Martedì, 26 Luglio 2016 14:56

Bologna e Bologna

Martedì 26 luglio 2016, ore 21.30

Piazza Scaravilli, Bologna

Per la sezione “Cinema e…” della rassegna Zambè (in collaborazione con l’Università di Bologna)

sarà proiettato il film Bologna e Bologna con Nene Grignaffini e Francesco Conversano.

Testo di Roberto Roversi.

Martedì, 12 Luglio 2016 14:24

Commemorazione e diario

Vivo in città e

amo la citta detesto la campagna. Giovane,

vivevo in campagna

amavo la campagna detestavo la città.

Non essendo giovane adesso, posso ricordare con qualche umore

gli odorosi silenzi e il verdefumo dolente e frusciante

della canapa adolescente

poi il puzzo dentro a uno sciamare di velocissime mosche e tafani

della canapa adulta buttata nell’acqua immobile nera dei maceri.

Di quel tempo mi par di ricordare, anche,

nelle sere d’agosto dentro la confusione di grilli rane

d’aver visto lucciole volare.

Bologna con le sue luci lontane si vedeva bene da qui a là

di sera.

Adesso la campagna è scomparsa

è nastro d’asfalto incrocio di pianura

senz’alberi e senza voli non un suono di uomo o di donna

cose morte che cadono, arrugginite negli angoli,

al tempo delle grandi gelate di Salimbene.

La città invece è viva, oh come è viva è ben viva

freme fermenta si dispera sprona si adopera si divincola urla

pregna di nove mesi o nove secoli deve partorire cose nuove. Può

sembrare anche immonda, desolata, stracciata, vilipesa

la testa nel mare di nebbie che nascondono e

affondano quel cielo

così lontano. È un cuore vuoto? Eppure…

è la fantasia del futuro, la caramella da succhiare

nei giorni di lungo vento

è una ordinata simmetria di speranze tutte da inventare

profumi da esalare, silenzi che irridono da riconquistare.

Con i suoi alberelli di plastica lucida

toccati dal primo scroscio fresco di settembre

la città ogni giorno s’adegua e sorprende

prepara i suoi arditi arcobaleni le sue irrefrenabili risate

solleva adagio le sue meraviglie

sprona al traguardo

scaglia nello spazio il sonno gonfio di luci.

Inseguita e umiliata

affila armi prima della vita nova.

Ricompenserà allora i suoi fedeli

rimasti intrepidi dentro alle sue devastate ferite.

 

 

Le città dei poeti, Bologna

La città in 48 immagini (Testo di Roberto Roversi per le foto di Mario Rebeschini)

Comune di Bologna

 

 

Benvenuti a Bologna. E, dopo, ricordatevi di Bologna.

Non solo delle due torri, non solo dei portici; ma di tutte le minute bellezze che concorrono a fare di questa città una città esemplare. Bella e pratica, fantasiosa e lavorativa.

E di questa Bologna non tanto segreta ma piuttosto poco conosciuta e altrettanto sorprendente, vorrei darvi qualche indicazione sommaria e personale, perché possiate conoscerla meglio – mentre cercate di vederla camminando per strada; e perché possiate ricordarla meglio – quando, ripartiti, penserete a queste ore o a questi giorni bolognesi non come a un breve ozio turistico ma come a un vero momento della vostra vita.

Le città italiane bellissime sono tante; le città italiane vecchissime sono tante.

Di chiese, palazzi, conventi, piazze, strade è piena l’Italia, nonostante le guerre, i saccheggi, i secoli, i furti, i vulcani, le alluvioni.

Anche di musei e archivi e biblioteche è piena l’Italia, nonostante le guerre, i saccheggi, i secoli, i furti, i vulcani, le alluvioni.

E Bologna ha conventi, archivi, musei, biblioteche, chiese, palazzi, piazze, strade; ma la sua bellezza autentica non è nella severa grandezza dei suoi monumenti – che ci sono e sono molto noti – ma nei dettagli che si susseguono e si completano uno con l’altro, come tanti frammenti di una foresta, dandole un’armonia globale luminosa e vivificante.

Prendiamo allora il colore dei suoi muri e dei suoi tetti.

Perché la prima indicazione è di cercare Bologna dall’alato; salendo sulla torre degli Asinelli, per esempio.

La città, nell’onda delle sue tegole antiche rosso-cupe; nel razionale e compatto ordine delle sue strade non aggrovigliate ma disposte secondo la disciplina della ragione (così pare), sembra muoversi, addirittura quasi ondeggiare come se fosse in cammino. Cauta e precisa. Con una fantasia decorosa.

Allo stesso modo, guardando al tramonto il colore dei muri dei suoi palazzi nelle vie del cento storico (ricordiamolo, uno dei più armonici e meglio conservati d’Europa), si potranno godere le ombre che si inerpicano lungo le pareti colorate non spegnendole ma illuminandole; facendole quasi lievitare, respirare.

Ho accennato alle strade del centro.

Via Zamboni, dritta e stretta, è la strada dell’Università, del Museo delle Scienze, del Teatro Comunale.

Via Santo Stefano, snodata con un movimento di struggente simmetria, ha molti palazzi che custodiscono e quasi difendono giardini interi tutti da visitare.

Via Saragozza, strada a mio parere teatrale.

Goldoniana. Di fronte ai palazzi, le casette attacca una all’altra sembrano ancora risuonare di chiacchiere argute; e si susseguono fino agli archi della grande porta del Settecento, poi verso la collina, verso il colle della Guardia, dove sorge il santuario della Madonna di San Luca, protettrice, con San Petronio, della città.

Strada Maggiore, dall’altra parte della città, è invece una antica strada romana. Diritta come un fuso, porta alla via Emilia e a Rimini, cioè al mare Adriatico, attraverso la Romagna.

E non dimentico via Galliera, via Castiglione, via San Vitale.

Anche dai nomi delle strade, molte dedicate ai santi, si può capire che Bologna ha fatto parte, per secoli e secoli, dello Stato della Chiesa. Insomma, era una città del papa.

Questo spiega il gran numero di conventi un tempo attivi nella città, le chiese e le Opere Pie.

E si può intendere dentro a quale condizione storica si è conformato e determinato il carattere del cittadino bolognese nel corso del tempo. O, almeno, una parte del suo carattere. Modellato contemporaneamente dalla grande pianura che, partendo dalle mura di Bologna, arriva fino e oltre Ferrara, fino e oltre Modena, fino e oltre Ravenna, ed è indicata come pianura del fiume Po; la pianura padana.

Parte di questa pianura intorno a Bologna è stata, per secoli, una palude o un acquitrino malsano e immobile; riconquistato all’agricoltura e al lavoro con una fatica immane, soprattutto nell’Ottocento.

Impegnata in quel lavoro accanito, la gente si è presto convinta, per sopravvivere, della necessità urgente e costante di lottare per difendere la propria esistenza e migliorare la propria condizione; e di potere arrivare a qualche risultato solo unendosi e riuscendo a essere forte e compatta.

A seguito di ciò in Emilia, e anche nella zona di Bologna, a partire dal secolo scorso, si sono formate le prima cooperative agricole fra i braccianti; poi fra i braccianti e gli operai; e infine le prime Leghe e le prima Casse di Previdenza per i lavoratori.

Questa convinzione nei propri diritti e nell’obbligo di farli rispettare, ha inculcato nel nostro popolo un sentimento profondo della libertà; cercata e difesa, combattendo, anche durante il periodo della Resistenza, negli anni 1943-1945.

Con questo sentimento attento ai problemi della vita, del progresso e del lavoro, la città di Bologna ha provveduto a se stessa in questo dopoguerra e negli anni recenti; amministrandosi in un modo da farsi comprendere fra i capoluoghi più interessanti e avanzati, non solo italiani.

Basterebbe anche solo indicare come la città ha difeso il suo centro storico, lo ha restaurato riconsegnandolo infine di nuovo all’uso diretto dei cittadini.

E nel centro si apre la piazza Maggiore; un libro aperto da sfogliare e da leggere da ogni parte, dedicandoci tempo e pazienza.

Dal centro si diparte la nervatura prolungata dei portici. Senza di loro Bologna non sarebbe immaginabile.

Fra i più belli, il porticato della chiesa dei Servi; e quello che da porta Saragozza, lungo oltre tre chilometri, risale il colle e arriva alla basilica di San Luca.

Ma molte altre strade sono porticate, amabilmente o scenograficamente, in entrambi i lati; per permettere di camminare in libertà sotto la pioggia o sotto il sole caldo. O, se si vuole, anche solo per passeggiare. Passeggiare sotto i portici.

E lì, insieme ai bolognesi, sono in tanti ad incontrarsi, a incrociarsi; confermando come Bologna sia soprattutto una sede di lavoro programmato e una sede universitaria, a cui arrivano studenti da ogni parte d’Italia e dall’estero, ed espositori, uomini d’affari, congressisti.

Il corpo centrale dell’Università ha sede dal 1803 nel grandissimo edificio di via Zamboni, oltre il Teatro Comunale. Ma prima era raccolto all’Archiginnasio, nel complesso architettonico di piazza Galvani.

Ora l’Archiginnasio ospita una biblioteca pubblica fra le più ricche non solo d’Italia. A conferma che è giusto l’epiteto di “dotta” che Bologna si è guadagnata da secoli a partire dal lontano Duecento, quando Dante e Guinizzelli, fra tanti, frequentavano questa Università.

“Dotta” non solo per le passate memorie, ma perché anche oggi come nei secoli andati si interroga con continuità sul futuro, per cercare di capirlo e predisporlo.

La città che nel Duecento, prima in Europa, liberò i servi della gleba

la città che nel Duecento era considerata in Europa un centro di cultura

la città che come personaggio esemplare e popolare dei propri umori e delle proprie malinconie – ma anche della propria vitalità – esalta la saggezza forte e risentita, e umanissima, di Bertoldo; una saggezza senza paura, molto intrepida, perché radicata nell’esperienza, nella fatica dei secoli (Bertoldo era il contadino analfabeta che tenne testa al re con la forza delle parole e della propria esperienza di vita, conquistando perfino la benevolenza della corte)

questa città continua a vivere, così com’è, e a respirare, così com’è, confrontando con serietà pazienza e insistenza gli anni difficili che stanno arrivando e che richiedono grande partecipazione

e intanto continua a offrire – con la bellezza severa e insieme ironica delle sue antiche pietre; con gli umori provocanti e sempre rinnovati dei suoi abitanti – motivi di simpatia, di curiosità, di riflessione e di amicizia a chi arriva per incontrarla.

Perché Bologna è una città che si fa ricordare.

Non si nasconde, anche se chiede acume per farsi capire.

Non lesina a dare, ma è puntigliosa e cauta con raziocinio.

Non si ritiene soltanto consegnata alla sua storia, perciò aggiorna il ritratto di sé con interventi continui e modificazioni sorprendenti.

Spesso, dentro al suo ordine, è una città drammatica.

E rappresenta molto bene, anche per questo, il cuore del nostro tempo.

 

 

Così la videro viaggiatori e scrittori del passato

 

La città è fornita di magnifici e sontuosi edifici, così quelli destinati a uso sacro come gli altri ad uso civile, il cui numero ed il cui splendore sono così cospicui, che poche città dell’Europa, penso, possono paragonarsi con questa.

(dal grande Atlante dei Blaeuw del 1640)

 

Recatomi a Bologna, m’accorsi che realmente tutti coloro i quali mi avevano celebrata la città, mi avevano egregiamente indirizzato. Giacché quella città è fiorente di ricchezza, colta in tutte le discipline d’arte e di scienza, e per la cortesia degli abitanti e per l’abbondanza di ogni cosa, molto adatta per gli studi delle lettere.

(Girolamo Osorio, vescovo portoghese: 1506-1580)

 

Grandissima città. Ha qua e là frequenti ed eleganti portici. I palazzi sono numerosi e magnifici… La piazza è vastissima e piana e nessun altra d’Italia può paragonarsi con questa.

(Johann Fichard, giureconsulto tedesco: 1512-1581)

 

Vi si trovano dappertutto delle grandi strade, delle graziose fontane, delle belle piazze e molti magnifici palazzi, fra i quali i più belli sono quelli dei Malvezzi, dei Capeggi, dei Bentivoglio, dei Facchinetti, dei Pepoli, dei Cospi etc.

Le case sono generalmente ben fabbricate; in estate si lasciano di solito le porte aperte, in modo che i passanti vedono, in fondo ai cortili, dei giardini dove esala un odore gradito di fiori d’arancio e di gelsomino.

(Louis Moreri, erudito francese: 1643-1680)

 

Si cammina quasi per tutta la città sotto i portici, e nei sobborghi ve ne sono dei bellissimi fabbricati da poco. I conventi sono i più belli del mondo.

(Giacomo Spon, medico erudito francese: 1647-1685)

 

La sua Università è rinomata come la più celebre di tutta Italia, e la chiamiamo “la Madre” delle altre. Essa vide qualche volta quasi 10.000 studenti, in riguardo a questa Università, la città fece mettere sulle monete la divisa: “Bononia docet”, che vuol dire: “Bologna insegna”.

Nel centro della città vi è una torre, che chiamasi “Asinelli”, e che si fa passare per più alta di tutta Europa. In cima a questa torre è sospeso un cesto dorato, nel quale si fece morire di fame un monaco, per avere rivelato il segreto della confessione

(La Galerie agreable du monde ecc. Leida, Pierre Vander, sec. XVII)

 

La città di Bologna è così rinomata per le sue belle pitture, che il forestiero deve farvi un soggiorno lungo per vederle con comodo… I Bolognesi eccelsero sopra tutto nella pittura a fresco.

(Maximilien Misson, viaggiatore ed erudito francese: 1650-1722)

 

Cosa veramente notevole si è che in meno di 25 anni son stati tratti da Bologna due papi, otto cardinali, più di cento vescovi, senza contare quei numerosi che hanno avuto nobili uffici nella corte romana; ed è da ricordare che i Papi Onorio II, Lucio II, Alessandro V, Gregorio XIII e Innocenzo IX hanno riconosciuto Bologna per patria loro. Infine la città è notevole per la grande quantità di belle case religiose che v’esistono, giacché può dirsi che ve ne ha di più che in qualsiasi altra città del mondo.

(Les délices de l’Italie etc., par Srs. de Rogissart et Havard abbé, A Leide, Pierre Vander, 1709)

 

Dopo Roma, è la più grande, la più popolata e la più importante città dello Stato ecclesiastico. Si dice che è più antica di Roma.

(Jean Baptiste Labat, padre domenicano: 1663-1738)

 

Le sue chiese sono magnifiche e hanno quasi tutte qualche bellezza particolare che le distingue l’una dall’altra.

(Antoine Augustin Bruzen de La Martinière, poligrafo francese: 1683-1749)

 

La cosa più visibile è la Torre degli Asinelli, diritta e sottile come un cero… Essa si alza a perdita d’occhio, e io credo che sia la più alta, o almeno una delle più alte torri d’Europa. La sua snellezza contribuisce a farla sembrare più alta; e la Torre Garisenda, sua vicina, a farla sembrare più diritta. Questa, molto più grossa e più bassa di due terzi, si prende la libertà di pendere da una parte, tanto che gettando un filo a piombo dall’alto va a cadere nove piedi dalla sua base…

Bologna è il centro delle pitture della scuola Lombarda; come Venezia lo è della scuola Veneziana. È a Bologna che vi sono i capolavori dei Carracci, di Guido, del Guercino, dell’Albani etc.

(Charles De Brosses, magistrato ed erudito: 1709-1777)

 

Sul far della sera, mi sono finalmente appartato da questa antica città veneranda e dotta, da tutta questa folla, che, sotto i suoi portici sparsi per quasi tutte le vie, può andare e venire, al riparo dal sole e dalla pioggia, e baloccarsi e fare acquisti e attendere ai fatti suoi. Son salito sulla torre a consolarmi all’aria aperta.

Veduta splendida!

(Johann Wolfgang Goethe, visita di tre giorni, 19-20-21 ottobre dell’anno 1786)

 

“Mi vengono in mente certe notti di aprile o di maggio quando con papà ci affrettavamo a salire sulla Kadett per andare incontro al mare a gettare la lenza…”.

Ricavo questo estratto dalla pagina 230 del romanzo di Rotino pubblicato nel 2009 con il titolo “Un modo per uscirne”, pieno di voci, di suoni, di struggenti anche se agri risalti, fremiti, sentimenti.

Le due righe esemplificate contengono il carico di una emozionante e calda, partecipata verità sentimentale che si trasferisce in una scrittura beneficata dall’empito giovanile (l’emozione dei ricordi).

Insomma, vorrei dire che nel romanzo (che è tutto da leggere e che consiglio di leggere) c’è un movimento ascensionale proteso a recuperare motivi esistenziali al fine di una chiarezza esistenziale. Egritudine della vita intesa come faticosa quotidianità. È come se la musica, le bande, i gruppi ispidi e agresti suonassero non tanto per annunciare e travolgere quanto per estrarre col forbice il trillo di appassionate memorie. E lanciassero ferree vibrazioni.

Non è passato troppo tempo. Il romanzo, come ho già ricordato è datato 2009, questo carico di bombe verbali è datato 2011 e potei raffigurarlo come una fabbrica (una fonderia) intenta in un lavoro senza intermittenza (dato che queste pagine vibrano come se fossero assediate dal fuoco).

Da sottolineare, a questo proposito, e almeno a mio parere, potrebbero risultare le due righe che leggendo ho sottolineato a pagina 65: “tengono lo sguardo fisso sull’argine della rotaia: sul punto vuoto che divide la terra dall’acciaio”. Ma anche una riga a pagina 56 potrebbe suggerirci una chiave di interpretazione: “le ombre loro più nere dello stesso vicolo asfaltato”.

Un testo impietoso, che interagisce con insistenza e con una scansione di estrema durezza nel sistema ricettivo del lettore.

Rotino, in queste pagine, non abbandona i sentimenti al fascino dell’usura, si oppone alla loro consunzione con la fermezza di una scrittura intransigente che si sottrae alla lacrimazione ma lascia che si confrontino negli ambienti in cui possono via via lacerarsi in un silenzio determinato, oppure in un frastuono allucinante...

Quelli che si muovono dentro a questi testi in un lacerante frastuono o sibilo di parole sono sussulti acri di pensiero (di pensieri), rotoli spinati con riflessioni congiunte, trascrizioni rabbiose, rimandi esplicativi e ferocemente suggestivi, in successione o cancellazione concatenate e vincolate.

Un breviato forsennato e medievale di riflessioni poetiche vincolate, dilatate impietosamente, fino a una rigida esasperazione.

Inseguite, sembrerebbe, mentre cercano di sottrarsi a inquietudini atroci.

C’è un loro come impianto costante in queste lasse che percepisco come forza sempre all’erta e oppressiva a coordinare il marasma delle nostre incerte giornate.

La grande fabbrica della vita, coi suoi opprimenti rumori, le sue non procrastinabili scadenze, le sue prepotenze, le sue infuriate speranze le sue folli presunzioni, le sue laceranti delusioni.

Un libro che non tace ma dice.

La fine del mondo (di un mondo) è avvenuta, l’autore scrive e ci avverte (noi superstiti) il giorno dopo, i giorni seguenti.

Traccia la mappa delle distruzioni, indica con rabbiosa ferocia le residue sostanze. Fra il fumo e il fuoco residui ancora in atto ci conferma, noi pochi, che siamo ancora vivi.

 

Martedì, 12 Luglio 2016 13:46

Prefazione ad Anarkoressia

È impressionante la quantità di elementi problematici che Bugani raccoglie nelle sue pagine (in queste sue pagine la qualità mai disattesa) di aggressione, di masticazione furiosa della realtà, che cerca sempre di riversare, come un fiume adirato (tumultuoso) alla propria scrittura.

A me sembra, per quello che ho letto e che egli scrive, o cerca di individuare inserendosi dinamicamente incontenibile nella frattura micidiale del nostro tempo; mi sembra, dicevo, che egli intenda scrivere libri spietati; libri senza consolazione. Naturalmente altri (non molti) cercano di insinuarsi in questo precipitoso impegno, morsi dall’astio generoso verso gli equivoci del nostro tempo; c’è chi lo vuole, ripeto, ma senza raggiungere o toccare i vertici di questo spasimo in cui tende a collocarsi la propria lettura politica del proprio tempo; ma i risultati stentano a coinvolgere con la forza della convinzione i lettori (o il lettore); perché appunto quella spietatezza di lettura, è e resta anche sulle pagine soltanto rabbia, soltanto spietatezza di lettura del tempo e della volontà teorica di agire. Mente in Bugani (e in pochi alti) il contrasto con i massi di contraddizioni dilaceranti contemporanei suscitano che non viene conservato o catafratto, e concluso, fra le rigide di una pagina, o di un libro, ma tende a fare esplodere la propria informazione come una bomba di parole, lanciate via con inesorabile continuità sotto gli occhi del lettore, che così è destinato via via a diventare complice, convinto, nella rabbia e nella sua “consumazione”. Si esce, appunto, turbati (dico con convinzione, molto turbati) dalla sua lettura in genere, e dalla progressiva lettura delle sue pagine, che non ha nulla di forsennato, di travalicante oltre le righe; ma stringe e inviluppa, una volta avviata la lettura, in una struttura narrativa di indiscutibile rigore. Non imprigiona il lettore, ma lo trasporta verso il mare impetuoso della partecipazione convinta, del generoso e inevitabile impegno.

Dire: questo è e questo non si può accettare. Questo è e questo deve essere ribattuto e rimosso. Questo è e noi dobbiamo cercare, unirci e compiere tutto ciò che si deve per rimuoverlo, perché la nostra vita – una volta abbattuti i tralicci che ci imprigionano per la volontà subdola di altri possa riprendere il moto verso la libertà vera, verso una speranza vera di un progresso reale.

Il libro è dunque politico. Un libro di scansione politica senza nessuna sottrazione di riferimento e ha l’implacabilità di una disposizione totale. Se si arriva alla fine (e si deve avere la forza di farlo) si esce ulteriormente convinti (chi già lo era in proprio), e come travolti (ma non impauriti) da un ciclone di fatti e di riferimenti.

Ripeto: un libro politico, un libro vero, dal principio alla fine, nella sua scansione diretta.

 

Martedì, 12 Luglio 2016 13:36

I poeti volano coi piedi per terra

Forse non c’è modo rigorosamente tranquillo, o diverso, per leggere Scandurra; non solo per questo libro, dico, o per un altro suo libro isolato (fra i belli e coinvolgenti che ha già pubblicato); ma per tutte le pagine e pagine messe insieme e in fila che ha scritto negli anni (e tengo presente che si parla di un autore ancora giovane non di un vecchio). O forse un modo c’è congeniale, azzardo qua in principio prima ancora di entrare nel merito; ed è quello, così almeno a me pare, di accettare fin da subito un incontro-scontro e di considerarsi ritti in piedi in una sorta di campo dove una battaglia è avviata e ha preso corso sicché intorno e sopra e sotto esplodono colpi e si accendono vampe e si odono voci che sorgono e sono voci severe, per nulla tranquille. Qua insomma, come dicevo, di un qualche combattimento; ma di uno sconto aspro quotidiano da cui ogni facile pietà è bandita e accompagna con inesorabile necessità tutta intera la vita. Infatti la sua parola è come uscisse una per una da un antro oscuro e si protendesse, senza fronzoli e generiche incertezze, a colpire oppure a dilacerare con una lucida paziente insistenza, la torva o fittizia scenografia di un mondo che si contorce. Anche il lettore, quindi, deve attendersi di ricevere, e riceve, il dono (l’invito, una amichevole sorprendete aggressione) di questa (o di una) pazienza generosa, e disporsi ad accettare l’invito e a collocarsi all’interno di questa organizzata struttura politica, dove soffia il vento di scontri violenti, e impietosi come ho già  detto; lasciandosi con convinzione travolgere da una densità alterna e composita che lo accompagnerà, questo è subito vero, fino all’ultimo respiro della lettura. E davvero, in questo incontro-scontro, che si erge come un tormento sempre ripetitivo e sempre deflagrante, la parola diventa vittima dell’angoscia dell’intelligenza, e nello stesso momento diventa assassina di ogni turpe desiderio di conservazione e sembra mettersi in viaggio per cercare (e semmai trovare) le proprie avventure. Anche il gesto correlato che l’accompagna è un killer ma è anche carico di brividi vitali che non si spengono. Elargisce forza, ripeto, ma anche, e talvolta è un’aggiunta preziosa, una sottile e vibrante ebbrezza sapienziale, che assembla le pagine per allestirle, stringendole fitte, un propulsore di continue sollecitazioni, di continue emozioni, di continue provocazioni. Tante recenti opere di poesia, mi riferisco a oggi in Italia, spesso di accurato o accorto livello conclusivo, cercano tentano insistono su percorsi assolutamente diversi, su percorsi solipsistici; preferendo per cautelarsi, o per difendersi (talvolta anche per rabbiosa e straziata convinzione della lacerazione, che sembrerebbe inesorabile, del mondo), confrontarsi con lo specchio alle volte rilucente e alle volte insanguinato come da spine nel cuore; là, dove attestati e in attesa si depositano i carichi dei buoni sentimenti; che spesso irrompono, cercando o quasi esigendo, un po’ d’ordine e un po’ di franca lucidità. I testi di Scandurra, al contrario, tentano, come sono disposti, di tramortire l’avversario autoreferenziale con una insistenza spietata variamente disposta; avendo il proposito di infrangere con la parola scritta (che lì ferma rimane) il muro altrimenti soltanto graffiato dalla vita. È fondamentale, nella creazione (direi, nella vocazione) di questi testi non direttamente riferibili ad alcuna linea poetica in atto e ad alcun maestro laureato, anche l’impegno del lavoro pratico quotidiano dell’autore. Dico lavoro e intendo un impegno di dedizione totale. Infatti, come già Scotellaro al suo tempo ormai leggendario eppure vicinissimo per l’epica esemplarità esistenziale e artistica, si è fatto politico; si è dedicato a fare l’amministratore della cosa pubblica, di un Comune, impostando e intanto anche promuovendo in molte occasioni progetti e iniziative sociali necessarie e quindi urgenti. E sempre sul terreno del progettare e del fare e del continuare a fare, ha avviato con raffinato rigore e grande pregio una attività editoriale; chiamando a raccolta autori che condividono la certezza che il poeta, che gli artisti, gli intellettuali insomma e tutte le persone motivate, non devono soltanto volare. Si percepisce bene, nei suoi versi, questo sentimento vibrante di conoscenza della fatica, del fiato grosso che consegue, l’amarezza e talvolta la squillante incertezza dell’attesa di fronte agli atti appena avviati e poi l’intima esaltazione nel riconoscere il giusto progredire delle azioni, con il conseguente obbligo di non dirottare verso porti di facile o di estraneo approdo. Un obbligo quindi poesie totale, sostenuta da un forte impeto morale; un obbligo per il poeta coinvolto sempre a dover sopportare e a soppesare le contraddizioni, le continue verifiche, i prolungati riesami che tratteggiano il corso di questi anni, il corso della nostra vita. Preso, coinvolto, umanamente sconvolto da questo vitale ma anche aspro insistito moto conoscitivo che è alla base della sua poesia, il lettore, addentrandosi nel testo (nei testi), s’accorge di essere accompagnato da una voce che riesce a suggerire il modo per sostenere lo scontro o l’incontro con le diverse facce del mondo. Il quale cammina e nel suo moto travolge impietoso infuriato e drammatico. E “tutto questo” è annunciato affermato incalzato con una successione vigorosa in ogni testo, comunque disposto.

Ecco, ho il ricordo, per esempio, da una sua raccolta del 1998, intitolata “Criteri di fuga” la poesia “Ci prende all’improvviso”, che qua trascrivo per intero, perché utile a confermare e confrontare le mie parole:

 

“Ci prende all’improvviso,

sapiente, scaltra, risoluta,

ci trafigge nel costato.

Cerca complicità imperdonabili

come giocare col filo di luce

che taglia la ringhiera o soffocare

con perizia il gatto o aprire

lo sportellino della gabbia.

Scava con testarda compiacenza

smentendo ogni esattezza

per appropriarsi di filtri e di refusi.

Ci stringe ancora oltre

mentre gli angeli maturano riscosse

per il tempo passato ad espiare”.

 

È una poetica di ampio rigore che non consente cambio di rotta; così l’ho letta.

In queste pagine, per esempio, un altro testo in successione:

 

“Senza ruoli di guardia

cani vomitano sulle balaustre;

per tanti editti

promulgati a voce aperta

si scongiurano cedimenti,

si aggiustano le apprensioni

per la riuscita del programma.

Buttando l’osso oltre il muro

si costringe al salto”.

 

E in fondo all’ultima pagina:

 

“La fronte alta resta il punto più esposto”.

 

È la conferma di una poetica che è forte nel suo dire.

E nel suo fare.

 

CHI ACCOMPAGNA LE COPIE ALL’ACCAMPAMENTO? (qualche parola su «Officina»)

 

nel maggio nel maggio e

cavalli a Bentivoglio a Roncrio impazziti nelle stalle

–    partorita dalla felicità di un chiodo

–    da nuvole su antichi sentieri

–    una voce ritardò fra porta e finestra la prima copia per una settimana intera

–    l’avventura non era fra acque di boschi ma su lucidi asfalti

–    ritardò la voce ogni incontro per l’inizio dell’assalto

–    incerto il giudizio

–    precipitevole la soddisfazione

–    le frecce appostate al riparo di mille faccende e dei muri

–    nel circuito della parola s’avviano prove di

lubrificanti e assetto e gomme. Così

Fortini partecipa veloce astuto stravolge annichilisce calpesta sorride intrepido sul corpo

dell’amico a terra con la pagina aperta senza più vita.

Al tavolo, commenta.

–    Anche la pecora più grigia diventa candida o nera poi rossa nel vento delle parole elargite.

–    La guerra non terminata o terminata da poco

–    Pasolini attracca a Bologna con buone bandiere

città italiana ancora schiacciata dal piede

di un fato appena conosciuto.

–    Al bordo della pista s’accendono i motori danno ruggiti a cercare le orme.

La mano del dio del pensiero sopra la schiena ferita

colpisce futuro presente passato e la domanda

ciò che è dato è dato? e la risposta: non ancora, non andare via

–   Chi progredisce gridando chi cavalca giumente bardate

dalla storia chi

s’attarda a cercare il paziente il segno di un tarlo nei fogli

perduti in caverne chi

segue nell’ombra Carlo appena redivivo chi

s’inchina all’alba verso il giorno di maggio sopravveniente

solenne sovrano giovane ancora col riso del mistero.

–    L’incerto giudizio la precipitevole soddisfazione

–    la saetta di una intuizione il suo lampo

–    i pericoli del labirinto. Qualcuno

partecipa e sgomma fra impolverate lamiere

un motore compresso gira in pista da solo.

–      Si calcolano le ore della vita da spendere si cerca senza affanno

–      la montagna dei segni attraversata da un lungo deserto

–      da un’età all’altra si può forse trascrivere

con rossa scrittura il volto di un dolore appena consumato

era maggio non un giorno di quiete.

Poco cerimoniosi i fogli molti i cavilli gli errori

lì sul terreno gli zoccoli i ladri che inseguono zoccoli e ladri.

–    Umili per capire

–    proferire con cautela

–    con le unghie frugare nel mare del mondo sconvolto.

Nuova rovina di bombe si addensa sopra vecchia rovina di bombe non siamo sicuri

–    nuovi gli anni essendo tutti canuti come poi si è mostrato?

–    i cannoni lustrati dall’olio di un assurdo potere?

In montagna tre formarono la banda si inglobarono

altri bravi di pistola ma forse restii alle marce

a cavallo alle lunghe fughe notturne alle attese di neve

Romanò era il più addestrato al dolore.

–    Una barca per navigare quel mare

–    chi siamo per osare questo soltanto?

Off. ha ballato per una sola estate.

Una sola estate.

Pasolini Fortini Romanò

Gadda Vittorini Volponi

Rebora Calvino

adesso morti.

Non siamo battuti neanche mai prigionieri. Aspettiamo.

 

 

Martedì, 12 Luglio 2016 12:58

Il vestito e il diavolo

Cella buia in un convento. Una branda, una finestrella a metà del muro di fronte, una sedia, un piccolo tavolo rettangolare; sotto la finestra una cassa. Sulla branda dorme una suora non più giovane che indossa una tunica grezza, tanto che sembra un sacco adattato.

 

Nel sonno, che non è tranquillo, ogni tanto si volta su un fianco e l’altro sibilando delle parole smozzicate quali amore, cielo.

 

Suona la campanella, squillante, nel corridoio.

Un attimo di sospensione, poi la suora si alza dalla branda, si segna, si batte il petto con molta convinzione, toglie la tunica e resta nuda. In un catino versa dell’acqua, fa qualche rapida abluzione.

Poi, rivolta verso la finestra, dalla quale trapela la prima luce del giorno, allargando le braccia mormora, ma chiaramente e con visibile convinzione:

“ECCO UN NUOVO GIORNO PER LA MIA BENEDIZIONE SOTTO IL TUO SGUARDO CHE TUTTO VEDE. SONO TUA INTERAMENTE E VIVO PER TE PERCHE’ SEI LA VITA INTERA PER TUTTI.

LA CRUDELE GUERRA DELLA VITA TACE PER LA LUCE CHE DA TE PROVIENE. SONO TUA E PRONTA A SERVIRE LA TUA BONTÀ PER DISTRIBUIRLA NEL MONDO”.

Bussano garbatamente alla porta: “Suor Angela, sono io!”.

La suora raccoglie la tunica dalla branda, la indossa e dice: “Entra pure”.

 

Entra una giovane suora che, sulle braccia protese, regge una tonaca ben piegata. Dice: “Lavata e stirata, al meglio del mio cuore, suor Angela!”.

 

Suor Angela, lasciando cadere a terra la tunica e restando di nuovo nuda dice: “Sei buona e brava, con grazia del Signore”.

 

Suor Serena, segnandosi: “Il Signore fa camminare con felicità per una pianura senza fine. E io sono una creatura d’argilla; che sono mai?”.

Suor Angela ha un brivido, come se fosse colpita da un soffio gelato di vento. Afferra la tonaca ancora ben ripiegata sulla branda e la dispiega, ma tenendola lontana dal corpo. Con lo sguardo vede cose lontane.

Poi comincia a parlare, come se si rivolgesse a suor Serena ma in realtà raccoglie ricordi lontani:

IL CONVENTO ERA VICINO AL FIUME

VICINO AI BOSCHI

(Ormai immersa nei ricordi che le fanno rivedere come presenze attive vicende e cose lontane)

QUESTI ANTICHI REAMI DI OMBRE,

I GRANDI BOSCHI, LE DENSE FORESTE

QUANTE BELLEZZE NASCONDONO

SOTTO IL LORO CUPO FOGLIAME!

 

IN QUESTO TRANQUILLO RITIRO

 

NOTTE E GIORNO SI VEDE REGNARE

LA PACE SILENZIOSA

E SI DICE CHE LÀ I NOSTRI PADRI

NEL SECOLO DELL’INNOCENZA

DEL PARADISO LE GIOIE GUSTAVANO.

 

LAGGIÙ IN CENTO LUOGHI DIVERSI

SI OFFRONO ALLO SGUARDO CENTO VIALI

DI ALBERI VERDI E FRONDOSI.

SOTTO QUELLE FOGLIE COSÌ FITTE

SI VEDONO APPARIRE GLI UCCELLINI

GRAZIOSI E DOLCI CANTORI

E COSÌ ESALTANO LIETI E SERENI

LE INCANTEVOLI MERAVIGLIE

DI QUESTI LUOGHI CHE ESSI PURE ADORNANO

 

(si fa triste e il tremito del corpo si trasferisce in un tremito via via sempre più angosciato della voce)

 

CON TRISTEZZA L’OCCHIO DEL MONDO

A SÉ VEDE PRECLUSO IL SEGRETO

DI QUESTI LUOGHI SPLENDIDI

E PIÙ VI LANCIA FULMINANTI SGUARDI

PIÙ EGLI DONA LE ARMI

CONTRO LE SUE BELLEZZE IRTE DI FUOCO”

 

La giovane suora (suor Angela): “Sì, il silenzio di questi luoghi sacri

                                luoghi d’amore

                                è come essere già fra le braccia del

                                Signore

                                in paradiso”.

 

Suor ANGELA ha un sussulto e getta la tonaca sulla branda, poi, continua a parlare, come se pregasse; quindi, prima sottovoce poi concitata, ha un attimo d’esitazione e si avvicina alla cassa. Alza il coperchio, ne cava un vestito semplice e tutto nero, lo distende, lo osserva, lo avvicina al corpo, lo getta sulla branda. Cava un secondo vestito tutto giallo, lo osserva poi lo getta sulla branda. Altri vari, infine uno rosso con uno sfarzo di bottoni, nastri dorati e strisce variamente colorate, lungo e con due cinture. Lo osserva, infine lo indossa con furia, scarmigliandosi. Resta un po’ immobile poi come se recitasse:

 

“Arrivano di notte”… Si interrompe

si inginocchia, le mani sul volto

“nella tua tenerezza cerco scampo

oh Madre di Dio le nostre suppliche non disprezzare”.

(si alza rapida in piedi, poi continua)

“Da Te dipendono i nostri passi.

Benedico il tuo nome!”.

 

Tace, chiude il coperchio della cassa,

ci sale sopra, guarda attraverso il vetro

della finestra, si rivolge verso la cella;

adesso sembra in trance e che stia recitando con l’anima,

con fatica e dolore.

“Osanna nel più alto dei cieli!

Sempre arrivano di notte

sempre arrivano di notte quando il cielo è buio

sempre arrivano da lontano,

oh! Il rumore delle porte abbattute,

ci distesero per terra come tronchi di un

bosco appena tagliato

il Signore ci guardava

per la prova del nostro amore e della nostra

fede in Lui che è tutto

Io avevo l’orrore del buio ma stavo sotto

l’ombra di Te, Signore, alla quale cercavo

e tentavo di aggrapparmi

era una prova estrema…

Sei eravamo e passavano sul nostro corpo

come la pioggia gelida e il gelido dell’inverno

un inverno di gelo atroce

e loro pescavano in noi con le mani di ferro.

Ma l’occhio di Dio era possente e ci ascoltava,

il fiato dell’uomo mi penetrava nel cuore

e quegli occhi azzurri di un mare sconfinato

mi bruciavano

e così bruciavano tutte le candele accese del

convento e

il convento bruciava

e il mare degli occhi bruciava…

Il diavolo!

Gli occhi azzurri erano occhi di brace.

Il diavolo è tenebra illuminata dal fuoco

e il nostro corpo bruciava

sotto l’onta del peccato…”

(si toglie rapidamente la tunica, la getta

sopra la branda, la riprende la butta in

terra, la calpesta e intanto ripete “il

diavolo è tenebra e

il Signore Dio nostro è nostra luce

e l’anima di ogni pensiero e di ogni vita”.

(Pausa, poi riprende)

Passarono sul nostro corpo

sei eravamo e giovani

come l’aratro nella terra da seminare

gli uomini soldati venivano da lontano

le parole che dicevano ridendo e ansimando

non le capivo, non si conoscevano…

Sempre vengono da lontano i soldati, gli

uomini soldati con le mani di ferro

ma tu mio Dio, mio Signore, mio Amore

cambi l’uragano in una brezza

e violenza e dolore e infamità

morivano senza gloria

 

(piange al ricordo e trema)

(Si ode fuori, nel corridoio del convento,

prima un canto poi un coro, dolcissimo,

di voci femminili giovani. Di giovani suore).

 

Suor Angela continua il suo monologo come

una preghiera: “Restarono sul nostro corpo

per un tempo infinito… Inverno e l’estate

si inseguivano urlando per l’ebbrezza del

dolore…”.

 

La giovane suor Serena l’ha ascoltata inginocchiata. Si rialza poi dice: “Il nostro corpo è fatto di sogni… donato a Dio nostro Signore non ci appartiene più!”.

Suor Angela la guarda con tenerezza: “Sì, ma noi portiamo nel cuore, come una pena, il peso delle colpe… tutto quello che lo ferisce… anche… anche quelle colpe che non ci appartengono… Ma il diavolo resta sempre vivo e attivo, il diavolo incombe… Vedi questo vestito? È il vestito del diavolo. Io adesso solo il diavolo”.

Suor Serena: “Il diavolo ha cento colori!”.

Suor Angela: “Tranne il colore del cielo, che è quello di Dio”.

Suor Serena: “Il diavolo è grasso?”.

Suor Angela: “Il diavolo è leggero e bieco. Io sono il diavolo, così travestita”.

Suor Serena: “Il diavolo sta solo nel fuoco?”.

Suor Angela: “Il diavolo è dappertutto? Tu guarda me, io in mezzo questi lustrini, io sono il diavolo”.

Suor Serena: “È in ogni ombra della vita”.

Suor Angela: “Sì, è tutto. E adesso ripuliamoci pregando”.

Le due suore pregano, a capo chino.

Suor Serena, rialzando la testa: “È anche in cielo?”.

Suor Angela: “Chi?”.

Suor serena: “Il diavolo!”.

Suor Angela si rialza in fretta. Rigida, apre le braccia. Dice: “Ma poi che ho veduto il tuo amore anche nella miseria, Signore, il tuo amore puro, semplice netto e affocato, io sono rimasta fuori di me. Io mi trovo annegata nell’Amore… È tanto soave e ameno questo semplice e puro amore…

(si esalta, si agita, quasi accenna a un passo di danza. Dice, quasi canta): “Oh, beatifico cibo! Oh, cibo d’amore”.

(Bussano alla porta della cella. Entra una suora, vede la scena, sorride, partecipa; vedendo alcuni vestiti sparpagliati si avvicina alla cassa, ne cava fuori una maschera maschile da scena. Se la applica sul viso). Entrano altre due suore, avendo sentito le voci.

 

Suor Angela, come scuotendosi da un sogno, a voce alta: “Tu gridi ogni cosa dolcemente al suo fine!”.

(Si avvicina alla finestra mentre le altre suore frugano nella cassa, cavano vestiti colorati, li provano, avvicinandolo al corpo, al petto, dondolandosi compiaciute).

Una suora canta a mezza voce: “Dal fondo dell’abisso gridiamo verso di Te”.

(Entra un’altra suora. Adesso nella cella ci sono sei suore).

Suor Angela: “Questo abito lo indosserò il giorno del mio viaggio verso il cielo… Porterò il diavolo fra le braccia del Signore!”.

 

Il canto, il coro che si sentiva alzato nel corridoio all’improvviso s’arresta, tace. Poi si sentono sempre crescenti grida e rumori.

 

Suor Angela: “Caddero tutti, uno dopo l’altro, i guerrieri venuti da lontano. Gli uomini soldati, belve di foreste impenetrabili. Signore, a Te!” (e si protende in un volo).

Suor Serena le si avvicina, domanda: “E la prima?”.

Suor Angela: “Prima finì il mondo! La pianura era verde

                                  verde e gialla

                                  gialla e rossa

                                  rossa e bianca

                                  splendeva la strada

                                  mentre si riempiva di polvere!”.

 

(Con un tonfo la porta della cella è spalancata, appare un uomo non giovanissimo, con i capelli biondi arruffati e una spada in mano.

Le suore con un grido cercano spazio e fuggono, gettando per terra gli abiti che stavano ammirando. L’uomo le scosta con fastidio, puntando verso suor Angela, che afferra e rovescia sul letto. In piedi accanto a lei l’ammira compiaciuto. Ammira il vestito, che palpa con la mano).

 

Suor Angela, ormai afferrata da un gelido orrore, quasi immobile: “O pascolo senza sapore! O sapore senza gusto! O gusto senza cibo! O cibo o cibo d’amore!”.

(Attraverso la porta abbattuta si scorgono fiamme, e un po’ di fumo comincia ad entrare. L’uomo soldato non si muove, continua ad accarezzare il vestito così luminoso e decorato indossato dalla suora; la quale vibra come una corda smossa dal vento. Le parole che dice in un soffio si odono appena: “O Amore, che si può dire di te? Chi ti sente non ti intende. O Amore, vita nostra, beatitudine nostra, riposo nostro! Il divino amore ogni bene con sé porta, e ogni male da lui fugge! O cuore ferito del divino amore…”.

L’uomo soldato le strappa con un gesto rapido e violento parte del vestito.

Le fiamme divampano nel corridoio del convento.

 

Martedì, 12 Luglio 2016 12:49

Parole di un cittadino inquieto

Fino a un minuto fa, e in questi ultimi tempi soprattutto, cultura, riflessioni, affondi nel mare o nel fango della politica, previsioni angoscianti o ilari (talvolta enunciate anche volgarmente) erano affidate quasi in esclusiva a comici spesso non più di primo pelo e spesso abbondantemente datati. Celentano, da un momento all’altro, si è presentato ed è stato esibito con la concessione di largo spazio (seppure di controvoglia dai padroni del vapore) come il nuovo Marcuse; e Santoro, ed altri con lui, presentati e raffigurati ed esibiti con grande clamore di trombe come i reduci dal carcere duro dello Spielberg, e come novelli Silvio Pellico, smunti e affaticati, attesi alla stazione da una folla con bandiere che offriva a loro almeno, e intanto, un primo brodino caldo. Esagerazioni una dietro l’altra, capaci solo di frastornare impietosamente una società generosa ma flagellata impietosamente e continuamente da sferzate di conformismo, di grettezze volgari, di approssimazioni elargite in un tripudio di luci, di sberleffi a non finire e di scriteriati per qualche parte trionfalismi improvvisi e intempestivi. Con gestori della danza di scarsa vena e prestigio. A questo punto verrebbe di dire con un sospiro: non scherziamo più, almeno su certe cose imminenti e difficili (complesse, complicate); non deleghiamo più ai comici frastornati l’incarico ufficiale di muovere all’attacco di un avversario supremamente armato e che ha le unghie affilate. La nostra opposizione politica effettiva è sostenuta soltanto, in effetti, sull’acqua di un mare su cui travalicano onde-parole; e mentre gli altri che dovremo scontrare sono già all’attacco con i carri armati televisivi, noi (cioè questa parte che ha tutta intera la nostra attenzione) ancora non ci fa leggere un programma di governo chiaro, specifico, persuasivo senza genericità. Quali i primi atti concreti? In quale successione? Seguendo quali modalità? I fascicoletti fatti girare dall’Unione a sollievo dei cittadini sono acqua fresca, contenenti enunciazioni che avrei potuto e saputo stendere anch’io, cittadino disarmato inquieto e tempestato dalle normali drammatiche quotidiane difficoltà della vita. Non mi chiariscono neanche un dubbio, non danno un sollievo neanche minimo alle assillanti speranze. Restiamo imbambolati a rigirarci fra le mani le parole, come se fossero un filo che si può spezzare. Mentre le parole non possono essere e non devono essere un filo di cotone fragile e incolore ma dure devono essere, resistenti come se fossero acciai, e a manipolarle devono ferire a sangue le mani, e fare anche lacrimare gli occhi. Ma chi c’è, lassù in alto, che dovendoci parlare, usa le parole sferzandole come cavalli in corsa e spellandosi le mani? Così noi restiamo quaggiù, in un’attesa inerte, faticosa.

 

Le parole, quelle che scalpellano schizzando le cose i fatti e i sentimenti, le parole vere, sono una consolazione MA nessun politico, da nessuna parte, le usa più, le dà, le dona. I politici, in genere, strapazzano le parole, le irridono, le mettono sul fuoco (o sul piatto) come salsicce, da trangugiare con una bulimia irrefrenabile. Le parole friggono nella bocca prima di alzarsi nei pensieri già ridotte a pura corteccia. E così i pensieri troppe volte ci arrivano, a noi cittadini bastardi, viscidi, polverosi, freddi e inascoltabili. Anche perché, in tanti, non abbiamo più molta voglia di ridere.

 

Fra poco l’Italia sarà un unico tappeto di cemento (con buche). Cementificata fino all’ombelico. E gli italiani, scaraventati impietosamente fuori dalle fabbriche, dovranno come sorte primaria a diventare tutti camerieri, nell’esaltazione del cibo dei vini. Dopo i pomodori neanche più le barbabietole vogliono produrre più qua da noi i padroni (che sono poi le grandi multinazionali occulte o semi-occulte). Scancellano le fabbriche come segni con gessetti di gesso sulle lavagne.

In questa Italia abbastanza, in questo momento, squinternata, a reggerla forte sulle spalle, perché pure traballi ma non cada, c’è alta e sovrana la sua COSTITUZIONE. Scritta con parole di sangue in un momento stravolgente esaltante irripetibile (forse) della propria storia. L’aggrediscono in modo forsennato con le unghie ma essa, COSTITUZIONE, è di marmo. Per ricordare cos’è «L’Unità» di 25 novembre ha avuto bisogno dell’indicazione di un lettore di Modena. Rimandava a Don Sturzo. Chi era si saranno chiesti tanti e tanti lettori, soprattutto giovani. Qua, con emozione, vorrei trascrivere le parole, ad essa riferite, di due grandi padri di questa COSTITUZIONE, che ci onora fra i popoli, Piero Calamandrei e Giuseppe Dossetti (ho qua le pagine sotto gi occhi; altri, è naturale, ce ne sarebbero).

Calamandrei: “…La Costituzione italiana potrà riprendere la sua strada verso una democrazia sempre più piena e diventare una realtà politica, se le nuove generazioni sentiranno il dovere di andare in pellegrinaggio con il loro pensiero riconoscente in tutti i luoghi di lotta e di dolore dove i fratelli sono caduti per restituire a tutti i cittadini italiani dignità e libertà. Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti o nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto e versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione. Se essa può apparire alla decrepite classe politica che lotta vanamente per salvare i suoi privilegi come una inutile carta che si può impunemente stracciare, essa può diventare per le nuove generazioni, che saranno il ceto dirigente di domani, il testamento spirituale di centomila morti, che indicano ai vivi i doveri dell’avvenire…”. E dallo straordinario opuscolo di 57 pagine, di Don Giuseppe Dossetti, pubblicato nel 1994 con il titolo: Sentinella, quanto resta della notte?. Trascrivo dalla “Lettera al sindaco di Bologna” con la data: Bazzano (ospedale) 15 aprile 1994. Pur nel costante desiderio di completa e unanime pacificazione nazionale, che ha sempre ispirato tutta la mia vita e che tuttora fermamente m’ispira, tuttavia non posso non rilevare che attualmente ai propositi delle destre (destre palesi e occulte) non concernano soltanto il programma del futuro governo, ma mirerebbero a una modificazione frettolosa e in consulta da parte fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti supremi in nessun modo modificabili… Auspico ancora alla sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione. Si tratta cioè di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra costituzione: si arriverebbe un compito che solo una nuova assemblea costituente, programmaticamente eletta per questo, a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato. Non parole ma massi, non parole ma tronchi di fuoco. Verrà il mattino.

Martedì, 12 Luglio 2016 11:33

Agosto in Italia

INCENERIMENTO DELLE SPOGLIE DI TRE UCCELLI CHE VENIVANO DALL’AFRICA

 

Provate a trattenere il fiato.

Questo agosto è quanto di più caldo e più

nebbioso si possa immaginare. E più piovoso.

L’asfalto

è pieno di relitti in superficie.

Guardate in giro dal treno i pochi alberi

in aspettativa con gli occhi conficcati

nel vetro del cielo celeste.

Uno spaventapasseri tra le ombre di un campo

è rosso come una prostituta

mente un transistor distribuisce con

malagrazia una canzone. Più lontano

c’è un barcone capovolto. Nell’acqua del fiume.

 

E allora alzati e cammina

Lazzaro dagli occhi bendati. Povero Lazzaro alzati e cammina.

In una stazione hanno sparato al vecchio sole

che cade lontano sulle onde ritorte di una laguna.

I giorni della giovinezza sono finiti.

Stracciamo pure le carte del futuro

ma è qua che dobbiamo restare.

 

Così

io vorrei correre in mezzo a quel deserto

io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei correre in mezzo a quel deserto

Io vorrei cor

 

Fra mille anni si piangerà ancora per amore per rabbia per dolore

fra mille anni.

Un tempo così vicino

che nella polvere

sentiremo sulla fronte il piede di un bambino

che insegue la palla.

È un tempo lontano?

Lo stringiamo già nel cavo della mano

per berlo.

 

Ma oggi è agosto. Ha fatto una neve alta tre metri.

Noi siamo fermi a guardare.

Estate estate estate fermati. Addio.

 

 

«Piazza Grande», luglio 1981