Testimonianza

Non solo ricordare e celebrare ma rileggere con amore, vale a dire con l’attenzione motivata e profonda che è sostenuta sempre e tanto più in questa occasione dalla necessità di non lasciare disperdersi nulla delle buone voci che si alzano a confortare un poco la nostra vita. E con Ceccarini è proprio questa condizione che resisteva e durava, che resiste e dura dopo il primo incontro con i suoi testi e dopo la prima lettura. A conferma, qui sottoscritta, che era un poeta vero, senza discussione.

Poesia che si attestava quasi sempre in una sorta di immobilità misteriosa, intenta solo ad ascoltare, a percepire, così pareva, suoni e voci lontani di alta significazione in una scelta molto selettiva; per poi protendersi “con trepida febbrile eleganza”, non a registrarli ma a trascriverli con rigorosissima attenzione, direi anche con cautela, nel verso.

Questa rigorosa e mai modificata disposizione operativa, è a mio parere, il contrassegno costante e “mirabile” della poesia di Ceccarini. Anche in quest’opera (che raccoglie tre gruppi diversificati nel tempo ma ravvicinati come conclusioni molto convincenti di un processo e progresso “accanito” di lavoro inesausto) fin dalla prima poesia è resa subito esplicita ed emozionante, tipica, questa condizione assolutamente essenzializzata (“dove nulla si muove” – dove “arde di sete l’immobilità rovesciata del tramonto”). Mi affascina questa sua capacità, direi quasi volontà di ascolto, di attesa paziente, di cauta vibrante aspettazione di un evento – sempre da recepire come un brivido della riflessione, del pensiero all’erta, del sentimento di una speranza che nonostante tutto non si lascia mai pacificare.

La sua poesia, così la custodisco, è il tramite (non solo un tramite) per spingere, con una fermezza talvolta sorprendente, ad ascoltare – nel silenzio – un presente che tende a precipitose deflagrazioni ma di cui il testo fissa solo il respiro affannoso di preavviso misterioso; quindi essa consente, sempre così bene servita e se bene ascoltata, di penetrare nel prezioso sacrario del tempo della memoria e del cuore in attesa di ogni lettore. (“Solo se viandante / o se ancor prima dell’estate / il giovane passato ti serva / per darvi inizio”. – E ancora: “e da attimi di silenzio / e questi sono fatali”).

Ammiro il suo progressivo ridursi, o concentrarsi, accentrarsi, nell’impegno di non tralasciare mai nulla nel vasto immanente panorama delle cose e delle emozioni che meritano attenzione, per poi selezionare con raffinatissima misura, cancellando il residuo, il superfluo, la sovrapposizione, l’esasperante completezza che offusca e trasuda.

I due ultimi versi della prima raccolta del 1968 già indicano e precisano la sostanza del suo lavoro (processo) creativo: “quando dico che me ne vado ho le palpebre chiuse / ma qui c’è ora troppa luce”.

E una vibrazione di fondo che rimanda indirettamente alla sua amatissima Emily che dice: “Trovare è il primo atto / il secondo è perdere”. Questo moto di luce-ombra o di ombra-luce è il moto inquieto e misterioso / avvincente della poesia di Ceccarini. Che è già nostra.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: La meraviglia, di Silvano Ceccarini
  • Editore: Pendragon (300 copie numerate)
  • Anno di pubblicazione: 1998
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