Prefazione

Ho letto questi testi come un’opera intenta a scavare la terra dei segni alla ricerca di un’acqua buona di parole. Uno scavare e perforare, ma sempre alla ricerca di un bene antico e necessario, senza fronzoli. Appunto, un bene di parole. Partendo da un bisogno del cuore e della mente, non da una ricerca acuita o astiosa di stile; non da un bisogno di ordinata scrittura; e neanche da una semplice voglia (un estro) di fare, di scrivere.

Questo scavare perforare risollevare riscontrare verificare adeguare è, inoltre, non tanto collegato ma legato a uno strumento di parole dialettali (che molti davano per arrugginito rinsecchito sfibrato) da adeguare secondo la cultura ufficiale agli strumenti di lavoro contadino che si vedono pendere come rami troncati di bosco negli angoli delle ultime stalle di campagna o nei musei della spenta cultura contadina. Intendo qui riferirmi al dialetto bolognese (ma anche ai dialetti in generale) via via sempre più dimenticato – dopo una amabile e spesso grossolana esaltazione tardo ottocentesca – e per quanto si riferisce alla poesia, condannato nella critica considerazione alla marginalità di una rapida ed effimera versificazione post-prandiale. Poesia, per lo più, per occasioni festivaliere o per amari consuntivi esistenziali al lume di candela.

Ecco invece che questo duro scontroso dialetto, terragno e agro ma ben disposto a sottostare al beneficio del sole (per una sua esplosiva e naturale tendenza alla tenerezza vitale e profonda dei sentimenti e per una disposizione, congenita alla nostra società padana, ad osservare constatare e partecipare alla vita di tutti e alla vorticosa girandola degli eventi) proprio nel nostro tempo, teso proteso diabolicamente a livellare tutto e tutto a schiacciare mortificando parole e suoni in una poltiglia viscida, ecco che riprende a respirare bene, come ricomponendosi dalle ceneri solo sbadatamente ammucchiate; e non volendo sottostare ad alcuna violenza culturalizzata, rivendica con motivata decisione una autonomia, una libertà senza mortificazione e senza emarginazione. La forza, la vitalità dell’indipendenza, insomma.

Per alimentare queste ragioni e per provocare i nostri pensieri e le nostre riflessioni di buoni lettori (buoni nel senso di pazienti e attenti) arriva la sorpresa di ricevere messaggi nuovi, quasi non attesi, che ci scuotono come unghiate di dita forti e calde. Uno dei più interessanti, in questa nuova occasione e promozione (propulsione) di scrittura, a me pare sia questo, di Delfiore.

Fra l’altro, perché mai la sua comunicazione appare come una sforzatura linguistica, un polveroso reperto o una riduzione minimale solo curiosa e amorevole (un congegno meccanico che risuona senza travolgerci con brividi). Presi come siamo da un reticolo di segnali, messaggi, parole vaganti e non durature e suoni di varia e smemorata scansione, avremmo saputo e potuto collocare senza troppi sforzi i suoi testi nella caverna ormai ingolfata dalle molti voci, entro la quale disperderli. Invece la sua scrittura poetica non è ingrommata dal tempo, né laccata e lustrata a seguito di una rivisitazione colta; non è dunque sforzata dalla necessità (dagli obblighi) di alcun artificio. Al contrario, si propone con impeto come un momento di autentica e decisa invenzione poetica, sfavillante di intrepida vitalità. Dunque, non solo una vigorosa versificazione.

Se non sbaglio, ripeto che io la leggo e l’ascolto come una appassionata ricerca delle proprie origini culturali; come il faticoso e attento scavare per adempiere alle sollecitazioni di nuove scoperte dei sentimenti anche intenti al futuro. Non l’adeguarsi alle norme retoriche della poesia, ma l’impegnarsi a dilacerare la ramatura di queste norme, che sembrano ancora vorticare con affanno dentro a tanti testi, puntando sempre ad essere certamente diverso.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Iusveidkaiàm. Poesie 1983-1995, di Stefano Delfiore
  • Editore: fuoriTHEMA
  • Anno di pubblicazione: 1996
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