Non sapremo restituire a Roversi quanto ci ha dato

NON riesco a far stare dentro un articolo l’affetto che ho provato e provo per Roberto Roversi. Chiunque lo ha conosciuto, credo, ha provato la mia stessa sensazione. Che era impossibile restituirgli tutto quello che lui ti regalava. Perciò voglio scriverne oggi, ma anche tra un mese e due e un anno, finché a me e ai lettori piacerà. Perché Roberto mi ha insegnato che la memoria di una persona, di un dolore, di un libro, non è legata a un solo giorno, a una celebrazione, a un rimpianto che sbiadisce. È qualcosa con cui dovrai parlare quotidianamente, qualcosa che insegna e inquieta tutta la vita. Perciò questa è la prima puntata del mio ricordo di Roberto Roversi. Da dove comincio? Da una mia ferita. Non lo vedevo da molti mesi, e non me lo perdono. MA PROPRIO due giorni prima che lui se ne andasse, Alberto Rollo della Feltrinelli aveva convinto tutti, in una riunione, a dare il via a un’idea che insieme proponevamo da anni, pubblicare l’opera di Roversi, in un grande volume. E io ero pronto a parlargliene, a dirgli che pensavamo a lui, che avremmo tanto voluto fare quel libro. Non so se Roberto avrebbe accettato. Come tutti sanno aveva del mestiere di scrivere e dell’editoria un’idea fiera e indipendente. Ma sicuramente la notizia gli avrebbe fatto piacere. Quel progetto è ancora lì, Roberto lo meriterebbe. Ma non ho fatto in tempo a dirglielo, e questo è per me un gran dolore. Proverò ora a spiegare perché Roversi non si può chiudere dentro un articolo commemorativo, e perché bisognerà parlarne a lungo. E a lungo discutere dello stile unico, della dolce bizzarria con cui ha attraversato la cultura italiana. In primo luogo perché è stato un Maestro, termine che ormai viene assegnato con sbrigativa superficialità. Ma lui non lo è stato per editto del sovrano, lo è stato sul campo di battaglia, ogni giorno, per me e per tanti scrittori e poeti. I pomeriggi alla Palmaverde, nella penombra del bosco di libri, insieme alla discreta presenza di sua moglie, sono tra i più bei ricordi che mi legano a Bologna. E ogni volta si parlava seriamente, ironicamente, fantasticamente, perché Roberto era una persona allegra, affamata della vita, e gli piaceva scherzare su di sé e sugli altri, anche se le sue arrabbiature incenerivano. Rimando a un prossimo articolo le polemiche. Certamente la storia della chiusura della Palmaverde è uno dei tanti esempi della mediocrità culturale dei nostri amministratori. Ma vorrei dire a Enrico Franceschini, che ha scritto un articolo appassionato, di avere fiducia. Roversi non diventerà un monumento, ma resterà vivo, camminerà ancora la notte sotto i nostri portici. Se consideriamo cultura solo quella sponsorizzata e approvata delle istituzioni, allora non solo Bologna, ma l’Italia intera è all’ultimo posto in Europa. E invece non siamo i peggiori, se per cultura intendiamo tutto ciò che vive, cresce, spasima, sperimenta in mille luoghi nascosti o appena visibili, tutto ciò che è premiato dai lettori e dagli spettatori e non dalle giurie, tutto ciò che gli artisti fanno senza troppo pensare ai riconoscimenti, tutto ciò che fa durare nel tempo le opere importanti e fa evaporare in fretta mode ed eventi, tutto ciò che resiste sfidando lo sfascio delle istituzioni culturali. Vivere nell’agio del riconoscimento è piacevole, lo facciamo in tanti, serenamente o ossessivamente. Ma vivere nella passione artistica, e nei suoi momenti di solitudine e separatezza, è semplicemente necessario, è la prima condizione della creatività, e Roberto in questo è stato un esempio e una sorgente inesauribile. Si misurava con le canzoni, con la cultura dialettale, con il rock, il calcio e i motori, e poi si ritirava nel nascondiglio più amato, il crepuscolo riservato e esclusivo della sua poesia, dei suoi amici libri. Pubblicava in proprio, incitava a scrivere piccoli volumi preziosi, li faceva conoscere, contagiava talenti. Fu lui a dirmi: vai in pubblico a recitare le tue poesie, mi piace come le leggi. Ma aggiunse: però stai attento, la vanità dello scrittore deve essere corta. Per un po’ facciamo pure i galletti, ma poi bisogna ricordarsi di esser seri, imparare a scegliere e a dire di no, con forza. Fu l’unico, quando decisi di non vivere più a Bologna, a arrabbiarsi, a dire parole che mi furono di grande aiuto e sostegno. Ma mi disse anche: sei di queste montagne, adesso che te ne vai non far finta di essere un romano. Nelle prossime puntate delle Avventure di Roversi parlerò del tesoro nascosto nel muro della Palmaverde, di perché non siamo riusciti a comprare il Bologna Calcio, di come i topi scelgano i libri migliori, e non mangino quasi mai quelli brutti. Ma stavolta vorrei parlare di Roversi Grande Impacchettatore. Dalla sua libreria, Roberto spediva volumi in tutto il mondo. Ed era una meraviglia vederlo confezionare i suoi pacchetti, con calma zen, sistemando i libri uno sull’altro, usando una ottima carta e uno spago adatto. Gli brillavano gli occhi quando diceva che i giapponesi erano ammirati e gli scrivevano che neanche in Giappone facevano pacchi così perfetti. E poi prendeva i suoi capolavori pesati e affrancati, e li portava alla posta, e diceva che per lui quello era uno dei momenti più belli della giornata. Anche in quel semplice lavoro, Roberto metteva la sua filosofia. Voleva che fosse chiaro che quel pacchetto era prezioso, era un dono, era qualcosa di speciale che univa la comunità dei lettori. Ci voleva tempo, ci voleva cura, ci voleva attenzione. Come per scrivere e per leggere. I pacchetti di Roversi sono andati in tutto il mondo, e tutto il mondo ha pensato che da qualche parte in Italia, c’era un libraio speciale e unico. Era un grande impacchettatore e incartatore, un maestro di origami alla bolognese. Era un poeta e un grande amico per tutti. Come mi ha scritto un altro maestro, Goffredo Fofi, faceva parte di una generazione di cui abbiamo potuto avere stima, e siamo stati fortunati per questo. Per ricordare Roberto abbiamo tanti modi, ma uno sopra tutti. Cerchiamo di essere degni di lui. Alla prossima puntata.

 

 

 

la Repubblica, 19 settembre 2012.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Stefano Benni
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: la Repubblica
  • Anno di pubblicazione: 19 settembre 2012
Letto 2754 volte Ultima modifica il Mercoledì, 29 Maggio 2013 12:53