Non so, non c’ero e se c’ero dormivo

Distratti da mille cose da vedere, fatti da capire, violenze da sopportare, falsificazioni da deglutire, soprusi da subire, gli uomini e le donne sembrano non avere più tempo per niente. Neanche per il proprio dolore. Tantomeno per la memoria. Niente tempo, voglio dire, per conservare tutelare considerare i fatti accaduti nel corso della loro vita e che portano il segno di una ferita del cuore o dei pensieri. I sentimenti buoni e la ragione buona non sono più i cavalli che ci guidano nel cielo laico, della fantasia, come quelli liberi e implacabili dell’Ariosto.

Avvenimenti tragici, violenti, sorprendenti, emozionanti o, comunque, fuori dalla norma; e che dovrebbero scombussolarci tutti e interamente, nella realtà sono sabbia fra le dita, da lasciar scorrere con indifferenza. Insomma, è una normale constatazione, siamo così prosciugati da sgomentare anche noi stessi: e da fare paura anche a noi stessi. La guerra del Golfo? L’esodo degli albanesi? Se le poche settimane appena passate da questi avvenimenti ci sembrano un secolo (dato che nuotiamo in una atemporalità stravolgente e ossessiva),  cosa  sono quattordici anni se la mente vuole inseguirli? È ancora consentito catalogare e sistemare, riprendendone il filo, in un modo che non sia approssimato e d’occasione, i fatti di allora? E che fatti! Di lotta, di violenze, di rabbia, di speranza, di molto dolore; anche di morte.

Così è. L’undici marzo del 1977, quattordici anni fa, cadeva ucciso da un colpo di moschetto sparato da un carabiniere lo studente universitario Francesco Lorusso. Da rimpiangere, perché la sua vitalità era legata a una visione del mondo e alla speranza di un mondo senza sopraffazioni; da ricordare con costanza, perché la sua vita bruciata da una violenza (il laccio di seta troncato da un dio inviperito, secondo la drammatica immaginazione degli antichi) non sia inutilmente sperduta nell’oblio. Restituendolo a noi contemporaneo di queste nostre giornate; non morto per sempre ma vivo, perché esempio per sempre. Queste righe intendono contribuire a restituire giustizia non solo a una morte, ma agli alti principi di una vita che non si è arresa nell’egoismo privato e invece si è spesa nella partecipazione a una speranza comune; sorretta da fuochi ideali e dalla inquietudine comune a chi cerca di scoprire ancora una volta il mondo e di riconquistarlo ancora una volta, più giusto e libero, insieme agli altri.

La sua morte fu sconfitta e dolore per tanti. Ricordarla oggi, altro non è che riconfermare la durata splendida di quelle speranze, ancora indispensabili per reggere il peso delle cose turbate; e prendere atto che queste memorie; il modo e il tempo di questa uccisione; le cause correlate; tutto sembra essere stato rimosso dal mondo ufficiale, e nell’indifferenza delle istituzioni. Nulla di quanto promesso, per lui, negli anni passati è stato mantenuto: non il nome a una via; non un palmo di terra con una lapide e il nome in camposanto; non una borsa di studio che tornasse a coinvolgere Lorusso fra gli studenti giovani di questi giorni.

Segni della cattiva volontà generale del nostro tempo, che lascia decadere uno dietro l’altro i tasselli delle storie che contano; soprattutto le vicende e i fatti ancora necessari da preservare, come un tesoro civile, nella memoria. Proponendo ai giovani uno spettacolo svilito, vuoto di esempi ideali; ma senza i quali non si regge la vita, non si alimenta almeno la speranza. La perdita di un filo diretto collegato con il braciere in cui si alimenta la fiamma dei sentimenti civili, è la conferma di una crisi politica e culturale in atto che non può condurre se non a un degrado ancora più oppressivo e generalizzato.

Le sacche di contraddizioni drammatiche della nostra società rimandano dunque ancora una volta, come dovere sociale, all’impegno di Lorusso. E confermano che l’indifferenza (non so, non voglio, non mi importa, non c’ero, se c’ero dormivo) è il vero tradimento che un giovane può attuare non verso gli altri ma verso la propria vita. Dato che non può sperare un futuro più pronto nel rispondere alle giuste domande, se non partecipa alla fatica comune per sciogliere i nodi tremendi del presente.

Altrimenti vedrà (e patirà) continuare la rete delle prepotenze storiche; con i vecchi a stabilire – per esempio – dall’alto del potere e di una celebrata sapienza, che ci sono guerre giuste che devono scoppiare e i giovani obbligati a combatterle. E a morire.

Con il ricordo di Francesco Lorusso ho cercato di esemplificare la necessità reale di mantenere attiva una partecipazione politica. Nonostante il fango degli avvenimenti e il peso molto faticoso di questa vita.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 159, 5 aprile 1991.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 159, 5 aprile 1991
Letto 7537 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Maggio 2013 11:28