Introduzione

Anche se sembra ovvio e quindi inutile, conviene ripeterlo in ogni occasione che non si può accompagnare i testi, quando sono ancora in movimento, per proporsi di esaminarli criticamente (con critica sufficienza, troppo spesso). Semmai si può essere presenti e partecipi nell’unica disposizione di volerli capire bene. Di volerli capire in generale, intanto, come dovrebbe essere obbligo stretto per i libri di poesia.

Restando sui testi, e in mezzo ai testi, è inevitabile mescolarsi alla loro drammatica irrequietudine (magari trasformata anche in intemperanza) ed essere coinvolti dentro al marasma delle emozioni e dei sentimenti. Tanto più questo è vero per i vecchi lettori, che cercano nuove speranze.

In ogni modo ciascun lettore, d’altra parte, e anche questo è ovvio, può arrivare direttamente a un approdo deduttivo che potrà servirgli sia in riferimento a quella specifica lettura sia per altre letture a venire. E l’inesorabile progressione e concatenazione che la poesia con costanza propone, facendo quasi sanguinare i pensieri – come mani e dita impegnati sulla roccia, che aiutano la salita. Tanto più, dunque, un libro nuovo che si propone resistente e motivato, per una richiesta di umile attenzione e di irrinunciabile pazienza, è la spinta e il naturale aggancio a una lettura che non si consuma, anzi si arricchisce in uno scontro con il testo pagina per pagina.

Il critico deve naturalmente collocarsi in altra disposizione, dato che a lui è richiesto un diverso servizio; non solo di capire e di far capire ma di giudicare e di spendere qualche elogio o qualche dolorosa censura. Quindi buona disposizione in questa come in altre occasioni consimili sembra dover essere quella di disporre sempre, in modo specifico e diretto, dell’umiltà dell’attenzione; che deve consentire (e dare atto) di ritrovarsi in qualche modo in mezzo a una giusta foresta dei segni. Giusta, nel senso della verità e dell’utilità per il lettore.

È muovendo da queste considerazioni molto specificate che posso sentirmi di valutare anche su queste pagine (fra questi testi) la persistenza di una impressione stimolante; cioè, che gli autori qua ritrovatisi, quasi accorrendo a una voce (e non per motivi soltanto occasionali), risultano essere uno per uno, per le specificità proprie, così diversi; eppure, nel contesto complessivo, così vicini (così ravvicinabili) per sottili simmetrie interne; per sottili ma resistentissimi filamenti tematici; per risonanze di segni; per taluni affondi (sprofondi) nell’impianto narrativo che raccoglie comuni frammenti avvitati o nascosti nella memoria; e per la minuta insistenza di particolari eccitazioni dei sentimenti. Affidate magari a una memoria anche conflittuale o irritata.

Soprattutto, per la conferma di una costante tensione di rottura con tutto ciò che inzeppa il paniere della poesia italiana in questi tempi apertamente calamitosi; e per la propensione a muoversi in avanti, in un procedimento che unisce e disunisce ma che produce un sentimento di tensione verso un impatto disinibito con la realtà (non solo delle cose e dei fatti ma delle idee e, appunto, della memoria). Questi grumi si presentano o si rappresentano come uno sconvolgimento delle parole, poco apparente ma implacabile certamente; e apprezzabile. A conferma della passione di scrittura e di comunicazione.

Altra deduzione successiva, ma da concatenare, è il sentimento della terra (come Heimat non come Vaterland) che si condensa in frammenti ma che evidenzia una costante dei testi anche dietro il velo di affanni inquieti o irritati. Vale a dire, una insistenza piuttosto culturale, un riferimento reale che resiste e dura ancora, dura sempre, nonostante le varie manomissioni della esperienza, della vita, e del lavoro particolare di scrittura.

Questo sentimento si ricompone e resta impresso nella mente del lettore come, per esemplificare, campi prolungati e appiattiti in faticose ordinate geometrie; prati di lunga discesa e filari drammaticamente severi di pioppi da cui scendono a terra foglie alitate da un polveroso splendore. Infatti, aggiungo, c’è molto improvviso e straordinario (nonché emozionante) sfolgorio dentro a queste pagine.

Ogni raggruppamento di versi si assesta in un ordine selezionato, che ogni volta ha l’aspetto di un piccolo miracolo; con quel tanto di preoccupato mistero che il segno poetico, al modo di un fucile lucidato e appoggiato al muro imbiancato di una casa, sembra profferire all’osservatore/lettore.

Come nelle storie di Beirce per esempio (che mi suggeriscono la breve metafora enunciata), in cui il fucile si trasforma sempre nel sogno di una morte. E tuttavia, ciò che permane in mezzo o dentro a questo incalzante mistero, è la resistenza della terra che si calca, è l’orizzonte annegato nella notte; è quel particolare singhiozzo dell’aria. Appunto, è Heimat. L’indistruttibile regno delle lunghe grandi memorie che ciascuno si porta addosso come una borraccia piena d’acqua, prima dell’attraversamento di un deserto. E quest’acqua è nient’altro che l’inevitabile riserva delle parole, della propria lingua, dei segni di scrittura ritrovati, tutelati e difesi. Sono conquistato da questa battaglia linguistica, contro l’effimero o la fragilità o l’incostanza della scrittura, che ciascuno propone testo dopo testo, verso dopo verso.

In questo quadro di scrittura, come lettore rispettoso ma non subalterno, mi ritrovo completamente. Passando da autore ad autore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Quaderno bolognese, di Autori Vari
  • Editore: Printer
  • Anno di pubblicazione: 1992
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