I Lari, i Penati e come seppellire i morti

Oggi sono tanti e bravi quelli che cercano, con la scrittura, di divertire o almeno di rasserenare in ogni modo il lettore; spesso riuscendoci. Così può essere ammesso che qualcuno imbocchi invece un’altra strada e attenda ad argomenti più disarmati di fascino ma non per questo, forse, meno necessari; al fine di discuterne se questi problemi, con le relative argomentazioni, si aggrovigliano fino a proporsi come problemi non soltanto severi ma disastrati. Andando così ad aggiungersi alle continue inadempienze consumate dal potere ufficiale nei riguardi della società.

Che è e deve essere, insistono da più parti a ricordarci, soprattutto dei giovani; e che tende, di conseguenza, a buttare i vecchi da parte, magari dopo averli illusi per spremerli col miraggio di una gioventù ritrovata a mezzo di viaggi, corride, giuochi dell’oca, anime gemelle, cuori solitari balli alla filuzzi, crociere sui due mari, vacanze tutto compreso, fondi di investimento, monolocali con vista sugli amenissimi prati. Insomma, con un mucchio di interessate concussioni e di strampalate fantasie.

Il vecchio (diciamo pure, la persona anziana) dopo essere stato ignorato ufficialmente per troppo tempo, oppure collocato sul trespolo di una astratta e retorica esaltazione da museo delle cere, diventò – per alcuni decenni passati – come ho cercato di ricordare, un personaggio fin troppo lusingato inseguito perseguitato da una quantità di profferte, tanto da sembrare un ritrovato e rinnovato protagonista della nostra società formicolante di delizie. Ma questo innamoramento è durato un mattino; essendo adesso passati alla sopportazione. E si capisce perché. Infatti soltanto se è ricco il vecchio, oggi, viene considerato un soggetto sociale utile, fruibile, nonostante i capelli bianchi e le borse sotto gli occhi. Mentre, per gli operatori economici del nostro tempo che mercificano anche l’ombra di un filo d’erba, il vecchio povero è un pollo senza carne e senza penne, carcassa da buttare; non adatto al volo ma neanche al brodo. Un vecchio povero che muore? Non fa notizia, crea solo fastidio. Un vecchio in tivù? O è rimpinzato di bot e villa in campagna oppure è solo l’immagine di un degrado da cui bisogna fuggire. L’ondata di comunicazione che travolge i nostri giorni è composta da intrepide puledre di bellissimo pelo e da intrepidi cavalloni tirati a lucido, sprizzanti sanità ricchezza tempo libero alti guadagni affascinanti lavori voglia di vivere. Denti luminosi, occhi risplendenti. Gambe affusolate. Felici, almeno nella trama del racconto pubblicitario, di fumare come turchi e di bere come forsennati le orribili gassate o i devastanti liquori in ogni ora del giorno e della notte. Se mangiano, invece, danno su bianchissimi pastrucci cremosi morsetti da canarino. Questi, ci dicono e quasi ci impongono, sono i soli protagonisti dei nostri giorni.

Ma per i vecchi con pochi denti, senza Audi a cambio automatico, senza Chivas Regal da offrire in giro, c’è almeno un onesto piccolo buco al cimitero? Non solo, ma anche per tutti i morti di ogni età? Qua volevo arrivare.

Perché il rispetto per i morti è esercizio normale di una società giusta e coordinata secondo buone regole; mentre sono le società volgarmente scomplessate e torbide a buttare all’aria anche questi ultimi rigori per rincorrere ogni altra egoistica fantasia.

In passato, seppellire i morti con un minimo di onesta convinzione è stato in ogni caso un impegno di tutti, tanto che i camposanti si sono formati via via che la società prendeva atto dei propri adempimenti civili; appunto, riconoscendo che fra i primari, uno si riferisce al culto dei defunti. Il camposanto era diventato sostitutivo, per la collettività, dell’area privata. Luogo di culto pubblico e privato nello stesso tempo; e di ritrovamento per tutti o per le proprie private preghiere. Il luogo, insomma, un tempo tenuto dai Lari e dai Penati, le divinità domestiche semplici e immediatamente identificabili della vita familiare nell’antica Roma. Sempre pronte e sottomano, come le immagini con il lumino acceso nelle casette dell’Ottocento.

Invece cosa succede e cosa si legge oggi? Che non c’è posto neanche più al cimitero; e che per seppellire i morti bisogna mettersi in fila di notte e aspettare per ore il permesso; che per seppellirli bisogna portarli lontano; che mancano i becchini, che manca la terra; che quando è permesso, si seppellisce poi con grande lentezza, dopo parecchio tempo. Eccetera, eccetera. Da non crederci. Anche qui a Bologna.

Dicono: servono cento lavoratori e ne abbiamo quaranta; la popolazione è aumentata e anche i defunti. Ma tanto sbadato è stato fino ad ora l’impegno generale e ufficiale; e scarsa la vera attenzione verso un così grande problema; che questo servizio essenziale per la comunità civile è passato in poco tempo, se non sbaglio a leggere, sotto la cura di quattro diversi assessorati. Ripeto ancora: da non crederci. Ma è possibile? Anche qua a Bologna?

Temo sia possibile, sia probabile. Perché è ormai generalizzata nella nostra società la perniciosa convinzione che ciò che non ritorna in notizia eclatante può essere relegato a impegno meno urgente, a impegno rimandabile; mentre si dirottano tutti gli sforzi là dove si possono esaltare i mega progetti delle megacittà del Duemila. Senza cimiteri ma con cento sale-convegni.

E allora, a chi possono mai interessare le cure e la salvaguardia dei modesti Penati, dei modesti Lari familiari? La salvaguardia delle profonde, minute tradizioni familiari; dei giusti moti dei sentimenti; dell’indispensabile lievito delle memorie della propria vita che si perpetuano, e si prolunga, proprio nel culto dei morti?

Il problema sociale di come dove quando seppellire un uomo è almeno altrettanto urgente e persistente come obbligo di come dove quando far vivere un uomo.

Al tempo di Napoleone in Italia ci furono sanguinose sommosse quando fu deciso di aprire cimiteri in terra e impedire di seppellire in chiesa. Dopo duecento anni dovranno aprirsi altri faticosi e drammatici dibattiti fra cittadini e potere per restituire dignità e priorità a questo straordinario impegno? Che non mi pare proprio sia da appaiare a quello dello scarico dei rifiuti. Il contenimento di Bologna da città ancora appena vivibile in città del tutto invivibile è legato come un masso anche a questa convinzione; a questa scelta.

 

 

 

Anteprima, supplemento a “L’Unità”, n. 161, 19 aprile 1991.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Anteprima, supplemento a “l’Unità”
  • Anno di pubblicazione: n. 161, 19 aprile 1991
Letto 2722 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Maggio 2013 16:06