipo di discorso che prevede uno spostamento degli equilibri discografici, che fino a quel momento erano stati appoggiati su Roma e Milano. In quegli anni, con il nostro primo disco Stadio nasce una realtà che si rivelerà molto importante, la Fonoprint, che fino a quel tempo aveva fatto solo piccole produzioni discografiche e che con il nostro disco comincia sul serio una attività che la farà diventare una delle prime sale di incisione italiane; tanto che dopo i risultati tecnici del nostro disco anche Dalla decide di realizzare i suoi dischi qui a Bologna. La creazione di questa struttura, la sua affermazione e il suo conseguente ampliamento, crea intorno ad essa un gruppo di persone e di personaggi molto capaci; e la possibilità di realizzare un genere di produzione discografica che si affermerà non solo in Italia ma nel mondo. Con esperienze come quella di Malavasi, arrangiatore con dischi ai primi posti in classifica negli Stati Uniti, oppure come quella di Celso Valli, anche lui arrangiatore, che ottiene grandissimo successo. Contemporaneamente a noi nascono altri gruppi con la nostra stessa storia, tipo i Delux, che erano stati il gruppo di Claudio Lolli, o la Steve RogersBand che era il gruppo di Vasco Rossi. Accanto a questa realtà c’è tutta una situazione cantinara, cioè che opera nelle cantine già dagli anni ’70. Un gruppo che allora meritava grandissima attenzione era quello dei Lutichroma, dove suonava anche Tullio Ferro. Il gruppo ha fatto, credo, un disco solo; ma Tullio Ferro diventerà poi l’autore delle canzoni più importanti di Vasco Rossi; e poi, anche cantando, è autore quest’anno di un disco bellissimo: Nodo d’acqua. Come ho detto, il posto privilegiato per realizzare i dischi era la Fonoprint, ma insieme a lei nascono altri studi discografici, che fanno di Bologna il terzo centro della musica italiana, con caratteristiche però diverse rispetto a Roma e a Milano. Qui a Bologna il fare musica è più un lavoro artigianale rispetto ai ritmi da catena di montaggio che si vivono a Roma e a Milano. Dal secondo nostro album comincia a collaborare con noi in maniera determinante Luca Carboni, che scrive quattro testi, lui che proveniva dalla realtà cantinara dei Teobaldi Rock. Luca contamina le nostre canzoni con una realtà a noi sconosciuta. Dopo l’album La faccia delle donne c’è la nostra prima apparizione a San Remo, dove andiamo con una canzone un po’ furbina che non rispecchia la nostra vera storia… Nasce anche in questo periodo una grande collaborazione con il regista attore Carlo Verdone e con il suo modo di fare cinema, che così bene si adatta al nostro modo di pensare e scrivere musica. Dopo quell’album arriva il primo momento di riflessione e nasce l’idea di volere qualificare il nostro prodotto o comunque di dare un indirizzo che non sia disordinato alle nostre canzoni. E qui nasce Chiedi chi erano i Beatles che è forse la nostra canzone manifesto; e a questo punto avviene la prima divisione all’interno del gruppo, fra chi voleva il disimpegno verso un facile rock e chi voleva percorrere strade nuove che si muovono sull’esperienza della grande canzone d’autore…» (devo purtroppo restringere il discorso che si svolge interessante. Gli ho chiesto a un certo punto di ricordarmi qualche gruppo bolognese che in questi ultimi dieci anni ha operato nella direzione del rock e altri che si sono mossi nella direzione del pop). «Del rock puro, quasi primitivo, direi gli Skiantos, con quella demenzialità tipica dei loro testi e con la loro cultura rollingstoniana che fa da base musicale alle geniali e avanguardistiche elucubrazioni di Frek Antoni. Anche la Steve Rogers Band in altra maniera è stata grande espressione del rock, forse in stile più americano e più legata alla tecnica stilistica vera e propria; con un sacco di proseliti che in questi anni stanno popolando la scena musicale, come ad esempio Ligabue, che rappresenta questa nuova specie di rock padano, che continua a fiorire ancora in molte cantine. Per i gruppi pop, invece, devo dire che uno dei più rappresentativi forse siamo proprio noi, gli Stadio. Il fatto che siamo venuti fuori da questa risultante, che è la tradizione della canzone d’autore e da un passato musicale che ci lega al rock della prima ora, ci ha dato la possibilità di essere nella direzione di una vera e propria musica pop. Ma anche il rock che viene considerato più canonico non ha potuto non risentire della grande esperienza della canzone d’autore. Guardiamo ad esempio i Litfiba. Il rock nelle nuove generazioni ha sostituito il vuoto lasciato da certe ideologie della “sinistra” ed è per questo che il significato dei testi è diventato più importante anche di certi stilemi che ormai non sono così significativi; dato che i testi danno l’idea di chi sei ed i come ti poni davanti alle cose».

…Con Curreri abbiamo detto tante più cose e io ho ricevuto altre notizie in dettaglio, che qua non ho potuto trascrivere, con rammarico. Ma ho avuto la conferma che il mondo dei suoni leggeri è di gran lunga più solido, in idee, programmi, valutazioni e risultati, di quanto possa immaginare la cultura ufficiale. Che parla (o scrive) di cultura giovanile e dei problemi dei giovani soltanto per dare aria alla bocca. Non sempre, è vero; ma il più delle volte.

 

(Nella foto: Sting).

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 180, 4 ottobre 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 180, 4 ottobre 1991
Letto 7932 volte Ultima modifica il Martedì, 14 Maggio 2013 18:12