In ricordo di Roberto Roversi

Ma adesso… in questi incerti anni così terribilmente certi

nuovi in questa nova certezza

così pieni nell’incertezza

ossessivi tiepidi calmi magistralmente

gonfi nell’otre delle ossessioni non consumate

avidi squallidi…

(Ventunesima Descrizione in atto)

 

 

A Bologna in via Castiglione 35 e quindi in via dei Poeti 4 in mezzo alle scansie, tra pile e cataste di vecchi libri bene in ordine e al termine della serie di piccoli locali e corridoi mi aspettava Roberto Roversi, nella sua libreria Palmaverde1. Lo ricordo là, sempre lo stesso, tra il 1981 e il 1999 (anno della mia ultima visita in Bologna) e là, tra i suoi amati libri di cui conosceva i segreti (viventi creature portatrici di un destino), lo ricorderò ogni volta.

Come per molti altri, a cui non lesinava il privilegio della sua amicizia, per me è stato soprattutto “educatore” (maestro) e uomo generoso (gli sono grata per le prefazioni a due miei libri di poesia, ma soprattutto per il sostegno morale in un momento in cui volevo chiudere con la scrittura).

Per noi tutti è stato un grande intellettuale dal multiforme impegno culturale e politico irriducibilmente avverso al “potere” e una delle più alte e forti voci poetiche e civili del Novecento, che ci ha accompagnato oltre la soglia del millennio fino a questo presente.

Un articolo necessariamente breve non può che essere riduttivo e parziale, tanto più che la sua opera “ramificata e complessa” (come la definisce Marco Giovenale) non si presta a semplificazioni di sorta e un approccio che, nonostante la brevità, salvaguardi l’integrità del suo lavoro non può prescindere dalla preliminare considerazione che la cura prima e costante di Roversi è stata la scrittura di testi poetici.

Questo scritto si accentra sulla sua poesia e in particolare sul grande poema Le descrizioni in atto qui assunto, nel panorama complesso della sua produzione (che nel tempo si articola in vari nuclei poetici), quale snodo fondamentale e paradigmatico della sua opera nella stagione cruciale tra la “fine” del secondo dopoguerra e i primi anni ’60, corrispondenti a una fase di avanzata ristrutturazione del capitalismo in Italia. Allorché, come scrive Manacorda (Storia della letteratura italiana contemporanea, 1945-1965, Roma 1967) – “Roversi nel contestare la tragica involuzione delle sinistre costrette a riconoscere agli sviluppi tecnologici e sociologici dell’ideologia neo-capitalistica una sostanziale novità e persuasività… denunciava il livido, innocuo conformismo che ammorbava la società italiana e proponeva, in quel momento pseudo liberale e neopositivista, una nuova responsabilità per l’uomo di cultura”.

 

Nel segno di quella nuova responsabilità Roversi ha saputo restare fedele al suo umanesimo, rivendicando le esigenze di una cultura che ha radici e linfa vitale nella Resistenza. Nel fare questo avverte che la retorica volta a fare della Resistenza un mito popolare buono per tutte le occasioni anziché servire da supporto per un’opposizione culturale e politica avrebbe contribuito a esporla ad una sistematica opera di denigrazione e svuotamento di valori, tesa non solo a distruggere la memoria storica ma a rendere praticamente impossibile il formarsi di una memoria collettiva anche nel presente, fino allo “svuotamento” (sostanziale prima che formale) della stessa Costituzione “No ritornare a quei lontani / anni, a quei tempi lontani / …I miei versi sono fogli gettati / sopra la terra dei morti / È oggi che dobbiamo contrastare” (da: Dopo Campoformio).

Egli rivendica “oggi” le esigenze di una cultura che la Resistenza sembrò poter rendere concreta.

 “La guerra – racconta Roversi in Menabò,n. 2, Einaudi, Torino, 1960 – mi portò rovinosamente lontano. Ero senza idee e senza forze; solo, senza maestri e ignorante: ignorante con disperazione, e consapevole”. A vent’anni è partigiano nel cuneese: “Ero a Savigliano, appostato col mitra, nella notte d’aprile, ed ascoltavo il passo dei tedeschi in ritirata, e il canto da cruco, duro, triste che l’accompagnava; poi a Cuneo a sfilare davanti a Parri, con tutta la gente felice, in quei giorni che sono il più bel ricordo della mia vita2.

Questo è quanto si può sapere della sua partecipazione alla Resistenza come partigiano, per via della riluttanza che lo contraddistingueva a parlare di cose per lui portatrici di significati e valori da difendere ad ogni costo dal rischio della retorica e dal cancro dell’ipocrisia.

Alla Resistenza non seguì alcun rinnovamento bensì piuttosto una greve restaurazione. Dopo l’attraversamento della guerra il Paese mostra una irreversibile decadenza di cui il Poeta – che coltiva un ideale umanesimo e le speranze resistenziali tradite – fotografa il declino sociale, politico e umano.

 

Il senso della sconfitta susseguente a quella stagione eroica dovette segnarlo silenziosamente nel profondo e accompagnarlo nel tempo con presagi bui, consegnandogli una concezione della storia intrisa di quotidiana sensibilità e “frantumata”. E la “frantumazione” è figura dominante nel grande corpo e nei versi delle Descrizioni in atto, furioso collage composto tra denuncia implacabile della violenza del potere e vicinanza lucidamente partecipe alla quotidianità, alla cronaca fissata nel tempo “preciso” fino al limite estremo della citazione bruta e dell’adesione sofferta ai piccoli avvenimenti inosservati che di fatto modificano la vita di ognuno.

Tutto questo è cantato e scandito nel grande racconto epico totale in “lasse” Le descrizioni in atto (1963-1969/85).

L’emblematica raccolta di poesie – fortemente voluta da Calvino per Einaudi – è accompagnata da cambiamenti cruciali per Roversi, poiché in occasione della sua pubblicazione egli pone in atto il suo primo rifiuto a sottostare alle leggi della grande editoria (infatti decise di pubblicare la raccolta stampando in proprio tremila copie al ciclostile, e spedendole poi a chi ne facesse richiesta). A partire da quel momento, Roversi decide di non consegnare più a nessun editore i suoi scritti, sospendendo ogni forma di collaborazione con la “cultura ufficiale” e sperimentando nuovi mezzi di comunicazione e distribuzione. A ben vedere il suo sottrarsi al circuito dell’editoria neocapitalista non va inteso – come spesso accade – quale gesto di ribellione bensì quale ponderata scelta culturale di fondo, lungimirante e rispondente alla convinzione che la comunicazione stava diventando il potere ufficiale, reale, della contemporaneità e il “sistema” dei media aveva iniziato a invadere e neutralizzare gli spazi marginali di libertà che fino ad allora erano consentiti.

 

Il poema Le descrizioni in atto, che riflette nella sua struttura la complessa ricerca roversiana in poesia, può essere concepito come un composito album di “foto all’infrarosso” che penetrano lo strato superficiale e portano alla luce il terrore e l’orrore contemporaneo, la fondamentale disumanità che sottende i rapporti fra gli uomini in questo sistema.

 

LE ROVINE DELLA CITTÀ

AUTENTICHE ROVINE

NON ARCHEOLOGICHE ROVINE

LA CITTÀ ROVINATA E SU QUESTE ROVINE

(Ventunesima Descrizione in atto)

 

La forza d’urto di quei versi (che Alfredo Giuliani definì “cento colonne di piombo versificate”) racchiudeva il fallimento delle speranze del dopoguerra e al tempo stesso l’estrema sfida di chi, nella coscienza del tradimento degli ideali e degli errori commessi, ancora “crede” possibile e “vuole” rovesciare in positivo l’amarezza dello scacco o meglio di una sconfitta che parrebbe senza riscatto: “Degradazione consumata e collettiva / Pianificazione urlata / Le case sventrate e quella casa così ritta nel deserto / La nostra società è marcia marcia marcia fino al midollo” (Quarantaseiesima Descrizione in atto).

Ma quello che Roversi scrive di quel libro che definì “clandestino” può aiutare a comprendere il rovesciamento inatteso della carica esplosiva di denuncia di cui era portatore in indomita e pacata affermazione di speranza: un rovesciamento che corrispondeva al suo modo di essere (inesplicabile, a ben vedere, anche per chi lo conosceva, così come è inesplicabile l’incandescenza magmatica di un vulcano racchiusa entro un contenitore di sottile ghiaccio ermetico).

L’irriducibile “ottimismo roversiano” – che non perdeva mai di vista, nonostante tutto, il fine reale, concreto, di un mondo da costruire e, con una sferzata repentina e vitale, rimetteva in gioco la possibilità di rigenerazione del mondo – può essere espresso con le sue parole (in “Paragone”, n. 182, 1965): “la intransigenza deve conseguire ad ogni presa di conoscenza razionale del reale. Noi non crediamo più di dover sopravvivere… è giusto sperare… Si richiede una tensione faticante, che non è curiosità ma determinazione, per capire il mondo che viene, non il mondo che va – che pare abbandonato per sempre”.

 

La semanticità della scrittura che egli intende contrapposta alla poesia sentimentale richiede una “tensione faticante” non solo all’autore ma anche al fruitore, cioè il destinatario (distinto dal lettore tout court) partecipe del “mondo a venire”. La “resistenza” infine muta di segno e i soggetti eroici sono i superstiti, resistenti “in questi impossibili anni in questi anni lucenti / in questi anni gelidi, in questi nostri anni / che chiudono il millennio… (dove il ruggito del leone si perde / nel grido delle pecore marcate / e il nero è bianco oramai e viceversa / ora che tutto si perde per ricomporsi / e noi ci componiamo perdendoci)” (Ventunesima Descrizione in atto).

Ma quel “mondo che pare abbandonato per sempre” non è perduto, perché ha in sé l’aspirazione alla diversità del “mondo da costruire” che deve essere “un mondo diverso”, interamente pervaso dal senso di solidarietà col debole e il marginale3, dal rifiuto del consumismo e dei suoi falsi bisogni, e dall’ostinata e paziente “attesa/ricerca” di una grande rigenerazione che spazzi le macerie e apra ai giovani la possibilità loro espropriata di riconquistarsi il futuro.

Questo motivo costante accompagna il suo impegno culturale e sociale fino all’ultima stagione poetica di: Trenta miserie d’Italia. L’Italia sepolta sotto la neve – il suo “canzoniere d’amore per l’Italia” – in cui rinnova l’antico furore immaginifico e “barbarico” (come suggestivamente lo definisce Fabio Moliterni) e il suo “sapiente resistere” perché la speranza non muore.

L’ultima stagione poetica di Roberto Roversi resta ancora da scoprire.

Una vena malinconica e sublime nei suoi ultimi canti congiunta ad una forza visionaria dilata la dimensione storica e il tempo stesso in un universo totalizzante in bilico sull’orlo di una apocalisse. L’integra volontà di denuncia si fonde con l’eco alta degli amati classici greci.

Punti interrogativi e punti di sospensione costellano alcuni dei testi ove ricorre la parola “futuro”.

L’Italia terra nutrice e madre di tutte le terre

Su strade spaccate da un vento feroce

 passato contro passato il presente balza contro il futuro

 la virtù dell’alma pazienza

 sepolcri oscuri antichi

 braci

 resa o risveglio?

 

 

Note

1          La libreria antiquaria Palmaverde venne fondata da Roberto Roversi e sua moglie Elena Marcone (che sarà sempre la sua preziosa collaboratrice) nel 1948. Pubblica il primo catalogo l’anno successivo, aprendo la sua sede in via Rizzoli 4, in un interno. Nel 1960 la libreria si trasferisce, per motivi di spazio, da via Rizzoli a via Caduti di Cefalonia, in un negozio con vetrina, sulla strada. Alla fine del 1967 la Palmaverde si trasferisce in via Castiglione 35 ove resterà fino al 1985 allorché passerà nella vicina via dei Poeti al numero 4.

2          Finita la guerra, Roversi torna a Bologna e si laurea. Dopo alcune esperienze lavorative, inizia la sua attività di libraio antiquario, specializzato in riviste e periodici dell’Otto-Novecento, soprattutto per quanto riguarda il movimento operaio in Italia e la sua “bottega di libri” diventa ben presto centro di interessi intellettuali e culturali e luogo di incontri e di lucida ricerca ideologica. Diventa editore e per le edizioni della libreria Palmaverde escono le due riviste “Officina” (1954-1958) e “Rendiconti” (1961-1977).

Nata nel 1955, diretta da Leonetti, Pasolini e Roversi, la rivista “Officina” uscirà per dodici numeri (in undici fascicoli) edita direttamente da Roversi e per due soli numeri da Bompiani (con la redazione allargata a Gianni Scalia, Franco Fortini e Angelo Romanò), la quale nel 1959 ne sospese le pubblicazioni, anche a seguito dello scandalo suscitato da un epigramma di Pier Paolo Pasolini contro il Papa. Nelle sue pagine hanno scritto, con testi letterari e critici: Calvino, Gadda, Fortini, Bassani, Garboli, Ferretti, Bertolucci, Volponi, Rebora, Sanguineti, Sciascia e Ungaretti.

Terminata l’esperienza di “Officina”, Roversi si impegna nella progettazione di una nuova rivista che nascerà nel 1961, “Rendiconti”, che vuole idealmente proseguire il percorso di “Officina”. Roversi ne pubblica un fascicolo all’anno (eccetto la doppia uscita del 1967). “Rendiconti” terminerà le pubblicazioni della serie edita direttamente da Roversi nel 1977. Nel 1992 sono riprese le pubblicazioni a cura della Pendragon (col numero 31), poi terminate nel 1999 (col numero 45).

3          Anche recentemente aveva profuso un personale impegno a favore di cooperative socialmente attive per offrire il conforto della lettura ad anziani, malati, handicappati e a tutti coloro che avevano difficoltà a procurarsi i libri “Alle persone che non possono uscire per causa dell’età o di un male, i libri, anche i libri, adesso arrivano a casa” scriveva nel 2008 sul manifesto del servizio “Ausilio” della cooperativa “Ad alta voce” di cui era attivo sostenitore. “Per dare un po’ di luce alla solitudine e scacco alle amare incertezze piccole e grandi di ogni giorno. Là dove entra un libro, o si ascolta una voce, esce rapido un cattivo pensiero. E la nebbia della noia è soffocata o spazzata via dal vento di una buona sorpresa; e i luoghi sembrano popolarsi di gente amica”.

 

ANNOTAZIONI BIBLIOGRAFICHE

I primi libri di Roberto Roversi vennero pubblicati con il marchio del libraio antiquario Mario Landi di Bologna. Il primo in assoluto, Rime (2 luglio 1942)

Nel 1943 Roversi pubblicò – sempre da Landi – una seconda raccolta di poesie, Rime, e un romanzo, Umano. Entrambi i volumi hanno la tiratura di trenta copie numerate.

Nel 1954 escono le Poesie per l’amatore di stampe, per le edizioni Salvatore Sciascia (Caltanissetta) in una collana curata da Leonardo Sciascia, con il quale Roversi intesse un’amicizia che durerà molti anni.

Nel 1959 esce per le edizioni Mondadori Caccia all’uomo, nuova edizione rivista e corretta di Ai tempi di re Gioacchino (il volume, inserito nella collana Scrittori d’Italia, fu scelto da Vittorini).

Nel 1962 Roversi pubblica da Feltrinelli la nuova raccolta di versi Dopo Campoformio, che verrà poi ripubblicata da Einaudi nel 1965.

Nel 1964 esce, per Rizzoli, il romanzo Registrazione di eventi.

Nel 1965 il suo testo teatrale Unterdenlinden sarà messo in scena nel 1967 al Piccolo Teatro di Milano.

Le Descrizioni in atto, scritte tra il 1963 e il 1970, Libreria Antiquaria Palmaverde 1985 (l’edizione del 1985 di 400 esemplari numerati fuori commercio contiene revisioni ed aggiunte) erano fortemente volute da Einaudi, ma Roversi rifiutò di pubblicarle decidendo di realizzarne migliaia di copie al ciclostile, e di spedirle a richiesta.

Nel 1968 e nel 1970 scrive testi per il teatro (Il crack, regia di Aldo Trionfo, Piccolo teatro di Milano, Stagione 1968/69). Nel 1970 esce il testo teatrale La macchina da guerra più formidabile (curato da Arnaldo Picchi e andato in scena nel 1972 in piazza a Bologna).

Rispettivamente nel 1973 e nel 1975 escono le due opere poetico-musicali Il giorno aveva cinque teste (i testi sono firmati con pseudonimo Norisso) ed Anidride solforosa, dove le parole di Roversi vengono musicate e cantate da Lucio Dalla. Nel 1976 segue l’album Automobili di Lucio Dalla che Roversi firma con lo pseudonimo di Norisso, risultato discografico dallo spettacolo Il futuro dell’automobile.

Nel 1976 esce il romanzo sperimentale I diecimila cavalli, che Roversi cede liberamente a Editori Riuniti. È inoltre del 1976 il testo teatrale La macchia d’inchiostro (mai rappresentato).

Nel 2008, per le edizioni Bohumil, è uscito l’audiolibro Per impervi sentieri, dove Roversi legge propri testi.

La raccolta L’Italia sepolta sotto la neve ha iniziato ad essere pubblicata – in parti – già all’inizio degli anni Novanta. Nel 2010 Roversi ha completato l’opera e realizzato in proprio l’edizione del testo in trentadue copie numerate.

Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi Roversi, in collaborazione con amici, ha redatto e dato alle stampe libri e fogli di poesia militante, attenendosi a basse tirature, bassi costi di stampa, consegna gratuita e volontariato da parte di tutte le persone coinvolte.

Sono in corso iniziative editoriali significative di piccole case editrici atte a testimoniare e diffondere la sua opera, oggi sempre più al centro dell’interesse della critica.

(N.B. trattasi di riassunto incompleto che ricomprende solo parte della sua vasta produzione artistica e culturale)

 

 

 

Il Ponte, n. 11, novembre 2012.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Carla Glori
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Il Ponte
  • Anno di pubblicazione: n. 11, novembre 2012
Letto 3679 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Marzo 2013 09:15